Le grandi pianure


Camicia da guerriero – Piedi Neri – circa 1820

Per uso quotidiano si indossavano vestiti dello stesso stile e taglio della camicia illustrata sopra, ma senza una tale profusione decorativa. Durante il periodo estivo per gli uomini erano sufficienti perizoma e mocassini, mentre nella stagione fredda essi indossavano una pelle di daino, tagliata in modo da conservare la forma originale delle pelli e ornata di file di aculei di porcospino lungo le cuciture esterne delle maniche; alti gambali di pelle, sempre con aculei lungo le cuciture, giungevano dalle caviglie ai fianchi per essere legati alla cintura; completava l’abbigliamento un mantello di pelle di bisonte.
Le donne portavano vesti di pelle di cervo o camoscio che coprivano le ginocchia ed erano sorrette da bretelle; avevano maniche staccabili che potevano essere aggiunte d’inverno, legandole dietro al collo con lacci di pelle. Anch’esse portavano mocassini e gambali, sebbene questi fossero più bassi di quelli portati dagli uomini e raggiungessero solo il ginocchio, e naturalmente si avvolgevano in mantelli di pelle di bisonte o in coperte per ripararsi dal freddo vento della prateria. Nelle occasioni formali le donne gareggiavano in eleganza. I vestiti erano abbelliti con file di denti di alce o ricami fatti con aculei, ed in tempi più recenti con conchiglie di dentalio e perline. Alla vita portavano cinture di cuoio con disegni geometrici. Anche gambali e mocassini erano adornati con aculei colorati o con perline. La moda cambiava lentamente, ma le donne più puntigliose erano orgogliose del loro guardaroba personale, quando era originale.
Qui sotto è illustrato un abito da donna dei Sioux, affascinante nella sua semplicità. Risale al 1830 circa, e lo stile è identico a quelli degli abiti dei Cree entrati in possesso di Lewis e Clark nel 1804. La parte superiore a mantellina, alla quale era cucita la gonna, veniva fissata alla spalla destra con una striscia di cuoio; sulla spalla sinistra vi era un cinturino di cuoio. Gli aculei e i e i nastri rossi, unitamente alla frangia della gonna e al bordo della mantellina decorato con perline, indicano la preferenza degli Indiani delle Pianure per le decorazioni orizzontali piuttosto che verticali.

La decorazione con aculei era quella che richiedeva maggior talento fra tutte le arti femminili. Diversamente dalla concia, per cui ci voleva molta forza, la decorazione con aculei richiedeva delicata destrezza. Tra i Sioux le donne dividevano gli aculei in quattro misure e li conservavano in borse fatte con vesciche di animali secondo il colore e la misura. Facendo bollire radici o bacche, ottenevano tinte di vari colori. Venivano adoperate almeno nove tecniche di decorazioni con aculei, tutte diverse tra loro: avevano tutte nomi particolari, e molte erano riservate ad usi specifici. Così, la decorazione della frangia di cuoio grezzo di un porta pipa comportava una tecnica ad inviluppo; l’abbellimento di un cannello da pipa, la tecnica ad intreccio. Le donne decoravano casacche e gambali maschili con bande di aculei applicate a lunghe strisce di cuoio che si potevano staccare. Adornavano le impugnature dei bastoni da guerra; decoravano le morbide sacche di cuoio con file di aculei rossi. Probabilmente l’arte più significativa, a parte la decorazione dei portabebé, era la decorazione dei mantelli. Il mantello era una dei capi di vestiario più essenziali e quindi più decorato. Il più pregiato era quello fatto con la pelle di una giovenca di bisonte di due anni, in quanto la misura e la consistenza erano le più adatte per farne un indumento. Per usarli in inverno si lasciava il vello, ma per i capi estivi a questi mantelli si levavano tutti i peli, raschiandoli per bene in maniera che fossero più sottili e quindi più leggeri. I mantelli eleganti, da indossare in occasioni speciali, erano decorati con disegni geometrici colorati o ricamati con aculei di istrice. Diversamente dai Sioux, gli Cheyenne usavano anche pellicole di cereali tinte per ottenere fini decorazioni.


Sacchetto da pipa decorato con aculei – Sioux

Certi disegni a colori erano riservati alle donne. Il più popolare era il bisonte, ma si portava anche un disegno consistente di due “E” contrapposte. Erano rari i mantelli con dipinti uomini e cavalli che compivano grandi imprese. I mantelli decorati con aculei, disposti molto comunemente in una serie di strisce rosse orizzontali, erano indossati soprattutto dalle donne e dai bambini. I mantelli venivano indossati in vari modi; la moda, comunque, prescriveva che la testa del bisonte fosse portata a sinistra. Spesso i giovani portavano il mantello sulla testa, mentre gli anziani ne mettevano un lembo sotto il braccio destro, e lo tenevano con la mano sinistra, di modo che il braccio destro restasse libero. Le donne portavano il mantello sulle spalle, sebbene anch’esse a volte si coprissero la testa.
In certi casi i disegni decorativi del mantello indicavano lo status di chi lo indossava. Il disegno caratterizzava il sesso e, in una certa misura, l’età, ed evidentemente anche se chi lo portava era coniugato o meno. Tutti gli indumenti avevano, insomma, oltre alla funzione decorativa e protettiva, quella di differenziare una specie di persona dall’altra. Alcuni disegni e figure geometriche per decorare il vestiario “appartenevano” a certe famiglie, e venivano tramandati di madre in figlia; alcuni si credeva fossero stati ricevuti in sogno. Di norma i disegni non implicavano per forza un significato simbolico, perché erano usati solo per il loro valore decorativo. Alcuni, tuttavia, erano simbolici, perché indicavano un episodio di vita; per sempio, orme di zoccoli colorate nei gambali degli uomini rappresentavano il numero ed il colore dei cavalli catturati. Fra i Sioux coloro che avevano sognato la Donna Doppia e gli heyoka avevano spesso le rondini nel loro vestiario.
L’abito sotto riprodotto, in pelle di bisonte ed appartenente ai Gros Ventre (circa 1830), ha un simbolismo profondo e astratto. Visto con il capo verso sinistra, così come appariva quando era indossato, l’abito presenta sessantotto strisce orizzontali e sei verticali di aculei di porcospino tinti, ad intervalli regolari e intersecati da ciuffi di lana rossa. Nella decorazione c’è il riferimento al periodo della fecondità nella vita di una donna.

