I Nativi nella Guerra di Rivoluzione Americana – 1

A cura di Pietro Costantini
Tutte le puntate: 1, 2.

Il ruolo degli Indiani d’America durante la Rivoluzione Americana fu confuso e tragico. Può avere come simbolo il dipinto di Benjamin West, che oggi si trova alla National Gallery of Art, che ritrae il colonnello Guy Johnson, sovrintendente inglese agli Affari Indiani nel Nord, e Joseph Brant, il grande guerriero Mohawk. Era un ruolo in ombra, ma importante, non solo perché gli Indiani operavano fisicamente dalle foreste dell’interno del Nord America e manifestavano la loro presenza improvvisamente e violentemente contro gli insediamenti costieri, ma perché gli Indiani erano presenti anche nel subconscio dei coloni come una componente essenziale nel conflitto con la madrepatria.
Dopo un secolo e mezzo di esplorazioni e insediamenti, nel 1763 i coloni inglesi erano totalmente padroni delle coste orientali del Nord America. Con la rapida crescita della popolazione, gli insediamenti si spostavano man mano dal mare all’interno, in cerca di spazio e di un destino più grande. La Guerra Franco Indiana era terminata con l’espulsione della presenza militare e politica francese dalle zone interne. Le potenti nazioni indiane che vivevano nella regione non riuscivano a giocare un ruolo da potenza europea e i loro conflitti con gli Inglesi ora sarebbero stati condotti senza il beneficio di un alleato europeo. La necessità di coordinare la potenza inglese in contrapposizione alla minaccia francese aveva portato, nel 1755, alla nomina di un soprintendente agli Affari Indiani per il Dipartimento del Nord, nella persona di sir William Johnson. Nel 1756 un analogo provvedimento venne adottato anche per il sud, con la nomina a soprintendente di Sir Edmond Atkin. I soprintendenti operavano alle dirette dipendenze del comandante in capo delle forze inglesi in America. Anche se non toglieva la conduzione delle relazioni con gli Indiani dalle mani dei singoli governatori coloniali e delle assemblee, tuttavia l’esistenza di questi nuovi ufficiali coloniali determinò una significativa diminuzione del potere che era stato assunto dalle singole colonie inglesi.
Con la conclusione della Guerra dei Sette Anni, il governo inglese aveva applicato ulteriori controlli sulla libertà delle colonie, particolarmente nel limitare l’espansione verso ovest entro i limiti consolidati delle colonie. Con la proclamazione del 1763 le terre al di là della catena dei monti Appalachi erano state dichiarate interdette ai governi coloniali, essendo queste terre riservate agli Indiani secondo il volere della Corona britannica, che ribadiva la sua sovranità e il suo controllo su quelle zone.
Il colonnello Guy Johnson e Joseph BrantBenché la rabbia delle colonie fosse temperata dalla consapevolezza che il congelamento della situazione era una misura temporanea e non necessariamente permanente, tuttavia esso segnava un altro esempio del rigido cappio applicato dal governo della madrepatria sulla libertà d’azione delle colonie. La situazione delle nazioni indiane dell’interno non è facile da descrivere. Certamente esse attribuivano a sé stesse uno status di indipendenza, che le tribù si sentivano in grado di mantenere con la forza delle armi. D’altro canto il governo inglese rivendicava la sovranità sui territori indiani in virtù delle antiche concessioni che i precedenti sovrani inglesi avevano garantito a coloro che avevano intenzione di stabilire colonie nel Nuovo Mondo. Benché in origine basate su fattori ipotetici e fondate sull’ignoranza della geografia del Nuovo Mondo e della potenza delle nazioni indiane dell’interno, questi atti vennero sostenuti con argomenti legali ogni volte che la loro piena realizzazione fosse possibile.
Nei loro rapporti con le nazioni native, le autorità inglesi utilizzarono la forma di negoziazione del trattato, in cui venivano inseriti accordi solenni come in un rapporto tra eguali. Nel periodo compreso tra il 1763 e il 1775, venne creata una serie di linee di frontiera fra i coloni e gli Indiani delle zone interne, che andavano dal lago Ontario alla Florida, confermando nella mente degli Indiani (e di molti coloni) la convinzione che il territorio indiano fosse chiuso alla speculazione e agli insediamenti dei sempre più aggressivi coloni.
La Guerra di Lord Dunmore del 1774 segnò l’inizio della fine degli arrangiamenti con cui le colonie della zona costiera e le nazioni indiane dell’interno dovevano avere territori separati. Lord Dunmore, governatore reale della Virginia, cercò di impadronirsi dell’ormai abbandonato Fort Pitt, conquistato dai Francesi nella Guerra Franco-Indiana, per supportare le rivendicazioni della Virginia. L’avanzata di Dunmore nelle aree al di là degli Allegheny nella Pennsylvania occidentale (le rivendicazioni della Virginia riguardavano l’ovest e il nord ovest) portò alla guerra con i Delaware e gli Shawnee. Il conflitto innescò una reazione da parte degli Irochesi, a nord, che erano in relazioni di vecchia fratellanza con gli Shawnee e i Delaware. Il soprintendente degli Affari Indiani, Johnson, operò diligentemente per tenere gli Irochesi fuori dalla guerra. Egli puntualizzò che le Sei Nazioni, cioè la Confederazione Irochese, aveva rinnovato e confermato la “Catena dell’Alleanza che sussiste tra noi” il 26 ottobre 1768, al momento del Trattato di Fort Stanwix. Ma gli Irochesi chiedevano di sapere come mai i bianchi non onoravano i trattati precedenti e le linee di confine e si stessero muovendo dietro le montagne nella Valle dell’Ohio. Mentre discuteva nel consiglio per impedire il coinvolgimento irochese nella Guerra di Dunmore, l’11 luglio 1774 Johnson morì e fu sostituito da suo nipote e genero Guy Johson. Guy Johnson fu rincuorato quando, in una serie di conferenze, culminata con una grande riunione a Onondaga nell’ottobre 1774, gli Irochesi decisero di ratificare l’impegno a rimanere in pace con gli Inglesi e a persuadere gli Shawnee ad appianare le loro divergenze con i Virginiani. Joseph Brant, un personaggio Mohawk eminente, laureato alla Eleazar Wheelock’s Indian School di Lebanon, nel Connecticut, fu particolarmente persuasivo in queste conferenze.


