Le pioniere del nuovo mondo – 6

A cura di Domenico Rizzi
Puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6.

Nell’Ottocento, sposare un ufficiale dell’esercito era l’aspirazione di molte fanciulle di buona famiglia, ma implicava una serie di rinunce e sacrifici qualora il marito venisse destinato in qualche remota località del West, generalmente un presidio costruito per proteggere gli emigranti dalle incursioni degli Indiani.
Sebbene il maggior timore delle donne fosse di cadere nelle mani di qualche selvaggio, che le avrebbe uccise, torturate o brutalizzate, facendone spesso le proprie squaw, le difficoltà della vita in un avamposto militare erano molteplici: il caldo torrido e la polvere che in regioni come l’Arizona, il New Mexico o il Texas erano opprimenti per quasi tutto l’anno, i gelidi inverni del Wyoming e del Montana, i tornado che si abbattevano sulle praterie dell’Oklahoma e del Kansas, spazzando via tutto ciò che incontravano sul loro percorso. A ciò si aggiungevano le minacce rappresentate in alcune regioni dalla presenza di serpenti a sonagli, scorpioni e ragni velenosi, che non era raro scovare all’interno delle baracche adibite ad abitazioni; le carenze nella dieta alimentare per l’irregolarità degli approvvigionamenti destinati alle postazioni, causa frequente di scorbuto; le nevicate abbondantissime capaci di isolare il forte per settimane e talvolta le alluvioni causate dallo straripamento di fiumi e torrenti durante la stagione delle piogge.
La storia è ricca di testimonianze lasciate ai posteri dalle mogli di militari che prestarono servizio nel West e più di una raccolse le proprie memorie in libri di notevole diffusione, soprattutto nelle grandi città dell’Est.


Donne rapite dagli indiani

Fra queste pioniere della Frontiera americana, emergono nomi molto noti, come Elizabeth Clift Bacon, moglie del generale Custer e Frances Courtney, sposa del tenente George Grummond: entrambi i loro mariti ebbero un tragico destino, soccombendo agli Indiani in due famose battaglie. Meno conosciute, ma altrettanto degne di interesse, le biografie di Margaret Carrington, Martha Summerhayes, Annie Sokalski e Frances Boyd, ma merita riguardo anche la breve e sfortunata vicenda di Elizabeth Cardwell, compagna di un Galvanized Yankee destinato ad un presidio del Dakota quando la guerra di secessione non era ancora terminata.
All’epoca in cui vennero costruiti i primi avamposti nell’Ovest, la percentuale delle presenze femminili era ancora molto bassa, non superiore, nella maggior parte delle regioni in via di colonizzazione, al 5% della popolazione bianca. Come già detto nei capitoli precedenti, esploratori e cacciatori di pellicce si procurarono mogli indiane, praticando spesso la poligamia. Anche qualche ufficiale dell’esercito, rimasto scapolo, fece altrettanto. Il capitano Richard B. Garnett, combattente sia nella Guerra Messicana del 1846-47 e poi assegnato al comando di Fort Laramie dal 1850 al 1855, prese come moglie o compagna una donna degli Oglala di nome Guarda Verso di Lui, dalla quale ebbe il figlio William (Billy) vissuto dal 1855 al 1928. Risulta che diversi altri militari dello stesso presidio ebbero relazioni sentimentali con ragazze indigene.
Solitamente erano gli ufficiali e i sottufficiali ad essere ammogliati, ma in qualche caso vi furono militari di truppa che al momento della destinazione nell’Ovest erano già sposati. Il soldato semplice Patrick Henry Cardwell, un ex prigioniero sudista inquadrato nella compagnia E del Primo Reggimento Volontari di Fanteria inviato nel Dakota, si era unito in matrimonio con una ragazza di nome Elizabeth, che nell’ottobre 1863 lo seguì nella sua pericolosa missione fino a Fort Rice, minacciato dagli Hunkpapa Sioux di Toro Seduto e Gall.