Tutti facevano sfoggio di numerosi ornamenti personali ottenuti da una grande varietà di materiali: ossi, conchiglie, pelo, piume e così via, e merci portate dai mercanti. Le perline introdotte dai mercanti europei, resero più veloce la decorazione di mantelline, mocassini o bisacce, ed anche l’antica lavorazione degli aculei, che richiedeva la cucitura di ogni singolo pezzo, cominciò a declinare. La decorazione con perline produceva un’ondulazione caratteristica, effetto di una tecnica conosciuta come “punto pigro”: le perline venivano infilate su strisce di tendini e cucite a intervalli regolari. Anche le tinture a base di anilina produssero dei mutamenti, in quanto vividi colori artificiali andavano sostituendo le più tenui tonalità naturali ottenute con pigmenti di piante e argille.
Piedi Neri, Crow e Cree, i cui territori conoscevano inverni molto rigidi, integravano il loro consueto vestiario con mocassini e guanti muniti di strisce di pelliccia e con berretti, pure di pelliccia, dotati di copri orecchie; inoltre si spargevano sul corpo grasso di orso come ulteriore espediente per isolarsi dal freddo.
La ricca decorazione dei costumi da guerra e da parata, con dipinti, perline, aculei, frange, denti di alce, piume, pellicce e pelo – a volte alcune tribù mettevano perline persino sulle suole dei loro mocassini affinché potessero essere riconosciute anche stando a cavallo – si riteneva apportatrice di forza spirituale, e di solito non appariva durante le azioni di guerra, in cui invece venivano portati dei simboli. Quando non erano usate, le decorazioni venivano conservate in particolari contenitori dipinti che avevano valore simbolico e rilevanza cerimoniale. Cilindriche scatole protettive di pelle grezza contenevano i bellissimi copricapi di piume d’aquila, e gli scudi erano cavi in modo tale che le piume pencolanti potessero essere riposte nella superficie concava quando venivano messi nelle apposite custodie.


Mocassini decorati con aculei con raffigurazioni di teste di bisonte e artigli d’orso – Sioux 1895

Molti altri contenitori di pelle grezza, dalle lunghe strisce frangiate, erano impiegati per oggetti di qualche importanza. Durante gli spostamenti essi venivano orgogliosamente portati dai guerrieri. Le lunghe frange, le rifiniture delle martingale e gli aculei di porcospino dipinti contrastavano con i colori dei pony, gli abiti di pelle lievemente scuri delle donne e la ricca trama dei mantelli di pelle di bisonte che ricoprivano le selle.
Attraverso simboli palesi, lo status e le conquiste individuali o familiari erano immediatamente riconoscibili. Alcuni dettagli nell’abbigliamento, come il modo di portare una piuma o il tipo di decorazione applicata ad una camicia di guerra, si riferivano a particolari azioni compiute da un individuo; altri particolari, ad esempio piume d’aquila pencolanti poste sui copricapi di guerra, potevano far riferimento ad imprese compiute da un gruppo familiare. Il diritto ad usare un simbolo doveva essere formalmente concesso dalla comunità. La documentazione personale era sottoposta ad un pubblico e minuzioso esame delle proclamazioni di determinate imprese, e in base ad esse l’individuo veniva giudicato. L’onore guadagnato attraverso il riconoscimento delle qualità infondeva l’orgoglio – inteso come giusto rispetto verso sé stessi – e il senso di dignità che permeavano le relazioni sociali delle culture delle Pianure.
Anche tra le donne alcuni ornamenti venivano portati in un certo modo per indicare il proprio status. Le giovani Sioux che non avevano ancora raggiunto la maturità facevano pendere le trecce sul dorso, legandole con dei pendenti, mentre quelle che avevano raggiunto la pubertà le portavano sull’omero. Invece i giovani celibi portavano legata alla loro capigliatura una banda di aculei, sormontata da due penne da cui pendeva una ciocca di criniera di cavallo che arrivava fino alle scapole.


Bisaccia da sella Sioux, fatta di perline. Notare la decorazione “a doppia E”

Gli onori

Essere accettati sulla base del merito personale era importante per ogni singolo membro indipendentemente dallo status, e il rispetto di sé evitava all’Indiano di compiere qualcosa di disonorevole. L’onestà era posta sullo stesso piano del coraggio e dell’altruismo, e le investiture sociali ed onorifiche non erano di tipo autoritario. In effetti, anche il titolo di capo era più onorifico che legato ad un’effettiva autorità, e generalmente ve ne erano parecchi in ogni comunità.
Il ruolo di capo era complesso: presso tutte le tribù delle Pianure i suoi poteri erano consultivi, ed egli poteva mantenere la sua posizione d’influenza solo attraverso il generale riconoscimento della sua dedizione alla comunità. La dichiarazione degli Arapaho che “gli uomini più coraggiosi e più nobili d’animo divenivano capi per processo naturale…se un capo era insoddisfacente, non era rispettato ed obbedito, e così gradualmente perdeva la propria posizione” può essere generalmente applicata a tutta l’area delle Pianure. La loro responsabilità veniva chiaramente definita ai successori dai capi Cheyenne che si ritiravano e fungevano da consiglieri: “Vi abbiamo consigliato e abbiamo posto ogni uomo, donna e bambino Cheyenne nelle vostre mani. Se necessario sarete d’aiuto non solo alla vostra tribù, ma a tutti gli altri Indiani. In futuro non causerete e non aiuterete a causare alcun disordine tra il vostro popolo”.
Comprovata abilità di leader era il prerequisito per ottenere il titolo di capo, e di solito poteva essere dimostrata assumendo la responsabilità della sicurezza di piccoli gruppi di cacciatori o guerrieri. Presso gli Shoshoni Settentrionali si otteneva l’onorificenza di “piccoli” capi con il compimento di azioni bellicose; i Crow ritenevano che il prestigio dipendesse principalmente da onori marziali; i Piedi Neri ritenevano che “le imprese sul sentiero di guerra erano necessarie per diventare leader, perché era in esse che si dimostrava la capacità di comando”.