Il confine tra le colonie inglesi e il territorio indiano nel 1775

Nel frattempo il governo inglese continuava la sua politica di contrasto all’espansione coloniale nel territorio riservato agli Indiani. Con il Quebec Act le colonie costiere erano verosimilmente tagliate fuori dall’espansione nelle terre che esse reclamavano, queste terre essendo incorporate nella nuova provincia inglese di Quebec.
Il fatto che questa restrizione fosse sotto la forma di atto del Parlamento e non un decreto amministrativo, provocò il massimo danno alle pretese delle colonie. Con questo atto la provincia di Quebec fu estesa a sud fino al fiume Ohio. Il controllo veniva rimesso nelle mani di un governatore reale con un esercito ai suoi ordini pronto a supportarlo e senza una assemblea rappresentativa che potesse dargli fastidio. Mentre il Quebec Act è solitamente interpretato nei termini del suo significato religioso (le sue clausole sulla tolleranza religiosa del cattolicesimo indignavano i buoni protestanti), nei fatti l’atto era molto più significativo nel mettere un freno alle speculazioni territoriali delle colonie costiere e nel fissare la sovranità e il controllo delle aree di potenziale espansione in Inghilterra e nel Parlamento, piuttosto che in America e nelle assemblee legislative coloniali. Sia che la rottura che ne derivò fosse una diretta conseguenza del tentativo del governo inglese di ostacolare la speculazione sulle terre e l’espansione coloniale, sia che fosse solo indirettamente legata a quello, non c’è dubbio che le restrizioni inglesi sulla libertà d’azione delle colonie in questo e in altri campi collaborò alla convinzione che si faceva strada nei coloni che una reazione violenta sarebbe stata l’alternativa preferibile. E la violenza non si sarebbe fatta aspettare. Quando i cittadini di Boston gettarono a mare il the inglese (opportunamente travestiti da Indiani), il governo inglese rispose chiudendo il porto di Boston. Nello spiegare la crisi incipiente agli Irochesi in una conferenza del gennaio 1775, Guy Johnson asseriva che: “La disputa fu sollevata esclusivamente da poche persone che, malgrado una legge del Re e dei suoi uomini saggi, non avevano permesso lo sbarco di un quantitativo di the, ma lo avevano distrutto, per la qual cosa egli era adirato e mandava truppe con il Generale (Thomas Gage) che voi conoscete da tanto tempo, per far sì che la legge sia rispettata e riportare quella gente al buon senso; egli agisce con grande saggezza, per mostrare loro il grande errore che hanno fatto e mi aspetto che tutto sia presto finito”.


