I Nativi nella Guerra di Rivoluzione Americana – 8

A cura di Pietro Costantini
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11.

Il massacro di Long Run
Il fatto avvenne il 13 settembre 1781, all’intersezione del torrente Floyd’s Fork con il Long Run Creek, sul “Falls Trace”, un sentiero che percorre l’attuale Contea di Jefferson, nel Kentucky.
Il giorno precedente i coloni della Painted Stone Station, una postazione fondata da Squire Boone, avevano appreso che il forte stava per essere assalito da un grande gruppo di guerra indiano, comandato dal capitano inglese Alexander McKee. La maggior parte degli abitanti avevano scelto di abbandonare il luogo per uno meglio fortificato, vicino a Beargrass Creek, lasciando indietro il ferito Boone ed un’altra famiglia. Altri coloni avevano esitato per due giorni, prima di partire per la Linn’s Station, quindi si erano trovati a non avere almeno una minima protezione da parte di un presidio militare. Questo gruppo cadde in un’imboscata a circa 13 chilometri da Linn’s Station. Diversi coloni rimasero uccisi, mentre non si conoscono le perdite degli Indiani.
I sopravvissuti riuscirono a fuggire e a raggiungere Linn’s Station al cadere della notte. Nonostante che alcuni storici e un rapporto pubblicato indichino che vennero uccise almeno 60 persone e solo poche riuscirono a fuggire, solo una quindicina di coloni vennero effettivamente uccisi, più 17 soldati del colonnello John Floyd, che furono attaccati il giorno seguente mentre si recavano a seppellire i resti delle vittime dell’attacco del giorno prima. Nel corso di questo secondo scontro venne ucciso un capo Wyandot che partecipava all’attacco e questo fu il motivo per cui subito dopo gli Indiani si dispersero e l’incursione di McKee ebbe termine.

L’ episodio di Andrew Poe e Bigfoot

Sarebbe difficile trovare nella storia della Frontiera un episodio più drammatico del disperato combattimento corpo a corpo tra il pioniere Andrew Poe e due guerrieri Wyandot lungo il corso superiore del fiume Ohio, avvenuto il 30 settembre 1781.
Sette guerrieri Wyandot avevano fatto incursioni lungo il corso superiore dell’Ohio, riuscendo a catturare un falegname di nome William Jackson. Nel 1781, nel clima della Rivoluzione Americana, certe incursioni per scalpi, prigionieri e bottino erano quasi una costante. I Wyandot erano all’avanguardia in queste azioni. Si trattava di un popolo di stirpe irochese, spesso conosciuto come Uroni, che un tempo aveva dominato nel Canada orientale.
Alla metà del 18° secolo questo popolo era stato sconfitto per mano delle Sei Nazioni – tra l’altro con sconcerto dei Francesi, loro alleati da lunga data – ed era stato in larga parte disperso; molti Uroni si erano stabiliti nel nord est dell’Ohio. Estremamente diffidenti nei confronti dell’espansionismo americano, essi nella guerra avevano abbracciato la causa inglese e si erano dedicati a condurre razzie su vasta scala in Pennsylvania e Virginia nord occidentale, e a volte anche nel Kentucky, assieme ai loro alleati Shawnee. Erano guerriglieri estremamente efficaci.
Andrew Poe e suo fratello Adam erano arruolati nella milizia di Fort Pitt ed erano stati formalmente incaricati di azioni di pattugliamento contro tali incursioni. Si trattava di uomini di una trentina d’anni, di discendenza tedesca, ed erano molto rispettati sia come guide sia come combattenti. Andrew era un uomo imponente e attivo, di notevole prestanza fisica. Avvertiti della cattura di Jackson dal figlio del falegname, i fratelli Poe si posero all’inseguimento con un gruppo di coloni, certi che gli incursori Wyandot si sarebbero diretti in Ohio, al fine di raggiungere la loro roccaforte, dove pochi bianchi si sarebbero avventurati.
Gli indiani in agguato
Il gruppo era partito a cavallo, ma tutti erano smontati per fare meno rumore possibile man mano che si avvicinavano al fiume. Ma la prudenza non era una caratteristica distintiva di questo gruppo. Gli uomini più inesperti facevano troppo rumore con i loro passi, a tal punto che Poe temeva di mettere in allarme il nemico e causare la morte per tomahawk del prigioniero. Dopo diversi tentativi infruttuosi di tacitare il rumore che quelli facevano, Andrew li cacciò dalla spedizione e con un percorso ad arco si diresse verso il fiume da solo. Arrivò su un rialzo che sovrastava da una trentina di metri le rive dell’Ohio, e spiò il gruppo di razziatori Wyandot. Parecchi di loro stavano caricando una zattera per compiere l’attraversamento del grande fiume. Due uomini, uno di essi era un enorme guerriero che più tardi sarebbe stato identificato come un capo Wyandot di nome Bigfoot, si era messo in allarme per il rumore che il gruppo di bianchi aveva fatto nell’avvicinarsi.
Poe prese la risoluzione di sparare al grande guerriero, poi di lanciarsi su quello più basso e finirlo con il coltello. Il suo piano andò a monte a causa del più comune malfunzionamento delle armi a quell’epoca: l’inceppamento. Il fucile a pietra focaia (flintlock), che era l’arma a lunga gittata preferita dagli uomini di frontiera dell’epoca, era una meraviglia per quei tempi, molto più accurato del fucile a canna liscia (anche se più lento a caricarsi) e con una carica che poteva uccidere un uomo. Un inceppamento poteva essere causato da una vasta gamma di problemi: dalla polvere dell’innesco bagnata alla pietra focaia deteriorata o resa deforme da un colpo accidentale. Tenere il flintlock in ordine mentre si stava conducendo un’azione disperata per i boschi era impresa ardua. Alzò di nuovo il martelletto per un secondo tentativo. Di nuovo cilecca. I Wyandot dal basso udirono il doppio scatto del congegno e gridarono alla vista dell’uomo di frontiera che incombeva su di loro dall’alto della rupe. Poe non esitò, si lanciò su di loro e li avvinghiò entrambi, mentre si abbattevano al suolo. Poe cercò disperatamente di afferrare gli Indiani che ondeggiavano e si divincolavano, facendo contemporaneamente dei tentativi di arrivare con la mano al fodero del suo coltello. Quando alla fine riuscì ad afferrarlo e ad estrarlo, nella lotta gli scappò di mano e volò nel fiume.
Il più basso dei due Wyandot si ritrovò libero e afferrò un tomahawk, brandendolo davanti a Poe. L’uomo di frontiera scattò con un piede e colpì il polso del suo assalitore. Il tomahawk seguì la sorte del coltello, volando nel fiume. L’Indiano afferrò un altro Tomahawk e lo brandì nuovamente contro Poe, mentre questi cercava di liberarsi dalla stretta da orso di Bigfoot. Facendosi scudo alla testa con un bracciò, Poe fu colpito da un colpo di tomahawk al polso che tagliò i tendini che comandavano tre dita della sua mano destra.
Un racconto che Adam, figlio di Andrew, riferì nel 1849 allo storico Lyman C. Draper, riporta che Poe riuscì a divincolarsi, afferrò un fucile degli Indiani che era per terra e sparò all’Indiano più piccolo. Bigfoot e Poe, di nuovo avvinghiati, caddero entrambi nel fiume, finendo in acque più profonde. Poe teneva Bigfoot con la testa sott’acqua e pensava di averlo annegato. Quando allentò la presa, Bigfoot emerse ruggendo dall’acqua e si inerpicò sulla riva. Poe, indebolito dalla lotta, non poteva seguirlo.