I Galvanized Yankees

Della vita della giovane donna si conosce assai poco, se non che doveva essere originaria del Sud come il marito, nato a James City in Virginia nel 1840 o 1841 e che era già incinta prima di raggiungere la destinazione. Il parto avvenne nel luglio 1864, ma la bambina morì dopo appena una settimana e la medesima sorte toccò ad Elizabeth a distanza di pochi giorni. Persistono dubbi anche sulle cause della morte della donna, perché la guarnigione di Fort Rice aveva registrato diversi casi di scorbuto nei mesi precedenti, fra i quali probabilmente rientrava anche Elizabeth. Suo marito, congedato nel 1865, tornò in Virginia e si risposò l’anno seguente con Recelia Alice Chandler, che gli diede 5 figli. Morì nella sua fattoria nell’aprile 1908, ad un’età compresa fra i 67 e i 68 anni.
Frances “Fanny” Anne Mullen, sposatasi a 19 anni con il secondo luogotenente (sottotenente) Orsemus Bronson Boyd dell’Ottavo Cavalleria il 9 ottobre 1867 proveniva da New York City e riteneva, come dichiarò lei stessa, che “New York fosse l’unico luogo abitabile della terra” (Brown, “Donne della Frontiera”, cit., p. 30). Dovette confrontarsi con la dura realtà del West quando il marito, ufficiale di carriera brevettato a West Point, fu destinato a Camp Halleck, appena costruito nel Nevada nord-orientale a protezione della Pista della California, due giorni dopo il matrimonio. Ligio agli ordini ricevuti, l’uomo partì immediatamente, ma Frances decise di raggiungerlo per via mare, imbarcandosi fino a Panama e di lì su un’altra nave per San Francisco. Rifiutando i consigli di non attraversare la Sierra Nevada in quella stagione, a causa del pericolo di abbondanti nevicate – la tragedia della Carovana Donner aveva lasciato una viva impressione nella gente, nonostante fossero trascorsi 20 anni – si avventurò sulle montagne in compagnia di altri viaggiatori. Ultimata la traversata senza grossi problemi, la donna percorse 100 miglia a bordo di un Dougherty militare – un carro a 6 posti definito comunemente “ambulanza” dall’esercito – fino a Camp Halleck, spendendo per l’intero viaggio la somma di 500 dollari, pari a quasi 5 volte lo stipendio di suo marito. Successivamente Frances lo avrebbe seguito in Arizona, New Mexico e Texas.


Elizabeth Bacon Custer

Le difficoltà di ambientazione in un luogo tanto isolato non le impedirono di di condurre una vita pressochè normale: nel 1869 ebbe la figlia Mabel e in seguito nacquero James William e Henry. Dopo il trasferimento dell’ufficiale nel Texas, sorsero dei problemi, tanto che la famiglia si separò nel 1881 dopo che due dei tre figli erano stati colpiti dalla malaria. Fanny si trasferì a New York, da dove sarebbe ritornata nel Texas soltanto nel 1885, raggiungendo Fort Clark, il presidio in cui il marito prestava servizio in quel momento, ma nel luglio del medesimo anno la donna rimase vedova. In seguito si stabilì per un certo periodo a Washington D.C., ma poi intraprese una serie di viaggi in Europa che arricchirono le sue conoscenze. L’esperienza alla Frontiera rimase comunque quella che lasciò in lei l’impronta più marcata, tanto che Frances la descrisse nel libro “Cavalry Life in Tent and Field”, pubblicato nel 1894. Ritiratasi nel New Jersey nel 1908, Frances vi trascorse il resto della sua esistenza, conclusasi nel maggio 1926 all’età di 78 anni. Fra le tante opere riguardanti la vita delle donne nelle postazioni militari dell’Ovest, la sua è considerata una delle più avvincenti e documentate.
Gli avamposti militari della Frontiera, non avevano sempre l’aspetto mostrato negli innumerevoli film western sull’argomento.
Se nelle regioni boscose, caratterizzate da un clima temperato d’estate e molto freddo d’inverno, erano costituiti da agglomerati di baracche in legno, a volte circondati da palizzate di tronchi d’albero appuntiti, nelle aree brulle o desertiche il materiale preferito era costituito dai mattoni di adobe, formati da paglia triturata e argilla; in qualche caso era possibile usare delle pietre squadrate per formare delle muraglie. Il tetto delle abitazioni poteva essere in legname, oppure in zolle come le soddy house dei coloni delle praterie, che creavano molti inconvenienti in caso di acquazzoni, capaci di trasformare i pavimenti in terra battuta in una massa di fangoe di rovinare i già miseri arredi dell’alloggio. Spesso l’interno non possedeva neppure delle camere separate da vere e proprie pareti e i divisori erano creati con delle coperte stese da un lato all’altro della stanza.


