Le pioniere del nuovo mondo – 3

A cura di Domenico Rizzi
Puntate: 1, 2, 3.

Nancy Roberts Kelsey
Dal 1843 in poi l’avanzata verso l’estremo occidente procedette in crescendo e furono migliaia i carri che solcarono la Pista dell’Oregon e della California nel successivo ventennio.
Il sentiero, che dal Missouri conduceva fino alla costa del Pacifico lungo 3.200 chilometri di pianure, montagne e terreni accidentati, non venne percorso massicciamente fino alla metà degli Anni Quaranta, ma già molto tempo prima vi furono degli audaci che vi si avventurarono. Nell’estate del 1843, secondo rapporti ufficiali, transitarono dal Nebraska 200 famiglie a bordo di 120 carri trainati da 694 buoi, con una mandria al seguito di 773 capi di bestiame. (Brown, op. cit., p. 74).
L’unica flessione importante si sarebbe avuta fra il 1847 e il 1848, prima che scoppiasse la febbre dell’oro in California, ma fu una pausa temporanea.
L’Oregon Trail iniziava a Saint Joseph e Independence, nel Missouri, oppure a e Council Bluffs, Iowa, convergendo più avanti per risalire il fiume Platte fino al Wyoming attraverso il Nebraska. Dopo una sosta più o meno lunga a Fort Laramie, costruito nel Wyoming sud-orientale dai cacciatori di pellicce nel 1834, proseguiva in Idaho e Oregon fin quasi alla costa del Pacifico. Superata la tappa obbligata di Fort Bridger – fondato dall’esploratore e trapper Jim Bridger (1804-1881) nel Wyoming sud-occidentale – la pista si biforcava, creando un ramo meridionale che, attraversando i deserti di Utah e Nevada, raggiungeva la California.


Una carovana in viaggio

I viaggi verso l’Oregon e la California venivano compiuti a bordo di carri chiamati Conestoga, dal nome della località in cui venivano fabbricati in Pennsylvania, pesanti veicoli che a pieno carico raggiungevano 6-7 tonnellate di peso. La natura dei sentieri praticati suggerì, con l’esperienza, l’adozione dei più leggeri Prairie Schooner (“Goletta della Prateria”) di dimensioni minori e maggiore adattabilità ai percorsi. Vi erano tuttavia persone o famiglie che si aggregavano alle carovane senza alcun carro o con carretti poco adatti all’impresa da affrontare, con le cavalcature che possedevano, o talvolta a piedi.
Occorre rammentare che nel 1837 gli Stati Uniti subirono una grave crisi economica, che mandò in rovina molti contadini in una società ancora fondata in larga misura sull’agricoltura: non deve dunque fare meraviglia che diversi soggetti non possedessero neppure i soldi per acquistare un carro adeguato alle esigenze.
Il traino dei Conestoga e dei Prairie Schooner era demandato, a differenza di quanto ha mostrato frequentemente il cinema western, ai buoi e ai muli, mentre i cavalli da tiro venivano impiegati più raramente. Per trainare un Conestoga – lungo m. 3,50 e largo m. 1,20 – occorrevano almeno 6-8 buoi, o, in alternativa, da 8 a 12 muli, ma talvolta bastavano 4 robusti cavalli da tiro. A bordo viaggiavano da 2 a 8 persone, secondo la composizione del nucleo familiare, che nella maggior parte dei casi era numeroso. Il Prairie Schooner costruito inizialmente dalla ditta di John Studebaker, figlio di immigrati tedeschi nell’Ohio, era largo 1 metro, aveva suppergiù la stessa lunghezza e poteva trasportare fino a 1.500 chili, ma ospitava di solito un numero quasi uguale di viaggiatori.
La prima persona di sesso femminile che vi si avventurò fu Nancy Roberts Kelsey, nata nel 1823 nel Kentucky ed emigrata ancora bambina nel Missouri insieme alla famiglia. Di bell’aspetto, con occhi chiari e sguardo penetrante e volitivo, a 15 anni sposò Benjamin Kelsey, nell’ottobre 1838. Circa tre anni dopo la coppia e la figlia piccola nata dal matrimonio si aggregarono ad una carovana diretta nella Joaquin Valley, in California.


