I Nativi nella Guerra di Rivoluzione Americana – 5

A cura di Pietro Costantini
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5.

La Spedizione Sullivan
Antefatti. Il massacro di Cherry Valley aveva convinto i coloni americani che era necessario per loro passare all’azione. La maggioranza della Lega Irochese stava creando parecchi problemi ai capi dei patrioti, in particolare al generale George Washington e ad un altro comandante, Philip Schuyler. Nell’aprile 1779 il colonnello Van Schaick aveva condotto una spedizione con più di 500 soldati contro gli Onondaga, distruggendo diversi villaggi. Quando, nel 1779, gli Inglesi avevano cominciato a concentrare le operazioni militari sulle colonie del sud, Washington approfittò dell’opportunità per lanciare una grande offensiva organizzata contro Fort Niagara.
Washington aveva dichiarato: « Le grida dei sofferenti, degli orfani e delle vedove, giungono a me da ogni dove e sembra che non mi lascino alternativa.» Sia Washington sia Schuyler avevano servito sotto gli Inglesi nella Guerra dei Sette Anni. Fu quella la prova in cui uomini come loro avevano maturato le loro convinzioni sul modo di combattere gli Indiani, una questione frustrante per molti ufficiali coloniali e inglesi. Dopo la guerra dei Sette Anni un autore anonimo sostenne metodi più rigorosi per trattare con questi nemici poiché «Qualunque iniziativa noi abbiamo intrapreso fino a questo momento nel territorio indiano, ha ottenuto pochi risultati…Gli Indiani hanno, in generale, salvato le loro famiglie, le loro stesse persone e le armi.» Lo stesso autore sosteneva che «Noi non abbiamo modo per far sì che gli Indiani abbiano paura di noi, perché non avendo città, e neppure beni apprezzabili e oggetti, essi possono sempre porre al sicuro sé stessi e le famiglie.» Queste considerazioni non erano corrette: gli Haudenosaunee avevano città, case e possedimenti. Ciò nonostante, per questo autore, il solo modo di sottomettere questi potenti guerrieri indiani era fare leva su donne e bambini. Egli studiò piani in cui i soldati si sarebbero mossi a piccoli gruppi per «Distruggere tutti i villaggi indiani che incontrassero…portare via tutte le donne e i bambini – che presto avrebbe portato a prendere anche i mariti e padri…in questo caso gli Indiani avrebbero paura di perdere le loro famiglie e, invece di uscire in gruppi di guerra per assassinare il nostro popolo, tremerebbero per il loro.»
Mentre fronteggiavano le crescenti ostilità durante al Rivoluzione, i generali Washington e Schuyler si orientarono quindi verso una campagna mirata a rendere gli Indiani “tremebondi”. Un simile piano dipendeva dalla violenza tattica contro i Nativi, specialmente donne e bambini.
Mentre Washington si tormentava su come condurre la guerra dentro il territorio indiano, chiese consigli a Schuyler sul numero delle truppe da impiegare e sui metodi necessari. Schuyler rispose che «Se dovessimo essere così fortunati da prendere un considerevole numero di donne e bambini degli Indiani, immagino che da quel momento in poi avremmo il mezzo di impedire loro di agire in modo ostile contro di noi.» Washington diede il suo assenso, sperando che gli attacchi dell’Esercito Continentale avrebbero «distolto e terrorizzato» gli Indiani e che «nella confusione essi possano dimenticare in qualche posto di portare via i vecchi, le donne e i bambini e che questi possano cadere nelle nostre mani». Washington argomentava che le truppe americane sarebbero riuscite a sconfiggere i guerrieri indiani, o quantomeno li avrebbero afflitti il più possibile, distruggendo i loro villaggi e il raccolto dell’anno.
L’intenzione iniziale di Washington era di affidare il comando della spedizione al maggiore generale Charles Lee, ma questi, assieme ai maggiori generali Philip Schuyler e Israel Putnam, venne ignorato per varie ragioni. Washington dapprima offrì il comando della spedizione a Horatio Gates, l’”eroe di Saratoga”, ma Gates declinò l’offerta, apparentemente per motivi di salute. Il 6 marzo 1779 il comando venne offerto al maggiore generale John Sullivan, quinto nella lista per anzianità, il quale accettò. Gli ordini di Washington a Sullivan esprimevano chiaramente la volontà di eliminare completamente la minaccia rappresentata dagli Irochesi:
“Ordini di George Washington al generale John Sullivan, Quartier Generale (Wallace House – New Jersey) – 31 maggio 1779. La spedizione di cui vi è stato affidato il comando sarà diretta contro le tribù ostili delle Sei Nazioni Indiane, con i loro associati e aderenti.


