Lo spirito della frontiera

A cura di Domenico Rizzi

Quando il capitano John Smith, eroe di mille avventure vere o inventate nella tormentata Europa del XVII secolo, approdò alle coste della Virginia nel 1607, i colonialisti inglesi non potevano certo immaginare le conseguenze politico-sociali che l’impresa avrebbe avuto nel lungo periodo. La spedizione mirava, come le altre che l’avevano preceduta senza successo, ad impossessarsi di una porzione di suolo americano per contrastare l’invadenza degli Spagnoli – già saldamente insediati del Messico, nel Centro e Sud America – e dei Francesi, che dalle fredde regioni canadesi minacciavano di allargare, grazie ai loro intrepidi esploratori e “voyageurs”, le aree più ricche di cacciagione del nuovo continente.
Il manipolo di avventurieri che aveva posto una seria ipoteca sul possesso dell’odierna Virginia, fu seguito da altri arrivi nel breve volgere di qualche anno e nel 1620 i Padri Pellegrini sbarcarono a Cape Cod, nel Massachussets, per fondarvi altre colonie.
Verso la fine del ‘600, i coloni del New England erano già circa 150.000, mentre Francesi, che occupavano un territorio immensamente più esteso, non raggiungevano i 14.000 individui e gli Spagnoli del Messico, della California e della Florida sfioravano le 200.000 unità. A questi si andava progressivamente aggiungendo una popolazione mista di “mestizos” e “negritos”, che avrebbe fatto lievitare in poco tempo il numero degli abitanti della Nuova Spagna.
Gli Inglesi avevano costruito agglomerati, villaggi e grandi fattorie per l’allevamento del bestiame, erano sorte la città di Boston e l’università di Harvard nel Massachussets e i Puritani rivendicavano la propria autonomia creando una società basata sui rigidi dettami della loro etica religiosa. I loro avversari più diretti, comandati dal conte Louis Buade de Frontenac, avevano in Quèbec e Montreal i principali centri urbani, commerciavano con gli Indiani e spingevano le loro mire espansionistiche sempre più verso occidente, costruendo fortini e posti commerciali nell’illusione di consolidare il dominio su territori troppo vasti quanto scarsamente popolati dalla gente di razza bianca.
Il colonizzatore tipico dei possedimenti spagnoli era, una volta tramontata l’epopea dei “conquistadores” come Alvar Nunez “Cabeza de Vaca”, Francisco Vasquez de Coronado e Ponce de Leon, il latifondista. Quasi sempre di origini nobiliari, egli costruiva la sua ricchezza sullo sfruttamento della manodopera india e africana, soffocando senza pietà qualsiasi aspirazione ad un trattamento meno disumano.


La conquista del continente passa attraverso le esplorazioni

La “grande conquista” era stata spinta, più che dall’esigenza di estendere la dominazione iberica alle Americhe, dalla irresistibile attrazione dell’oro. Tutti o quasi tutti gli avventurieri che precedettero o seguirono le orme di Hernàn Cortès, furono guidati soprattutto dal mito dell’”Eldorado”, che si trattasse dei favolosi tesori degli Inca a cui mirava Francisco Pizarro o dell’illusoria esistenza delle Sette Città di Cibola ossessivamente ricercate da Coronado.
I Francesi puntavano invece allo sfruttamento delle inesauribili risorse venatorie offerte dal Nuovo Mondo, alle pellicce pregiate ottenute attraverso gli scambi con le tribù algonchine. Anche per questo i loro insediamenti si rivelarono poco consistenti allorchè si trovarono a competere con la potenza britannica, che aveva creato una rete assai più fitta di piccole colonie stabilmente presidiate da laboriosi agricoltori ed allevatori, mantenendo un controllo molto più saldo del territorio.
Gli Olandesi, approdati in America nei primi decenni del XVII secolo, avevano trasformato l’isola di Manhattan – sottratta agli indiani Matinnecock in cambio di pochi fiorini – in una loro base commerciale, creando postazioni avanzate con Schenectady e Fort Orange, che non sarebbero sopravvissute, al pari di Nuova Amsterdam, al dilagare dell’espansione britannica.
Verso la metà del Settecento esistevano già centri urbani di ragguardevoli dimensioni – New York, Boston, Philadelphia, Quebèc, Montreal – ma la maggior parte degli “Americani” occupava ancora piccoli villaggi, avamposti e fattorie isolate. Il fenomeno dell’inurbamento, conseguente alla Rivoluzione Industriale inglese, non si sarebbe manifestato come nella vecchia Europa, nonostante il progresso tecnologico e la comparsa di complessi industriali nelle città.
Il pioniere di quell’epoca era, in larga misura, ancora nomade ed in continua migrazione verso terre inesplorate, viveva spesso a stretto contatto con i Pellirosse e ne acquisiva inevitabilmente usanze, costumi e modi di pensare.