Nancy Roberts Kelsey

Il gruppo, organizzato il 18 maggio 1841, prese il nome di Bartleson-Bidwell Party, perché guidato dal capitano John Bartleson e da John Bidwell.
Seguendo i tracciati indicati in precedenza da famosi trapper come Jedediah Smith (1799-1831) e Peter S. Ogden (1790-1854) attraversò Nebraska e Wyoming, piegò a sud verso lo Utah, aggirando il Gran Lago Salato dalla parte settentrionale e procedette, in una regione brulla e inospitale, fino al lago Humboldt, formato dal fiume omonimo nella regione del Nevada. La prosecuzione del viaggio, che prevedeva il superamento della Sierra Nevada – catena montuosa che protegge la California ad oriente per tutta la sua lunghezza, raggiungendo i 4.421 metri di altitudine – costrinse gli emigranti ad abbandonare i carri e gran parte del carico, per continuare soltanto con gli animali da traino. L’impresa riuscì nonostante le molte difficoltà e alla fine di ottobre la carovana, superato il Sonora Pass, entrò nella vallata del San Joaquin. Il 4 novembre 1841 i suoi 34 componenti si accamparono presso il ranch del dottor John Marsh (1799-1856) uno dei primi pionieri americani della California.
Trascorso un mese, per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio, i Kelsey arrivarono all’immensa tenuta di John Sutter (1803-1880) un immigrato svizzero che in California aveva fondato, con il consenso dell’autorità spagnola, un vero e proprio impero. La sua proprietà comprendeva fattorie, segherie, negozi, allevamenti di bestiame e coltivazioni e i coniugi vi si fermarono a lavorare per un po’ di tempo. Nel 1843 l’irrequieta Nancy, che era di nuovo incinta dopo avere perso il suo secondogenito appena nato prima di lasciare il Missouri, seguì il marito nell’Oregon, ma alla fine dell’anno entrambi fecero ritorno in California. Nel 1844 la donna scampò ad un attacco indiano, mettendo in salvo anche l’unica figlia superstite, perché le altre gravidanze si erano concluse con la morte dei neonati entro pochi giorni. In seguito Nancy rimase incinta varie volte e qualcuno scrive che di figli ne ebbe complessivamente 11.
Quando la California insorse contro il governo messicano, l’intrepida pioniera vi partecipò confezionando nel 1848 il vessillo del nuovo Stato indipendente – chiamato Repubblica della Stella e dell’Orso – come aveva fatto Betsy Ross (1752-1836) con la bandiera degli Stati Uniti ai tempi della Rivoluzione. Negli anni che seguirono, si spostò con la famiglia in numerose località californiane, soggiornò in Messico e raggiunse il Texas nel 1859, dove Mary e tre delle sue figlie dovettero fronteggiare un violento attacco di Comanche. La donna e due delle figlie se la cavarono, ma la dodicenne Mary Ellen venne catturata, scotennata e abbandonata ancora viva nella prateria: sarebbe sopravvissuta altri 6 anni, afflitta da disturbi mentali.
Dopo l’ennesimo rientro in California nel 1864, i Kelsey ripresero a girovagare per città e villaggi. Il marito, che aveva fatto anche il minatore, si spense nel 1889 e Nancy si mise a fare la levatrice e l’erborista nella contea di Santa Barbara. Morì a Cuyama nel 1896, pochi giorni dopo il suo settantatreesimo compleanno. Aveva trascorso la sua esistenza quasi interamente nell’Ovest, cambiando moltissime volte residenza, sfidando pericoli di ogni sorta e vincendo i dispiaceri che la vita le aveva riservato.
Tamsen Donner
Tamsen Donner e molte altre donne che condivisero con lei la più drammatica spedizione della storia verso la California è una insostituibile testimonianza di quanto fosse dura la vita degli emigranti lungo le piste, anche se il viaggio era iniziato nell’Illinois sotto i migliori auspici.
L’impresa era stata sconsigliata nientemeno che dall’avvocato Abraham Lincoln (1809-1865) futuro presidente degli Stati Uniti ed ex compagno d’armi di James Frazier Reed, un oriundo irlandese di lontana origine polacca che aveva sposato la vedova Margaret (o Margret) Keyes Backenstoe. La coppia aveva 4 figli, due dei quali dal precedente matrimonio della donna. Benchè Reed avesse un’attività abbastanza redditizia, non si lasciò dissuadere dalle esortazioni di Lincoln e della moglie Mary Todd, mettendosi a reclutare gente a Springfield e nelle contrade circostanti insieme ai fratelli George e Jacob Donner, anch’essi ricchi possidenti e con un elevato tenore di vita. Alla fine i tre riuscirono a formare un gruppo di 31 persone, che partirono da Springfield il 5 aprile 1846 con 10 carri. Lungo il percorso parecchi altri emigranti si aggregarono al convoglio, facendolo salire a 70 carri e portando il numero dei componenti a 320, dei quali 65 di sesso femminile.
Fino a Fort Laramie, distante da Springfield oltre 880 miglia (1.450 Km.) filò quasi tutto liscio, a parte la perdita di Sarah Keyes, la settantacinquennne suocera di Reed, che aveva voluto seguire la famiglia nonostante fosse paralizzata. Un’altra vittima, questa volta a causa di un attacco dei Pawnee, fu William Trimble, rimasto isolato mentre i carri sfilavano nella prateria bagnata dal fiume Platte.
Il convoglio giunse a Fort Laramie il 3 luglio, sotto la guida del capitano William Russell, ma dopo la sosta assunse la denominazione di Donner Party, dal nome di George Donner, uno dei promotori dell’impresa. Questi, che aveva 62 anni ed era originario della North Carolina, si era già sposato due volte ed era padre di 10 figlie femmine quando a 35 anni cominciò a corteggiare Tamsen Eustis, un’insegnante diciottenne rimasta vedova. In breve celebrò il suo terzo matrimonio, dal quale nacquero altre 3 figlie. “Tutti erano d’accordo” scrive un autore “nel dire che, fra i Donner, Tamsen era il personaggio più notevole. Aveva diciotto anni meno del marito ed era del Massachussets, di Newburyport, una cittadina sul mare a nord di Boston, dove era nata nel novembre 1801…Perse la madre a sette anni e il padre si risposò. Studiò con ottimi risultati e decise di darsi all’insegnamento, professione allora insolita anche per le donne americane,” (Angelo Solmi, “Il diavolo sulla Sierra”, Rizzoli, Milano, 1978, p. 17). Di statura di poco superiore al metro e cinquanta, con occhi chiari e capelli castani, si era maritata una prima volta, mettendo al mondo 2 figli morti entrambi bambini insieme al coniuge. In seguito aveva conosciuto George Donner, accettando di sposarlo.