16 dicembre 1773: il “Boston Tea Party”

In quel momento né i lealisti né i patrioti cercarono di aggiudicarsi il supporto degli Indiani. Invece entrambe le parti premevano perché gli Indiani rimanessero neutrali nei loro territori, in quanto i contrasti erano piuttosto una lite in famiglia, che non riguardava affatto i Nativi. Però, informalmente la linea non era tracciata così chiaramente. Nell’inverno 1774-1775 George Washington reclutò alcuni armati tra le tribù minori dell’Est: Stockbridge, Passamaquoddy, St. John’s e Penobscot. Nell’autunno 1775 il generale Gage, il comandante inglese, avrebbe usato l’azione di Washington per giustificare i suoi ordini a Guy Johnson e John Stuart (che era succeduto ad Atkin come soprintendente per gli Affari Indiani nel dipartimento del Sud) di trascinare gli Indiani in guerra quando ve ne fosse l’opportunità.
Nel luglio 1775 il Congresso Continentale propose un piano simile alle Soprintendenze create dalla Corona per amministrare gli Affari Indiani in tre dipartimenti geografici invece che nei due che erano stati prima creati. Per ogni dipartimento vennero nominati dei commissari. Il Congresso preparò anche un promemoria che i commissari avrebbero dovuto consegnare ad ogni tribù del loro distretto. Il documento riferiva che: “C’è una lite in famiglia tra noi e la Vecchia Inghilterra. Voi Indiani non siete coinvolti. Noi non desideriamo che voi solleviate l’ascia contro le truppe del Re. Noi desideriamo che voi restiate a casa, e non vi alleiate con nessuna delle due parti, ma teniate l’ascia sepolta profondamente.”
Fino all’estate 1776, formalmente e ufficialmente né Americani né Inglesi tentarono di portare dalla propria parte gli Irochesi, la più potente nazione del nord. Tuttavia con crescente frequenza vennero fatti approcci informali. Nel luglio 1775 Ethan Allen, del Vermont, mandò un messaggio agli Irochesi invitandoli ad evitare la parte inglese. Allen asseriva: “Io so combattere e tendere imboscate proprio come gli Indiani e vorrei che i vostri guerrieri venissero a incontrarmi e mi aiutassero a combattere i Regolari. Voi sapete che essi marciano in fila nei ranghi e i miei uomini combattono come gli Indiani. Vorrei che i vostri guerrieri si unissero a me e ai miei guerrieri come fratelli per combattere i Regolari, se voi volete. Io vi darò denaro, coperte, tomahawks, coltelli e colori di guerra, nella quantità che volete, perché loro per primi uccisero i nostri uomini quando era tempo di pace.”
Nel frattempo, nei confronti delle Sei Nazioni gli Inglesi si stavano comportando in modo analogo. Gli Indiani erano invitati “a banchettare con un Bostoniano e bere il suo sangue.” Con buona psicologia antropologica gli Inglesi fornirono un bue arrosto e un barile di vino come sostitutivo simbolico dei ribelli. Inizialmente gli Irochesi resistettero alle blandizie di entrambe le parti. Un guerriero Seneca fece questa dichiarazione, in risposta all’allerta contro gli Americani lanciata dal colonnello John Butler, che agiva in sostituzione del colonnello Johnson, al momento assente: “Noi abbiamo vissuto in pace con loro per lungo tempo e vogliamo continuare così più a lungo che possiamo – quando ci colpiranno sarà giunto il tempo di batterli. E’ vero che essi si sono introdotti nelle nostre terre, ma di questo noi parleremo con loro. Se voi siete così forti, fratello, ed essi sono come dei bambini deboli, perché chiedete il nostro aiuto? E’ vero che io sono grande e forte, ma riservo la mia forza per colpire quelli che mi offendono. Se voi avete così grande abbondanza di combattenti, polvere da sparo, piombo e beni, e loro sono pochi e poveri di queste cose, siate forti e fate buon uso di quelle cose che avete. Voi dite che la loro potenza è putrida, noi l’abbiamo trovata buona. Voi dite che sono pazzi, strani, malvagi e falsi, io vi dico che voi siete così, mentre loro sono saggi, perché voi volete che noi ci distruggiamo nella vostra guerra e invece loro ci hanno consigliato di vivere in pace. Noi intendiamo seguire il loro consiglio.”


