La fucilata più incredibile della storia della frontiera

A cura di Gian Mario Mollar

Uno sparo. Il percussore di uno Sharp che incendia la polvere nera di una cartuccia calibro .50. Gli indiani che si stagliano sul tramonto sono grandi come soldatini di piombo, assolutamente fuori portata, eppure, mentre il rombo cupo del fucile da bisonti risuona ancora nell’aria, si vede un guerriero indiano cadere da cavallo.
Come d’incanto, l’assedio finisce, i ventotto cacciatori di bisonti, che da tre giorni sono asserragliati in una stamberga coperta di zolle d’erba, sono salvi. Billy Dixon, artefice del miracolo balistico entrerà nella storia.
In questo articolo parleremo del più incredibile e fatale tra i molti colpi di fucile che vennero sparati nella storia della frontiera. Parleremo della pallottola, del fucile da cui uscì, dell’uomo che tirò il grilletto, di un trading post “solitario come un’isola nel mare della prateria” e dell’istante che cambiò inaspettatamente l’esito di una battaglia disperata.
Ma prima, cominciamo a dipingere lo scenario con un po’ di storia…

1864: La prima battaglia di Adobe Walls

Adobe Walls è un puntino nello sconfinato rettangolo del Panhandle, il nord del Texas. Quella che oggi è una ghost town sperduta nelle Grandi Pianure, fu un tempo il teatro di due importanti e tragici episodi della storia del West: la prima e la seconda Battaglia di Adobe Walls.
Il nome “Mura di adobe” deriva una parola spagnola, che indica dei mattoni di fango e paglia compressi, un materiale da costruzione tipico di quella zona. Nel 1845 con quei mattoni venne costruito un fortino, che però andò in rovina in pochi anni a causa dei frequenti attacchi dei nativi americani.
Ai tempi della prima battaglia di Adobe Walls, avvenuta il 25 novembre del 1864, della fortificazione rimaneva soltanto qualche muro, da cui il nome del luogo.


La prima battaglia di Adobe Walls

Nella prima battaglia di Adobe Walls incontriamo una figura famigliare a tutti gli appassionati della Frontiera: il celebre Christopher Houston Carson (1809 – 1868), meglio noto come Kit Carson. In questa vicenda, lo vediamo insignito del grado di colonnello, intento a guidare il Primo Reggimento di Cavalleria dei Volontari del New Mexico all’assalto di un accampamento invernale di Comanche e Kiowa. Si tratta di una rappresaglia, voluta dal Generale James H. Carleton. L’obiettivo è quello di massacrare il villaggio, per far dare un segnale forte e far cessare gli attacchi alle carovane di pionieri dirette verso sud-ovest.
Le stesse carovane, del resto, attraversavano le terre indiane e massacravano i bisonti, principale fonte di sostentamento per quei popoli, scatenando così l’ira delle tribù delle Pianure.
Il giorno della battaglia, poco dopo l’alba, Carson e i suoi uomini attaccano il villaggio. Sono circa 400 soldati in tutto, tra cui 70 scout apache jicarilla, ma una parte di essi rimane indietro, a guardare i carri.
I guerrieri, guidati da un Kiowa di nome Guipago, escono a difendere le donne e i bambini, ma una brutta sorpresa attende i militari: il villaggio non è isolato, nelle vicinanze ce ne sono molti altri.
Di colpo, i trecento soldati si trovano ad affrontare un numero crescente di guerrieri, un numero che, nel pomeriggio, arriva quasi a tremila. Il rapporto di uno a dieci che forse è esagerato, ma dà comunque l’idea di una soverchiante preponderanza numerica.
Per tagliare la via di fuga ai militari, i Kiowa incendiano la prateria, ma Carson e i suoi riescono comunque ad arretrare, attestandosi su un piano rialzato. Hanno a disposizione una coppia di cannoni Howitzer, che vengono scaricati senza pietà sulla torma urlante.


La ritirata di Carson e dei suoi soldati

Quando scende il crepuscolo, il Colonnello ordina ai suoi Apache di incendiare l’accampamento dei Kiowa. Le fiamme rischiarano la notte, gli scout depredano il villaggio e il diversivo consente a Carson e ai suoi di arretrare ulteriormente, fino a raggiungere i carri nelle retrovie.
Finisce così la prima battaglia di Adobe Walls. Il giorno successivo Carson e i suoi faranno ritorno in New Mexico chiamando vittoria quella che, in realtà, fu un’intelligente e inevitabile ritirata. I pittogrammi sulle pelli di bisonte dei Kiowa, però, raccontano un’altra storia: i militari furono costretti a ritirarsi lasciando i nativi incontrastati signori di quelle terre. Ancora per un po’, almeno.