Andrew Poe e Bigfoot – dipinto di Andrew Knez Jr.

Bigfoot balzò verso un fucile e si affrettò a ricaricarlo, ma Adam Poe, che era corso risalendo il fiume sentendo le grida di suo padre, fu più rapido nel ricaricare e sparò, colpendo Bigfoot al petto. Il guerriero cadde all’indietro nell’acqua e il suo corpo fu trascinato via dalla corrente.
Nel frattempo gli altri membri della spedizione avevano eliminato tutti gli altri Indiani, salvo uno, che era riuscito a scappare con una brutta ferita ad una mano. Scambiando Poe, che si trovava ancora nel fiume, per un Indiano, tre uomini gli spararono; uno lo colpì alla schiena. Il prigioniero, Jackson, era stato ferito da un tomahawk quando i Wyandot avevano cercato di ucciderlo prima di fuggire, e un altro degli uomini di Poe era stato ferito gravemente al petto.
Non avendo tempo per scalpare i nemici, gli uomini tornarono ai loro monti, assicurando alla sella il loro compagno mortalmente ferito e facendogli patire le pene dell’inferno. L’unico Wyandot scampato sarebbe tornato a recuperare i corpi dei sui compagni per trasportarli su una zattera lungo il fiume Ohio per seppellirli al loro villaggio.
Andrew Poe non recuperò mai pienamente l’uso della mano ferita, ma visse a lungo, morendo nel 1823, a 83 anni, nella Pennsylvania occidentale. Il solo trofeo che aveva di quell’epico combattimento era il tomahawk che gli aveva rovinato la mano, un’ elegante arma con una cavità da pipa. Il tomahawk venne tramandato nella sua famiglia come un cimelio, il ricordo di uno degli episodi più epici di combattimento corpo a corpo negli annali delle guerre di frontiera.

