Le pioniere del nuovo mondo – 2

A cura di Domenico Rizzi
Puntate: 1, 2.

Prima ancora di avere interamente colonizzato le vaste regioni del Midwest e del Sud, i pionieri si spinsero molto più ad occidente. Ciò avvenne quando il Minnesota era ancora praticamente disabitato e Chicago, nell’Illinois, raggiungeva a stento i 2.000 abitanti, mentre New York aveva superato gli 80.000. Gli Stati Uniti, nel contempo, erano diventati una nazione di 5 milioni e mezzo di persone che pensava ad espandersi verso l’oceano Pacifico.
Nel 1803 il governo americano aveva acquistato dalla Francia un territorio di notevole estensione, che dalla Louisiana si allargava alle Grandi Pianure e alle Montagne Rocciose, toccando a nord quasi tutto il Montana attuale.
La “Grande Louisiana” – così denominata dai tempi in cui Robert De La Salle (1643-1687) l’aveva visitata, intitolandola a re Luigi XIV – aveva una superficie di 2.140.000 chilometri quadrati, pari a 7 volte l’Italia. Ad occidente e a sud era delimitata dai possedimenti spagnoli e a nord-ovest da quelli britannici della Columbia canadese. Esplorata in molte parti dagli Spagnoli fin dal XVI secolo e successivamente dai Francesi, contava pochissimi abitanti di razza bianca, concentrati prevalentemente nell’attuale Stato della Louisiana. Il resto erano praterie brulle battute dai venti, zone desertiche e montagne che avevano sempre scoraggiato qualsiasi insediamento.
L’area delle Grandi Pianure, estesa dal Texas al Montana, era dominio di Pellirosse nomadi o semi-sedentari: Piedi Neri, Arapaho, Arikara, Crow, Cheyenne, Shoshone, Pawnee, Wichita, Comanche, Kiowa e diverse tribù di lingua sioux, come i Teton o Lakota, comprendenti 7 suddivisioni principali. Complessivamente, escludendo la provincia spagnola del Texas, questi Pellirosse assommavano a circa 120.000 individui, quasi sempre in movimento alla ricerca di selvaggina e perennemente in conflitto fra loro.
Conclusa nel 1806 la prima esplorazione ufficiale della Grande Louisiana da un gruppo di esploratori guidati dal capitano Meriwether Lewis (1774-1809) e dal tenente William Clark (1770-1838) che si spinsero fino alla costa del Pacifico, iniziò l’invasione delle Montagne Rocciose da parte dei cacciatori di pellicce, chiamati trapper o mountain men (montanari) attirati dalla possibilità di vantaggiosi scambi con i nativi. In poco tempo nacquero diverse compagnie commerciali per lo sfruttamento dell’enorme patrimonio rappresentato dalle pelli di castoro, lontra, donnola, orso e volpe. Più tardi, impoverita enormemente la fauna sulle montagne, i cacciatori si sarebbero riversati sulle pianure, dedicandosi allo sterminio sistematico dei bisonti, che entro il 1875 ridusse le tribù indigene alla fame.