Un accampamento della cavalleria

Molte postazioni non possedevano alcuna recinzione, nè torrette di guardia, ma soltanto una serie di alloggi, camerate, magazzini e stalle sorvegliate costantemente dai militari. Fort Buchanan, in Arizona, “era composto di poche case dislocate su un’area piuttosto vasta, senza una palizzata per proteggerle. Spesso succedeva che gli Apache giungevano facilmente alle porte delle case. Di notte, nessun ufficiale osava aggirarsi senza avere una pistola in pugno.” (Frank C. Lockwood, “Gli Apache. Storia di un popolo di guerrieri”, Rusconi, Milano, 1989, p. 115).
Frances M.A. Mack, sposata a 24 anni con Fayette W. Roe, un ufficiale comandato in servizio a Fort Lyon, Colorado, lasciò un libro di memorie a testimonianza degli anni trascorsi nel West insieme al marito. Era nata nel 1846, si era sposata a e non rientra fra le donne dei militari più conosciute, ma espresse dei giudizi molto incisivi sui luoghi visitati e in generale sulle enormi difficoltà della vita di caserma. Uno dei maggiori tormenti che affliggeva le mogli dei militari erano i continui spostamenti da un alloggio all’altro ogniqualvolta giungeva nel presidio un ufficiale di grado superiore a quello del consorte. In base alle regole dell’esercito, quest’ultimo doveva cedergli la propria abitazione e sgombrare entro poche ore. Assai caustico il suo giudizio anche sugli appartamenti assegnati agli ufficiali, che pure godevano di notevoli privilegi rispetto a sottufficiali e truppa, perchè “costringere uomini e ufficiali a vivere in queste vecchie baracche di legno marcio e ammuffito, infestate dalla malaria e piene di scarafaggi, forse anche di serpenti, è una crudeltà.” (Frances M. Roe, “Army Letters from an Officer’s Wife, 1871-1888”, Appleton, New York, 1909, p. 81).
Molte donne, nate e cresciute nelle città dell’Est, erano eccitate all’idea di poter vedere da vicino un Pellerossa, perchè se lo raffiguravano come il nobile Uncas descritto da James Fenimore Cooper ne “L’ultimo dei Mohicani”, un’opera romantica che la maggior parte delle signore dell’aristocrazia e della buona società avevano letto con passione. Frances Roe diede un giudizio drastico del suo primo impatto con gli Indiani, scrivendo che in realtà erano “soltanto dei selvaggi sporchi, dipinti e maleodoranti” (Roe, op., cit., p. 10). Il suo giudizio non è ovviamente condiviso da tutte le mogli dei militari inviati alla Frontiera, alcune delle quali, come Martha Summerhayes, rimasero ammirate dalla bellezza statuaria dei nativi assunti come domestici. Ciò che invece lasciò inorridite quasi tutte, fu il durissimo trattamento riservato dagli indiani alle loro squaw, considerate spesso alla stregua di semplici schiave e costrette a svolgere lavori pesanti da mariti poco sensibili che non esitavano a punirle se non assolvevano i loro compiti con puntualità e precisione. Al riguardo, il capitano DeWitt Clinton Poole in servizio nell’Ovest annotò l’enorme differenza fra le donne bianche e quelle indiane, evidenziando come queste ultime apparissero “goffe e pesanti, dai tratti rozzi e sciupati dal lavoro” (Louise Barnett, “Custer. L’ultimo eroe”, Rizzoli, Milano, 1999, p. 102).