Il maggiore generale John Sullivan

Gli obiettivi immediati sono la totale distruzione e devastazione dei loro insediamenti e la cattura di molti prigionieri di ogni età e sesso, se possibile. Sarà essenziale radere i loro raccolti al suolo e impedire la loro nuova semina. Raccomando che una posizione, al centro del territorio indiano, venga occupata da tutta la spedizione, con una sufficiente quantità di provviste; da qui gruppi armati partiranno per devastare tutti gli insediamenti intorno, con istruzioni di farlo nella maniera più efficace, in quanto il paese non va semplicemente invaso, ma distrutto. Voi non ascolterete nessuna apertura verso la pace prima che venga provocata la rovina totale dei loro insediamenti. La nostra futura sicurezza sarà nell’impossibilità da parte loro di provocarci danno e nel terrore che la severità del castigo che riceveranno ispirerà loro.»

L’azione

Washington diede istruzioni al generale Sullivan di marciare con tre brigate da Easton, in Pennsylvania, verso il fiume Susquehanna e di risalirne la corrente fino a Tioga, che oggi è Athens (Pennsylvania). Inoltre diede ordine al generale James Clinton di riunire a Schenectady una quarta brigata, che si sarebbe diretta ad ovest verso la valle del fiume Mohawk fino a Canajoharie, da dove si sarebbe portata, via terra, al Lago Otsego, punto di riferimento prestabilito. Quando Sullivan lo avrebbe ordinato, la brigata di New York di Clinton avrebbe marciato fino al Susquehanna, dove avrebbe incontrato Sullivan a Tioga, distruggendo tutti i villaggi indiani sulla sua strada. Era previsto che l’armata di Sullivan dovesse avere 15 reggimenti e 5.000 uomini, ma la brigata della Pennsylvania contava circa 750 uomini in meno, ed erano stati promessi arruolamenti che non si effettuarono mai. In aggiunta, il terzo reggimento della brigata, il German Battalion, era ridotto a soli 100 uomini per perdite subite in precedenza, malattie e diserzioni (il termine della leva per i suoi soldati era spirato il 27 giugno) e venne frammentato in compagnie di 25 uomini adibite alla protezione dei fianchi della spedizione.
La Legione Armand venne richiamata da Washington per unirsi al corpo principale dell’esercito prima che la campagna di Sullivan cominciasse. A causa di queste ed altre riduzioni nel numero dei combattenti, l’armata di Sullivan non superò mai i 4.000 uomini di truppa, incluse due compagnie di milizia per un totale di 70 uomini.
Le truppe lasciarono Easton il 18 giugno, e il 23 raggiunsero, dopo aver percorso 58 miglia, un accampamento a Bullock Farm, nella valle del Wyoming. Qui si fermarono ad attendere provviste e rifornimenti, che non erano stati inviati prima, rimanendo nella valle del Wyoming fino al 31 luglio. L’armata viaggiava lentamente, con una velocità dettata sia dal terreno montagnoso, sia dalle chiatte che trasportavano le provviste sul Susquehanna, e arrivò a Tioga l’11 agosto. Qui cominciò la costruzione di un forte temporaneo, alla confluenza dei fiumi Chemung e Susquehanna, che chiamarono Fort Sullivan.


Il German Battalion alla battaglia di Trenton

Sullivan mandò una delle sue guide, il tenente John Jenkins, con una pattuglia a fare una ricognizione su Chemung. Egli riferì che il villaggio era abitato e ignaro della loro presenza. Sullivan condusse per tutta la notte la maggior parte delle sue truppe sopra due alte gole e attaccò sbucando da una fitta nebbia appena dopo l’alba, solo per trovare il villaggio deserto. Il brigadiere generale Edward Hand riferì di un piccolo gruppo che stava fuggendo verso Newtown e ricevette il permesso di condurre l’inseguimento. Nonostante avesse pattuglie che lo accompagnavano ai fianchi, aveva percorso solo un miglio quando la sua avanguardia subì un’imboscata, riportando sei morti e nove feriti. L’intera brigata reagì con una carica, ma gli assalitori riuscirono a defilarsi con perdite minime. Gli uomini di Sullivan impiegarono tutto il giorno per incendiare tutto il villaggio e distruggere i raccolti di grano e verdure. Nel corso del pomeriggio il 1° Reggimento New Hampshire della brigata del brigadiere generale Enoch Poor subì scariche di fucileria, con un soldato morto e cinque feriti. Imboscate si verificarono anche nei giorni 15 e 17 agosto, con un totale di due morti e due feriti fra le truppe. Il 23 agosto un colpo di fucile partito accidentalmente nell’accampamento provocò un morto e un ferito.
Dopo il ricevimento di provviste per due settimane, il 30 giugno la brigata di Clinton pose il campo all’estremità meridionale del lago Otsego, fermandosi ad aspettare ordini che non arrivarono fino al 6 agosto. Il giorno dopo cominciò la marcia di 154 miglia verso Tioga, seguendo il corso superiore del fiume Susquehanna; tutte le provviste erano trasportate su 250 battelli. Gli avvenimenti di Chemung ingenerarono in Sullivan il sospetto che gli Irochesi potessero tentare di dividere le sue forze per sconfiggerle. Il giorno dopo mandò a nord 1.084 uomini scelti al comando di Poor per localizzare Clinton e scortarlo fino a Fort Sullivan. L’intera armata si riunì il 22 agosto.