Indiani e trapper

Il cacciatore delle foreste, chiamato “trapper” e più tardi “uomo delle montagne”, conduceva un’esistenza ai margini della civiltà, della quale disdegnava le convenzioni troppo rigide, considerate opprimenti. Elemento libero e praticamente senza patria, indipendentemente dalla sua origine francese, olandese o inglese, amava soggiornare nei boschi, sugli altipiani o nelle montagne, in prossimità di grandi laghi, fiumi navigabili e torrenti.
La selvaggina gli assicurava la sopravvivenza ed al tempo stesso la possibilità di lauti guadagni; le sue fatiche di trappolatore, non equivalevano la dura vita di coltivatore del suolo, costretto a difendere continuamente il frutto del suo lavoro dalle calamità naturali e dalle incursioni indiane. Poco incline a crearsi una famiglia in senso ortodosso, il “trapper” si circondava sovente di donne pellirosse, generava figli meticci e non era troppo tenuto ad osservare l’esistenza di tali vincoli. Odiava i “parrucconi” delle città, il loro parlare forbito, le loro maniere troppo formali ed il loro stesso sistema di vita.
Nelle “wilderness”, le regioni selvagge in cui si aggirava per gran parte dell’anno, egli uccideva e scuoiava animali da pelliccia, costruiva ripari provvisori con tronchi d’albero, corteccia e fronde ed era sempre pronto ad abbandonare quell’insediamento per trasferirsi altrove, in cerca di miglior fortuna o di una maggiore libertà, esattamente come facevano gli indigeni.
Durante i raduni con altri cacciatori o nelle brevi visite ai villaggi dell’area civilizzata, il “trapper” si prendeva sbornie colossali, lasciandosi andare ad intemperanze di ogni genere, che andavano dalle risse provocate dal suo carattere spigoloso ai duelli all’arma bianca con qualche soggetto che gli mostrava la propria intolleranza. Queste abitudini le avrebbe conservate per decenni, tramandandole ai “mountain men” che all’inizio dell’Ottocento presero d’assalto le vergini contrade dell’Ovest per cacciare il castoro, l’orso e la lontra.
A ovest!
Il cambiamento nello stile di vita “americano” influenzò notevolmente anche la strategia militare dell’epoca.
L’accozzaglia di irregolari, sbandati e indisciplinati che obbedivano agli ordini del generale George Washington durante la Rivoluzione – così definiti da molti ufficiali inglesi provenienti dalle severe accademie europee – diede filo da torcere all’armata di Sua Maestà fin dalle prime battute della guerra, perché non combatteva secondo i canoni tradizionali. Questa “marmaglia” era composta da contadini, meticci, cacciatori ed anche soldati che si erano dovuti spesso misurare con la ferocia e l’imprevedibilità delle tribù pellirosse: la dura disciplina imposta all’esercito britannico, non potè prevalere sulla loro conoscenza del territorio, sulla acquisita capacità di tendere imboscate o di battersi alla stregua degli Indiani. Tali uomini – che anche gli Inglesi avevano avuto al loro servizio durante i conflitti coloniali, con i “Queen’s Rangers dell’ardito maggiore Robert Rogers – costituivano la punta di diamante dei reparti che più tardi si sarebbero misurati con i nativi nella interminabile serie delle guerre indiane. Un’altra cocente umiliazione alla mentalità strategica del vecchio continente sarà inflitta, nel gennaio 1815, da Andrew Jackson agli Scozzesi di Lord Packenham, nelle paludi di New Orlèans. In quell’occasione, i cacciatori di “Old Hickory”, i suoi pirati, contrabbandieri e miliziani, avrebbero quasi annientato il contingente inglese combattendo appostati fra gli alberi contro reparti, numericamente molto superiori, che avanzavano in file serrate con la fanfara scozzese in testa.
Andrew Jackson