Donne indiane al lavoro

Gli avamposti dell’area settentrionale delle Grandi Pianure si diversificavano notevolmente dai presidi militari del Sud-Ovest.
Fort Philip Kearny, costruito nel 1866 nel Wyoming a protezione della Pista Bozeman diretta nel Montana, era difeso da una palizzata composta da 4.000 tronchi, lunga 490 metri e larga oltre 180. Al suo interno ospitò per circa 2 anni una guarnigione superiore ai 400 uomini, inclusi molti civili, affidati al comando del colonnello Henry Beebe Carrington. La moglie dell’ufficiale, Margaret Irvin Sullivant, che ne condivise i rischi, era originaria di Danville, Kentucky, dov’era nata nel 1831. Quando seguì il marito nella difficile impresa di tenere a bada I Sioux di Nuvola Rossa e i loro alleati Cheyenne, aveva 35 anni e 4 figli, due maschi e due femmine.
Il suo soggiorno nel Wyoming venne da lei descritto con dovizia di particolari nel suo libro “Absaraka. Home of the Crows” dato alle stampe nel 1868, poco tempo dopo che Carrington era stato trasferito a Fort Mc Pherson, nel Nebraska, a seguito dell’insuccesso della sua missione. Se rivestono interesse le sue appassionate descrizioni e le immense difficoltà della vita militare – sia durante la costruzione di Fort Kearny quando dovette adattarsi a dormire sotto una tenda con temperature sotto lo zero, che nei mesi trascorsi all’interno del presidio sotto la costante minaccia degli Indiani in agguato – non altrettanto calzanti appaiono alcuni giudizi da lei espressi su qualche collaboratore del marito. Il capitano William Judd Fetterman, un ufficiale arrogante e pieno di sè che il 21 dicembre 1866 condusse al massacro I suoi 80 uomini facendosi attirare in una trappola, viene da lei definito un “gentiluomo raffinato, dalle maniere cordiali”. Il disastro militare, dovuto al mancato rispetto degli ordini ricevuti dal colonnello Carrington, fu la causa della rimozione di quest’ultimo dal comando. Riguardo alla vita trascorsa nel forte, durata meno di un anno, fra pericoli realmente incombenti e timori talvolta infondati, Margaret ammise tuttavia che vi furono anche momenti piacevoli. La donna si ammalò di tubercolosi pochi anni dopo la sua partenza da Fort Kearny e morì l’11 maggio 1870, a 38 anni. Non molto tempo dopo Carrington si risposò. La seconda moglie era la vedova del tenente George A. Grummond, perito nell’eccidio della colonna Fetterman.
Frances “Fannie” Courtney, nata a Franklin nel Tennessee nel 1845, era una ragazza dalla famiglia benestante originaria della Virginia. Aveva conosciuto il futuro marito George W. Grummond nel 1862, mentre questi era al comando di un battaglione di volontari nordisti con il grado di tenente colonnello e se n’era innamorata, ignorando che l’uomo fosse già sposato e avesse avuto 2 figli dalla moglie Delia. Terminato il conflitto e sciolti i reparti di volontari, Grummond aveva chiesto di rimanere in servizio nell’esercito regolare, ottenendo il grado di sottotenente, mentre quello ricoperto durante la guerra diventava semplicemente onorario. Si era sposato con Fannie tacendole il suo vero stato civile e portandola con sè a Fort Kearny nel luglio 1866. Nel presidio ancora in costruzione, la donna, descritta da taluni come “giovane, graziosa e socievole” e incinta di pochi mesi, non era risultata troppo simpatica alle mogli degli altri ufficiali, perchè, essendo cresciuta nel Sud, in una famiglia che possedeva la servitù, “non dimostrava alcuna disponibilità per i lavori domestici”.
Frances “Fannie” Courtney
Al suo arrivo a Fort Kearny, a Frances si presentò l’orrendo spettacolo di un uomo ucciso, denudato e scotennato che i militari stavano riportando al presidio a bordo di un carro dopo averne recuperato il cadavere. “Quella strana sensazione di angoscia” scrisse la ragazza “non mi lasciò mai, accresciuta dalle mie particolari condizioni fisiche” (Frances C. Carrington, “My Army Life and the Fort Phil Kearny Massacre”, Lincoln, University of Nebraska Press, 2004, p. 86). La donna non si aspettava certo la sciagura familiare che di lì a pochi mesi le sarebbe toccata.