Distruzione di un villaggio da parte della Spedizione Sullivan

Il 26 agosto l’intera armata, costituita da circa 3.200 uomini e 250 addetti al trasporto su carri, lasciò Fort Sullivan, a guardia del quale erano rimasti 300 uomini di truppa presi da vari reparti dell’esercito e affidati al colonnello Israel Shreve del 2° Reggimento New Jersey. Marciando lentamente a nord nel territorio delle Sei Nazioni, nella zona ovest di New York, la campagna ebbe una sola grande battaglia, quella di Newtown, combattuta il 29 agosto.
Il combattimento avvenne su una collina, dell’altezza di circa 180 metri e lunga un miglio, ora chiamata Sullivan Hill e facente parte del Newtown Battlefield State Park. Il fianco della collina correva da sud est a nord ovest vicino al fiume Chemung, ed era coperto di pini e di una fitta colonia di giovani querce. Hoffman Hollow, un’area paludosa di piccole alture e densa di arbusti, si trovava ad est della collina. Un piccolo corso d’acqua, chiamato Baldwin Creek, correva lungo un avvallamento e sfociava nel fiume Chemung (nei rapporti di Sullivan è indicato come Cayuga Banch). Il ruscello costeggiava la collina a nord ovest dal lato opposto rispetto al fiume ed era straripato sulla riva occidentale. Gli Inglesi e gli Indiani si erano appostati dietro terrapieni camuffati a ferro di cavallo a sud est della collina, tenendo la strada entro il raggio d’azione dei moschetti. La collina era usata dagli Inglesi sia come punto d’osservazione, sia come barriera contro l’avvicinamento delle forze continentali ai villaggi Cayuga di Nanticoke e Kanawaholla, ubicati nel sito dell’attuale Elmira (New York).
La domenica 29 agosto, a dieci miglia a monte di Fort Sullivan, l’avanguardia, costituita da tre compagnie di fucilieri assegnati ai Provisional Rifle Corps del colonnello Daniel Morgan, a metà mattinata raggiunse la zona. Sospettando un’imboscata, il gruppo si fermò e ispezionò la zona. Verso le 11 e mezza vennero scoperti i ripari nascosti e venne immediatamente avvertito il brigadiere generale Edward Hand. Questi distaccò la fanteria leggera per tenere sotto tiro le posizioni dietro la riva del Baldwin Creek e sparare contro i ripari, spingendo i difensori a fare parecchi infruttuosi tentativi di attirare i continentali in un’imboscata. Quando le nuove truppe furono tutte arrivate e congiunte, Sullivan convocò per le tre del pomeriggio un consiglio di guerra con i suoi comandanti di brigata, per predisporre un piano d’attacco.
Il 1° Reggimento New Jersey, comandato dal colonnello Matthias Ogden, fu staccato dalla brigata del New Jersey del brigadiere generale William Maxwell e mandato ad ovest, per seguire il corso del Chemung ed eseguire una manovra di aggiramento contro le forze lealiste e indiane. Allo stesso modo, la brigata di New York del brigadiere generale James Clinton e la brigata del New Hampshire del brigadiere generale Enoch Poor furono distaccate ad est, lungo un percorso circolare che attraversava Hoffman Hollow, con la missione di avvicinarsi al fianco est della collina e quindi schierarsi a sinistra, in preparazione di un assalto frontale contro il nemico. Contemporaneamente le forze unificate delle brigate di Sullivan della Pennsylvania e del New Jersey rimanevano indietro pronte al bisogno, rinforzate da un reggimento costituito provvisoriamente da tutte le compagnie di fanteria leggera della spedizione.