La spedizione Donner

Anche la famiglia di Jacob Donner, unitosi in seconde nozze a Elizabeth Hook, era molto numerosa, avendo la coppia 7 figli, di cui 2 nati dalla precedente unione.
Il primo tratto del percorso verso l’estremo Ovest, se si esclude la morte di nonna Keyes e di Trimble, fu decisamente tranquillo, come scrisse Tamsen in una lettera pubblicata più tardi sullo “Springfield Journal”: “Arrivati nelle praterie, abbiamo trovato una strada buonissima e l’unica difficoltà è stata quella di attraversare i fiumi, anche se non abbiamo mai corso vero pericolo. Non avrei mai creduto che potessimo viaggiare così lontano con così pochi inciampi.” Neppure il temuto pericolo delle tribù ostili sembrava preoccupare gli emigranti, tant’è che Tamsen annotò: “Gli Indiani ci vengono a trovare, e stamattina i capi di una tribù hanno fatto colazione nella nostra tenda.” (Solmi, op. cit., p. 31). Tuttavia i grossi problemi dovevano ancora arrivare.
Nei pressi di Fort Laramie, Reed incontrò James Clyman, un ex commilitone dei tempi della campagna contro i Sauk e Fox di Falco Nero, il quale ritornava proprio dalla California. L’uomo ammonì la carovana sulle enormi fatiche che l’attraversamento dei deserti e il superamento della Sierra Madre avrebbero comportato. Poiché molti emigranti erano convinti di poter imboccare una scorciatoia ideata da Lansford W. Hastings (1819-1870) che poteva far risparmiare oltre 300 chilometri di strada, sorsero i primi contrasti fra chi intendeva seguire la via più breve e chi preferiva attenersi al percorso consueto. Le discussioni continuarono per un po’ senza trovare un accordo comune e provocò la scissione del gruppo in due tronconi distinti. Quando il gruppo dei Donner giunse nelle vicinanze di Fort Bridger la carovana si era ridotta ad 88 componenti. Determinati in ogni caso a seguire la scorciatoia di Hastings, il 31 luglio George Donner e Reed guidarono il loro seguito verso i monti Wasatch e la vallata del Gran Lago Salato, nello Utah.
Lungo il tragitto trovarono dei messaggi lasciati dallo stesso Hastings appesi ad alberi o cespugli, talvolta ridotti a brandelli dagli uccelli rapaci e dispersi dal vento. Fu merito della metodica Tamsen se si riuscì a ricomporli e decifrarli, dopo che la donna ebbe pazientemente rimesso insieme i pezzi sparsi sul terreno, con la scrittura spesso scolorita e quasi illeggibile. Comunque, le istruzioni contenute nei foglietti non sempre contribuirono a sollevare il morale della compagnia. Reed decise che fosse necessario rintracciare Hastings, della cui presenza nella regione era stato informato a Fort Bridger. Andò in perlustrazione insieme ad alcuni compagni finchè non riuscì a rintracciarlo e gli chiese di fare da guida al convoglio, ma questi si rifiutò, essendo già stato ingaggiato da un’altra carovana. L’uomo cercò di rassicurare Reed, fornendogli sommarie indicazioni e consigli, dopo avere premesso che altri prima dei Donner erano giunti sani e salvi alla mèta percorrendo la sua scorciatoia.