Dopo il massacro della colonna Fetterman di 81 uomini, le truppe inviate tardivamente in soccorso recuperarono 49 cadaveri entro il tramonto, ripiegando poi subito verso il forte. Il corpo del tenente Grummond non era fra questi caduti e venne ritrovato più tardi, insieme ad un’altra trentina di vittime. Dunque Frances era rimasta vedova a 21 anni con un bambino in arrivo, ma al dolore per la perdita del marito si aggiunse un ulteriore dramma. Il colonnello Carrington, ritenuto indirettamente responsabile della grave perdita, avrebbe ricevuto l’ordine di trasferimento nel Nebraska. Al momento, però, Fort Kearny era considerato a rischio di essere espugnato dai Sioux e dai loro alleati e il comandante chiese dei volontari che si recassero a Fort Laramie, distante 236 miglia, per chiedere rinforzi. Nonostante il clima inclemente e le piste quasi impraticabili per il gelo, un civile si offrì di compiere la pericolosa missione: si trattava di John Phillips, un oriundo portoghese, il cui vero nome era Manuel Felipe Cardoso, nato nelle Azzorre nel 1832. L’uomo, cacciatore di pellicce e cercatore si presentò alla vedova Grummond e le disse le parole che lei stessa avrebbe riportato nelle sue memorie: “Sto andando a Fort Laramie per chiedere aiuto, anche se mi costerà la vita. Ci vado per amor vostro.” Quindi le donò un abito di pelle di lupo, aggiungendo: “Ve l’ho portato perchè lo accettiate, in ricordo di me, nel caso non doveste più rivedermi.” (Frances C. Carrington, op. cit., p. 149).
Phillips raggiunse il proprio obiettivo la sera di Natale, dopo avere attraversato praterie gelate e sfidato tormente di neve, con temperature che erano scese spesso a 25 gradi sotto lo zero. Nel frattempo gli Indiani non assalirono Fort Kearny, a causa dell’inclemenza del tempo, ma soprattutto perchè l’impresa, come aveva riferito Due Lune dei Cheyenne al capo sioux Nuvola Rossa, sarebbe costata troppe vite umane. I rinforzi inviati da Fort Laramie, al comando del tenente colonnello Henry W. Wessels, recarono anche l’ordine di trasferimento di Carrington ad un’altra sede. Insieme a lui lasciò il presidio la stessa Frances, che si portò dietro i resti del marito in una bara. “Partimmo poco dopo il mezzogiorno del 23 gennaio 1867, in mezzo alla tormenta, accompagnati da una scorta di 40 fanti e 20 cavalleggeri…Per settimane non vedemmo altro che neve sulle montagne, burroni e vallate…” (Frances Carrington, op. cit., pp. 182-83). La donna raggiunse il Tennessee, dov’erano ancora viventi la madre Eliza e alcuni parenti, nel mese di marzo e il 14 aprile partorì il bambino, chiamato William. Solo dopo avere richiesto la pensione come vedova di un militare caduto in servizio Frances fece l’amara scoperta che George Grummond fosse già sposato con un’altra donna e avesse avuto due figli da lei. Ripresasi da quest’ultimo choc, intrattenne una fitta corrispondenza con il colonnello Carrington il quale, rimasto a sua volta vedovo, nel 1871 le chiese di sposarlo nonostante la notevole differenza di età, di circa 21 anni. La loro unione durò fino al 17 ottobre 1911, quando Fannie morì di tubercolosi nei pressi di Boston, dove la coppia era andata ad abitare. Il secondo marito le sopravvisse di un anno e due settimane, spegnendosi all’età di 88 anni.
Durante una sosta del viaggio di ritorno verso l’Est, la donna conobbe a Fort Sedgwick, nel Colorado nord-orientale, un’altra vedova che aveva passato vicissitudini simili alle sue, essendo stata sposata con un ufficiale dell’esercito. Si trattava di Annie Blanche Scott, originaria del Sud come lei, essendo nata in Arkansas nel 1840. Nel dicembre 1864, prima che terminasse la guerra di secessione nella quale il fidanzato era impegnato a combattere I Sudisti, si era sposata a Little Rock con George Oscar Sokalski, figlio di immigrati ucraini e brevettato ufficiale all’accademia militare di West Point. I guai per la coppia erano iniziati al termine del conflitto, dopo la destinazione dell’uomo a Camp Cottonwood, divenuto in seguito Fort Mc Pherson. Se il giovane ufficiale era di carattere impulsivo e orgoglioso, la moglie si era messa in vista per la sua abilità nel cavalcare e maneggiare le armi da fuoco, attirandosi critiche dalle donne del forte.