Capo Blackfoot – dipinto di G. Catlin

Nondimeno, un leader di rilievo raramente era un guerriero effettivo. Come guardiano e difensore dell’ordine sociale in senso lato, la sua vita era dedicata al mantenimento della pace e dell’armonia all’interno comunità, dove la sua presenza era ritenuta essenziale. Non poteva privarsi delle responsabilità o delegarle; doveva rimanere fermamente ancorato a ciò che aveva sostenuto; doveva coerentemente mantenere ogni promessa; e doveva agire dopo aver sentito il parere degli altri leader del gruppo. Se i guerrieri erano di un’età compresa fra i venti e i trentacinque anni, un capo era invece molto più frequentemente un anziano di cinquant’anni o più, e quindi con considerevole esperienza nell’affrontare le situazioni difficili.
Pur non avendo alcuna investitura formale, allorquando sorgevano disaccordi all’interno del gruppo, il capo era chiamato a svolgere la funzione di arbitro. Ponendo in risalto agli uni il pericolo che il dissenso creava, cercava di costringere gli altri a pronunciare un solenne giuramento che le parti si impegnavano a non infrangere, fumando comunitariamente la pipa e dichiarando quindi la disputa chiusa per sempre. Procedeva sempre con tatto e persuasione. La sua autorità risiedeva unicamente nell’influenza personale; ma quale membro del consiglio (l’insieme dei capi e degli uomini di prestigio che discuteva le questioni di interesse comunitario) rivestiva un ruolo decisionale e poteva aspirare alla posizione di capo preminente. Costui si assumeva ulteriori responsabilità indicendo le riunioni del consiglio, presiedendolo, e divenendo in effetti il portavoce della comunità. Sebbene vi fossero distinzioni di rango non esisteva ereditarietà (per quanto i figli di uomini di prestigio, chiamati Minipoka o “figli eccezionali” dai Piedi Neri, godessero di alcuni privilegi) e sebbene il possesso di cavalli ed altri beni rendesse più facile l’accesso alla posizione di capo, la loro mancanza non precludeva la possibilità di aspirare alla guida della comunità.


Capo Hector – Assiniboine – foto di E. Curtis

Le qualità per emergere

Sebbene un valente guerriero fosse orgoglioso dei vari onori di guerra ricevuti, l’importanza del suo status era correlata ai benefici che la sua presenza procurava agli altri: era un simbolo di forza sociale. Del pari, la donna anziana che era apprezzata quale abile cucitrice nell’erigere i tepee esibiva le giovani che aveva aiutato nello stesso modo in cui un guerriero elencava le proprie imprese, ed essenzialmente per le medesime ragioni. Quindi lo sforzo personale attraverso il quale l’individuo otteneva riconoscimento era legato alla sollecitudine verso il gruppo, e chiunque non si sforzasse in questa direzione veniva trattato con indifferenza. Poteva venire trattato con disprezzo, essere soggetto ad ammonimenti dei familiari o addirittura del capo, o subire sanzioni, ma raramente veniva escluso: la comunità si assumeva responsabilità morale verso i propri membri.
Presso le tribù delle Pianure la via del successo personale seguiva la falsariga di quanto avveniva per i Sioux, per i quali prestigio e rinomanza, leadership e rispetto venivano accordati che praticavano il principio dell’auto sacrificio. Si direbbe che il concetto del potere acquisito tramite l’auto sacrificio, operante nella ricerca della visione e nella Danza del Sole, la donazione totale e le cerimonie continue, abbia prodotto un effetto positivo determinante sull’adattamento del sistema sociale. L’esemplificazione dell’auto sacrificio è magistralmente esemplificata nel modello della guerra. I guerrieri non aspiravano al suicidio, ma rischiavano la vita volontariamente e di buon grado semplicemente per il prestigio che il rischio comportava.


La Danza del Sole dei Mandan – dipinto di G. Catlin

L’idea che l’uomo potesse ottenere potere attraverso l’auto sacrificio, può essere stata un meccanismo per prevenire l’aggressività dell’individuo, ma anche un mezzo per sancire che era l’individuo, e non il gruppo, il responsabile vero del benessere della tribù. Da una parte la società incoraggiava e onorava l’iniziativa individuale, ma dall’altra penalizzava l’egocentrismo per mezzo dell’ostracismo, quando la stessa non si conformava al codice della generosità e dell’altruismo. Comunque l’auto sacrificio, seppur spinto al massimo grado, nonostante possa far pensare ad una forma di masochismo, non danneggiava né l’individuo né la società stessa, anzi li rafforzava, in quanto l’aggressività estremamente virile dei popoli delle Pianure era costantemente rivolta contro i nemici, piuttosto che contro sé stessi.
L’esibizionismo così marcato in guerra, e la donazione totale, appaiono come reazioni naturali tese a bilanciare il modello drammatico dell’auto sacrificio: vantarsi delle proprie imprese guerresche e sessuali e della propria abilità artigiana, consentiva un’auto affermazione necessaria e permetteva di contrapporre questa componente della personalità all’auto annullamento provato. E’ altresì vero che l’atto in sé stesso del vantarsi, il superficiale auto acclamarsi per le proprie imprese e la proprie realizzazioni, erano in effetti un’ammissione del senso individuale di privazione, inadeguatezza e auto sacrificio. Pur istituzionalizzato quanto si voglia, il conflitto fra egoismo e altruismo rimase sempre profondo, e il tentativo di risolverlo impegnò sempre le risorse razionali ed emotive dei popoli delle Pianure.