Mentre l’immigrazione dall’Europa continuava a ritmi crescenti dopo l’indipendenza americana – dalle 23.000 persone all’anno del primo Ottocento si passò progressivamente ad oltre 100.000 nell’arco di pochi decenni – gli “uomini delle foreste” diventavano più numerosi, spargendosi su un’area sempre più vasta, dalle Appalachian Mountains fino alle sponde del fiume Mississippi. I più arditi oltrepassarono il grande fiume molto tempo prima che Meriwether Lewis e William Clark portassero a termine la prima traversata continentale dal Missouri all’Oregon.
Molti di essi, come Daniel Boone e Davy Crockett, sarebbero diventati i prototipi del pioniere americano: infaticabili ed intrepidi esploratori, continuamente alla ricerca di nuove terre, sempre pronti a sfidare le insidie naturali quanto l’ostilità degli Indiani.
Completata la colonizzazione delle aree orientali degli Stati Uniti, altri uomini della stessa tempra – Manuel Lisa, John Colter, Hugh Glass, Jedediah Smith, Jim Bridger, Kit Carson – avrebbero continuato la loro opera ad occidente, aprendo piste fra le praterie e le montagne e guidando carovane di emigranti verso il lontano West.
Nel frattempo le città dell’Est civilizzato crescevano e si allargavano a dismisura, accogliendo i nuovi arrivi dall’Irlanda, dalla Germania, dalla Svezia e dalla Francia. Nel 1800 gli Stati Uniti avevano oltre 5.000.000 di abitanti, più che raddoppiati un ventennio più tardi. Nascevano l’industria pesante e la rete ferroviaria, cresciuta dalle 32 miglia del 1830 alle 9.000 del 1850. Nel 1835 esistevano già i primi quotidiani nazionali, il “New York Sun” e il “New York Tribune” e nello stesso anno Samuel Colt brevettava in Inghilterra il suo primo revolver, prodotto industrialmente in USA nel 1838 da una compagnia di Paterson, nel New Jersey.
Davy Crockett
Città come New York sfioravano già il milione di abitanti alla metà dell’Ottocento, ma i veri Americani continuavano ad essere affascinati dall’incontaminato scenario che si apriva ai loro occhi oltre il fiume Mississippi.
Il loro spirito d’avventura li aveva portati ad aprire sentieri e a fondare avamposti sul Platte, sul Missouri e sullo Yellowstone, a costruire “soddy houses” nelle località più isolate e inabitabili della Frontiera, a cercare la terra promessa nella desertica regione intorno al Gran Lago Salato dell’Utah.
Meno di un secolo dopo la proclamazione dell’indipendenza, la differenza fra un uomo del West ed un cittadino stanziale di una qualsiasi città dell’Est appariva abissale.
Il primo, sospinto da un irrefrenabile impulso di conquista, rappresentava l’America in continua espansione, il pioniere che tracciava il solco e apriva l’avanzata; il secondo, che conduceva una vita assai più confortevole e meno irta di pericoli, si era trasformato in affarista, banchiere, commerciante, battelliere del Mississippi, operaio dei laminatoi di Pittsburgh, o semplicemente scaricatore di porto a Boston e a New York. Le donne delle “shanty towns” irlandesi offrivano la loro opera come anonime cameriere o balie, mentre spregiudicate amazzoni quali Calamity Jane o Charlie Parkhurst si misuravano, al pari dei maschi, con le innumerevoli difficoltà dell’Ovest selvaggio e qualche altra, come Lucille Mulhall stupiva Theodore Roosevelt in un rodeo, facendo nascere ufficialmente l’appellativo di “cow-girl”.
Calamity Jane
Praticamente si era venuta a creare una duplice tipologia di Americani: entrambe contribuivano a formare la forza propulsiva che faceva crescere gli Stati Uniti, ma perfino Horace Greeley, con il suo invito a trasferirsi all’Ovest (“Go West, young man, and grow up with the Country!”) indicava idealmente nel “forntiersman” l’elemento trainante dell’espansione e della crescita.