Fort Mc Pherson

Nel gennaio 1866 il capitano Sokalski si diede ammalato, a causa di un’otite molto dolorosa, rinunciando a guidare una missione lungo il fiume Republican e venne pertanto sottoposto a visita fiscale, essendosi rifiutato di produrre il certificato medico. L’ispettore militare Seneca H. Norton non si limitò ad accertare le sue condizioni di salute, peraltro confermate da un medico della postazione, ma dichiarò di voler svolgere un’indagine su alcuni presunti ammanchi che risultavano dalla contabilità del presidio. Inoltre, avendo chiesto di conferire con la signora Sokalski, le riferì di voci circolanti su maltrattamenti del marito nei suoi confronti. A questo punto George Sokalski intimò al funzionario di lasciare subito il suo alloggio e pochi giorni dopo, in seguito ad un’altra insinuazione fatta da Norton riguardo ad Annie Blanche, lo afferrò per il bavero della giubba e lo sfidò a duello. Al rifiuto dell’ispettore, Sokalski lo minacciò di morte e il 1° maggio 1866 l’ufficiale dovette comparire davanti alla corte marziale, dove si comportò in maniera tutt’altro che remissiva, contestando addirittura la competenza dei giudici, la maggior parte dei quali erano ufficiali che non provenivano dall’accademia, ma si erano guadagnati i gradi sul campo. Riconosciuto colpevole di insubordinazione, aggressione e insulti nei confronti di un ispettore militare, il 10 luglio Sokalski venne radiato con disonore dai ranghi dell’esercito americano. Il ricorso da lui presentato contro la sentenza di primo grado, venne respinto un mese dopo, gettando l’uomo in uno stato di disperazione, ma la combattiva Annie non si rassegnò e propose un nuovo ricorso, che finalmente venne accolto, con annullamento della condanna e reintegrazione dell’ufficiale nel suo rango. Il 26 ottobre 1866 il capitano Sokalski, tornato ad indossare la divisa con i gradi di capitano, venne destinato a Fort Laramie, dove la moglie lo seguì fedelmente. Era stata lei a sostenerlo e incoraggiarlo quando trascorreva le sue giornate a rimuginare sull’ingiustizia subita, perchè l’esercito, come aveva dichiarato egli stesso davanti al tribunale militare, costituiva “il suo unico mezzo di sostentamento” e ad esso aveva dedicato la propria vita. La riparazione del torto era giunta tuttavia troppo tardi, perchè le condizioni di salute di George si erano aggravate, portandolo alla tomba il 12 febbraio 1867, a soli 28 anni di età. Quando Annie incontrò Frances, trascorrendo con lei una notte nel medesimo alloggio, aveva dovuto lasciare il presidio esattamente come la sua compagna di sventura. Si trasferì a New York, dove visse fino al 17 aprile 1917, spegnendosi a Mechanichville a 77 anni.
La sposa che più di tutte si dimostrò fedele alla memoria del marito dopo la sua morte fu senza dubbio Elizabeth Clift Bacon, nata a Monroe, Illinois, l’8 aprile 1842 e divenuta la moglie di George Armstrong Custer nel febbraio 1864, nel corso del conflitto antischiavista. Figlia del giudice Samuel Bacon, severo aristocratico di mentalità conservatrice, aveva conosciuto il futuro marito durante una licenza da questi trascorsa a Monroe, in casa della sorellastra Lydia dov’era cresciuto. Fra Elizabeth “Libbie” e il giovane cadetto di West Point fu un amore a prima vista, osteggiato tuttavia dal padre di lei, poichè il padre di Custer era un fabbro e George non ispirava al magistrato un futuro promettente per la sua unica figlia. Inoltre, il giovane si era preso una sbornia durante una delle sue visite a Monroe, rendendosi ancora più inviso al futuro suocero.
Elizabeth Bacon Custer
La situazione cambiò radicalmente quando, nel 1863, Custer – dimesso dall’accademia con il grado di sottotenente e promosso in seguito al grado di tenente – si presentò alla sua amata nell’uniforme di generale di brigata dei volontari. Dopo un breve fidanzamento, i due innamorati poterono coronare il loro sogno nel 1864 e Libbie seguì il coniuge in quasi tutte le sue pericolose missioni nelle pianure.