Sacajawea

Fra le pioniere del Nuovo Mondo merita di essere annoverata Sacajawea o Sacagawea, l’Indiana che Lewis e Clark incontrarono nel corso del loro viaggio verso occidente. Le notizie su di lei sono spesso contraddittorie e frammentarie, ma hanno reso possibile una ricostruzione sufficientemente completa della sua vita. Volendo azzardare un paragone con la conquista del Messico, si può dire che Sacajawea servì ai due esploratori incaricati dal presidente Thomas Jefferson quasi quanto la disprezzata (dai Messicani) Malintzin o Malinche, una ragazza azteca donata a Hernàn Cortès dai Maya dopo il suo sbarco nel 1519. Quest’ultima, che parlava sia il nahuatl – la lingua azteca – che l’idioma dei Maya, fece da interprete al conquistador tramite uno Spagnolo che aveva appreso la lingua maya, guidandolo nella sua avanzata verso Tenochtitlàn (Città del Messico) e procurandogli la potente alleanza di Tlaxcala, Cholula e diverse altre città azteche insofferenti del regime di Moctezuma. Sacajawea non ebbe un ruolo così rilevante, ma servì a Lewis e Clark come guida attraverso terre sconosciute ed ostili, guadagnando agli Americani l’alleanza della sua tribù, gli Shoshone.
All’inizio di novembre 1804, mentre gli uomini della spedizione erano intenti alla costruzione di Fort Mandan, nel Dakota, si presentò loro il cacciatore franco-canadese Toussaint Charbonneau di 37 anni, che aveva con sé un compagno e 3 donne indigene – tutte sue mogli – delle quali una era appunto Sacajawea. La ragazza, che era incinta, apparteneva ad una tribù di Shoshone dell’Idaho e gli Hidatsa Sioux l’avevano rapita durante un’incursione insieme ad altre squaw. Nata probabilmente nel 1788, aveva 13 anni quando Charbonneau l’aveva comperata dai Sioux per aggiungerla alle altre mogli che si portava dietro. A metà febbraio 1805 la ragazza partorì un maschietto chiamato Jean Baptiste nell’accampamento della spedizione e nell’aprile successivo, quando il gruppo di esploratori riprese a risalire il Missouri a bordo di 2 barche e alcune canoe, Sacajawea e Charbonneau la seguirono.
Il suo contributo al successo dell’impresa fu inestimabile: oltre a fare da guida verso il paese degli Shoshone, ella procurò frutti selvatici e bacche commestibili a tutti gli uomini di Lewis e Clark rimasti a corto di provviste, avvisandoli ogni volta dei pericoli. Quando una delle piroghe si rovesciò, fu proprie lei a recuperare parte del carico, salvando dalla morte anche il marito Toussaint che non sapeva nuotare. Il tenente William Clark manifestò verso Sacajawea una spiccata simpatia, che qualche storico sostiene fosse sconfinata in un sentimento più profondo, diventandone l’amante. Invece il capitano Lewis, soggetto introverso dal carattere spigoloso, non si dimostrò altrettanto aperto nei suoi confronti.
Una volta giunti nelle terre degli Shoshone, nell’agosto 1805, Sacajawea vi ritrovò il fratello Cameahwait, un capo di guerra di un certo prestigio, che venne incontro alle esigenze degli Americani come meglio potè, dato che la tribù, continuamente vessata dalle incursioni di Piedi Neri e Sioux, era ridotta allo stato di mera sopravvivenza. Qui gli esploratori scoprirono che la ragazza era già stata sposata, all’età di 11 o 12 anni, prima di subire il rapimento, ma al suo ritorno il marito indiano la ripudiò, avendo lei avuto un figlio da un altro uomo.