Mappa della battaglia di Newton

Dopo la prima ora, l’artiglieria, costituita da 10 cannoni posti su un rialzo vicino alla strada, avrebbe aperto il fuoco contro le postazioni nemiche. Il fuoco dei cannoni avrebbe segnalato al generale Hand di fingere un attacco con il reggimento provvisorio contro il centro del ferro di cavallo; a quel punto, le brigate poste ad est sarebbero avanzate, assaltando la sommità della collina e portando l’attacco contro la sinistra e la retroguardia dei fortini nemici.
Quando gli spari dell’attacco di Clinton e Poor sarebbero stati uditi da Hand, la sua brigata avrebbe aggredito i fortini, supportata dalla brigata di Maxwell e prendendo così i difensori sotto un tiro incrociato. Il piano era complesso ed elaborato, basandosi su notizie piuttosto scarse, ma venne eseguito con vigore. Il risultato finale fu una sconfitta sonora per i Lealisti inglesi e i loro alleati Irochesi. L’aver attraversato la palude (definita da Sullivan “pantano”) a Hoffman Hollow aveva rallentato l’avanzata delle brigate di Poor e Clinton, sconvolgendo la tempistica del piano d’azione e da questo ne sortì quel ritardo che bastava per consentire alle forze degli alleati anglo-irochesi di sfuggire all’accerchiamento.
Quasi tutte le perdite per i continentali si verificarono nell’attacco del 2° Reggimento New Hampshire del tenente colonnello George Reid. Assegnato all’estrema sinistra della formazione d’assalto di Poor, egli era salito dove la pendenza era più ripida ed era rimasto considerevolmente arretrato rispetto al resto della brigata. Joseph Brant guidò un contrattacco degli Indiani e circondò Reid quasi completamente. Il reggimento più vicino in linea, il 3° Reggimento New Hampshire, del ventottenne tenente colonnello Henry Deaborn, posizionato quasi di fronte, effettuò due raffiche di fucileria, poi attaccò discendendo la collina. Clinton , la cui brigata stava risalendo l’altura leggermente alla destra di Poor, mandò in aiuto il 3° e il 5° Reggimento New York, così il contrattacco indiano fu respinto.
Dopo aver razziato altri tre villaggi e distrutto tutte le riserve di cibo dei dintorni, nelle successive tre settimane l’armata di Sullivan marciò verso nord, contro un nemico demoralizzato.
Lo storico Allan W, Eckert scrisse: «La battaglia di Newtown non fu certamente uno scontro sanguinoso, se confrontato con altri, ma fu certamente il più significativo. Questa fu la battaglia che ruppe la schiena alla Lega Irochese…e i cuori dei popoli delle Sei Nazioni.»


Il percorso della spedizione Sullivan

Il 12 settembre 1779 Sullivan e i suoi uomini si accamparono nel sito di Foot’s Corner, nell’attuale comune di Conesus (New York), dopo aver attraversato il lago Honeoye. Quella sera Sullivan ordinò al tenente Thomas Boyd di organizzare una missione esplorativa allo scopo di individuare la posizione del villaggio dei Seneca. Boyd prese con sé 26 uomini e 2 guide Oneida; il sottufficiale era il sergente Michael Parker. Partirono a notte fonda, oltrepassando un gruppo di armati agli ordini di Butler, senza che nessuno dei due gruppi si accorgesse dell’altro. Infatti, a presidio della regione, Joseph Brant e il colonnello Butler avevano un totale di circa 800 uomini. Il giorno dopo la pattuglia esplorativa americana incontrò sul suo percorso un gruppetto di quattro Indiani e subito ebbe luogo una breve sparatoria. Un Indiano rimase ucciso e Boyd e Parker decisero di far ritorno alla base di Sullivan. In questa fase di rientro incontrarono cinque Nativi, che si diedero alla fuga. La guida di Boyd consigliò di non inseguirli, sospettando una probabile trappola, ma Boyd ignorò l’avvertimento. La pattuglia si trovò in breve in mezzo alle linee nemiche, circondata e numericamente inferiore. Molti degli uomini di Boyd vennero uccisi, altri fuggirono, mentre Boyd e Parker vennero catturati. Boyd e Parker vennero portati al villaggio di Little Beard (attuale Cuylerville), dove Brant li interrogò. Dopo la partenza di Brant, Little Beard e i suoi guerrieri, rabbiosi per la presenza di truppe americane nella zona, torturarono e uccisero i due. I giornali contemporanei stimarono che, dei 29 del gruppo originale, le perdite di Boyd assommassero a 17 uccisi, 5 tornati alla base e 7 fuggiti via. Due giorni dopo l’imboscata il luogo venne trovato dalle truppe di Sullivan e i due uomini vennero sepolti con gli onori militari. L’armata avanzò, come da istruzioni di George Washington, per distruggere i campi coltivati e radere al suolo il villaggio di Little Beard. Molti uomini della truppa rimasero talmente impressionati dalla qualità delle coltivazioni in quell’area che tornarono dopo la guerra per stabilirsi nella regione.
Il 15 settembre le truppe di Sullivan raggiunsero la massima penetrazione in territorio nemico entrando nel villaggio Seneca di Chenussio, quello di Little Beard. Distrussero tutto prima di ritornare a Fort Sullivan alla fine del mese. Tre giorni dopo Sullivan e i suoi lasciarono il forte per tornare a Morristown, nel New Jersey, e raggiungere i quartieri invernali. Secondo il rapporto di Sullivan, erano stati distrutti 40 villaggi irochesi, compresi quelli di Catherine’s Town, Goiogouen, Chonodote e Kanadaseaga, nonché tutti i campi e i frutteti degli Irochesi. Nominato governatore inglese di Quebec nel 1778, Frederick Haldimand, pur essendo stato informato da Butler a Fort Niagara dell’invasione di Sullivan, non aveva provveduto a fornire truppe sufficienti per la difesa dei suoi alleati Irochesi. Solo nel tardo mese di settembre distaccò una truppa di 600 fra Lealisti e Irochesi, ma quel punto la spedizione si era ormai conclusa con successo.
Ancora più a ovest, una concomitante spedizione era stata intrapresa dal colonnello Daniel Brodhead. Brodhead lasciò Fort Pitt il 14 agosto 1779, con un contingente di 600 uomini, sia regolari dell’ 8° Reggimento Pennsylvania, sia appartenenti alla milizia, marciando lungo il fiume Allegheny nel territorio dei Seneca e dei Munsee (un sotto-gruppo Lenape), fra la Pennsylvania di nord ovest e il New York di sud ovest. Poiché molti dei Nativi non si trovavano nelle loro sedi, impegnati ad affrontare l’invasione di Sullivan, Brodhead incontrò poca resistenza e distrusse circa 10 villaggi, compreso Conewango. Sebbene i piani iniziali prevedessero che Brodhead dovesse incontrarsi con Sullivan a Chenussio, per procedere ad un attacco contro Fort Niagara, Brodhead tornò indietro dopo aver distrutto alcuni villaggi nella zona dell’odierna Salamanca (New York), non incontrandosi mai con il corpo principale di Sullivan. Le lettere di Washington indicano che il viaggio verso est nella regione dei laghi Fingers era considerato troppo pericoloso, per cui questa piccola spedizione aveva limitato la sua azione all’incursione verso nord.
L’operazione finale della campagna avvenne il 27 settembre. Sullivan mandò ai quartieri invernali una parte della brigata di Clinton, al comando del colonnello Peter Gansevoort, del 3° Reggimento New York, passando per Fort Stanwix.
Due giorni dopo aver lasciato Stanwix, in vicinanza della base originaria di Schenectady, il distaccamento si fermò a Teantontalago, il “castello inferiore dei Mohawk”, eseguendo l’ordine di arrestare ogni individuo maschio Mohawk.