Il massacro di Gnadenhutten

Durante la Rivoluzione Americana i Munsee e gli Unami, trbù di lingua Lenni Lenape (detti anche Delaware) dell’Ohio erano profondamente divisi sul fatto di prendere o no posizione nel conflitto, ed eventualmente da che parte stare. I Munsee erano generalmente bande del nord, stanziate lungo i fiumi Hudson e Delaware settentrionale. Gli Unami erano originari delle bacino meridionale del Delaware. Anni prima, molti Lenape erano migrati ad ovest, verso l’Ohio, dai loro territori sulla costa del medio Atlantico per cercare di sfuggire all’accerchiamento degli stanziamenti coloniali, come alla pressione delle tribù irochesi del nord, stanziate attorno ai Grandi Laghi e nella regione del New York occidentale. Essi si stabilirono in diversi villaggi, tutt’attorno al villaggio principale di Coshocton. Questi villaggi furono chiamati Schoenbrunn, Gnadenhutten e Salem ed erano situati sul fiume Muskingum.
Al tempo della Guerra di Rivoluzione i villaggi Lenape erano in mezzo ad opposti interessi e opposte roccaforti della frontiera occidentale: l’avamposto militare dei coloni americani ribelli a Fort Pitt (Pittsburgh) e dall’altra parte Fort Detroit, roccaforte degli Inglesi e dei loro alleati indiani. Alcuni Lenape avevano deciso di prendere le armi contro i coloni americani e si spostarono a nord ovest, più vicino a Fort Detroit, dove si erano stabiliti lungo i fiumi Scioto e Sandusky. I Lenape simpatizzanti degli Stati Uniti erano rimasti a Coshocton, e i capi, incluso Occhi Bianchi, avevano firmato con gli Americani il Trattato di Fort Pitt (1778). Per mezzo di questo trattato, Occhi Bianchi intendeva fare dell’Ohio un territorio abitato esclusivamente da Nativi, facente parte dei nuovi stati Uniti. Un terzo gruppo di Lenape, molti dei quali Munsee e Unami convertiti al cristianesimo, vivevano in diversi villaggi missionari dell’Ohio gestiti da David Zeisberger e altri missionari Moraviani. Quando Occhi Bianchi morì, nel 1778, forse di vaiolo, il trattato non era ancora stato ratificato dal Congresso. I rappresentanti americani non lo approfondirono e lo stato dei Nativi venne messo da parte. Anni dopo George Morgan, diplomatico coloniale presso Lenape e Shawnee durante la Guerra di Rivoluzione, scrisse al Congresso che Occhi Bianchi era stato assassinato dalla milizia americana in Michigan.
Molti Lenape di Coshocton alla fine si unirono alla guerra contro gli Americani, in parte a causa delle incursioni americane anche contro bande loro alleate. In risposta il colonnello Daniel Brodhead aveva condotto una spedizione da Fort Pitt e il 19 aprile 1781 aveva distrutto Coshocton. I residenti sopravvissuti erano fuggiti a nord. Il colonnello Brodhead convinse la milizia a non molestare i Lenape dei villaggi di missione moraviani finché essi erano pacifici e neutrali.


Il capo Delaware Occhi Bianchi

L’aver trattenuto la milizia dall’attaccare i villaggi moraviani da parte di Brodhead fa riflettere sulla natura brutale della guerra di frontiera. La violenza era andata crescendo da entrambe le parti in lotta. Le relazioni fra gli ufficiali dell’esercito continentale dell’Est, come Brodhead, e la milizia dell’ovest, erano di frequente forzate. Le tensioni erano peggiorate dalla politica del governo americano, che reclutava alcune tribù indiane come alleati nella guerra. Gli uomini della milizia dell’Ovest, molti dei quali avevano perso famigliari e amici nelle incursioni indiane contro gli sconfinamenti dei coloni, odiavano tutti gli Indiani per le azioni di alcuni e non distinguevano fra le bande o tribù ostili e amiche.
Nel settembre 1781 gli Indiani alleati degli Inglesi, primi fra tutti i Wyandot e i Lenape, costrinsero gli Indiani cristiani e i missionari ad abbandonare i villaggi moraviani. Li portarono a nord ovest, verso il lago Erie, in un nuovo villaggio chiamato “Captive Town”, sul fiume Sandusky. Gli Inglesi portarono sotto scorta i missionari David Zeisberger e John Heckewelder a Detroit, dove i due vennero processati sotto l’accusa di tradimento. Gli Inglesi li sospettavano di spionaggio militare a favore della guarnigione americana di Fort Pitt. I missionari vennero assolti. I prigionieri indiani a Captive Town erano affamati a causa delle razioni insufficienti. Nel febbraio 1782 più di un centinaio di loro fece ritorno ai vecchi villaggi moraviani per mietere il raccolto e riprendere possesso delle riserve di cibo che erano stati costretti a lasciare sul posto.
La guerra di frontiera divampava ancora. All’inizio del marzo 1782 i Lenape furono colti di sorpresa da un’incursione di 160 uomini della milizia della Pennsylvania, guidata da David Williamson. La milizia circondò i Lenape cristiani e li accusò di aver preso parte a incursioni contro la Pennsylvania. Benché i Lenape respingessero le accuse, la milizia tenne consiglio e deliberò di ucciderli. Alcuni dei miliziani abbandonarono il posto, rifiutandosi di prendere parte all’esecuzione. Uno di quelli che si opposero all’uccisione dei Lenape moraviani fu Obadiah Holmes Jr., che scrisse: «Un certo Nathan Rollins e suo fratello, che avevano avuto il padre e uno zio uccisi dagli Indiani, presero il comando nelle uccisioni…e Nathan Rollins avevano ucciso col tomahawk 19 dei poveri Moraviani e quando fu tutto finito si sedette e pianse, e disse che dopo tutto questo non ripagava la perdita di suo padre e di suo zio».
Quando ai Lenape fu comunicato il voto della milizia, essi richiesero tempo per prepararsi alla morte e passarono la notte pregando e cantando inni. Erano tenuti in due costruzioni, una per gli uomini e l’altra per le donne e i bambini. Il mattino dopo, 8 marzo, la milizia portò i Lenape nelle due “case di uccisione”, una per uomini e l’altra per donne e bambini.