1874: La Seconda Battaglia di Adobe Walls

Nel 1867, tre anni dopo la prima battaglia di Adobe Walls, le tribù delle grandi pianure siglarono una serie di tre trattati con l’esercito americano, denominati “Trattato della Capanna di Medicina”. Tale trattato stipulava, tra le altre cose, che il territorio tra i fiumi Arkansas e Canadian – dove sorgeva anche l’avamposto di Adobe Walls – venisse lasciato come territorio di caccia ad uso esclusivo dei nativi.


Un attacco durante la seconda battaglia di Adobe Walls

È un dato di fatto: degli oltre cinquecento trattati con i nativi americani stipulati tra il 1778 e il 1871, nemmeno uno venne rispettato dal Governo degli Stati Uniti. Il Medicine Lodge Treaty, purtroppo, non fa eccezione.
A infrangerlo furono i cacciatori di bisonti. Lo sterminio costante e sconsiderato di questi animali, infatti, stava spopolando le pianure in modo progressivo, trasformandole in un cimitero a cielo aperto, con carcasse private della pelle lasciate a marcire al sole. Per continuare a soddisfare la domanda di pellicce, occorreva trovare territori nuovi, in cui i bisonti corressero ancora.
Fu così che, senza preoccuparsi troppo per il trattato, i cacciatori sconfinarono nel cuore del territorio indiano. Le rovine dell’antico forte presero nuova vita: in breve divenne un trading post, un luogo adibito al commercio delle pellicce, dotato di un rozzo saloon con il tetto di zolle d’erba, che sarà il teatro principale dell’assedio.


Ancora un momento della battaglia

Il giorno della battaglia, il 27 giugno del 1874, ad Adobe Walls c’erano soltanto ventotto uomini e una donna, la moglie del cuoco William Olds. Tra gli ospiti del saloon, il più giovane – appena ventenne – era William Barclay “Bat” Masterson (1853 – 1921), futuro leggendario sceriffo di Dodge City. A fargli compagnia, un bell’assortimento di “duri” della frontiera, tra i quali menzioniamo “Dutch Henry” Born, destinato a diventare uno dei più rinomati ladri di cavalli delle Grandi Pianure, e James “Bermuda” Barclay, che morirà cercando di arrestare Billy the Kid e la sua gang.

Una trave che scricchiola

Nel cuore della notte, intorno alle due, un colpo secco sveglia gli ospiti del trading post. James Hanrahan, proprietario del trading post, dichiara che si tratta di un crepito della trave portante del saloon, che si sta spezzando sotto il peso del tetto.
Billy Dixon
I presenti lo aiutano a sistemarla, beneficiando di diversi giri di bevute offerti dalla casa.
Alcune versioni della storia sostengono che, in realtà, il cedimento strutturale sia stata una scusa accampata dal proprietario del locale per tenere svegli gli uomini. Hanrahan, infatti, sarebbe stato a conoscenza da diversi giorni di un imminente attacco indiano, ma non volle dire nulla per non danneggiare il suo business e perdere così i clienti. Secondo questa ricostruzione, il rumore udito quella notte fu un colpo di pistola sparato in aria dallo stesso Hanrahan, che voleva tenere pronti gli uomini senza svelare loro ciò che già sapeva.
In ogni caso, quando all’alba i guerrieri comanche iniziarono a stagliarsi contro il sole nascente, i cacciatori di bisonti erano già svegli, e non immersi nel sonno, e questa congiuntura, probabilmente, salvò loro la vita.

I signori delle Pianure

Per descrivere l’apparizione dei guerrieri indiani, “rubiamo” le suggestive, epiche parole di Willy Dixon, un personaggio di cui parleremo meglio tra poco:

“Non ci fu mai uno spettacolo più maestosamente barbarico. Negli anni a seguire sono stato lieto di avervi assistito. Centinaia di guerrieri, il fiore dei combattenti delle tribù del Sudovest, montati sulle loro migliori cavalcature, armati di fucili e lance e protetti da pesanti scudi di spesse pelli di bisonte, scendevano come il vento. Su tutto si spandevano i ricchi colori del rosso, del vermiglio e dell’ocra, sui corpi degli uomini, sui corpi dei cavalli in corsa. Scalpi pendevano dalle briglie, meravigliosi copricapi sventolavano le loro piume, piume splendevano sospese alle code e alle criniere dei cavalli, e i corpi bronzei e seminudi dei cavalieri rilucevano di ornamenti d’argento e ottone. Dietro a questa armata lanciata a capofitto nella carica si stendevano le Pianure, sul cui orizzonte il sole nascente levava i suoi fuochi mattutini. I guerrieri sembravano emergere da questo scenario raggiante”.