Una vignetta anti-inglese dell’epoca della spedizione Sullivan

Gansevoort scrisse: «E’ rimarchevole che gli Indiani vivano molto meglio che la maggior parte degli agricoltori del fiume Mohawk, poiché le loro case sono ben fornite di tutti i necessari utensili casalinghi; hanno grandi quantità di grano, molti cavalli, vacche e carri.» La popolazione maschile venne incarcerata ad Albany fino al 1780 e quindi rilasciata. L’azione privò i Mohawk del possesso delle loro case. I coloni bianchi del posto, rimasti senza casa dopo le incursioni irochesi, richiesero a Gansevoort di cedere loro le case requisite ai Mohawk. Entrambe queste iniziative furono criticate da Philip Schuyler, allora rappresentante di New York al Congresso Continentale, perché tutti i Mohawk di Teantontalago avevano a suo tempo rifiutato di combattere per gli Inglesi, anzi molti di essi avevano sostenuto la causa dei patrioti. Paradossalmente Schuyler era stato il comandante che Washington avrebbe voluto al comando della spedizione, ma l’assunzione del comando del Dipartimento Settentrionale dell’esercito continentale gli aveva impedito altri incarichi, fino al momento in cui poté rassegnare le dimissioni, cosa che avvenne nell’aprile 1779. Sullivan, il cui precario stato di salute aveva a suo tempo rallentato la spedizione, si ritirò dai suoi incarichi nel 1780, mentre la sua salute peggiorava sempre più. Più di 5.000 rifugiati Irochesi andarono in Canada (nel moderno Ontario) per essere nutriti dagli Inglesi. Essi avevano sempre avuto un’alta percentuale di mortalità in inverno, quando le riserve dei raccolti estivi terminavano, come dimostra un rapporto di John Butler del 1778, prima della spedizione: «In questa parte del paese gli Indiani sono talmente deboli per la mancanza di provviste, che molti di loro non hanno nulla per sopravvivere tranne le radici e le erbe che raccolgono nei boschi.»
Temendo un attacco, molti Tuscarora e Oneida passarono alla causa inglese. I Britannici garantivano agli Indiani 675.000 acri di terra in Canada. All’epoca circa 1450 Irochesi e 400 alleati vivevano nella nuova riserva di Grand River. Nel febbraio 1780 l’ex generale Schuyler, ora al Congresso, inviò un gruppo di Indiani alleati a Fort Niagara, per cercare la pace con gli Irochesi pro-Inglesi. Sospettando un inganno da parte di Schuyler, quegli Irochesi rifiutarono la proposta. I quattro messaggeri furono imprigionati, e uno di loro morì in carcere. Nonostante il successo nella dispersione dei Mohawk, Washington era deluso dal mancato verificarsi di una battaglia decisiva e dal fallimento della presa di Fort Niagara.
In verità, le istruzioni di Washington a Sullivan prevedevano la conquista di Fort Niagara, “se possibile”, ma era un’opzione non facilmente realizzabile con i mezzi a disposizione di Sullivan, visti i limiti della sua artiglieria (cannoni non più grandi di Howitzer da campo da sei pollici) e quelli logistici.


