I Mandan

A cura di Alessandra Pedrazzini

I Mandan in una loro cerimonia
I Mandan erano una nazione indiana che abitava il Nord America. Avevano una lingua appartenente al ceppo linguistico “Siouan”; erano indiani sedentari dell’area delle grandi pianure ed erano strettamente collegati ai loro “vicini” del fiume Missouri, gli Arikara e gli Hidatsa. I Mandan erano caratterizzati da certi tratti culturali tra cui una particolare rilevanza ricopriva il cosiddetto “mito delle origini” in cui si narrava che i loro antenati erano risaliti da sotto la terra, arrampicandosi sulle radice della vite. Secondo quanto tramandatoci, i Mandan abitavano la riva orientale del fiume Missouri, ma successivi movimenti li portarono lungo quella occidentale.
A partire dalla metà del XVIII secolo si stabilirono in 9 villaggi distinti lungo la bocca del fiume Heart nel Nord Dakota.
Dopo aver sofferto duramente a causa del diffondersi del vaiolo e per alcuni attacchi degli Assiniboin e dei Sioux, i Mandan si trasferirono più lontano, in direzione nord lungo il Missouri, scegliendo un punto che era di fronte ad un insediamento Arikara.


Una coppia Mandan davanti ad una abitazione

Qui i Mandan sopravvissuti si riunirono in 2 soli villaggi sulle rive opposte del fiume Knife. Conobbero Lewis e Clark nel 1804 e proprio i 2 esploratori stimarono la loro consistenza numerica in circa 1.250.
Nel 1837 furono investiti da una nuovo drammatica epidemia di vaiolo e di colera e si ridussero a soli 150, tutti riuniti in un solo villaggio.
Il vaiolo raggiunse i Mandan in una maniera che ha dell’incredibile, ma che rende bene l’idea di come vi fosse trascuratezza nelle relazioni tra bianchi e indiani. Nel 1837 un battello a vapore carico di merci di proprietà dell’American Fur Company partì da Saint Louis e prese a risalire il fiume Missouri; a bordo si scatenò un putiferio perchè alcuni passeggeri si ammalarono di vaiolo.


I bianchi raggiungono un villaggio Mandan

Si pensò di risolvere il problema facendo scendere gli ammalati e riprendendo serenamente la navigazione, giacchè ogni sosta o ritardo sarebbe costata parecchio denaro alla compagnia. Il vaiolo, però, rimase a bordo e ogni sosta lungo il fiume contribuì a diffondere quella terribile malattia tra gli stanziamenti indiani, compresi quelli dei Mandan.
Al ritorno dalla sua navigazione, gli uomini del battello poterono osservare che erano morti almeno 15.000 indiani; la nazione Mandan era stata quasi annientata.
Quando gli Hidatsa, nel 1845, si spostarono verso le regioni a nord, verso il fiume Berthold, i pochi Mandan rimasti in vita decisero di unirsi a loro.
Il Nord Dakota ospitò, a partire dal 1845, un’ampia riserva in cui si riunirono i gruppi di Mandan, Hidatsa e Arikara.


Un gruppo di Mandan

Una delle caratteristiche più riconoscibili dei Mandan era costituita dai loro villaggi permanenti composti da casette di terra.
Ogni casetta era a pianta circolare con il tetto a forma di cupola e con un foro in cima per permettere al fumo di uscire. All’esterno il tetto veniva ricoperto di canne e di ramoscelli e isolato perfettamente con una ulteriore copertura di di fieno e di terra. La casetta, inoltre, aveva sempre un ampio porticato. L’interno era sostenuto da quattro colonne di legno, su cui venivano posate le travi a cui era affidato il compito di sostenere il peso del tetto. Queste casette, edificate dalle donne della tribù, ospitavano in media 10 persone e i villaggi erano solitamente formati da decine e decine di abitazioni.
Più la famiglia era importante nell’ambito del proprio gruppo e più la loro casa veniva a situarsi in prossimità del centro del villaggio.