La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti – Philadelphia 4 luglio 1776

Sebbene gli Indiani rifiutassero di lasciarsi influenzare dalle due parti in quel momento, l’incertezza su come sarebbero potuti essere coinvolti nella lotta finì per causare divisioni tra loro.

La Campagna Cherokee del 1776

Quando, nel 1775, scoppiò la Guerra di Rivoluzione Americana, John Stuart, sovrintendente inglese per il Sud, progettò di usare le tribù indiane locali in congiunzione con le truppe inglesi per attaccare i coloni. Sia gli sconfinamenti dei coloni al confine tra Tennessee e North Carolina, sui fiumi Watauga, Nolichucky e Holston, sia l’arrivo di una delegazione di Shawnee e di altri Indiani del Nord che premevano affinché i Cherokee attaccassero gli Americani, ispirarono la loro decisione di attaccare gli Inglesi. Gli Upper Cherokee progettarono un attacco su tre fronti contro gli intrusi lungo le frontiere di Virginia e North Carolina. Le “Middle Towns” dovevano attaccare la North Carolina, mentre le “Lower Towns” si scagliavano contro South Carolina e Georgia. Queste ultime due frazioni dei Cherokee riportarono un limitato successo.
In reazione a questi attacchi, il generale Charles Lee, comandante delle forze continentali del Sud, decise di effettuare una spedizione punitiva, che divenne nota come la Campagna Cherokee del 1776. Al comando del colonnello Andrew Williamson, le truppe della South Carolina si mossero contro le Lower Towns e quindi si diressero a nord per congiungersi alle forze della North Carolina del generale Griffith Rutherford per devastare le Middle e Valley Towns. Le truppe della Virginia del colonnello William Christian schiacciarono la resistenza delle Overhill Towns, nell’odierno Tennessee. Nell’estate del 1776 vennero distrutti più di 50 villaggi Cherokee, con i loro abitanti rimasti senza cibo e riparo.
Questi attacchi devastarono le gente Cherokee, che cercò la pace cedendo, nelle trattative, enormi porzioni di territorio. I trattati firmati dopo la Campagna Cherokee del 1776 determinarono la prima delle forzate cessioni di territorio da parte dei Cherokee, e per la prima volta la terra ceduta non era costituita da terreni di caccia non abitati, ma dalle sedi di alcune delle più vecchie città della tribù, nelle quali la gente Cherokee aveva vissuto per secoli.


Inglesi e Cherokee

La Campagna Cherokee del 1776 causò anche una scissione tra i vecchi capi e i giovani guerrieri. Molti di questi ultimi si ritirarono nel Tennessee e nel nord dell’Alabama, dove divennero noti come Cherokee Chickamauga e continuarono la lotta contro gli Americani fino al 1794.