Preparazione per la Danza del Sole – dipinto di H. Terpning

L’ideale della negazione dell’ego si applicava anche alla proprietà privata. Di norma la proprietà privata era una realtà, garantita da diritti ben definiti, che non furono mai messi in discussione o abrogati. Ma l’accumulo di ricchezza in quantità maggiore del necessario era scoraggiato. Per contro, l’ideale della generosità e l’approvazione per coloro che letteralmente si spogliavano dei loro averi, rendevano il donare un imperativo categorico. Colui che possedeva molti cavalli e li teneva per sé sfidava le convenzioni, era ritenuto un egoista. Se non aveva altre virtù che lo riscattassero, il suo prestigio era inferiore a quello di un uomo che regalava cavalli in continuazione. La proprietà serviva per l’uso, e non per l’accumulo, ed il suo uso principale era di dispensarla al prossimo.
La ricchezza veniva concepita quindi come capacità di accumulare per poter distribuire. Questo principio funzionava praticamente in quanto ricevere un dono implicava la necessità di ricambiarlo. Non era del tutto necessario che un dono fosse ricambiato entro un periodo di tempo specificato o fosse dello stesso tipo; ma ci si attendeva, tuttavia, che almeno si ricambiasse a livello simbolico, eccetto forse che dai vecchi e dai bisognosi. La ricchezza, pertanto, era un mezzo e non un fine. La società metteva sotto controllo la naturale disposizione ad acquisire da parte della persona, in modo che gli individui meno capaci nel procurarsi l’indispensabile non soffrissero indebite privazioni. I generosi venivano acclamati pubblicamente, gli avari disprezzati. Esistevano anche determinati e ben precisi cerimoniali per le donazioni generalizzate. Presso i Sioux, se qualcuno intendeva diventare un membro permanente del suo gruppo, prima doveva organizzare per sua figlia la cerimonia del Canto per le Prime Mestruazioni, oppure del Canto del Bisonte, e così via, con altre cerimonie per i figli maschi. Se non aveva figli, l’uomo poteva adottarne uno a tale scopo. L’interrelazione di questa serie di cerimonie e il modello della donazione generalizzata imponevano ai leader la pratica della beneficenza, favorita dagli ideali della società, e per converso proteggevano i membri della società stessa dallo sfruttamento da parte dei leader.
Le virtù femminili venivano solennizzate e pubblicizzate con cerimonie religiose e riunioni e feste di donne; l’acquisizione di prestigio da parte di una donna dipendeva dalle sue realizzazioni artigianali e dall’appoggio che riceveva dalla propria famiglia. Un uomo agiato onorava i primi segni di femminilità della figlia, oltre che celebrando uno dei vari Canti, preparava accuratamente la cerimonia di donazione, e ricorreva ai servizi di un Sognatore di Bisonte, perché il Bisonte era il protettore delle adolescenti, patrono di virtù quali l’industriosità, la fecondità, la generosità. Era il Bisonte la deità delle cerimonie, ed era quindi giusto che officiasse un Sognatore che aveva avuto dal Bisonte il suo potere.


Donne – dipinto di Alfredo Rodriguez

Nella cerimonia del Canto del Bisonte, che avveniva sempre alla presenza dei genitori in un tepee cerimoniale addobbato per la circostanza, il Sognatore danzava imitando le movenze del bisonte maschio, poi dipingeva di rosso la scriminatura dei capelli della ragazza, le appendeva una penna d’aquila e le spiegava i suoi doveri. Poi annunciava a tutti che ormai lei era una Donna del Bisonte, e quindi venivano distribuiti i doni agli intervenuti e ai poveri.
Il Canto del Lancio della Palla aveva uno svolgimento analogo, solo che in questo caso, oltre al resto, per quattro giorni si insegnava alla ragazza, all’interno di un piccolo wigwam, a decorare con aculei e a fare mocassini. Il rito si concludeva poi con un’elargizione, nel corso della quale il Sognatore o la ragazza buttavano una palla rossa in mezzo agli intervenuti. Colui che l’aveva afferrata riceveva ogni volta un dono. Esauriti i doni, cominciava il banchetto.
Al padre che poteva permettersi una di queste dispendiose cerimonie, venivano pubbliche lodi, perché la sua generosità si fissava nella mente della gente. Queste manifestazioni accrescevano il suo prestigio personale: per un uomo era importante dare almeno una di queste feste, se voleva diventare una figura pubblica così importante da aspirare alla leadership. Così facendo, saliva un gradino nella scala sociale, e sua figlia diventava una delle elette.
Come membro di una élite, alla donna conveniva coltivare bene le virtù, in modo da essere rinomata sia per la sua generosità e sincerità, che per la fecondità e per la forza d’animo. Le opportunità di dimostrare la sua industriosità le venivano date nelle gare di ricamo con aculei e di concia delle pelli, i cui risultati venivano registrati con incisioni sugli arnesi per conciare e con disegni nel rivestimento interno del tepee. Le prove di sincerità davano parimenti alla donna la possibilità di rendere pubblica la sua virtù. Sull’alto status della donna, infatti, riposava buona parte della reputazione della famiglia.


Ragazza delle Pianure con vestito di pelle di daino impreziosito da perline

La famiglia e il matrimonio

Fra le tribù delle Pianure il nucleo più antico della società era il “gruppo” (i Sioux lo chiamavano tiyospe) che costituiva una banda sotto la guida di un leader comune a cui gli individui erano spesso legati da parentela. Attraverso l’abile guida di un anziano esperto e fidato, piccoli gruppi di persone cooperavano nella caccia e nella guerra, nel sostenere il lavoro quotidiano, nell’allevare i bambini e nel celebrare le varie cerimonie; nell’aver cura degli anziani e nel seppellire i morti. Per poter portare a termine con successo tutte queste incombenze, il gruppo aveva necessità di un’organizzazione intensamente coesiva. In genere esso era costituito dai membri di una o più famiglie, e poiché le interrelazioni dei membri di una famiglia erano soggette ad un sistema conforme ad un modello ben preciso, il gruppo per sé stesso era caratterizzato da un profondo senso dell’ordine.
Nelle Pianure la famiglia era una entità sempre viva ma sempre mutevole. Farne parte era una questione di consanguineità, per cui ogni persona riconosceva di appartenervi per il fatto di discendere da determinati nonni e genitori, e in relazione agli altri parenti: zii e zie, fratelli, sorelle e cugini. Un individuo poteva letteralmente scegliere di appartenere alla famiglia del padre o della madre, rimanendo in ogni caso membro di entrambe le famiglie. I figli maschi generalmente si legavano alla famiglia del padre, le figlie femmine a quella della madre; questi fattori per lo più erano influenzati dall’effettiva residenza. In pratica non v’erano regole rigide circa l’appartenenza alla famiglia, mentre ve ne erano di ben precise per l’affiliazione, di modo che nessun bambino rimanesse in condizioni di incertezza circa la famiglia di appartenenza.