La Selin’s Independent Rifle Company (della spedizione Sullivan) – ricostruzione del 1997

Nel 1780 – 1781 i guerrieri irochesi e i Lealisti continuarono a razziare periodicamente le vallate del Mohawk e di Schoharie, causando grandi devastazioni di proprietà e di campi, uccidendo più di 200 coloni. La distruzione di Minden, avvenuta il 2 agosto 1780, fu l’incursione più distruttiva nel corso della Guerra di Rivoluzione.
Con la spedizione di Sullivan le sedi e le infrastrutture degli Irochesi erano state devastate. Nel lungo termine, divenne chiaro che la spedizione aveva distrutto le coltivazioni primitive e molte località storiche della Confederazione Irochese; tuttavia gli Irochesi non erano stati annientati, ma solo affamati e dispersi dalle loro sedi originarie.

La storia di Madam Sacho

Poco o nulla noi conosceremmo sulla donna chiamata “Madam Sacho” se, nel settembre 1779, il generale John Sullivan e i suoi uomini non si fossero imbattuti in lei nel desolato paese degli Haudenosaunee (gli Irochesi delle Sei Nazioni). Il territorio, sebbene frequentato dagli Indiani in tempi molto recenti, era stato abbandonato. Pentole erano state frettolosamente abbandonate a terra, libri erano stati gettati negli angoli e gli alti steli del mais si alzavano intatti nel campo, pronti per il raccolto. Coloro che erano fuggiti forse immaginavano che sarebbero tornati presto alle loro case. Non sarebbe stato così. Sullivan e i suoi uomini avevano bruciato le case e i campi, e interi villaggi erano stati rasi al suolo.
Madam Sacho potrebbe essere emersa dal fumo come un fantasma: misteriosa, spaventosa e con un racconto da riferire. Un racconto che parlava di guerra e combattimenti. C’erano molti racconti simili sulla Guerra di Rivoluzione. Ma per i soldati di quel tempo e per gli ascoltatori moderni, Madam Sacho è una sorpresa. I soldati si aspettavano guerrieri urlanti con i tomahawk sollevati minacciosamente o giacche rosse che sparavano contro i minutemen. Ma la campagna di Sullivan non era la battaglia di Lexington o di Concord, e nemmeno di Yorktown. Era un altro tipo di battaglia, con poche perdite, ma profondamente distruttiva allo stesso tempo.
Questo può sembrare un oscuro episodio, anche se notevole: una piccola vecchia signora contro un intero corpo di reggimenti. Ciò nonostante esso rivela il piccolo, di solito trascurato eroismo di una donna qualunque immersa nella devastazione, come pure qualcosa su uno dei più importanti protagonisti politici della prima America, gli Haudenosaunee.


Mappa del territorio della Confederazione Irochese

A inizio settembre, nel mezzo di questa tempesta orchestrata con cura, i soldati si imbatterono in “Madam Sacho”. I diari dei soldati narrano della sorpresa che avevano provato quando l’avevano incontrata, descrivendo come, tramite un interprete Oneida, lei conversasse con lo stesso generale Sullivan. Alcuni soldati avrebbero voluto ucciderla subito, ma, come riportato da uno di loro, «il comune senso di umanità, una venerazione per l’età tarda e un riguardo per l’universo femminile di ogni età e popolo indussero il nostro generale a risparmiarla.» Sacho riferì al generale un racconto che parlava di un consiglio tenuto nel suo villaggio, durante il quale ci fu una grande discussione tra guerrieri, donne e bambini. Le donne avevano idea di stare a casa con i bambini. Alcuni soldati, tra cui Sullivan, riportano che Sacho disse che le donne volevano che i guerrieri restassero al villaggio per combattere, ma gli uomini non ritenevano di avere alcuna possibilità contro le truppe americane – ma questa può essere un’affermazione fatta dai soldati americani per loro vanteria. In ogni modo, pare che ci fosse stata una discussione se restare e combattere o fuggire, e le matrone Haudenosaunee erano critiche verso questa seconda ipotesi.
Sullivan evidentemente disattese gli ordini di Washington di prendere ostaggi di ogni età e sesso. Non solo lasciò Sacho da sola, ma le fornì anche cibo e riparo. I diari dei soldati, e molto storici successivi, enfatizzarono le elargizioni di cibo che Sullivan fece alla donna, quando anche i suoi soldati non avevano molto da mangiare, anche perché stavano distruggendo tutto il cibo che gli Irochesi avevano ammassato, coltivato e messo al sicuro. Qualcuno, nella truppa, condannò le azioni del capo. Un soldato, che si era già lamentato di “pance affamate e dovere duro”, osservò causticamente, dopo la consegna del cibo a Sacho: «Suppongo che lei viva nello splendore.» Altri soldati lodarono la cavalleria del loro capo: «il generale Sullivan le ha dato una grande quantità di farina e carne, per la qual cosa lei, con le lacrime nei suoi occhi selvaggi, espresse una gran quantità di ringraziamenti.» In questo caso il generale fu un protettore, invero un “angelo buono” di una povera vecchia, come un altro testimone ebbe a dire.