Ad attaccare il trading post erano circa settecento guerrieri appartenenti a varie tribù: Comanche, Arapaho, Cheyenne e Kiowa. A guidarli era il celebre Quanah Parker (1845-1911), il comanche dagli occhi color acciaio, figlio di Cinthya Parker, rapita da bambina durante una razzia.
Il vero artefice dell’attacco, tuttavia, era un uomo che che cavalcava completamente nudo, con il volto e il corpo tinti di giallo e il capo cinto da arbusti di salvia. Il suo nome, a quei tempi, era ancora Aquila Bianca, ma, dopo i fatti di Adobe Walls, passò alla storia con il nome dispregiativo di Isa’tai, Vagina di Coyote (1840-1916).


Isa’tai

Questo sciamano sosteneva di aver conversato a quattr’occhi con il Grande Spirito, ottenendo così un puha molto particolare: il potere di rendere i guerrieri e le loro cavalcature inattaccabili dalle pallottole dell’uomo bianco. Egli profetizzò, inoltre, che un’alleanza pan-indiana avrebbe scacciato i bianchi dalle praterie e fatto tornare le mandrie dei bisonti. Cementò l’unione delle varie tribù delle pianure celebrando una Danza del Sole, cerimonia religiosa che a quei tempi non veniva praticata dai Comanche.
Le parole di Quanah Parker descrivono l’assalto con una cronaca serrata e piena di azione:

“All’improvviso circondammo il luogo e aprimmo il fuoco. I cacciatori si erano rifugiati nelle case e sparavano dalle crepe e dai buchi nei muri. La battaglia durò per circa due ore. Cercammo di assaltare il posto diverse volte, ma i cacciatori sparavano così bene che dovemmo ritirarci. In un momento presi cinque coraggiosi e strisciammo lungo un piccolo anfratto fino a raggiungere il loro corral [il recinto dei cavalli], che era solo a poche iarde dalla casa. Poi cogliemmo l’occasione a corremmo fino alla casa, prima che riuscissero a spararci, e cercammo di sfondare la porta, ma era troppo robusta ed avendo paura di trattenerci a lungo, tornammo da dove eravamo venuti”.

Nel primo scontro tre degli occupanti di Adobe Walls furono feriti a morte, ma gli altri, asserragliati nel trading post, reclamarono un numero ben maggiore di vite umane, dalle trenta alle settanta secondo le stime.


L’assalto degli indiani

Un computo preciso risulta impossibile perché i Comanche erano soliti portare via dal campo di battaglia i loro caduti, ma, come racconta Billy Dixon con la sua prosa colorita: “in molti luoghi l’erba intorno ad Adobe Walls era bagnata di sangue”.
Dopo il primo, violento attacco, la battaglia si protrae per tre giorni. I nativi uccidono tutte le cavalcature degli assediati, tagliando loro qualsiasi via di fuga. In alcuni momenti, tuttavia, essi si avventurano fuori dal riparo di zolle per raccogliere “reliquie” dai guerrieri caduti, per seppellire i loro compagni morti e per allontanare le carcasse dei cavalli morti, che, colpite dal sole, iniziano a puzzare tremendamente. Le lunghe e immobili attese vengono interrotte dalle scaramucce dei guerrieri, che vogliono fiaccare la loro resistenza e indurli a finire le munizioni.
Il terzo giorno, però, William Billy Dixon rovescerà le sorti della battaglia.

Un buon tiratore

William “Billy” Dixon (1850 – 1913) era originario dell’Ohio. Rimasto orfano a dodici anni, condusse la dura vita dei taglialegna del Missouri, prima di diventare uno scout, una guida delle grandi pianure. Grazie alla sua buona mira, divenne cacciatore di bisonti. Fu lui a condurre Hanrahan e gli altri ad Adobe Walls, alla ricerca di nuove mandrie da abbattere: all’epoca aveva ventiquattro anni.
Il terzo giorno, quando vide spuntare una quindicina di Comanche dal fianco della collina, incitato dai suoi compagni, decise di tentare il tutto per tutto. Alcune fonti dichiarano che prese in prestito il fucile, perché il suo era andato smarrito durante una sortita oppure non era da lui giudicato abbastanza potente.


Il “Big Fifty” di Billy Dixon

Quello che è certo è che Dixon imbracciò un “Big Fifty”, un fucile Sharps .50-90, prese attentamente la mira e premette il grilletto trattenendo il fiato.