David Zeisberger predica agli Indiani

Gli Indiani vennero legati, storditi a colpi di bastone sulla testa e uccisi con micidiali tagli di scalping. In tutto la milizia uccise e scalpò 28 uomini, 29 donne e 39 bambini. Due ragazzi indiani, uno dei quali era stato scalpato, sopravvissero per raccontare il massacro. I corpi vennero allineati negli edifici della missione e il villaggio venne dato alle fiamme. Furono bruciati anche gli altri villaggi moraviani abbandonati. La milizia saccheggiò i villaggi prima di incendiarli. Il bottino, che richiese 80 cavalli per essere portato via, comprendeva ogni cosa che gli abitanti avevano posseduto: pellicce per il commercio, oggetti di peltro, servizi da te e vestiario. Pochi anni dopo il missionario Heckewelder radunò i resti dei Lenape e li seppellì sotto un mucchio di terra nel lato sud del villaggio.
Benché molti coloni fossero indignati per il massacro di Gnadenhutten, i residenti della frontiera, incattiviti dalla ferocia della guerra, generalmente appoggiarono le azioni della milizia. Nonostante si parlasse di portare gli assassini davanti alla giustizia, non vennero levate accuse per il crimine e il conflitto continuò senza interruzioni. I Lenape alleati degli Inglesi cercavano la vendetta per il massacro di Gnadenhutten. Quando il generale George Washington ebbe notizia del massacro, ordinò ai soldati americani di evitare di essere catturati vivi. Evidentemente temeva ciò che gli ostili Lenape avrebbero potuto fare agli Americani catturati.


Il massacro di Gnadenhutten

Nel 1810 Tecumseh chiese al futuro presidente William Henry Harrison: «Ricordate il tempo in cui gli Indiani di Gesù dei Delaware vivevano con gli Americani, avevano fiducia nelle loro promesse di amicizia e, sebbene essi fossero sicuri, ebbene, gli Americani li uccisero tutti, uomini, donne e bambini, anche mentre stavano pregando Gesù?»

La battaglia di Little Mountain

Il 19 marzo 1782 il capitano James Estill ricevette un messaggio dal colonnello Benjamin Logan, che richiedeva aiuti dopo che nelle vicinanze di Boonesborough erano state rinvenute tracce del passaggio di un gruppo di guerra Wyandot; inoltre erano state avvistate delle canoe vuote che discendevano il fiume Kentucky. Dopo aver raccolto una quarantina di uomini dagli insediamenti delle vicinanze, Estill cominciò a rastrellare la zona. Mentre era lontano, i Wyandot attaccarono un certo numero di centri abitati, compreso Estill’s Station, uccisero la quattordicenne Jennie Glass e catturarono Munk Estill, uno schiavo che apparteneva a James Estill. Sotto interrogatorio, il coraggioso schiavo riuscì a convincere i Wyandot a sospendere l’attacco, persuadendoli che Estill’s Station era completamente presidiata (in realtà, con l’eccezione di un uomo in malattia, al forte erano presenti solo donne e bambini). Dopo aver ucciso un certo numero di capi di bestiame, i Wyandot si allontanarono attraversando il fiume.
Appena gli Indiani si furono ritirati, Samuel South e Peter Hackett, entrambi ancora ragazzi, vennero inviati a cercare il capitano Estill e a informarlo degli attacchi. Essi trovarono Estill vicino alla foce del Drowning Creek nel Red River, nella prima mattinata del 21 marzo. Circa la metà degli uomini di Estill avevano lasciato le famiglie al forte. Essi ritornarono alla Estill’s Station nella stessa giornata. Ben presto Estill fece ritorno con tutti gli altri. Egli ordinò a cinque uomini di restare a Estill’s Station e condusse gli altri all’inseguimento del gruppo di guerra che aveva effettuato l’incursione. Pose il campo a Little Mountain, in vicinanza dell’odierna città di Mount Sterling, nel Kentucky. Il giorno dopo, riprendendo l’inseguimento, Estill fu obbligato a lasciare indietro una decina di uomini, i cui cavalli erano troppo stanchi per continuare. Seguendo tracce fresche, Estill e i 25 uomini che erano con lui trovarono il gruppo di guerra dei Wyandot sul Little Mountain Creek. Il combattimento fra le due parti, separate dal torrente Little Mountain Creek, sfociò in una violenta e feroce battaglia che divampò per quasi due ore. Pare che il capo dei Wyandot, Sourehoowah, fosse colpito alla prima scarica di fucileria e spronasse i suoi guerrieri a continuare a combattere anche mentre era in punto di morte. Dopo aver continuato per qualche tempo la sparatoria da un lato all’altro del torrente, entrambi i contendenti avevano subito pesanti perdite.