Entrata in Guerra degli Irochesi

Nel frattempo, nel luglio 1776 il colonnello Guy Johnson e Joseph Brant, il Mohawk, erano tornati a New York dopo una visita in Inghilterra. A Londra Brant era stato accolto calorosamente con molti onori. George Romney aveva dipinto il suo ritratto. Brant era divenuto più che convinto che il futuro degli Indiani fosse nella Corona britannica e non con i coloni americani. Dopo essersi distinto nella battaglia di Long Island, Brant scivolò tra le linee dei patrioti per poter tornare ad Iroquoia e condurre la sua gente nella lotta contro gli Americani. Assieme al colonnello Butler, comandante inglese di Fort Niagara, Brant riuscì a indurre quattro delle sei nazioni irochesi a prendere l’ascia contro gli americani. Rifiutarono solo gli Oneida e i Tuscarora. La decisione di entrare in guerra venne presa nel 1777 in un grande congresso a Irondequoit, dove gli Indiani alla fine furono sepolti da massicce elargizioni di rum, provviste e beni utili.
Il sigillo di sangue alla fatidica decisione pesa dagli Irochesi di rompere la loro tradizionale unità (e anche la loro neutralità) sarà posto con la battaglia di Oriskany, il 6 agosto 1777, avvenimento collegato al viaggio del generale americano Nicholas Herkimer per soccorrere l’assediato Fort Stanwix.
Il segretario coloniale inglese, Lord Germain, e il generale John Burgoyne avevano sviluppato un piano per acquisire il controllo sulla valle dell’Hudson, che comprendeva una spedizione che Re Giorgio descrisse come “diversione sul fiume Mohawk”. Nel marzo 1777 Germain emanò gli ordini operativi: L’obiettivo era di separare il New England dalle altre colonie prendendo il controllo della valle dell’Hudson, a New York. La colonna principale si spinse a sud attraverso il lago Champlain al diretto comando del generale “Gentleman Johnny” Burgoyne; la seconda armata era comandata dal tenente colonnello Barry St. Leger, un esperto combattente di frontiera che aveva servito nella Guerra Franco Indiana, e doveva discendere la valle del Mohawk e incontrare le truppe di Burgoyne vicino ad Albany.


La battaglia di Long Island – dipinto di Mark Maritato

La morte di Jane McCrea

Nella discesa verso la valle dell’Hudson si verificò un episodio che sarebbe rimasto famoso nella storia della guerra: l’uccisione di Jane McCrea.
Jane McCrea era una delle figlie più giovani del Reverendo James McCrea, del New Jersey. Fin dalla morte della madre e dal secondo matrimonio del padre, Jane era vissuta con il fratello John nei pressi di Saratoga (New York), dove si era fidanzata con David Jones. Quando cominciò la guerra, due dei suoi fratelli si unirono alle forze americane, mentre il suo promesso sposo andò a Quebec, assieme ad altri Lealisti. Nell’estate del 1777, mentre la spedizione di Burgoyne si avvicinava al fiume Hudson, il colonnello John McCrea era arruolato in un reggimento della milizia della contea di Albany. David Jones era tenente in una delle unità di milizia lealista che accompagnavano Burgoyne, era stato catturato ed era prigioniero a Fort Ticonderoga. Jane lasciò la casa di suo fratello per andare a raggiungere il fidanzato a Ticonderoga. Aveva raggiunto il villaggio vicino a Fort Edward e si trovava in casa di Sara McNeil, lealista e cugina del generale inglese Simon Fraser. Il mattino del 27 luglio 1777 un gruppo di Indiani, avanguardia dell’armata di Burgoyne, condotta da un Wyandot chiamato Le Loup o Wyandot Panther, raggiunse il villaggio di Fort Edward. I Nativi massacrarono un colono e la sua famiglia, quindi uccisero il tenente Tobias Van Vechten e altre quattro persone; poi caddero in un’imboscata. Quello che accadde poi è motivo di discussioni. Ciò che è certo è che Jane McCrea e Sara McNeil furono catturate dagli Indiani e separate.