Una classica abitazione di un villaggio Mandan

Originalmente le abitazioni erano rettangolari, ma intorno al 1500 i Mandan cominciarono a costruirle di forma circolare. Verso la fine del diciannovesimo secolo i Mandan iniziarono a costruire piccole baracche, solitamente con due stanze, intorno ad un centro ideale in cui c’era un albero circondato da una recinzione di legno; questo albero rappresentava l’uomo solo, una delle figure principali della mitologia dei Mandan.
In estate – stagione lavorativa per eccellenza – i Mandan erano prevalentemente dediti all’agricoltura (con importanti coltivazioni di mais, fagioli e zucche) e alla caccia al bisonte. La caccia al bisonte era caratteristica anche delle altre stagioni, anche se in inverno era resa quasi impossibile dalle difficili condizioni climatiche della zona delle pianure.
I Mandan vestivano alla maniera di tutti gli indiani delle pianure e in questo senso sono altamente eplicativi i ritratti che ci sono stati lasciati dal pittore George Catlin.


I Mandan ospitano George Catlin

In origine i Mandan erano divisi in 13 clan. Ciascuno di questi si occupava del proprio nucleo familiare esteso, inclusi gli orfani e gli anziani. Ogni Clan custodiva una borsa sacra contenente oggetti molto importanti secondo la loro particolare religiosità. I custodi di queste borse sacre erano considerati le guide del clan e della tribù.
Ai bambini veniva attribuito un nome circa dieci giorni dopo la loro nascita in una speciale cerimonia dedicata a questo evento in cui ogni bambino veniva ufficialmente affidato alle famiglie ed ai clan. Le ragazze venivano presto istruite affinché potessero svolgere al meglio il loro ruolo di padrone di casa e madri, nonché di agricoltori, mentre ai ragazzi si insegnavano la caccia e la pesca fin dai dieci o undici anni.
L’unione matrimoniale tra i Mandan era organizzata generalmente dai membri del proprio clan e solo occasionalmente veniva celebrata senza l’approvazione dei genitori della coppia. Il divorzio poteva essere ottenuto facilmente.


Un cacciatore invoca l’arrivo dei bisonti

Sui rapporti difficili con i bianchi si ricorda il discorso di Quattro Orsi, un capo Mandan, nel giorno della sua stessa morte a causa del vaiolo: “Amici miei, e di ciò che ho da dire: sin da quando posso ricordare, siamo stati amici dei bianchi e andiamo vissuto assieme al loro sin da quando ero ragazzo e, per quanto posso sapere, non ho mai fatto un torto a un uomo bianco ma, al contrario, li ho sempre protetti dagli attacchi degli altri, e essi non possono negarlo.
Quattro Orsi
Quattro Orsi non lasciò mai un uomo bianco affamato, perché gli diede sempre da mangiare e da bere, oltre a una pelle di bisonte per dormire, se ne aveva bisogno. Era sempre pronto a morire per loro, e non possono negarlo. Ho fatto tutto quello che un uomo rosso può fare per loro, e come mi hanno ripagato! Con l’ingratitudine! Non ho mai chiamato cane un uomo bianco, ma oggi io li maledico perché sono un branco di cani neri cornuti, che mi hanno ingannato e, mentre io li trattavo sempre da fratelli, si sono rivelati invece come i peggiori nemici. Ho preso parte a molte battaglie e spesso sono stato ferito, e delle ferite subite dai nemici mi vanto, ma oggi sono ferito, e da chi? Da quegli stessi cani bianchi, che ho sempre considerato e trattato come fratelli. Io non temo la morte, amici miei. Voi lo sapete, ma temo di morire con questa faccia marcia, tanto che i lupi stessi inorridiranno al vedermi e fuggiranno dicendo: quello è Quattro Orsi, l’amico dei bianchi. Ascoltatemi bene, perché sarà l’ultima volta che mi udrete parlare. Pensate che le vostre mogli, i bambini, fratelli e sorelle, amici e tutti i nostri cari sono morti, stanno morendo con le loro facce marce per causa di quei cani bianchi, pensate a tutto ciò, amici miei, e insorgete e tutti assieme non lasciatene uno solo vivo.”

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