Guerra nella foresta

Quando i Wyandot cominciarono a guadare il corso d’acqua, Estill rispose dividendo le sue forze i tre gruppi. Egli stesso si pose sul fianco destro, il tenente William Miller fu dislocato sulla sinistra e un altro ufficiale doveva tenere il centro. Miller ricevette l’ordine di aggirare la retroguardia dei Wyandot dalla sinistra. Mentre si preparava a condurre l’attacco, una pallottola colpì il suo moschetto. Secondo quanto viene riportato, Miller gridò: «E’ imprudente restare qui per essere abbattuti!», e abbandonò la scena seguito dai suoi uomini. Con il fianco sinistro di Estill ora scoperto e il torrente difeso da soli quattro uomini, i Wyandot poterono lanciarsi all’attacco, uccidendo sei uomini della milizia mentre erano in ritirata. Estill era già stato ferito tre volte.
Mentre tentava di fuggire con i suoi uomini, rimase ucciso in un combattimento corpo a corpo con un guerriero Wyandot che lo inseguiva.
Joseph Proctor, della milizia, fu testimone della morte di Estill e uccise il guerriero con un colpo di fucile. Era rimasto solo un pugno di uomini per parte e la battaglia terminò con i Kentuckiani che si ritiravano dal terreno dello scontro. I Kentuckiani che erano stati catturati riferirono più tardi che i Wyandot avevano perso 20 guerrieri. Lo schiavo Monk, che durante la battaglia era fuggito, riferì che 17 Wyandot erano stati uccisi e altri due feriti. Ciò venne poi confermato da un altro prigioniero che era riuscito a fuggire. I Kentuckiani sopravvissuti alla battaglia furono 18.
William Miller divenne il capro espiatorio sia per la sconfitta dei Kentuckiani, sia per la morte del capitano Estill. Uno degli scampati, David Crook, a quanto si dice restò in pericolo di vita per vent’anni dopo la battaglia. Miller non tornò mai a Estill’s Station per difendersi dai suoi accusatori. Monk Estill ebbe un particolare riconoscimento per il suo coraggio durante la battaglia e per aver trasportato uno dei combattenti, che era rimasto ferito, per almeno 40 chilometri fino a Estill’s Station. Dopo poco tempo venne liberato ad opera di Wallace Estill, diventando così il primo schiavo liberato del Kentucky.


Le battaglie della Guerra di Rivoluzione in Ohio

Il luogo dove per tradizione Estill trovò la morte, ucciso in un combattimento corpo a corpo, è contrassegnato da una targa posta vicino a un albero di sicomoro a Kingston Creek. Nel 1808 nel Kentucky la contea di Estill venne così designata in onore di James Estill.

La spedizione Crowford

Nel mese di settembre del 1781 il generale William Irvine venne nominato comandante del Dipartimento Ovest dell’Esercito Continentale, che aveva per quartier generale Fort Pitt. Benché poi, nell’ottobre 1781, un importante esercito inglese, comandato da Lord Cornwallis si fosse arreso a Yorktown, ponendo virtualmente fine alla guerra nel settore orientale, il conflitto continuava sulla frontiera occidentale. Irvine apprese che gli Americani che abitavano la frontiera desideravano che l’esercito lanciasse un’offensiva contro Detroit per porre termine al persistente appoggio inglese ai gruppi di guerra indiani. Irvine studiò la situazione, poi il 2 dicembre scrisse a George Washington, comandante in capo americano: «Io credo che tutti siamo universalmente d’accordo che l’unico modo per evitare che gli Indiani continuino a devastare la frontiera sia quello di visitarli. Ma noi sappiamo per esperienza che bruciare i loro villaggi vuoti non ha l’effetto desiderato. Essi possono costruirne presto altri. Essi devono essere perseguiti e battuti, o gli Inglesi, da cui gli Indiani ricevono supporto, essere mandati fuori completamente dal paese. Io credo che se Detroit fosse distrutta, sarebbe un buon passo avanti per dare almeno una prosperità temporanea a questo paese.» Washington concordava con l’asserzione di Irvine, che Detroit doveva essere catturata o distrutta per terminare la guerra nell’ovest. Nel febbraio 1782 Irvine inviò a Washington un piano dettagliato per un’offensiva. Irvine stimava che con 2.000 uomini, cinque cannoni e una carovana di rifornimenti avrebbe potuto prendere Detroit. Washington replicò che il Congresso americano, in bancarotta, non era in grado di finanziare la campagna, e scrisse che «operazioni offensive, eccetto che su piccola scala, in questo momento non possono essere prese in considerazione.»
Senza nessuna risorsa disponibile né da parte del Congresso, né da parte dell’Esercito Continentale, Irvine diede il permesso ai volontari di organizzare una loro propria offensiva. Detroit era troppo lontana e troppo forte per un’operazione su scala ridotta, ma uomini della milizia come David Williamson erano dell’idea che una spedizione contro i villaggi indiani sul fiume Sandusky fosse praticabile. Doveva essere una campagna a basso costo. Ciascun volontario doveva provvedere a sue spese per cavallo, fucile, munizioni, razioni e il resto dell’equipaggiamento. L’unica paga sarebbe stata un’esenzione di due mesi dal servizio di milizia, più qualunque bottino potesse essere preso agli Indiani. A causa delle perduranti incursioni degli Indiani – per esempio la moglie e i bambini di un ministro Battista erano stati uccisi e scalpati nella Pennsylvania occidentale il 12 maggio 1782 – non vi era scarsità di uomini per il servizio volontario. Per via delle riserve sollevate da Washington, Irvine pensava di non essere autorizzato a condurre egli stesso la spedizione. In ogni caso fece tutto quello che poté per influire sull’organizzazione della campagna, compreso lo scrivere istruzioni dettagliate per essere scelto come comandante dei volontari: «L’obiettivo del vostro comando è di distruggere col ferro e col fuoco (se possibile) la città indiana e l’insediamento di Sandusky, con la qual cosa noi speriamo di dare pace e sicurezza agli abitanti di questo paese; ma, se non fosse possibile, allora voi senza dubbio condurrete a termine altre azioni come sono nelle vostre possibilità, in modo che, come conseguenza, siano orientate a rispondere a questa grande sfida.»