La spedizione riprese la sua marcia verso il Pacifico alla fine di agosto, utilizzando una trentina di cavalli avuti in dono dagli Shoshone. Sacajawea l’avrebbe seguita fino all’oceano e lungo la via del ritorno, separandosi da essa a Fort Mandan. Nel 1809 la donna e il marito, dopo avere trascorso tre anni fra gli Hidatsa-Sioux, rividero Clark, divenuto sovrintendente agli Affari Indiani e l’ufficiale si prese cura di suo figlio Jean Baptiste, accogliendolo presso di sé e iscrivendolo alla Saint Louis Academy. Sacajawea tornò a vivere nel Dakota, nelle vicinanze di Fort Manuel Lisa, dove l’anno dopo diede alla luce una figlia, che fu chiamata Lisette.
Le ultime notizie su di lei la danno ancora vivente nel 1811, ma una testimonianza di poco successiva, fornita dal reverendo John Luttig, afferma che “la moglie di Charbonneau… morì di febbre all’età presunta di 25 anni, lasciando una figlia piccola.” La data della morte di Sacajawea non è condivisa da tutti gli storici: un’altra fonte meno probabile sostiene che la squaw visse fino al 1884, ma non è da escludersi che sia stata confusa con un’altra donna appartenente alla medesima tribù.
Il suo mito assunse, negli annali della storia della Frontiera, una rilevanza quasi pari a quella di Pocahontas, la giovanissima principessa dei Powhatan amata dal capitano John Smith ai primi anni del Seicento e andata poi in sposa al dignitario della corona John Rolfe, che l’avrebbe condotta alla corte d’Inghilterra. Anche lei aveva favorito la colonizzazione del Nuovo Mondo, impedendo che i Powhatan annientassero i primi Inglesi sbarcati in Virginia e come Sacajawea la sua vita si era esaurita presto: infatti era morta di un male oscuro nel 1617 a Gravesend, in Inghilterra, dove venne sepolta. Se sono giuste le supposizioni relative alla sua nascita, aveva soltanto 22 anni.
Nella prima fase della conquista dell’Ovest le donne di razza bianca provenienti dall’Est furono pressochè assenti, ma nelle terre già parzialmente colonizzate dagli Spagnoli si misero in evidenza personaggi femminili intraprendenti e dal carattere forte e risoluto.
Nel territorio del Texas, che si estendeva a quell’epoca a parte del Nuovo Messico, dell’Oklahoma, del Kansas e del Colorado fino alle propaggini meridionali del Wyoming, per una superficie di oltre 1 milione di miglia quadrate, gli insediamenti di coloni spagnoli erano scarsi e molto sparpagliati e i Comanche, scacciati dai Sioux dalle regioni più settentrionali, costituivano una minaccia costante. Secondo le stime delle autorità di Santa Fè, nel tardo Settecento la tribù contava da 15.000 a 20.000 individui, suddivisi in 10-15 bande principali. Invece il Texas, sul finire del XVIII secolo, era assai scarsamente popolato. Un censimento governativo accertò infatti che nel 1792 l’intera regione possedeva 2.992 abitanti, dei quali 1.375 di sesso femminile, comprese 186 fra mulatte e negre. Non per questo le donne ebbero sempre un ruolo secondario, come alcuni ritengono, considerata la mentalità conservatrice degli Ispanici.
Maria Gertrudis Perez, moglie del governatore della provincia di Coahuila, generale Manuel Antonio Cordero y Bustamante, si occupò spesso di questioni politiche in assenza del marito ed essendo cresciuta in un ambiente militare fu autorizzata addirittura a passare in rivista la truppa.