Congedati i volontari dopo la resa del Sud, Custer entrò nei ranghi dell’esercito regolare con il grado di capitano, ma di lì a poco venne assegnato al comando del neo-costituito Settimo Reggimento Cavalleria a Fort Riley, Kansas, con la nomina a tenente colonnello e il diritto a fregiarsi del titolo onorario di generale di divisione, conferitogli al termine del conflitto. Tale brevetto gli dava titolo di priorità rispetto agli altri ufficiali che rivestivano il suo stesso grado effettivo.
Libbie seguì il marito in molti dei suo trasferimenti nelle postazioni dell’Ovest e conobbe addirittura l’Indiana sospettata di essere la sua amante – la diciassettenne Monahseetah, figlia di Piccola Roccia, un capo dei Cheyenne caduto nella battaglia del fiume Washita nel 1868 – ma ebbe con lei rapporti molto cordiali. Come Margaret Carrington, Annie Sokalski e Frances Grummond, anch’essa coindivise le difficoltà e i rischi del consorte nelle praterie, rimanendogli accanto nella buona e nella cattiva sorte, perché, come scrisse in uno dei suoi libri “È di gran lunga assai peggio essere lasciati indietro, in preda a tutti gli orrori di immaginare cosa potrebbe accadere alla persona che amiamo” (Elizabeth Bacon Custer, “Boots and Saddles: or Life in Dakota with General Custer”, New York, Harper and Brothers, 1999, p. 78).
L’unico suo vero cruccio fu di non avere potuto dare un figlio a Custer, il quale forse lo ebbe dalla ragazza cheyenne che aveva frequentato per alcuni mesi nel 1868-69.
La ferale notizia del disastro di Little Big Horn, Libbie la apprese a Fort Abraham Lincoln, nel Dakota, il 6 luglio 1876. Poco tempo dopo, ritornò nella natìa Monroe, ma non vi rimase a lungo, perché decise di partire per Newark, nel New Jersey, dove aveva dei parenti, lasciandosi alle spalle il West ma non ciò che esso aveva rappresentato per lei. Più tardi si trasferì a New York e dovette darsi da fare per garantirsi la sopravvivenza, dal momento che la pensione a lei corrisposta quale vedova di un militare caduto in missione era di soli 30 dollari al mese.
Per tutto il tempo in cui sopravvisse al marito, non perse occasione per onorarne la memoria, scrivendo libri e articoli, concedendo interviste e smentendo le fandonie messe in circolazione da stampa, storici, avversari politici e militari per screditarne la memoria. Nelle sue opere – oltre a quella citata, del 1885, pubblicò “Tenting on the Plains” (1887) e “Following the Guidon” (1890) – la vedova Custer parla quasi esclusivamente dei periodi trascorsi all’Ovest, delle passioni del marito per la caccia, la vita un po’ selvaggia nei grandi spazi aperti e della natura talvolta aspra e inospitale in cui si svolse la vita della coppia.
Tenting on the Plains
Le sue opere, così come la pubblicazione postuma del libro autobiografico di Custer, “My Life on the Plains” stampato proprio l’anno della sua morte, ebbero successo, assicurandole buoni introiti e consentendole un viaggio in Europa. Minore interesse dimostrò Libbie per il periodo della Guerra Civile, nella quale George ebbe sempre un ruolo preminente, forse perché “non le interessava il campo di battaglia se non come palcoscenico di un dramma umano: tattiche e strategie non la inducevano a dar piglio alla penna e non tollerava le sofferenze e le morti.” (Barnett, op. cit., p. 368).
Elizabeth Bacon, la cui bellezza era fuori discussione anche dopo avere superato i quarant’anni, ebbe molti pretendenti dopo la vedovanza, ma li respinse tutti cordialmente, preferendo mantenere la fedeltà alla memoria del suo unico sposo. Anche quando, sul finire dell’Ottocento, si diffusero le voci della relazione avuta da Custer con la giovane Monahseetah – di cui forse Libbie era al corrente fin dal 1870 – la donna non cambiò di una virgola i giudizi espressi sul defunto marito, difendendone l’onore dalle innumerevoli calunnie e insinuazioni riguardanti la sua figura. Grazie anche alla strenua e incessante lotta di questa donna contro i denigratori, gli storici più obiettivi, guidati dalle prove oggettivamente riesaminate a distanza di decenni dall’episodio di Little Big Horn, hanno potuto far emergere fino in fondo le inoppugnabili motivazioni che spinsero Custer ad attaccare gli Indiani il 25 giugno 1876.