Villaggio Mohawk – 1780

Il 20 maggio 1782 i volontari cominciarono a radunarsi nel punto di raccolta di Mingo Bottom (oggi Mingo Junction, nell’Ohio), sulla sponda indiana del fiume Ohio. Per lo più si trattava di giovani di discendenza irlandese o scozzese e provenivano soprattutto dalle contee di Washington e Westmoreland della Pennsylvania. Molti erano veterani dell’Esercito Continentale.
Non si conosce l’esatto numero dei partecipanti alla spedizione. In una lettera datata 24 maggio un ufficiale scrisse al generale Irvine che c’erano 480 volontari, anche se altri uomini avrebbero potuto aggiungersi al gruppo successivamente, portando il totale a più di 500 armati. Data la natura del compito che essi avevano davanti, molti dei volontari prima di partire redassero il “testamento e ultime volontà”. Dato che questa era una spedizione su base volontaria e non una operazione dell’esercito regolare, furono gli uomini a eleggere i propri ufficiali. I candidati per la posizione di vertice erano David Williamson, il colonnello delle milizia che aveva comandato la spedizione su Gnadenhütten, e William Crawford, colonnello a riposo dell’Esercito Continentale. Crawford, amico e agente territoriale di George Washington, era un esperto soldato e uomo di frontiera. Era un veterano di questo genere di operazioni, avendo distrutto due villaggi Mingo nella Guerra di Dunmore del 1774. Il sessantenne Crawford era riluttante a offrirsi volontario, ma acconsentì dietro richiesta del generale Irvine. Williamson, sebbene molto popolare nella milizia, era disapprovato dagli ufficiali dell’esercito perché aveva permesso il massacro di Gnadenhütten. Sperando di evitare una ripetizione, Irvine rese noto di essere favorevole all’elezione di Crawford come comandante. Nella votazione, che fu contrastata, i due candidati finirono con posizioni ravvicinate: Crawford ricevette 235 voti, Williamson 230. Il colonnello Crawford assunse il comando e Williamson divenne vice comandante con il grado di maggiore. Altri tre maggiori erano John B. McClelland, Thomas Gaddis e James Brenton (citato anche come Joseph Brinton).
Dietro richiesta di Crawford, Irvine permise al dottor John Knight, ufficiale dell’Esercito Continentale, di accompagnare la spedizione come chirurgo. Un altro volontario proveniente dallo staff di Irvine era uno straniero dai modi aristocratici, che si faceva chiamare “John Rose”. Rose chiese di servire come aiutante di campo di Crawford. Il vero nome di Rose, sconosciuto anche al generale Irvine fino a molti anni dopo, era in realtà quello del barone Gustave Rosenthal, nobiluomo della Germania baltica, proveniente dall’Impero Russo, che era fuggito in America dopo aver ucciso un uomo in un duello. Rosenthal è il solo Russo che si sappia abbia combattuto dalla parte degli Americani nella Guerra di Rivoluzione.