Villaggio irochese – stampa Granger

Un tale incontro, e la cavalleria del loro ufficiale comandante verso questa donna anziana, mitigò alcuni dei sentimenti negativi generati da ciò che provavano i soldati (la maggior parte di loro nella vita civile erano fattori) nel distruggere quelli che essi potevano considerare fattorie fertili e ben coltivate. Numerosi soldati apprezzavano l’abbondanza e la bellezze dei campi e delle città che stavano distruggendo. Un tenente scrisse che «La nostra brigata distrusse circa 150 acri del miglior granturco che io mai avessi visto oltre a grandi quantità di fagioli, patate, zucche, cocomeri e zucchine.» In un altro diario si ricorda che la città di Sacho «conteneva quasi 50 case, in generale in molto buono stato…Trovammo parecchi bei campi di mais, che offrivano la più grande abbondanza.» Un soldato dichiarava che «questo pomeriggio distruggeremo tutte le loro case e gli alberi da frutto, cosa che ci sembra un peccato.» Un altro scriveva a casa: «Io mi sento veramente colpevole quando appicco il fuoco ad abitazioni che erano Case Felici finché noi saccheggiatori non arrivammo a spargere desolazione per ogni dove.»
Sembra che Sacho abbia sfruttato il disagio che gli uomini sentivano per il loro bisogno di mostrare gentilezza verso donne e bambini, anche in mezzo ai terribili imperativi della guerra e la necessità di infliggere danni al nemico. La testimonianza di Sacho suscita ancora altre domande, nella storia di questa campagna che per altri dettagli è molto ben documentata: perché fu abbandonata, e perché lei riferì questa circostanza? Sembra improbabile che, anche se era vecchia e malata, il suo clan e i suoi parenti, magari anche i figli e i nipoti, possano aver lasciato indietro una rispettabile matrona perché fosse uccisa dai soldati americani. Come ha osservato lo storico Daniel Richter, queste donne, “le donne ancora viventi della generazione più vecchia”, erano “figure dominanti moralmente, economicamente e, fino a un certo grado, politicamente.” Ancora, perché rivelò così numerosi dettagli sul disaccordo interno alla tribù a quello che era sicuramente un nemico? Anche questo sembra qualcosa di improbabile.
I soldati vedevano una “povera vecchia creatura”, che dipendeva dall’”umanità” di Sullivan, e molti storici hanno questa opinione. Ma supponendo di dubitare di questa situazione? Sembra possibile che lei abbia scelto di rimanere, di sacrificarsi per infiltrarsi e raccogliere informazioni, cosa che avrebbe potuto aiutare la sua gente. Dopo tutto, lei «ci disse che un gran numero di donne e bambini si trovava su una collina nei pressi del lago Seneca…di conseguenza…un distaccamento di 300 o 400 uomini andò alla loro ricerca, ma ritornò senza averne trovato traccia.» Può darsi che la sua storia di questa riunione servisse anche a porre l’enfasi sul fatto che, se le donne fossero state catturate, avrebbero anche loro dovuto essere trattate con umanità perché, dopo tutto, avevano voluto la pace e non erano d’accordo con i guerrieri. Benché alcuni soldati rilevassero la solitaria impotenza di Sacho, lei non era sola. Quando il distaccamento ritornò, alcune settimane dopo, trovarono il corpo di una giovane che evidentemente l’aveva aiutata. Le avevano sparato, forse fu opera di alcuni soldati. L’assassinio di questa donna giovane, una violazione di quel “riguardo per il mondo femminile”, e che anche diversi soldati denunciarono come azione di qualche bandito disumano, dimostra che le paure degli Haudenosaunee erano giustificate. Un capo Onondaga più tardi affermò che quando i soldati americani attaccarono il suo villaggio, «misero a morte tutte le donne e i bambini, eccettuate alcune giovani che portarono via per loro uso e che furono poi uccise nella stessa maniera vergognosa.» Una ricercatrice, Barbara Mann, ha ipotizzato che la donna più giovane che era stata con Sacho potrebbe essere stata uccisa mentre opponeva resistenza a una violenza. In ogni caso è certo che provocò una violenta reazione letale, cosa che non poteva certo avvenire nel caso della donna più vecchia.