Famiglia Blackfoot-Blood

Comunemente il dovere più imperativo era verso i parenti, e i legami familiari tendevano ad accentuare l’integrazione della vita sociale. Una famiglia affiatata risiedeva sempre unita nel medesimo accampamento, suddiviso in vari tepee, e poteva includere nonni e bisnonni, fratelli e sorelle non sposati, genitori e figli, fino a raggiungere il numero di trenta o più individui, ognuno dei quali svolgeva un ruolo di mutuo sostegno.
I membri anziani raccoglievano l’attenzione e la cura di tutti, e la loro conoscenza ed esperienza li rendevano inestimabili consiglieri dei più giovani. Un ragazzo aveva la sua prima esperienza di caccia con piccola selvaggina presso l’accampamento e sotto la tutela del nonno, il quale gli preparava anche il primo arco e le prime frecce e gli faceva conoscere la mitologia e i cerimoniali, mentre le nonne trascorrevano molto tempo con le ragazze, decorando di perline bambole di pelle di daino, erigendo tepee per gioco ed aiutando la madre ad istruire la figlia nell’arte della preparazione e conciatura delle pelli. Come tutti i nonni, essi “viziavano” i nipoti, creando un legame di affetto particolarmente stretto fra le generazioni.
Il compito dell’uomo era quello di fornire cibo e protezione, mentre le donne erano responsabili della famiglia e degli spostamenti. In effetti, l’uomo aveva poca voce in capitolo nelle questioni riguardanti la casa: la donna possedeva il tepee e l’attrezzatura relativa, come i mantelli di bisonte dei letti, le culle ricavate da legno di salice inciso, ed anche la pentola e il treppiede usati per cucinare; i contenitori di pelle grezza per la carne essiccata appartenevano a lei, così come tutta la selvaggina che il marito era in grado di procurare. A dispetto del ruolo subordinato delle donne che appariva all’esterno – in pubblico, le donne camminavano alcuni passi dietro agli uomini, i quali indossavano i costumi più elaborati, prendevano posto in consiglio, diventavano capi, e si vantavano delle loro conquiste sessuali – esse governavano il tepee ed esercitavano un considerevole potere sotterraneo in tutte le principali decisioni tribali. A volte, quando la residenza era dei famigliari della moglie, era responsabilità diretta dell’uomo provvedere ai parenti della moglie piuttosto che ai suoi.


Tepee-giocattolo, in pelle di daino e decorato con perline e pendagli conici di stagno – Sioux