Il viaggio della Spedizione Crawford

I volontari di Crawford lasciarono Mingo Bottom il 25 maggio 1782, portando con loro provviste per 30 giorni. Nel pianificare l’operazione, il generale Irvine aveva calcolato che il viaggio per Sandusky – più di 280 chilometri – avrebbe richiesto una settimana. La campagna cominciò con il morale delle truppe molto elevato.
Alcuni dei volontari si vantavano che intendevano «sterminare l’intera tribù Wyandot.» Come accadeva spesso nel caso della milizia, composta di soldati dilettanti poco addestrati, vi era difficoltà nel mantenere la disciplina militare. Gli uomini sprecavano le razioni e spesso sparavano con i moschetti per fare scommesse, nonostante gli ordini lo proibissero. Inoltre erano lenti a smontare l’accampamento al mattino e spesso mancavano nel montare per il loro turno di guardia. Crawford si dimostrò anche un comandante meno capace di quanto ci si aspettava. Rose scrisse che nelle riunioni Crawford «parla in modo incoerente, propone le questioni in modo confuso ed è incapace di portare le persone ad approvare sua opinione.» La spedizione si fermava spesso perché i comandanti discutevano sul da farsi. Alcuni volontari si scoraggiavano e disertavano.
Il viaggio attraverso il territorio dell’Ohio si svolgeva per lo più nei boschi. Inizialmente i volontari marciavano su quattro colonne, ma il fitto sottobosco li costrinse a formarne solo due. Il 3 giugno gli uomini di Crawford emergevano sul terreno scoperto dei Piani di Sandusky, una regione prativa al di sotto del fiume Sandusky. Il giorno seguente raggiunsero Upper Sandusky, il villaggio Wyandot dove si aspettavano di trovare il nemico. Invece scoprirono che era stato abbandonato. All’insaputa degli Americani, i Wyandot avevano di recente riposizionato il villaggio a una dozzina di chilometri più a nord. Il nuovo Upper Sandusky, chiamato anche “Half King’s Town”, si trovava nelle vicinanze dell’attuale abitato di Upper Sandusky, in Ohio e vicino al villaggio di Captain Pipe (oggi è la cittadina di Carey, Ohio). Gli Americani ignoravano che Captain Pipe fosse nelle vicinanze.
Gli ufficiali di Crawford tennero un consiglio di guerra. Qualcuno argomentò che il fatto che il villaggio fosse abbandonato provava che gli Indiani sapevano della spedizione e stavano concentrando le loro forze altrove. Altri espressero il desiderio di interrompere la spedizione e tornare immediatamente a casa. Williamson chiese il permesso di prendere 50 uomini e bruciare il villaggio abbandonato, ma Crawford rifiutò, non volendo dividere le sue forze. Il consiglio decise di continuare la marcia per il resto del giorno, ma poi di non proseguire oltre. Quando la colonna si fermò per il pranzo, John Rose venne mandato a nord con una pattuglia esplorativa. Ben presto tornarono due uomini con la notizia che la pattuglia si stava scontrando con una grossa banda di Indiani che stavano dirigendosi verso gli Americani.
I fratelli Girty
Mentre pianificava la spedizione, il generale Irvine aveva ammonito Crawford con queste parole: «La vostra migliore possibilità di successo sarà, se possibile, l’elemento sorpresa contro Sandusky.» Inglesi e Indiani, tuttavia, avevano saputo della spedizione fin da quando l’armata di Crawford aveva lasciato Mingo Bottom. Grazie a informazioni ottenute da un soldato americano catturato, l’8 aprile il ben noto agente inglese Simon Girty aveva inviato a Detroit una relazione dettagliata sui piani di Crawford. Di conseguenza gli ufficiali del Dipartimento Indiano britannico in Detroit si erano preparati ad agire. Comandante a Detroit era il maggiore Arent Schuyler DePeyster, sotto il diretto comando di sir Frederick Haldimand, governatore generale per il Nord America. DePeyster si servì di agenti come Girty, Alexander McKee e Matthew Elliott, che avevano tutti relazioni dirette con gli Indiani, per coordinare le azioni militari anglo-indiane nella Contea dell’Ohio. In un consiglio tenuto a Detroit il 15 maggio, DePeyster e McKee riferirono della spedizione su Sandusky a una riunione di capi indiani e consigliarono loro di «stare pronti a scontrarsi in gran numero con loro e respingerli.» McKee fu inviato ai villaggi Shawnee della valle del gran fiume Miami per reclutare guerrieri contro l’invasione americana. Il capitano William Caldwell venne distaccato a Sandusky con una compagnia di Butler’s Rangers a cavallo, come pure un certo numero di Indiani dell’area di Detroit, guidati da Matthew Elliot.