Maria Gertrudis Perez

Nata a San Antonio de Bèxar nel 1790 e figlia del tenente colonnello dell’esercito spagnolo Juan Ignacio Pèrez, che sarebbe diventato governatore interinale del Texas, andò in moglie a Cordero nel 1814, che però la lasciò vedova dopo nove anni. Maria, che disponeva di un notevole patrimonio ereditato dal padre, si risposò nel 1826 con un ricco oriundo italiano di nome Josè Cassiano, dal quale ebbe un figlio. La sua vita non fu molto lunga: sofferente di idropisia, morì infatti a 42 anni, nel 1832, quando il Texas accoglieva già parecchie famiglie provenienti dagli Stati orientali.
Un’altra figura notevole fu Ana Maria del Carmen Calvillo che nel 1814, dopo aver ereditato un rancho (definizione data nel Messico alle fattorie per l’allevamento del bestiame, da cui derivò il termine americano ranch) nell’attuale contea di Wilson, nel Texas centro-meridionale, si fece un nome come imprenditrice, creando un allevamento di 1.500 bovini e 500 cavalli e ovini. Non solo: l’intraprendente donna-manager fece costruire un sistema di irrigazione per i campi coltivati e una macina per lo zucchero che proveniva dalle sue piantagioni. Era nata nel 1765 a San Antonio de Bexar come la Perez, primogenita di 6 fratelli e fin da adolescente aveva manifestato un temperamento anticonformista, “cavalcando e sparando come un uomo e vestendo come tale”, aspetto che fece inorridire una società ancorata a concezioni molto tradizionali. Tuttavia, Ana Maria fu anche moglie e madre, sposando a 16 anni Juan Lucas Gavino de la Trinidad Delgado, figlio di un ricco possidente della zona. Dall’unione nacquero 2 figli, ma il secondogenito non visse più di un anno e mezzo, per cui la coppia adottò altri 3 bambini.
Il matrimonio di Ana Maria si risolse intorno al 1814 con una separazione, a cui seguì la morte del suocero, che la lasciò erede del grande Rancho de Las Cabras. Animata da spirito di iniziativa, la donna fece crescere notevolmente la propria attività, occupandosi personalmente di molti problemi e dando prova di autorevolezza e forza d’animo. Il suo allevamento di bovini raggiunse i 2.000 capi. Nonostante l’impegno dimostrato, il titolo di proprietà non le venne riconosciuto dalle autorità spagnole fino al 1828, ma non fu questa l’unica difficoltà che la coraggiosa imprenditrice affrontò, perché dovette fronteggiare anche l’ostilità di qualche banda pellerossa. Morì nel gennaio 1856 ormai novantenne, lasciando le sue proprietà ai figli. Per molta gente del posto, il suo spirito non si staccò mai dalle terre che aveva tanto amato e curato, al punto che talvolta riappariva di notte come fantasma, scorrazzando per la contrada in sella ad un bel cavallo bianco!
Patricia de La Garza, nata in Messico nel 1775, sposata con Martìn de Lèon all’età di 20 anni e divenuta madre di 10 figli, fu una donna che diede notevole impulso alla colonizzazione del Texas, fondando nel 1824, insieme al marito, la città di Victoria nella baia di Galveston.