Parte dei Donner

Ma gli ostacoli che si frapponevano alla continuazione del viaggio erano veramente formidabili.
Per superare alcuni dislivelli del terreno roccioso, gli emigranti dovettero imbragare buoi e cavalli e tirarli su o calarli in basso con le funi, ripetendo poi l’operazione con i loro 23 carri. Giunti al Lago Salato alla fine di agosto, tutti pensarono che la Sierra Nevada si trovasse a soli 350 chilometri, mentre ne distava più del doppio. Il 1° settembre, durante una sosta, morì Luke Halloran, affetto da tubercolosi e due giorni dopo la carovana riprese la marcia, affrontando la traversata del terribile Deserto di Sale, dove perse diversi animali da traino e dovette abbandonare una parte del carico, giungendo stremata ai piedi della Sierra Nevada. Dopo un lungo conciliabolo fra i capifamiglia, si decise di inviare un paio di uomini in avanscoperta – Charles Stanton e William Mc Cutchen – con l’obiettivo di superare le montagne per raggiungere Fort Sutter. Intanto la tensione provocata dalle continue difficoltà cresceva, dando luogo a discussioni accese e ad una rissa. Ai primi di ottobre scoppiò infatti una lite fra James Reed e un certo Snyder, raccontata nelle sue memorie da Eliza Donner, figlia di George: “Reed estrasse il suo coltello da caccia e pugnalò Snyder nella parte sinistra del petto… l’assemblea decise che Mr. Reed sarebbe stato bandito dalla compagnia.” (Eliza P. Donner Houghton “The Expedition of the Donner Party and its Tragic Fate”, The Arthur H. Clark Company, Glendale, California, 1920, p. 48).
All’omicida, che in realtà aveva agito per legittima difesa schivando tre tentativi dell’avversario di accoltellarlo, venne concesso di tenersi solo il cavallo, ma sua figlia Virginia di 12 anni lo raggiunse segretamente poco dopo, portandogli il fucile, munizioni e provviste. Reed, al quale si era aggregato Walter Herron, un suo aiutante, si avviò verso i contrafforti della Sierra Nevada, lasciando dietro di sé dei segni visibili per la propria famiglia.
Per la carovana, alla quale erano rimasti 14 carri, qualche bue e pochi cavalli, stavano per giungere tempi assai difficili. Una banda di Indiani la sorprese lungo il fiume Humboldt, razziando una ventina di capi di bestiame. Quindi vi fu la scomparsa di un componente, che fece cadere i sospetti sul tedesco Ludwig Keseberg, ma senza alcuna prova certa. La salita verso la Sierra proseguì faticosamente, con le donne che tenevano in braccio i loro figli piccoli, stremati e piangenti. La speranza sembrò riaccendersi quando giunsero 3 uomini che conducevano 6 muli carichi di provviste: provenivano da Fort Sutter, dove era arrivata l’avanguardia inviata qualche settimana prima con la richiesta di aiuti, ma la gioia dei pionieri, sottoposti a tremende fatiche, non tardò a dissolversi. Purtroppo la carovana era in notevole ritardo rispetto alla tabella di marcia e l’autunno incombeva, con le sue piogge, il freddo e la neve.
Proprio mentre gli emigranti salivano faticosamente le pendici delle montagne, cominciò a nevicare abbondantemente, rendendo proibitiva la marcia e dopo aver raggiunto il 31 ottobre le rive del lago Truckee, dove si accamparono, dovettero costruirsi ripari di fortuna con tronchi d’albero, rami, frasche e i teli dei pochi carri rimasti. Le nevicate non diedero tregua fino a tutta la prima decade di novembre; il maltempo concesse una pausa per qualche giorno, poi tornò ad imperversare. Nella zona c’era poca selvaggina e la pesca nel lago, che incominciava a gelare, non forniva cibo sufficiente a tutti. Gruppi di persone tentarono delle sortite per arrivare a Fort Sutter, ma tutte le iniziative fallirono miseramente. Uno di essi, composto da 12 uomini e 5 donne, si mise in marcia a metà dicembre per raggiungere un ranch sul contrafforte occidentale della Sierra, ma dovette fermarsi dopo una decina di giorni, a causa dell’impossibilità di proseguire, dopo che 5 componenti erano morti. Provati dal freddo e dalla fame, alcuni smembrarono i cadaveri e se ne cibarono. La medesima situazione si ripetè nel campo sul lago Truckee, dove non vennero mai dissipati i sospetti che qualcuno avesse deliberatamente ucciso i suoi simili per sfamarsi.
James Reed, l’uomo bandito dalla carovana dopo l’uccisione di Snyder, era riuscito ad arrivare a Fort Sutter, ma i suoi insistenti appelli di organizzare una spedizione di soccorso non furono ascoltati: al suolo era caduta troppa neve, rendendo le piste impraticabili e lo stesso Sutter respinse le richieste, giudicando impossibile inviare aiuti in quella stagione. Quando l’irriducibile Irlandese, che si era dato da fare in mille modi per ottenere appoggi, raccogliendo fondi e convincendo volontari a seguirlo, riuscì a raggiungere il campo degli emigranti con 10 compagni e una abbondante quantità di viveri e coperte, era già il 27 febbraio 1847. I suoi famigliari – la moglie Margareth e i figli – sebbene affamati, sconvolti dalla paura e dagli orrori a cui avevano assistito, erano ancora vivi.