In società patrilocali, il matrimonio estendeva doveri ad altre famiglie con le quali vi era un rapporto di interdipendenza. Ciò ebbe inizio quando i matrimoni vennero ratificati con scambi di beni, che potevano continuare per diverse generazioni, dato che il matrimonio era spesso considerato un’unione tra famiglie più che tra individui. Molti matrimoni, comunque, erano di natura romantica e il folclore è ricco di riferimenti a ragazze che segretamente confezionavano mocassini per i giovani da loro prescelti, a uomini Arapaho che si avvolgevano in mantelli o coperte presi a prestito onde nascondere la propria identità durante il corteggiamento, temendo che i genitori potessero respingere le loro profferte, a visite di giovani guerrieri ai tepee di ragazze quando le famiglie dormivano, a melodie d’amore suonate al flauto, ad incantesimi, a fughe per amore, a coppie di Piedi Neri che vanno insieme a “raccogliere bacche”.
A parte gli incontri “clandestini” che, nonostante lo stretto controllo cui le ragazze erano sottoposte, potevano sempre verificarsi, esistevano i corteggiamenti ufficiali. Presso i Sioux, un giovane che desiderasse incontrarsi e parlare con una ragazza, poteva farlo seguendo una procedura prescritta: davanti al tepee di lei, avvoltala nel suo mantello, sotto cui entrambi tenevano la testa, potevano conversare privatamente pur trovandosi in pubblico. Questo corteggiamento formale aveva luogo generalmente di sera, tuttavia l’incontro davanti al tepee, coi familiari che andavano e venivano, i bambini curiosi che facevano chiasso tutt’attorno, e con una “dama di compagnia” sempre in guardia, non poteva ovviamente favorire la spontaneità e l’intimità.
Dipinto di Alfredo Rodriguez
Se vi erano diversi pretendenti, questa usanza di corteggiamento non solo dava alla ragazza un certo controllo della situazione, ma la proteggeva assai bene. Comunque un giovane lungimirante di solito faceva di tutto per dare cavalli e doni alla famiglia della ragazza per poter essere considerato rispettabile.
I matrimoni di solito erano combinati, se non dalla coppia, dai familiari. In ogni caso non potevano essere affrettati, ma preparati meticolosamente. I giovani, anche se perdutamente innamorati, dovevano necessariamente fare i conti con una realtà consistente in rigorosi fattori sociali ed economici, perché non c’era possibilità di isolamento sociale o indipendenza economica nelle quali un amore non approvato potesse sopravvivere. I matrimoni per contratto, cioè quelli combinati dai genitori, costituivano la forma normalmente prevista. Certamente rappresentano il tipo di matrimonio primitivo, e probabilmente cominciarono a cedere il passo a quelli voluti dai futuri coniugi quando l’introduzione del cavallo introdusse una più grande mobilità.
I fidanzati che intendevano sposarsi annunciavano la loro intenzione ai parenti stretti. Nella fortunata ipotesi che le famiglie fossero pienamente d’accordo, venivano messe in moto tutte le pratiche relative. La formale richiesta veniva presentata da un amico intimo o da un fratello del fidanzato al fratello della ragazza o a qualche altro parente di sesso maschile parimenti stretto. Fra questi giovani veniva determinato il prezzo della sposa ed era ai parenti maschi della stessa che veniva pagato. Va da sé che, più elevato era il grado sociale della sposa, più alto era il prezzo, che poteva andare da uno a molti cavalli.
Il nuovo tepee veniva rizzato vicino all’abitazione dei genitori del marito, perché, di norma, la sposina diventava un membro di quella famiglia, al cui benessere aveva l’obbligo di contribuire, come nuovo ed importante elemento per la comune prosperità. Avrebbe appreso a lavorare a stretto contatto con le sorelle e le altre parenti del marito, e a scherzare col cognato. I rapporti con la suocera sarebbero stati affettuosi ma riservati, mentre con il suocero, data la differenza sia di generazione che di sesso, il rispetto avrebbe assunto la forma della completa e assoluta incomunicabilità. Nel giro di una sola notte si tentava così di trasformare la sposa da permanente incantevole Donna del Bisonte a matrona responsabile, matura e piena di dignità.
Per le spose che vivevano nel villaggio dei propri genitori, il problema dell’adattamento alla vita coniugale era più semplice; i parenti acquisiti non costituivano un problema. Per la sposa le difficoltà da affrontare erano cucinare, tenere il fuoco acceso, preparare i letti, tener pulita la tenda, intrattenere gli ospiti e soddisfare i capricci del marito. La favorevole disposizione della donna a fare il proprio dovere contribuiva in maniera rilevante alla riuscita del matrimonio, e a un buon matrimonio veniva attribuito molto onore. Se veniva realizzato, i coniugi godevano non solo dei vantaggi intimi di un’unione solida, ma anche dell’approvazione incondizionata del prossimo.
Il divorzio era estremamente facile. Tutto ciò che un uomo doveva fare era di “battere il tamburo” pubblicamente, e annunciare che aveva scacciato la sua donna. Non era il venir meno a una promessa, il matrimonio non era un sacramento, ma piuttosto un accordo temporaneo, un contratto in base al quale le due parti pagavano un prezzo per una comodità in quanto tale. Se il matrimonio andava bene, ciò avveniva perché soddisfaceva i coniugi e le rispettive famiglie; se falliva, era affare dei coniugi, e le famiglie dovevano accettare la loro soluzione. Ognuno dei due coniugi ritornava alla rispettiva famiglia, mentre in genere i figli, se avevano raggiunto l’età di cinque-sei anni, erano liberi di scegliere con chi andare a vivere. L’elemento che sosteneva la società era la famiglia in sé stessa, non il rapporto coniugale tra marito e moglie. Presso alcune tribù, come i Sioux, per neutralizzare il potenziale disgregativo del fondamentale sistema familiare, era ammessa la poligamia. Si trattava di un adattamento che riduceva una delle cause iniziali del divorzio, in quanto “l’altra donna” veniva posta nel ruolo positivo di “altra moglie”. L’uomo poteva prendere quante mogli voleva, ma certo occorreva comprarle e mantenerle, anche in due o più tepee differenti. Questo dispendio economico scoraggiava i più. Gli uomini che volevano essere poligami, si accontentavano generalmente di due mogli e, spesso, sposavano la sorella minore della prima moglie.


Souwangesheick e le sue mogli – Cree

Le coppie di sposini potevano vivere per un breve periodo con i genitori di uno dei due, ma la cosa era problematica, a causa del tabù che vietava ai suoceri e generi di parlarsi. Una moglie non poteva né guardare il suocero né rivolgergli la parola, e similmente al marito era vietato familiarizzare con la suocera. Conseguenza di ciò era che ad una giovane coppia veniva consentito di rizzare la tenda di fronte a quella dei suoceri dell’uno o dell’altra, dove potevano godere della prossimità delle rispettive famiglie, senza gli inconvenienti di determinati tabù. Talvolta nel villaggio c’erano parecchi tepee di giovani coppie, che erano posti di fronte alle tende dei genitori, per cui sembrava che il cerchio campale fosse a doppia fila.
Mentre la famiglia formata da moglie e marito poteva sciogliersi per divorzio o morte, la famiglia costituita dai parenti diretti collaterali era permanente. Il grande rispetto che fratelli e sorelle si portavano restava vivo per tutta la vita, anzi era costantemente rafforzato da atti di generosità e dimostrazioni di affetto. Era per il fratello, e non per il marito, che la donna faceva i mocassini, ed era per i figli del fratello o della sorella, che la donna costruiva portabebé. E, parimenti, un uomo portava scalpi per onorare la sorella o la madre, non la moglie.
Se un bambino restava orfano, i nonni o i fratelli o le sorelle dei genitori erano disposti al allevarli, visto il pronunciato carattere di clan della famiglia diretta. Si potevano acquisire altri parenti stretti attraverso una grande varietà di tecniche d’adozione. A volte, per colmare il vuoto lasciato da un figlio morto, si ricorreva all’adozione formale: se una persona trovava un bambino, o anche un adulto, che in qualche modo le ricordasse il figlio perduto, chiedeva il diritto di adottarlo assumendosi nei suoi confronti i doveri e le responsabilità di genitore. I prigionieri, specie quando erano bambini, venivano comunemente adottati dalla famiglia di colui che li aveva catturati, e venivano sottoposti ad una adozione cerimoniale analoga a quella con cui si rimpiazzava un figlio defunto. Le donne prese prigioniere potevano essere adottate attraverso il matrimonio con chi le aveva catturate, sebbene spesso fosse loro concesso di esprimere la loro disposizione in merito.