Libbie si spense a New York il 4 aprile 1933, quattro giorni prima di compiere 91 anni. Come aveva scritto il Detroit Journal nel 1910, “la signora Custer ha rappresentato una carriera unica fra le donne più notevoli d’America. Ha vissuto per il generale Custer.”
Meno drammatica, ma altrettanto ricca di descrizioni e opinioni di sicuro interesse, fu l’esistenza trascorsa alla Frontiera da Martha Whitney Dunham, detta “Mattie”, nata a Nantucket, Massachussets, il 21 ottobre 1844. Sposata nel 1873 a John W. Summerhayes, ex capitano dei volontari durante la guerra di secessione e raffermato nell’esercito riunificato con il grado di sottotenente, lo seguì dapprima a Fort Russell, Wyoming, e nel 1874 nella torrida Arizona, da dove il marito sarebbe poi stato spostato in California, Nevada e Nebraska.
Martha Whitney Dunham
L’impressione di Martha sul West non fu negativa, se non nel viaggio attraverso la polverosa prateria a bordo di un traballante Dougherty e nei primi momenti della sua permanenza nei forti. Il suo iniziale giudizio sull’Arizona – giudicato da tutti “un posto peggiore dell’inferno” – apparve devastante, per i suoi “perenni inconvenienti naturali, dai serpenti a sonagli alle spine di cactus e ai desperados bianchi, che la rendevano il luogo meno desiderabile per un uomo sposato e sua moglie.” (Martha Summerhayes, “Vanished Arizona: Recollection of the Army Life of a New England Woman”, Rio Grande Press, Glorieta N.M., 1908).
I disagi causati dal caldo, dal contatto con soldati rozzi e volgari nel linguaggio e dalla paura di qualche assalto indiano, furono ben presto superati da episodi e personaggi che la incuriosirono, come la figura di un capo degli Apache soprannominato Diablo che cercò di negoziare l’acquisto della moglie del maggiore William Worth, chiedendo all’ufficiale quanti cavalli volesse per cedergliela. A Camp Grant aveva inoltre osservato una donna indiana a cui era stato tagliato il naso, punizione in uso presso molte tribù per le infedeltà coniugali femminili. Al di là della richiesta manifestamente inaccettabile dell’Apache in base alla sua morale, Martha fu colpita dal “magnifico aspetto” dell’Indiano e cominciò a nutrire rispetto per le curiose usanze dei Pellirosse, come quella di un domestico alle sue dipendenze di nome Charley che indossava abitualmente soltanto il perizoma, da lei definito “alto e ben proporzionato, con membra e forme ben delineate, la pelle morbida e colore del rame, un bel viso, chioma corvina e folta (Summerhayes, op. cit., p. 95 e p. 162). Naturalmente vi furono altre mogli di ufficiali che la criticarono per avere permesso simili licenziosità, tanto più che la donna era originaria del Massachussets, una terra di puritani.


Camp Grant

Nel 1878 il tenente Summerhayes prese servizio in California, ma ritornò all’inizio degli Anni Ottanta per partecipare ad alcune operazioni contro gli Apache in rivolta, prendendo parte alla repressione contro il tentativo di rivolta dello sciamano Noch-Ay-Del-Klinne nell’agosto 1881 a Cibecue Creek. Promosso capitano effettivo nel 1889, si congedò l’anno seguente, dopo una carriera abbastanza ordinaria, con il grado di maggiore, al quale venne aggiunto nel 1904 l’avanzamento a tenente colonnello. La coppia fece ritorno nell’Est, stabilendosi a Washington D.C., New York e infine Nantucket, dove l’ufficiale morì nel 1911. Tre anni prima, Martha aveva dato alle stampe il suo libro autobiografico “Vanished Arizona”, che narrava la sua lunga esperienza di moglie di un militare, concludendo con un vivo rammarico per la trasformazione che le selvagge terre da lei visitate – in particolare l’Arizona – stavano subendo a causa del progresso.
Martha Summerhayes morì a Schenectady, nello Stato di New York, il 12 maggio 1926, a 81 anni. Il suo unico figlio, Henry Roswell Summerhayes, nato a Fort Apache nel 1875, visse fino al 1965.

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