Anche il newyorkese Teddy Roosevelt seguirà questa strada molti anni dopo, prendendo la via del Dakota per svolgervi il lavoro di “cow-boy” e fortificare il proprio fisico e forgiare il carattere. “Quando tornò a New York” annota uno storico “aveva la pelle scura dei contadini e le mani callose” (Mario Francini, “Storia dei presidenti americani”, Newton Compton, Roma, 1996, p. 47) ma era virtualmente pronto per concepire l’incredibile impresa dell’assalto a San Juan Hill nella guerra di Cuba del 1898.
L’uomo della Frontiera, erede dei “trappers” e spesso cresciuto in un “teepee” pellerossa, era diventato una guida di carovane, uno “scout” dell’esercito nelle impegnative campagne contro Sioux, Cheyenne e Apache, un brutale pacificatore delle turbolente città del bestiame, oppure soltanto un rude soldato che nel West aveva appreso un nuovo modo di combattere, assai lontano dagli insegnamenti impartiti all’accademia di West Point o sui campi insanguinati della Guerra Civile. Lo spirito libero e avventuroso che l’aveva sempre contraddistinto, si esprimeva ora nella conduzione di carovane verso l’Oregon e la California e di mandrie di “longhorn” dal Texas al Kansas ed al Montana, nell’inseguimento di spietate bande pellirosse attraverso le infuocate Great Plains o i desertici altipiani dell’Arizona e del New Mexico.
Il pioniere autentico, animato dal coraggio e dall’intraprendenza, era quella persona che, secondo l’opinione di qualche studioso, “non si ferma mai”, essendo sempre alla ricerca di nuove mète da raggiungere . Si chiamava Kit Carson, “Mangiafegato” Johnson o Buffalo Bill Cody, trascorreva la maggior parte del suo tempo su una sella e percorreva in lungo e in largo tutte le aree del West.
Kit Carson
Davy Crockett, all’apice della sua popolarità e investito di importanti cariche politiche che l’avevano portato al Congresso degli Stati Uniti, abbandonò tutto per andare a sostenere la causa dell’indipendenza texana nel 1836. Jim Bridger, infaticabile esploratore e scopritore di piste dopo essere stato cacciatore di pellicce fin dall’adolescenza, servì ancora in qualità di “scout” nelle campagne di Connor e Carrington contro Sioux e Cheyenne nel 1865-67. Wyatt Earp, l’implacabile difensore della legge nelle città del Kansas e nella rovente Tombstone, dove aveva liquidato la banda Clanton-Mc Lowry, partì per l’ultima corsa all’oro nel Klondike sulla soglia dei cinquant’anni, assicurandosi una cospicua fortuna.
La letteratura, il fumetto e soprattutto il cinema avrebbero immortalato, seppure a volte con imprecisioni ed esagerazioni, le imprese di questi impavidi “frontiersmen”, ridicolizzando spesso l’ingenuità e le difficoltà di adattamento ai loro ritmi di vita del “green hom”, l’uomo civilizzato, battezzato appunto il “tentacolo verde”.
Newman Clanton
Molte persone legate alla modernità, che hanno compiuto viaggi negli Stati Uniti, visitando quasi sempre località della Costa Atlantica o dell’estremo occidente californiano, hanno eretto a simbolo dell’America città come New York, Miami o Los Angeles.
Nulla è più inesatto di una simile convinzione, perché in questi luoghi non è più rintracciabile lo spirito pionieristico che mosse l’America verso la sua gigantesca espansione.
L’essenza dei veri Americani ebbe il suo seme nei cacciatori che scelsero la vita dei boschi, incuranti del pericolo rappresentato dalle tribù algonchine o irochesi e si trasmise, di generazione in generazione, agli spavaldi “trappers”, ai “cow-boys” ed ai contadini che costruirono le loro misere abitazioni nella prateria desolata e ostile, lottando contro la siccità e le bufere, il freddo pungente e il caldo insopportabile, la fame e le malattie, difendendosi dai frequenti attacchi degli Indiani.
E’ giusto che siano questi uomini e queste donne il simbolo della vera America.

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