Dipinto di Alfredo Rodriguez

Il bambino

La credenza generale che fosse “buona cosa acquisire ulteriori parenti” sanciva la famiglia estesa. Questo tipo di organizzazione era essenziale nelle Pianure, dove le risorse erano abbondanti in estate e in autunno, ma scarse d’inverno: era imperativo che esistesse un nutrito gruppo di persone con responsabilità definite, che mettesse la propria abilità al servizio della comunità. Inoltre si poteva adeguatamente provvedere anche ai bambini, nel caso che succedesse qualcosa ai loro genitori; e capitava molto raramente che qualcuno, a causa di età, malattie o disgrazie, si trovasse privo di rapporti di parentela e non potesse quindi ricevere assistenza.
I doveri familiari e parentali erano chiaramente definiti e costantemente ricordati, spesso con riferimento alle potenze spirituali che guidavano le azioni degli esseri umani. I tabù osservati dalle donne durante la gravidanza – come astenersi da certi cibi “nocivi” e non sedersi con la schiena rivolta al sole, il Donatore di Vita – proteggevano il bambino non ancora nato e ricercavano assistenza spirituale non solo per un’esistenza prospera, ma anche condotta in accordo alla “giusta via”, cioè in armonia con l’ambiente, le Sacre Potenze e i propri simili.
La nascita, sebbene fosse un evento importante, era seguita da uno scarso cerimoniale. La donna, assistita da levatrici che potevano somministrare erbe medicinali onde facilitare il parto, si ritirava in un tepee isolato al quale gli uomini, compreso il marito, non potevano accedere, presumibilmente perché le loro attività di cacciatori e guerrieri erano antitetiche al fenomeno della nascita: la loro presenza era considerata dannosa sia alla madre che al piccolo. La donna si rivolgeva alle Sacre Potenze a nome del neonato, e riponeva un pezzetto del cordone ombelicale in una piccola borsa ricoperta di perline, che il bambino conservava per tutta la vita; quella dei maschi aveva la forma di un serpente stilizzato, quella delle femmine di una tartaruga o di una lucertola: esse favorivano salute e prosperità, attraverso il rapporto con i poteri di questi animali.


Borse (maschile e femminile) per cordone ombelicale

Mentre le borse amuleto erano fabbricate dalla mamma o dalla nonna, la culla era di responsabilità di una delle sorelle del padre. Per questa preparazione erano necessarie una cura amorevole e una grande abilità manuale, perché la culla rappresentava il segno tangibile del rispetto di una sorella. Al momento della nascita, colei che l’aveva preparata la regalava alla famiglia del neonato. Nel caso della presenza di più sorelle del padre, venivano fatte molte culle. Il dono della culla attestava la solidarietà della famiglia e la capacità di affrontare una situazione che esigeva ostentazione. Maggiore il numero della culle, maggiore il rispetto, e quindi anche il prestigio. In più la culla era dimostrazione pubblica delle capacità manuali della donna, in quanto le culle erano considerate “colpi” importanti nella gara del ricamo con aculei.
L’indice piuttosto elevato di mortalità infantile faceva sì che la maggior parte delle tribù delle Pianure chiedesse particolare aiuto alle Sacre Potenze, affinché proteggessero i bambini nei primi anni di vita. Per tradizione i Pawnee tagliavano un asse per culla dal centro di un albero, preservando così il “cuore della vita”, e lo usavano poi come supporto per un porta-bambini di pelle, garantendo l’incolumità dell’infante (vedi illustrazione qui sotto). Simbolo di ulteriore protezione è il disegno scolpito sulla parte superiore dell’asse che, oltre ad essere un esempio molto bello e raro di scultura in rilievo degli Indiani delle Pianure, rappresenta anche la Stella del Mattino, dalla quale i Pawnee ricevettero l’ispirazione per il disegno e il cui potere soprannaturale aveva cura del bambino.
L’aumentata mobilità indusse poi molte tribù ad abbandonare il pesante asse per culla a favore di un porta-bambini più leggero in pelle grezza, normalmente decorato con aculei e perline. In effetti il bambino veniva posto in un involucro di pelli morbide e saldamente assicurato con quattro lacci. Onde procurare il massimo conforto veniva anche avvolto in muschio secco o cotone che assorbivano l’umidità.


Asse per culla – Pawnee

Il bambino faceva quindi il suo ingresso nel mondo sotto la guida e la protezione delle Sacre Potenze; ma solo quando si officiava la cerimonia del nome, solitamente alcuni giorni dopo la nascita, accompagnata dalla perforazione dell’orecchio, il piccolo ne riceveva una “identità umana”: i nati morti o coloro che morivano prima di tale cerimonia non ricevevano nome e la comunità non rispettava il lutto. Come “bambini-spirito” ritornavano nell’altro mondo, dal quale sarebbero rinati. Anche dare un nome comportava doveri. Era un onore ricevere tale incarico e generalmente i bambini lo ricevevano da valenti guerrieri o da uomini che riteneva avessero poteri soprannaturali, mentre le bambine da una donna anziana di irreprensibile moralità e che aveva un ruolo attivo nelle cerimonie tribali; il piccolo aveva la responsabilità di condurre l’esistenza secondo le attese di questi influenti membri della comunità. Alcuni ricevevano il potere di conferire un nome durante un sogno (il mezzo attraverso il quale le Sacre Potenze esprimevano i loro voleri): ricevere il nome in questo modo era considerata cosa particolarmente favorevole.
Benché i bambini fossero molto indipendenti e creassero tutta una gamma di giocattoli improvvisati, le nonne spesso donavano ai nipoti un gran numero di bambole, che venivano conservate fino alla maturità. I giocattoli venivano confezionati con cura minuziosa e attenzione ai dettagli, evidenti segni di grande affetto nutrito verso i bambini, com’è palese nella bambola Sioux a forma di cavallo in pelle di daino, con disegni geometrici di perline e coperta da sella, raffigurata qui sotto.