Una lapide ricorda Patricia de La Garza

Dopo la morte del coniuge nel 1833, Patricia continuò a portare avanti la sua opera, che raggiunse la massima prosperità fra il 1833 e il 1836. Purtroppo la rivolta texana del 1836 determinò la sua rovina a causa del sentimento anti-messicano diffusosi nella regione, nonostante che lei e la sua famiglia avessero parteggiato per gli insorti. Per questo riparò a New Orlèans, ove rimase fino al 1844, facendo poi ritorno nel Texas. Ormai aveva perso quasi tutte le sue proprietà e donò le rimanenti terre alla Chiesa Cattolica. Morì a Victoria nel 1849, all’età di 74 anni.
La storia del West concede raramente spazio ad esempi come quelli citati, soprattutto quando si tratti di coloni di origine ispanica. Eppure alle donne pioniere l’America doveva parecchio, per lo spirito di iniziativa e l’autonomia decisionale dimostrate in un’epoca in cui il gentil sesso veniva mantenuto in posizione nettamente subordinata rispetto agli uomini. Prima che nascessero i cowboy, derivati dai vaqueros spagnoli, queste donne sapevano cavalcare con destrezza, maneggiare frusta e lazo, radunare mandrie e condurle da un luogo all’altro di una regione vastissima, sfidando bufere, guadi di torrenti impetuosi, Indiani ostili e banditi da strada. Quasi sempre dimostravano abilità anche nel maneggio delle armi da fuoco, di coltelli e accette. Le cowgirl statunitensi, che cominciarono a farsi notare verso la fine dell’Ottocento, si possono considerare le loro discendenti.
A partire dal 1820 il Texas cominciò ad essere invaso dagli Americani, dopo che Moses Austin del Connecticut ebbe ottenuto dal governo spagnolo il permesso di condurre 300 famiglie nella regione. L’operazione, proseguita da suo figlio Stephen, portò in breve tempo centinaia di nuovi coloni di lingua inglese e fede protestante al di là del confine texano e la popolazione del territorio crebbe dai 3.500 residenti registrati nel 1825 ai 37.800 di un decennio dopo. La netta prevalenza degli elementi anglo-sassoni (Anglos, come vennero chiamati, ma anche Yankee o Gringos) rispetto ai Messicani, portò all’insurrezione del Texas, che nell’aprile 1836, sconfitto a San Jacinto l’esercito del dittatore Antonio Lopez de Santa Anna (1794-1876) diventò uno Stato indipendente. Nove anni più tardi sarebbe entrato a far parte degli Stati Uniti d’America.
Jane Herbert Wilkinson
Fra le sue prime pioniere americane attirò l’attenzione Jane Herbert Wilkinson, nata nel Maryland nel 1798 e trasferitasi nella regione all’inizio degli Anni Venti dopo avere soggiornato nel Mississippi. Qui, a Natchez si era sposata con James Long, un medico della Virginia e aveva avuto 2 figli. Il marito era tuttavia un sovversivo, che nel 1819 organizzò alcune fallite spedizioni nel Texas per liberarlo dal dominio spagnolo e nell’ottobre 1821 si impadronì temporaneamente del centro di Presidio La Bahia, finendo in catene insieme ad altri insorti
All’inizio dell’inverno, Jane visse la sua più drammatica avventura mentre si trovava a Bolivar Point vicino alla baia di Galveston, accompagnata dalla schiava negra Kian. Poiché il luogo era stato evacuato tanto dalla guarnigione militare che dai suoi abitanti, quando diede alla luce la figlia Mary James il 21 dicembre dovette lottare alcuni mesi in condizioni disperate per sopravvivere. Essendo nell’impossibilità di chiedere aiuto, per settimane le due donne si procacciarono il cibo come poterono, resistendo al freddo e nutrendosi con il pesce e le ostriche pescati in acque ghiacciate, fino a quando non furono tratte in salvo da alcuni emigranti diretti al fiume San Jacinto.
Nell’aprile 1822, perduto il marito, che era rimasto ucciso accidentalmente a Città del Messico dove le autorità spagnole lo avevano tradotto, la donna ottenne concessioni a Fort Bend, nel Texas sud-orientale e a Waller County, ma preferì aprire una pensione a San Felipe, vendendo una parte delle sue proprietà. Più tardi avviò un’attività analoga a Richmond sulle terre che aveva conservato, mise in piedi un’azienda agricola e un allevamento di bestiame, acquistando nuovi schiavi per le sue piantagioni: nel 1840 ne possedeva 12, ma ne avrebbe comprati diversi altri in seguito all’incremento delle sue attività. Fu anche una delle prime imprenditrici di lingua inglese a sperimentare l’allevamento delle pecore, che sarebbe stato causa di aspri conflitti nei decenni successivi con gli allevatori di bovini. Verso la metà degli Anni Settanta Jane incominciò a ritirarsi dagli affari, che registravano un calo sempre più vistoso e dal 1877 in poi la sua vita si svolse più tranquillamente. Morì a Richmond, Texas, nel 1880, quando aveva compiuto 82 anni. Le cronache del tempo la battezzarono la “Madre del Texas”, considerando la sua terza figlia come la prima cittadina texana di origine statunitense nata nella provincia spagnola, cosa che peraltro non corrisponde alla verità, poiché in base ai registri del governo texano sembra che altri bambini yankee fossero venuti al mondo nella stessa regione prima di lei.