Donna, guerriero e danzatore irochesi

L’inquietante odissea della giovane donna assassinata, il cui nome si è perduto, ci ricorda che in questa guerra venne usata la violenza contro tutte le donne, sia delle colonie che indiane, patriote o lealiste. Quando i popoli delle Sei Nazioni abbandonarono le loro case, abbandonarono anche dei libri, inclusi alcuni volumi del periodico inglese The Spectator, risalenti all’inizio del XVIII secolo. Ci si può chiedere se questi comprendessero anche il volume in cui l’editore lamenta che quella guerra civile «riempie una nazione di malinconia e rancore ed estingue i semi della buona natura, della compassione e dell’umanità.» Dopo tutto, la distruzione di frutteti, campi coltivati e case delle Sei Nazioni risuonò fin ben oltre l’autunno 1779. C’era un modo terribile in cui l’evacuazione da queste terre degli Haudenosaunee, che apparentemente avevano lasciato indietro solo una vecchia, permise agli Americani di immaginare una più piena “sparizione” degli Indiani anche troppo facile. Invero, perfino un predicatore, che teneva un sermone celebrativo alla fine della campagna di Sullivan, ebbe a dichiarare: «Supportato dalla considerazione della nostra giusta e completa conquista di una parte così fertile del mondo occidentale, mi avventurerò a guardare alcuni anni nel futuro…Io penso che vedrò tutte queste terre abitate dagli indipendenti cittadini dell’America. Farò le congratulazioni ai posteri per questa aggiunta di un vasto territorio, ricco e molto esteso, agli Stati Uniti.»
Sacho, una vecchia, divenne il simbolo della debolezza della – in realtà molto potente – Confederazione delle Sei Nazioni. L’immagine dell’Indiano che scompare ha sempre interessato molti resoconti storici americani, come considera la studiosa di storia Jean O’Brien.
Il territorio delle Sei Nazioni, infatti, non era una terra fantasma, ma poiché gli Haudenosaunee avevano poco a cui ritornare, molti di loro si erano rifugiati a Fort Niagara. Riguardare la presa di possesso della terra delle Sei Nazioni da parte degli Americani, dove la sola indiana rimasta era la facilmente sconfitta Sacho, consente di stabilire il momento esatto della conquista di quel territorio. Tuttavia la gente di questa grande Lega non scomparve. Anche di fronte ad una violenza sistematica, gli Haudenosaunee sopravvissero perché ebbero l’abilità di resistervi. Il popolo irochese moderno vive in una serie di riserve in Stati Uniti e Canada, come in molti altri posti, ed ha ancora trattati in vigore con gli Stati Uniti.
I soldati liquidarono Sacho con condiscendenza come “una vecchia squaw”. Troppo spesso gli storici hanno accettato queste caratterizzazioni stereotipate. Questa madre del suo popolo ha ancora potere, se solo cerchiamo di accorgercene. Narrando la sua storia riscrive altre narrazioni più antiche. La semplice immagine di George Washington come un premuroso padre della nazione aveva già subito qualche scossone quando si riconobbe che aveva degli schiavi, sebbene nel suo testamento lasciò scritto di volerli liberare. Il trattamento da lui riservato alle donne indiane suggerisce un’altra disposizione d’animo, come alla fine riconobbero alcuni suoi contemporanei. Nel 1790 un capo Seneca notificò a Washington: «Quando il tuo esercito entrò nel territorio delle Sei Nazioni noi ti chiamammo “Distruttore di Città” e anche oggi quando si ode il tuo nome le nostre donne si voltano a guardare indietro e diventano pallide, mentre i bambini si avvinghiano al collo delle loro madri.»


Insediamento irochese – dipinto di Josè Antonio Peas

Questi sono alcuni dei costi dolorosi di quella che i partecipanti chiamarono “questa ultima guerra infelice”. Per molti il Padre Fondatore non fu altro che un Distruttore di Città. Questo è ciò che le guerre, anche le “buone guerre”, fanno: forzano a scelte terribili la gente rispettabile e infliggono sofferenze agli innocenti. Osservando attraverso il fumo che si alza dalle “lunghe case” delle Sei Nazioni, noi vediamo la selvaggia essenza di una nazione. Vediamo anche l’inaspettato coraggio di quelli che resistettero a tali orrori e sopravvissero.

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