La caccia

Abilità, perizia e diligenza non erano ritenute qualità in sé stesse sufficienti per aver successo nella caccia; bisognava anche saper comprendere gli animali e riconoscerne le qualità spirituali. La nazione degli animali, permettendo che i suoi membri venissero catturati dagli Indiani, esigeva in cambio rispetto e specifici riti propiziatori. Di solito le richieste degli animali venivano comunicate alla tribù attraverso visioni. Tutti gli animali erano, in un certo grado sacri, e per questo i riti religiosi erano il preludio alla caccia. La filosofia degli Indiani delle Pianure, che considerava l’uomo come parte integrante della natura, e tuttavia dipendente dagli animali riguardo al potere, data la loro derivazione soprannaturale, considerava la propiziazione molto importante. Perciò non c’era gioia nell’uccidere gli animali, ma piuttosto un senso di gravità. La caccia era un’attività seria e mistica: combinazione di abilità, organizzazione, e di potere ricevuto dalle forze soprannaturali.
Il rispetto degli animali implicava che in segno di supplica si dovesse fumare la pipa prima di iniziare una battuta. Il rito propiziatorio prescriveva il ringraziamento alla preda e l’offerta di pezzettini di carne durante il pasto. Quelli che non avevano successo nella caccia, di solito ascrivevano la sfortuna a qualche errore o omissione nell’adempimento di questi obblighi. Oltre ai riti prescritti dagli animali e accettati da tutti, per assicurarsi successo poteva essere adottata anche una certa iniziativa individuale. Il cacciatore poteva ottenere consigli e potere dalle forze soprannaturali cercando una visione, oppure poteva cercarli indirettamente per mezzo di uno sciamano. Nella caccia non si tralasciava nessun espediente conosciuto, secolare o religioso che fosse.
Per quanto il daino fosse ricercato per la pelle particolarmente pregiata per confezionare abiti o mocassini, era oggetto di patetiche invocazioni, prima di essere colpito. In proposito, uno scrittore vissuto a lungo nel sud ovest, riporta testualmente:
“Sappiamo che la tua vita è preziosa quanto la nostra; siamo consapevoli di essere entrambi figli degli stessi Grandi Principi di verità. Sappiamo di formare su questa comune Madre Terra e sotto la stessa volta del cielo, un’unica indivisibile entità. Ma sappiamo altresì che in certi momenti un’esistenza deve cedere all’altra affinché il grande fuoco della vita possa continuare ad ardere. Perciò ti chiediamo il permesso di ucciderti e di averne il consenso.” L’uccisione di un animale era dunque un atto consensuale tra il cacciatore e la vittima, al cospetto e col beneplacito del Grande Spirito. Per gli Indiani uomo, piante, animali, manifestazioni della natura, la sacralità di foreste e praterie erano entità indivisibili, compartecipi del principio creatore.


“In cerca della visione” – dipinto di Dario Modena

La maggior parte dei “gruppi” (o bande) aveva una considerevole stabilità. Dato che i vincoli familiari più stabili si trovavano usualmente all’interno di un gruppo, e gli accampamenti erano localizzati in zone definite: un gruppo che era sotto la guida di un dato capo occupava determinate zone, e gli altri sapevano sempre dove trovarlo. Il grippo provvedeva in molti modi alla sopravvivenza della famiglia estesa fornendo protezione e stabilità, mentre la famiglia aderiva al gruppo per volontaria decisione, sottoponendosi alla sua organizzazione e leadership. La sicurezza offerta dal gruppo aveva una funzione economica essenziale quando i rigori dell’inverno potevano rendere impossibile la caccia e gli spostamenti. Per questo i gruppi si portavano ai loro accampamenti invernali prima che il cattivo tempo arrivasse definitivamente e quando cibo e legna erano ancora facilmente disponibili: l’osservazione delle tracce lasciate dagli animali poteva indicare la precocità dell’inverno, e quindi potevano essere predisposti i piani per fronteggiare l’evenienza.
Molti accampamenti invernali erano vicini a un piskun, o salto del bisonte – un improvviso dirupo verso il quale poteva essere condotto un piccolo branco di bisonti per farvelo precipitare -, assicurando così il rifornimento di carni e pelli, e riducendo al minimo il problema del trasporto delle provviste.
Il ricavato di questa forma di caccia veniva distribuito equamente; il grasso e la carne essiccata, accompagnati da frutta secca, radici, bacche e qualunque tipo di carne fresca si potesse reperire costituivano la dieta invernale. Non poter trovare i bisonti prima che si disperdessero nel tardo autunno significava esaurimento delle scorte di carne essiccata e, se ciò coincideva con un protratto periodo di cattivo tempo, l’intera comunità poteva effettivamente trovarsi ad affrontare la minaccia dell’inedia.


Il piskun di Ulm, il cui uso è documentato da reperti risalenti all’anno 600

La caccia invernale era potenzialmente molto pericolosa, perché un giorno sereno e limpido poteva mutare in modo drammatico se il vento di tramontana portava una tempesta dalle montagne alle pianure. A causa dei venti gelidi la temperatura scendeva di trenta o quaranta gradi; le nebbie formavano dei vortici bianchi e la neve trasportata dal vento alterava l’aspetto della terra, i suoni si attutivano e si perdeva ogni senso della direzione. Quando l’Incaricato delle Tempeste (per i Piedi Neri era Ma-kai-peye) si infuriava, perfino i cani, impiegati per la ricerca di selvaggina e capaci di affrontare quasi ogni avversità, rimanevano attorno ai fuochi o si rannicchiavano ben bene ai lati del tepee non esposti al vento.
L’inverno era quindi il periodo dell’anno in cui il nomadismo era meno praticato. Per circa cinque mesi, da novembre a marzo, le comunità rimanevano pressoché immobili. Non veniva mai intrapreso un viaggio che non potesse essere completato entro lo stesso giorno e l’accampamento veniva abbandonato solo nel caso che le risorse si fossero fatte così scarse da mettere in forse la sopravvivenza.
L’unico periodo in cui i gruppi si riunivano in tribù era l’estate, quando l’insieme dei tepee di molte centinaia di famiglie ricopriva un’area di parecchi chilometri, visibile da distanze notevoli negli aperti e pianeggianti pascoli. Sotto l’autorità di un leader tribale si riuniva un grande consiglio dei capi. Era d’estate che si dispiegava l’intera attività sociale delle tribù e l’organizzazione per comunità cedeva temporaneamente il posto ad un’autorità molto centralizzata. A tal fine, era fondamentale il controllo esercitato dalle società dei guerrieri, nelle quali l’ingresso era concesso in base all’età, all’affiliazione parentale e alle imprese compiute; occasionalmente tale controllo era affidato a clan e persone che venivano nominate dal leader tribale o dal consiglio per servire la comunità.

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