Proprio all’epoca della guerra di indipendenza del Texas, teatro delle tragedie di Alamo e Goliad nel 1836, si incontrano personaggi femminili che ebbero parte sia nell’insurrezione contro il Messico che nella colonizzazione delle nuove aree.
Susanna Wilkerson
Susanna Wilkerson, moglie del capitano Almeron Dickinson caduto ad Alamo combattendo contro le truppe del generale Antonio Lopez de Santa Anna (1794-1876) proveniva dal Tennessee, dov’era nata nel 1814. Di carattere focoso, impavido e un po’ ribelle come la maggior parte delle donne del Sud, si sposò a 15 anni e seguì il marito nel Texas, restandogli accanto fino alla caduta dell’Alamo, avvenuta il 6 marzo 1836. Si deve ad una sua testimonianza la conferma che Davy Crockett, uno dei più famosi difensori della missione, cadde dopo essersi battuto fino allo stremo contro i Messicani, smentendo le illazioni successive che fosse stato catturato e fucilato al termine della battaglia.
Rimasta vedova e presa prigioniera insieme a pochi superstiti, venne trattata con riguardo dai Messicani vincitori e potè riottenere subito la libertà. Il generale Santa Anna, affascinato dalla sua personalità le offrì di adottarne l’unica figlia Angelina Elizabeth di 2 anni, ma Susanna rifiutò cortesemente. Susanna si sarebbe risposata o unita ad altri compagni – a causa di vedovanze e divorzi – ben 5 volte, vivendo con l’ultimo marito J.V. Hannig per 25 anni, fino alla propria morte avvenuta nel 1883. In tutta la sua vita non imparò mai a leggere e scrivere, ma si dimostrò una delle pioniere più indomite della Frontiera occidentale e non esitò a ricominciare daccapo la propria vita dopo ogni sventura toccata alla sua famiglia.
Francita Alavez
Sempre a proposito della rivolta texana del 1836, le numerose pubblicazioni sul West hanno quasi sempre sorvolato sulla figura di Francita (o Francisca) Alavez, compagna del capitano Telesforo Alavez, che nel massacro di Goliad compiuto dalle truppe di Santa Anna nel marzo 1836, salvò 26 prigionieri condannati a morte (qualche fonte sostiene addirittura 80) dalla fucilazione, intercedendo presso il colonnello Francisco Garay affinchè venisse loro risparmiata la vita; poi venne in aiuto ai Texani imprigionati a Matamoros. In seguito a ciò venne soprannominata dai Texani “L’Angelo di Goliad”.
Poiché non si hanno molti dati certi su di lei, si stima che probabilmente sia vissuta fra il 1816 e il 1906. Abbandonata dal compagno – che era già sposato al tempo in cui la frequentava – dopo il ritorno nel Messico rimase senza mezzi di sostentamento e tornò a Matamoros, la cittadina messicana prossima al confine con il Texas. Furono proprio i Texani, grati per la sua azione di Goliad, ad aiutarla a sopravvivere dopo il suo ritorno.
Il continuo afflusso di emigranti nel nuovo Stato, che accoglieva ormai 50.000 persone, fece registrare diversi episodi sanguinosi, specialmente di incursioni compiute contro carovane e insediamenti dai Comanche, che compivano abitualmente feroci razzie contro villaggi della Nuova Spagna, spingendosi fino a Saltillo e Durango, nel Messico. Il loro passaggio si lasciava dietro ogni volta una lunga scia di morti e distruzioni, tanto che i Messicani ponevano taglie sulle loro teste, pagando somme elevate per ogni scalpo indiano che venisse consegnato alle autorità. Come i Pellirosse orientali dell’epoca pre e post-coloniale, i Comanche sequestravano donne e bambini, portandoli nei propri accampamenti a nord del Rio Grande, per poi venderli ad altre tribù o allevarli come schiavi. Tuttavia, com’era già accaduto a Mary Jemison, la sorte delle prigioniere non era sempre così infelice.
Secondo il colonnello James Meline, militare e giornalista autore del libro “Two Thousand Miles On Horseback”, si poteva considerare addirittura “una fortuna, per le donne catturate, diventare l’amante di un solo Indiano invece che la prostituta della tribù” (Dee Brown, “Donne della Frontiera”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1977, p. 13).
Questo destino “favorevole” capitò a Cynthia Ann Parker, una bambina nata in Illinois probabilmente nell’ottobre 1827 (altre date possibili: il 1824 o il 1825) catturata il 19 maggio 1836 insieme ad altre 4 persone nel corso di un raid condotto congiuntamente da Comanche e Kiowa.