James Reed con la moglie

Tamsen Donner era morta in circostanze che non sarebbero mai state chiarite. Su Ludwig Keseberg, processato e assolto per insufficienza di prove dopo la tragedia, permasero dei pesanti sospetti, perché la sua versione dei fatti davanti ai giudici parve poco credibile alla maggior parte delle persone. Il tedesco raccontò che la donna, rimasta già vedova, aveva trovato rifugio nella sua capanna: era inzuppata d’acqua dopo essere caduta accidentalmente nel lago e lui la tenne presso di sé, fornendole una coperta per proteggersi dal freddo. Qualche testimone raccontò comunque che, all’arrivo dei soccorsi guidati da Reed, Keseberg fosse intento a divorare delle membra umane dopo averle arrostite sul fuoco e secondo la loro opinione, si trattava dei resti di Tamsen Donner. “Una rapida ricerca” scrisse la viaggiatrice inglese Isabelle Bird in transito nella zona nel 1873 “portò alla scoperta del corpo mutilato della donna, gelato nella neve, ma ancora ben in carne: segno che ella, al momento della morte, era in buona salute.” (IsabeIla Bird, “Una Lady nel West”, E.D.T. Edizioni di Torino, 1998, p. 13). Il presunto cannibale sarebbe morto nel 1895, ormai emarginato da tutti, in un ospedale di Sacramento, senza avere mai confessato i delitti che gli erano stati contestati.
Il conteggio finale dei superstiti, compresi i bambini, elencò 23 uomini e 25 donne, nonostante che queste ultime fossero in minoranza nella carovana. Degli 88 componenti che avevano imboccato la strada della California, 30 erano i maschi deceduti e solo 10 le femmine: la loro resistenza alle avversità si era dimostrata superiore – anche nelle bambine – rispetto al sesso forte.
Molti dei sopravvissuti alla tremenda avventura vissero fin dopo il primo conflitto mondiale e l’ultima a morire fu Isabella Breen nel 1927, quando erano trascorsi ormai 80 anni dal tragico evento. Eliza Donner, che nel 1861 sposò Sherman Houghton, rappresentante della California al Congresso degli Stati Uniti, si spense a 78 anni a Los Angeles il 19 febbraio 1922, lasciando un ampio e dettagliato resoconto della vicenda nel libro citato.
Nel 1847 e 1848 l’emigrazione lungo la Pista dell’Oregon- California registrò un certo calo, ma è probabile che ciò fosse dovuto alla guerra in corso fra Stati Uniti e Messico, che coinvolgeva anche la regione californiana, piuttosto che alla notizia – diffusa da pochi giornali importanti quali il “New York Herald”, il “Sun”, il “New York Evening Post” e naturalmente dallo “Springfield Journal”, o semplicemente riportata in un trafiletto – sul grottesco epilogo della spedizione Donner.
Nello stesso periodo, altri pionieri con uno scopo diverso lasciarono il Missouri per dirigersi verso il West e ancora una volta due donne ebbero un ruolo non trascurabile. “Per gli Indiani era in serbo una grande sorpresa: la vista delle prime donne bianche. Erano Narcissa, la sposa del dottor Marcus Whitman, ed Eliza, la sposa del dottor Henry H. Spalding.” (Virginia Cole Trenholm-Maurine Carley, “Gli Shoshone”, Rusconi, Milano, 1994, p. 86).
Il dottor Marcus Whitman dello Stato di New York, era un medico che dopo un lungo soggiorno in Montana e Idaho per evangelizzare le tribù dei Testa Piatta (Flathead) e dei Nasi Forati (Nez Percè) insieme al missionario Samuel Parker, decise di compiere una seconda impresa nel 1836, unendosi ad una compagnia di commercianti diretti nell’Oregon. Da pochi mesi Whitman aveva sposato un’insegnante ventottenne di nome Narcissa Prentiss, originaria di Prattsburgh (New York) fermamente intenzionata ad accompagnare il marito nella sua missione.