Il colonnello William Crawford

Gli esploratori indiani avevano spiato la spedizione fin dal momento della sua partenza. Non appena l’armata di Crawford aveva cominciato ad attraversare il territorio dell’Ohio, Sandusky era già in allarme.
Quando gli Americani arrivarono nelle vicinanze, donne e bambini dei villaggi Wyandot e Delaware vennero nascosti nei canaloni naturali prossimi all’abitato, mentre i commercianti di pelli inglesi raccoglievano i loro averi e si affrettavano fuori dal villaggio. Il 4 giugno i Delaware di Captain Pipe e i Wyandot di Dunquat, detto “Half King”, assieme ad alcuni Mingo, unirono le forze per opporsi agli Americani. Il totale delle forze Delaware, Wyandot e Mingo è stato stimato variabile fra i 200 e i 500 guerrieri. I rinforzi inglesi erano vicini, ma gli Shawnee da sud non erano aspettati che per il giorno dopo. Quando apparvero gli esploratori americani, i Delaware di Pipe li seguirono, mentre i Wyandot inizialmente si tennero indietro.
La prima schermaglia della spedizione Crawford cominciò alle 2 del pomeriggio del 4 giugno 1782. La pattuglia esplorativa di John Rose incontrò i Delaware sui Piani di Sandusky ed effettuò una ritirata combattendo fino ad un boschetto, dove erano state ammassate le provviste. La pattuglia era sul punto di essere sopraffatta, ma presto venne in suo aiuto il corpo principale dell’esercito di Crawford. Questi ordinò agli uomini di smontare e scacciare gli Indiani dalla zona alberata. Dopo un intenso combattimento gli Americani presero possesso del boschetto, divenuto in seguito noto come “Battle Island”. Alle 4 del pomeriggio lo scontro iniziale era divenuto una battaglia su vasta scala. Dopo che i Delaware erano stati scacciati dal bosco dagli Americani ed erano stati costretti a spostarsi nella prateria, ricevettero rinforzi dai Wyandot di Dunquat. Sulla scena arrivò anche Elliot, che prese a coordinare l’azione dei Delaware e dei Wyandot. I Delaware aggirarono abilmente le posizioni degli Americani e quindi attaccarono la retroguardia. Alcuni Indiani strisciarono vicino alle linee americane nell’erba alta della prateria. Gli Americani risposero arrampicandosi sugli alberi per poter sparare meglio contro di loro.
Il fumo che fuorusciva dai fucili rendeva difficile vedere. Dopo tre ore e mezza di incessante combattimento, con l’avvicinarsi della notte gli Indiani si sganciarono gradualmente dall’attacco. Entrambi gli schieramenti dormirono con le armi a fianco e avevano circondato le loro posizioni con grandi fuochi in modo da prevenire attacchi di sorpresa nella notte. Nel primo giorno di scontri, gli Americani avevano perso 5 uomini, con 19 feriti. Gli Anglo-Indiani avevano avuto 5 morti e 11 feriti. I volontari americani avevano scalpato alcuni degli Indiani morti, mentre gli Indiani avevano tolto i vestiti ai nemici uccisi e ne avevano scalpato almeno uno. Quindici volontari della Pennsylvania disertarono durante la notte e tornarono a casa riferendo che l’esercito di Crawford “era stato fatto a pezzi”. La battaglia si riaccese nella prima mattinata del 5 giugno. Gli Indiani non si avvicinavano, ma rimanevano a una distanza di circa 250 metri. Tiri a così lunga distanza con moschetti a canna liscia causarono poche perdite in entrambi i campi.


Battle Island – dipinto di Frank Halbedel (1880)

Gli Americani pensavano che gli Indiani si tenessero indietro a causa di gravi perdite subite nella giornata precedente. In effetti, invece, gli Indiani stavano prendendo tempo in attesa dei rinforzi che dovevano arrivare. Crawford decise di tenere la posizione tra gli alberi e di effettuare un attacco di sorpresa contro gli Indiani appena calata la notte. In questo momento egli confidava ancora nella vittoria., sebbene i suoi uomini fossero carenti di munizioni e l’acqua scarseggiasse. Simon Girty, l’agente e interprete inglese, si presentò a cavallo con una bandiera bianca e chiese la resa agli Americani, cosa che venne rifiutata. Nel pomeriggio finalmente gli Americani si accorsero che circa 100 rangers inglesi combattevano con gli Indiani. Ignari che la spedizione era stata avvistata fin dal suo inizio, gli Americani furono sorpresi che le truppe inglesi di Detroit fossero riuscite ad intervenire nella battaglia con un così breve preavviso. Mentre gli Americani erano impegnati in queste considerazioni, arrivò Alexander McKee con circa 140 Shawnee comandati da Serpente Nero, i quali presero posizione a sud di Crawford, circondando così gli Americani.
Gli Shawnee spararono ripetutamente in aria con i loro moschetti, una dimostrazione di forza cerimoniale nota come feu de joie (fuoco di gioia), il che diede un colpo al morale degli Americani. Ricorda Rose che «il feu de joie ci diede il colpo di grazia». Con un tale numero di nemici radunati intorno a loro, gli Americani decisero di ritirarsi appena scuro piuttosto che organizzare una resistenza. I morti furono seppelliti e vennero accesi fuochi sopra le tombe in modo che sembrassero i resti fumanti dell’accampamento, per evitare che venissero individuate e profanate. I feriti gravi vennero sistemati su barelle in preparazione della ritirata. Quella notte gli Americani cominciarono a ritirarsi silenziosamente dalla zona degli scontri.


Due immagini di rangers inglesi dell’epoca

Le sentinelle indiane localizzarono il movimento e attaccarono, creando confusione. Molti volontari finirono per perdersi nel buio, a piccoli gruppi separati tra loro. Crawford era preoccupato per i membri della sua famiglia – suo figlio John, suo genero William Harrison e suo nipote, anche lui di nome William Crawford. Mentre i suoi uomini andavano avanti, Crawford rimase in zona con il dottor Knight, chiamando i suoi parenti scomparsi a gran voce senza trovarli. Crawford si infuriò quando si rese conto che la milizia, nonostante i suoi ordini, aveva lasciato indietro alcuni dei feriti. Dopo che tutti gli uomini furono passati, Crawford e Knight, assieme ad altri due, finalmente se ne andarono, ma senza riuscire a trovare il corpo principale dell’armata.

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