La cattura di Jane McCrea

Sara McNeil venne infine portata all’accampamento inglese, dove sia lei che David Jones riconobbero uno scalpo, che presumibilmente era della McCrea, appeso al fianco di un Indiano. La versione tradizionale di ciò che era accaduto è basata sul racconto di Thomas Anburey, ufficiale inglese.
Due guerrieri, uno dei quali era Wyandot Panther, stavano scortando la McCrea all’accampamento inglese, quando cominciarono a litigare sull’eventuale ricompensa per aver catturato la prigioniera. Uno di loro la uccise e la scalpò. Wyandot Panther si impadronì dello scalpo. Anburey dichiarò che Jane fu catturata contro la sua volontà, ma ci sono anche ipotesi sul fatto che fosse scortata dietro richiesta del fidanzato. Una seconda versione sulla sua morte, a quanto pare sostenuta da Wyandot Panther sotto interrogatorio, afferma che la McCrea venne uccisa da una pallottola sparata dagli Americani che inseguivano il gruppo. James Phinney Baxter, nel supportare questa versione degli eventi nella sua storia della campagna di Burgoyne del 1887, asserisce che l’esumazione del corpo rivelò solo ferite da pallottole e non da tomahawk.
Quando Burgoyne venne a sapere dell’omicidio, si recò al campo degli Indiani e ordinò che il colpevole gli fosse consegnato, minacciandolo di condanna a morte. Gli venne detto dal generale Fraser e da Luc da la Corne, agente a capo dei Nativi, che un tale atto avrebbe potuto causare la defezione di tutti gli Indiani e provocare una loro vendetta una volta tornati nel nord. Burgoyne cedette e nessun provvedimento fu preso nei confronti degli Indiani. La notizia della morte di Jane McCrea viaggiò abbastanza rapidamente, per gli standard del tempo. La cronaca del fatto fu pubblicata l’11 agosto in Pennsylvania e il 22 addirittura nella lontana Virginia. Spesso il racconto venne esagerato di molto man mano che veniva riportato, con la descrizione di indiscriminate uccisioni di un grande numero di Lealisti come anche di “ribelli”.
L’intento della campagna di Burgoyne era di usare gli Indiani come mezzo per intimidire i coloni; tuttavia la reazione americana alla notizia non fu quella sperata. La propaganda di guerra ricevette un rilancio dopo che Burgoyne ebbe scritto una lettera al generale americano Horatio Gates, lamentandosi del trattamento riservato dagli Americani ai prigionieri catturati nella battaglia di Bennington del 17 agosto. La risposta di Gates fu largamente ripresa e diffusa: “Che i selvaggi d’America nella guerra massacrino e scalpino gli infelici che cadono nelle loro mani non è cosa nuova né straordinaria; ma che il famoso tenente generale Burgoyne, in cui il fine gentiluomo è una cosa sola con il soldato e lo studioso, arruoli i selvaggi d’America per scalpare Europei e discendenti di europei, niente di più, che egli paghi una taglia per ogni scalpo così barbaramente preso, è più di ciò che si possa credere in Inghilterra. …Miss McCrea, una giovane donna di bell’aspetto, di carattere virtuoso e disposizione amabile, promessa sposa ad un ufficiale del vostro esercito, fu…portata nei boschi e lì scalpata e massacrata nel modo più sconvolgente…”
Vennero elaborati racconti sulla sua bellezza, descrivendola come “di indole amabile, di modi aggraziati e di qualità così intelligenti, da entrare subito nelle grazie di tutti quelli che la conoscevano…i suoi capelli erano di una straordinaria lunghezza e bellezza, della misura di circa un metro.” Uno dei pochi racconti che la descrivono come era effettivamente fu riportato da James Wilkinson, che la descrive come “una ragazza di campagna di onesta famiglia in situazione mediocre, senza né bellezza né doti particolari.” Furono i resoconti ad abbellire i dettagli. Per esempio i capelli furono descritti via via dal nero, al biondo, al rosso.


L’uccisione di Jane McCrea

L’effetto di questo episodio fu usato a scopi propagandistici per suscitare simpatie verso i ribelli nel prosieguo della guerra. Venne dichiarato che il Re d’Inghilterra “aveva cercato di porre gli abitanti della nostra frontiera alla mercé degli Indiani selvaggi, il cui ruolo riconosciuto nella guerra è la distruzione indiscriminata di gente di età, sesso e condizione.”

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