L’arrivo di Marcus Whitman e della moglie

La coppia partì il 25 maggio 1836 insieme ad altri due missionari, Henry e Eliza Hart Spalding, unendosi poi al gruppo di trapper e commercianti guidati da Milton Sublette e Thomas Fitzpatrick. Il luogo in cui decise di iniziare la propria opera di catechizzazione degli Indiani si chiamava Waiilatpu, abitato dai Cayuse, di lingua sahaptin. Narcissa fece costruire una scuola per istruire i bambini nativi, mentre il marito si dedicò a trasmettere agli adulti le sue nozioni di agricoltura, svolgendo anche la propria funzione di medico.
L’opera dei Whitman venne quasi subito osteggiata dagli sciamani e dai capi più tradizionalisti della tribù, che cercavano di tenere lontana la propria gente dagli uomini bianchi, diffidandola dall’ascoltare i loro insegnamenti, ma per un lungo periodo non vi furono incidenti.
L’inizio era stato promettente e durante la celebrazione della festa nazionale del 4 luglio, mentre Whitman leggeva passi della Bibbia, Narcissa intonò alcuni canti che lasciarono piacevolmente sorpresi tutti i presenti. “La signora Whitman, che era famosa per la sua bellissima voce, guidò un inno patriottico… Gli Indiani, eccitati dalla presenza al rendez vous delle prime donne bianche, arrivarono portando in dono trote e carne d’alce.” Vi fu poi un attacco simulato, che terrorizzò le ospiti, ma che in realtà era “il più grande complimento che gli Shoshone potessero fare alle prime visitatrici bianche.” (Trenholm-Carley, op. cit., p. 87). La stessa Narcissa annotò in proposito che i nativi “parevan molto sorpresi e compiaciuti nel vedere delle donne bianche… Noi signore rappresentavamo per loro una vera curiosità.” (Brown, op. cit., p. 82).
Era ovvio comunque che i Pellirosse non la pensassero tutti allo stesso modo riguardo ai nuovi venuti.


Narcissa Prentiss aiuta un indiano malato

La carovana Donner, nel suo lungo tragitto verso la California non aveva praticamente subito atti ostili da parte loro, nonostante che qualche guerriero avesse posato gli occhi sulle belle fanciulle dalla pelle chiara. Era accaduto alla figlia diciannovenne di Franklin W. Graves, Mary Ann, che insieme al fratello William cavalcava in coda al convoglio; alcuni Sioux si dissero disposti a pagare un prezzo molto alto per poterla avere, ma William Graves li dissuase spianando il suo fucile carico contro di loro.
Se la tribù di Sacajawea era ormai abituata da trent’anni ad avere relazioni amichevoli con gli Americani, molti Cayuse rimanevano freddi di fronte ai loro tentativi di aiutarli. Tuttavia, i due coniugi e i loro amici decisero di rimanere nella zona, accogliendo gli emigranti che cominciavano a giungere sempre più numerosi da Est e i trapper che battevano le montagne.
Una prima tragedia si abbattè sulla famiglia quando la figlia Alice Clarissa, nata nel marzo 1837 – la prima donna bianca nata in quella regione del West – annegò all’età di 2 anni nel fiume Walla Walla. Quantunque affranti per la grave perdita, i Whitman proseguirono nelle loro attività con impegno, dedicandosi alla cura dei nuovi arrivati, ma non furono assistiti dalla fortuna.
Nell’autunno 1847 si diffuse, sia fra i Bianchi che in seno alla tribù indiana, un’epidemia di morbillo, che provocò diverse vittime da ambo le parti. Gli sciamani dei Cayuse non aspettavano altro per accusare il medico di avere avvelenato i loro contribali e nonostante il prodigarsi di Marcus e Narcissa per guarire i contagiati, gli Indiani scatenarono una rivolta.
Il 29 novembre 1847 i guerrieri armati assalirono Waiilaptu, saccheggiando e distruggendo la missione. Whitman, sorpreso in casa, venne ripetutamente ferito alla testa con un tomahawk e morì poco tempo dopo; sua moglie tentò di fuggire, ma venne abbattuta a fucilate dai Cayuse, che oltre alla coppia uccisero altre 11 persone, portandone via 54 – per la maggior parte donne e bambini – in ostaggio.