Cynthia Ann Parker

La sua famiglia e altri parenti si erano stabiliti nel Texas centro-settentrionale, in un agglomerato fortificato vicino al fiume Navasota più tardi ribattezzato Fort Parker, dal nome del fondatore John che era anche il nonno di Cynthia.
L’incursione causò la morte di 5 persone, mentre i superstiti, fra i quali la bambina, furono condotti lontano. Durante la marcia si ripeterono le solite crudeltà sui prigionieri: “Si fermarono verso la mezzanotte” raccontò Rachel Parker Plummer, cugina diciassettenne di Cynthia e catturata insieme a lei “Mi legarono così strettamente, che le cicatrici sono visibili ancora oggi…unirono insieme le mie mani con i miei piedi. Quindi mi voltarono a faccia in giù e mi fu impossibile girarmi mentre essi incominciavano a percuotermi sulla testa con i loro archi…Spesso i fanciulli piangevano, ma venivano subito fatti tacere da tante percosse che non pensavo potessero sopravvivere” (Bill Neeley, “The Last Comanche Chief”, New York, 1995, p. 8).


Rachel Parker Plummer

Dopo alcuni giorni di marce forzate, i Comanche e i loro prigionieri giunsero a Grand Prairie, nei pressi dell’attuale Fort Worth. Qui gli ostaggi vennero divisi e assegnati a tre gruppi diversi. Cynthia e suo fratello John rimasero con una banda che li trattò umanamente, adottandoli.
Sua cugina Rachel, che al momento del rapimento era sposata con Luther Plummer, subì invece ogni sorta di maltrattamenti e non solo da parte degli uomini. Infatti le squaw, comprensive verso i fanciulli, odiavano le prigioniere bianche, perché spesso diventavano le preferite nei letti dei loro compagni. Una di esse la costrinse quotidianamente a lavori pesantissimi e in assenza del marito non perse occasione per batterla con un bastone e umiliarla, finchè un giorno la prigioniera si ribellò. Impugnato un lungo osso di bisonte, Rachel cominciò a percuotere selvaggiamente la sua persecutrice, attirando l’attenzione delle altre donne, che rimasero ad osservare la scena incuriosite. Quando la rivale si accasciò al suolo esausta e sanguinante, un guerriero uscì dal gruppo degli spettatori e andò a congratularsi con lei per la sua reazione: le venne dato un nome comanche che significava “Donna Combattiva” e tutta la tribù cominciò a rispettarla. Rachel comprese allora che gli Indiani disprezzavano i comportamenti remissivi e pavidi e da quel momento il suo stato di cattività le parve meno duro.
La sua prigionia terminò il 19 giugno 1837, quando alcuni Comancheros – fuorilegge che trafficavano con i Comanche – la riscattarono su richiesta del padre mentre la tribù era accampata a nord di Santa Fè. Condotta in questa città dopo 2 settimane di viaggio, Rachel venne poi accompagnata a Independence, Missouri, da una famiglia amica e di qui, dopo tre mesi, riportata nel Texas da suo cognato, Lorenzo D. Nixon. Si ricongiunse al marito nel gennaio 1838 e poco più tardi rimase incinta del suo terzo figlio. La tragedia che aveva vissuto lasciò tuttavia il segno, perché la donna morì a Houston due mesi e mezzo dopo il parto, nel marzo 1839, appena ventenne. Il bambino che aveva avuto spirò entro i due giorni successivi.
Il destino di Cynthia fu assai diverso. Allevata come una Comanche, non appena si fece donna venne presa in moglie da Peta Nokona, capo di una banda di Kwahadi Comanche, che l’avrebbe messa incinta tre volte. Dei suoi tre figli indiani, uno sarebbe diventato famoso nelle campagne contro i Bianchi con l’appellativo di Quanah Parker, benchè il suo nome tribale fosse Tseeta, Aquila. Nato nel 1845, si arrese agli Americani trent’anni dopo, al termine di una lunga guerriglia nelle praterie centro-meridionali. Da quel momento si adoprò in ogni modo per convertire la sua tribù – ridotta a meno di 2.000 individui – alle usanze dei Bianchi, forse nel ricordo di sua madre che proveniva dalla loro società.
Cynthia venne liberata, se così si può dire, il 18 dicembre 1860 da un reparto di Ranger che impegnò in battaglia i Comanche sul fiume Pease, nel Texas settentrionale. La donna, che ora si chiamava Naduah, aveva con sé la figlia più piccola Tecks-Ann o Topsanah e aveva dimenticato la lingua inglese, parlando soltanto un po’ di spagnolo come molti suoi contribali. Condotta a Birdville, ottenne dal governo del Texas una sorta di vitalizio di 100 dollari l’anno per una durata di cinque anni, ma in ogni occasione manifestò il proprio disagio a vivere nella comunità dei Bianchi, implorando di essere riportata fra i Comanche. La figlia morì di polmonite nel 1864 e Cynthia le sopravvisse per un periodo che nessuno storico è stato in grado di indicare con precisione. Secondo alcune versioni, si spense lo stesso anno, ma altri sostengono che sia stata confusa proprio con Topsanah. Forse la Parker visse a Anderson County fino al 1870 o 1871: la lapide sulla sua tomba reca quest’ultima data. Suo marito Peta Nokona, dato per morto dai Ranger nella battaglia del Pease River, visse ancora quattro anni e fu una ferita infetta a determinarne il decesso. Suo figlio Quanah, che ebbe 6 mogli, si spense nel 1911.
Le storie simili ai rapimenti di Cynthia Parker e Rachel Plummer furono parecchie decine soltanto nel Texas, centinaia se si estende l’indagine agli altri Stati o Territori dell’Ovest e di qualcuna di esse si parlerà ancora in seguito.
Fortunatamente la colonizzazione del West non conobbe soltanto episodi di tale asprezza: altre donne meno sfortunate si avventurarono nel Sud-Ovest con un vivo interesse alla conoscenza delle province spagnole che la repubblica indipendente del Messico aveva ereditato nel 1821 in seguito alla cacciata degli Spagnoli. Proprio quell’anno, molto prima che i rapporti fra il Messico e i nuovi coloni di lingua inglese si deteriorassero al punto di provocare la guerra per l’indipendenza, il commerciante virginiano William Becknell (1787-1865) aveva inaugurato un tracciato che collegava il Missouri al Nuovo Messico spagnolo. Il suo scopo era di trasportare carovane di mercanzie fino a Santa Fè e Taos, attraversando le aride praterie del Kansas e del Colorado. Nonostante le difficoltà e i pericoli che il percorso comportava, compresi gli attacchi di Pawnee e Comanche, per diversi anni gli scambi registrarono una vera e propria escalation, consentendo ottimi profitti agli audaci mercanti americani. Se nel 1822 furono conclusi affari per 15.000 dollari, un decennio più tardi il valore delle transazioni aveva raggiunto i 450.000, ma le tensioni fra Stati Uniti e Messico, culminate con una guerra nel 1846-47, interruppero il fiorente commercio.
Susan Shelby fu la prima donna americana a sfidare i rischi della Pista di Santa Fè, sopportandone stoicamente i disagi.