L’uccisione di Marcus Whitman nell’attacco alla missione

Durante la cattività, ne morirono 5, fra le quali due bambine, Helen Mar Meek di 10 anni – figlia del famoso esploratore e trapper Joseph L. Meek (1810-1875) e di una donna shoshone – e Hannah Louise Sager di 5 anni; entrambi i decessi furono probabilmente causati da malattie.
Il 29 dicembre i prigionieri, fra cui si trovava anche Mary Ann Bridger, figlia di Jim Bridger, vennero rilasciati dietro pagamento di un riscatto. In seguito, la milizia mobilitata dal governatore provvisorio dell’Oregon, generale Mitchell Lambertsen debellò definitivamente i Cayuse e 5 dei loro capi vennero condannati a morte e impiccati nel giugno 1850.
Per loro fortuna, i coniugi Spalding si erano da tempo trasferiti più ad occidente, per stabilirsi nella Willamette Valley dell’Oregon, una delle aree più ambìte dagli emigranti. Eliza, che aveva avuto 4 figli dal matrimonio, si spense ancora giovane nel 1851, a 43 anni, dopo avere dedicato la vita alla propria missione.
Si calcola che nel 1849, in seguito alla scoperta dell’oro in California, 48.000 emigranti si diressero nel West con 8.000 carri, decine di migliaia di buoi, muli e cavalli. Nel 1850 i registri di Fort Laramie riportarono il transito di 9.000 carri, che trasportarono 39.520 persone. Di queste, le donne erano meno di 900.
Si tenga conto che svariate migliaia di emigranti raggiunsero la California e l’Oregon via mare, imbarcandosi a New York sulle navi che all’epoca dovevano doppiare il Capo Horn, circumnavigando l’America del Sud, poiché non esisteva ancora il canale di Panama. In alternativa, potevano approdare a Chagres (Panama) e percorrere a piedi le miglia che le separavano dalla sponda del Pacifico, attraverso una foresta umida e infestata da serpenti. Una volta giunti alla sponda del Pacifico, dovevano attendere per giorni l’arrivo di una nave che li prendesse a bordo ad un prezzo assai elevato, che sfiorava i 400 dollari per arrivare a San Francisco; in qualche occasione l’emigrante dovette sborsarne anche 1.000 per il trasporto, ma il vantaggio, rispetto alla via di terra, era di poter raggiungere la California in poche settimane anziché in 5 o 6 mesi. Inoltre, nel tragitto via mare, non si incontravano tribù bellicose, come capitava invece di frequente a chi percorreva la Pista dell’Oregon. Su 89.000 immigrati accolti dalla California nel 1849, furono 41.000 quelli sbarcati dalle navi provenienti dal Pacifico.
Le carovane maggiormente esposte a rischi di ogni genere – tempeste di sabbia, bufere di neve, siccità, guado di fiumi e torrenti impetuosi, attacchi degli Indiani – erano quelle composte da poche persone, perché raramente i Pellirosse davano l’assalto ai convogli molto consistenti, avendo scarse possibilità di successo. I carri isolati potevano essere facilmente presi di mira e derubati, spesso on l’uccisione o la cattura dei loro conducenti e famigliari. In qualche caso, come quello capitato a Janette Riker, gli unici Indiani incontrati lungo il tragitto si comportarono in maniera del tutto diversa, offrendo un aiuto a chi ne aveva bisogno.
Il fatto accadde nel Montana nell’autunno-inverno 1849-50 e riguardò una famiglia di 4 persone su cui esistono scarne informazioni.