Susan Shelby

Nata nel 1827 nel Kentucky da una famiglia benestante di piantatori, si era sposata a 18 anni con Samuel Magoffin, più anziano di lei di 26 anni e non esitò a seguirlo nel giugno 1846 fino al Nuovo Messico, nonostante fosse incinta. Il suo lungo e faticoso viaggio verso Santa Fè, El Paso e Saltillo venne da lei riassunto nel libro “Down the Santa Fe Trail and into Mexico: the Diary of Susan Shelby”, un prezioso documento sulla traversata delle praterie e dei deserti da Independence, Missouri, fino ai possedimenti messicani che di lì a poco sarebbero passati sotto la sovranità degli Stati Uniti. Nelle sue memorie traccia un quadro efficace delle città e dei villaggi visitati e dei contatti con le popolazioni locali, che definisce cordiali e ingegnose.
Susan ebbe una vita breve, perché morì nell’ottobre 1855 vicino a Kirkwood. nel Missouri, all’età di 28 anni, probabilmente per i postumi di un nuovo parto.
La sua impresa infuse coraggio in parecchie donne, inducendole a seguire i mariti nell’Ovest, oppure, per quelle nubili o divorziate, a raggiungere le nuove terre per crearsi una famiglia e non fu raro il caso di fanciulle che trovarono l’amore proprio nel corso del lungo e difficoltoso viaggio.
Alle più sfortunate, come Narcissa Whitman e Tamsen Donner, toccò un destino avverso. Per molte altre, che intendevano dare un taglio netto al proprio passato, fu l’inizio di una nuova vita in luoghi assai lontani da quelli di origine.

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