Janette Riker tra gli indiani

Partiti a bordo di un Conestoga con l’intenzione di raggiungere l’Oregon percorrendo una pista inusuale, i Riker attraversarono il territorio del Dakota senza problemi, entrando poi nel Montana. Nel settembre 1849 si accamparono per 3 giorni in una vallata ricca di erba da pascolo, dove buoi e cavalli potevano rifocillarsi e riposare. Al secondo giorno di sosta, il capofamiglia e i suoi due figli maschi andarono in cerca di selvaggina sulle montagne circostanti, lasciando la figlia Janette, che aveva 14 anni, da sola a sorvegliare il carro e gli animali. Il padre le raccomandò di tenere sempre il fucile a portata di mano e promise che lui e i figli sarebbero ritornati prima del buio. Purtroppo per la ragazza, nessuno dei tre fece più ritorno e si ignora quale sia stata la loro fine.
Dopo avere trascorso una notte angosciosa, Janette prese con sé il fucile e il mattino seguente andò alla loro ricerca, percorrendo diverse miglia, ma le tracce trovate terminavano nei pressi di una profonda gola rocciosa. Probabilmente i tre cacciatori vi si erano avventurati, finendo in qualche precipizio. Disperata, Janette se ne tornò al carro e meditò sul da farsi, pregando che i suoi famigliari ritornassero, ma la sua attesa fu vana. Trascorsi alcuni giorni, mentre ormai le speranze si affievolivano, venne colta dalla paura e invocò addirittura la morte, piuttosto che rimanere da sola in una terra sconosciuta, con la brutta stagione che si avvicinava. Aveva perso la madre da alcuni anni ed ora anche il resto della sua famiglia ed era inutile chiedersi in quale modo. Per altri cinque o sei giorni Janette riprese a battere i sentieri, lanciando richiami da ogni parte, ma nessuno le rispose mai. Allora, ormai rassegnata, trovò inaspettatamente la forza di pensare alla propria sopravvivenza.
Per prima cosa, si costruì un riparo fra gli alberi, utilizzando legname preso dal carro o dalla natura per formare le pareti e come tettoia usò il telo impermeabile del Conestoga; quindi, esaurite le provviste e non avendo la possibilità di procurarsene altre nei dintorni, si decise ad abbattere il bue più grasso e ne cosparse le carni di sale per conservarle. Le sue notti furono tormentate dai versi di animali diversi e pericolosi: la ragazza riconobbe il ruggito di un puma e gli ululati di lupi e coyote, ma fortunatamente nessuno di essi si avvicinò alla sua capanna. Quando il maltempo si abbattè sulla regione, senza che nessuno si facesse vivo, la ragazza si ritirò nel suo riparo, aspettando pazientemente che il Cielo riaccendesse le sue speranze. Nel 1849, oltre ai cacciatori di pellicce che girovagavano ancora sulle Montagne Rocciose, vi erano moltissimi emigranti provenienti dall’Est che seguivano piste diverse e non era da scartare la possibilità che qualcuno capitasse da quelle parti, ma ciò non avvenne per diversi mesi. Intanto l’autunno si fece sempre più freddo, arrivarono le prime nevicate e poi il gelo dell’inverno, soprattutto quando a gennaio cominciò a spirare il blizzard, un vento proveniente da nord che abbassa le temperature fino a 30 gradi sotto lo zero. Janette resistette al freddo, indossando gli abiti più pesanti e procurandosi la legna secca per alimentare il fuoco.
A poco a poco anche le paure notturne derivanti dalla sua assoluta solitudine svanirono e la speranza di essere trovata da qualcuno aumentò man mano che la stagione fredda cedeva il passo alla primavera. Per quanto possa sembrare incredibile, la sua avventura si protrasse fino all’aprile 1850, quando le fecero visita due Indiani. Si trattava certamente di guerrieri appartenenti a qualche tribù amica dei Bianchi, che furono più sorpresi di lei nell’incontrare quella fanciulla solitaria in una terra pressochè disabitata da esseri umani. Il timore che potessero rapirla svanì quasi subito: spiegandosi come poterono a gesti, essi la indussero a seguirli fino ad un luogo abitato dai Bianchi, Fort Walla Walla, nell’attuale Stato dello Washington. Notizie locali riferirono che, ripresasi dalla brutta avventura, Janette Riker, tornò a svolgere una vita normale, si creò una famiglia sposando il proprietario di un ranch e visse molto a lungo, ma su di lei le cronache del West appaiono molto avare, non fornendo altre indicazioni che quelle fin qui riportate.
La sua fu una disavventura più unica che rara, conclusasi bene contro ogni aspettativa.
Un’altra dimostrazione di quanto fosse forte in una donna, per quanto assai giovane, la volontà di sopravvivere anche in condizioni disperate.

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