Qualche dato tecnico…

Il fucile Sharps è un’arma di grosso calibro, a retrocarica e a colpo singolo. Dal 1848 al 1881, venne prodotto in una grande varietà di tipologie e calibri, diventando un’icona del West prima ancora del celeberrimo Winchester. Fu usato anche in ambito militare, durante la Guerra di Secessione, periodo in cui veniva chiamato con il nomignolo di “Bibbia di Beecher”, dal nome del predicatore anti-schiavista Henry Beecher (1813-1887), perché spesso queste armi venivano contrabbandate in casse che recavano la scritta “libri”. Inoltre, si pensava che il “vangelo” che usciva dalla bocca di questi fucili potesse venire compreso anche dai confederati più protervi.
L’accuratezza sulle lunghe distanze fruttò al fucile anche un altro soprannome: “Old Reliable”, vecchio affidabile. La culatta basculante consentiva di ricaricare agevolmente anche da cavallo, permettendo una cadenza di tiro fino a 10 colpi al minuto.


Cacciatori di bisonti con lo Sharps

Proprio per queste sue caratteristiche, lo Sharps divenne l’arma di elezione per i cacciatori di bisonti. La caccia al bisonte, così come si configurava all’epoca, era più simile a una volgare macellazione che a una pratica venatoria. Il cacciatore, solitamente, si appostava sottovento nei pressi di una mandria, a una distanza di circa duecento metri, e abbatteva i capi in modo metodico e ripetitivo. L’unica accortezza da utilizzare era quella di colpire per primi gli animali più irrequieti, prevenendo la dispersione della mandria, e di raffreddare periodicamente la canna del fucile con un panno bagnato, per evitare che il surriscaldamento dovuto ai troppi spari la danneggiasse irrimediabilmente. A parte questo, l’unico limite era costituito dall’abilità degli scuoiatori nel faticoso lavoro di privare le carcasse della pelliccia: un abile cacciatore poteva anche uccidere 120 bisonti in 40 minuti.
La tipologia di Sharps più amata dai cacciatori di bisonti era il .50-90, introdotto dalla casa costruttrice proprio per questo scopo. Il modello, soprannominato appunto “Big Fifty”, aveva un calibro maggiore e utilizzava cartucce (cartacee o metalliche) pensate apposta per abbattere quegli animali giganteschi, i cui esemplari maschi superavano i sette quintali. A quei tempi, la balistica era ancora piuttosto rudimentale e pertanto, per aumentare la gittata e il potere d’arresto, era necessario aumentare il volume della pallottola e la polvere nera della carica.

Un colpo fortunato o una mira eccezionale?

Dopo aver descritto il fucile, torniamo ad Adobe Walls: Billy Dixon sta ancora prendendo la mira. La distanza, come dichiarerà lui stesso, “non era lontana dai tre quarti di miglio”. La dichiarazione è piuttosto sibillina, e ha dato molto da pensare ai cultori della materia. La distanza tradizionalmente riferita è di 1538 yarde, pari a circa 1,4 chilometri, ma molti studiosi certificano che il tiro dovrebbe essere ridotto alle 1000 yarde, circa 900 metri, distanza che, in ogni caso, rimane di tutto rispetto.


Quanah Parker

Per riuscire ad apprezzare appieno la dinamica dello sparo, bisogna ricordare che le pallottole, una volta lasciata la canna dell’arma, non seguono un moto rettilineo, ma compiono una parabola soggetta a un gran numero di fattori: il moto centrifugo derivante dalla rigatura della canna, la temperatura dell’aria (più l’aria è calda, più il proiettile va lontano), l’altezza (maggiore l’altezza, maggiore la gittata) e non ultimo il vento. Ciò significa Billy Dixon non mirò direttamente all’indiano, ma a un punto ipotetico situato a circa 35 gradi al di sopra di esso, facendo compiere al proiettile una parabola discensiva di circa 80 metri. Non solo: calcolando anche un vento medio, Dixon avrebbe dovuto mirare con uno scarto di una decina di metri a destra o a sinistra del bersaglio.
È l’insieme di queste variabili a rendere l’impresa di Dixon così straordinaria: la matematica e la balistica, in questa storia, si trasfigurano in epica. Nel 1989, uno studio scientifico provò a riprodurre la dinamica in ambiente informatico: su mille spari simulati al computer, soltanto tre raggiunsero l’obiettivo. Ancora oggi, associazioni di appassionati si ritrovano cercando di replicare il famoso centro utilizzando armi d’epoca e non.


Billy Dixon prepara il tiro che lo avrebbe reso famoso

Personalmente, preparando questo articolo, ho chiesto a un amico, cacciatore e appassionato di tiro a segno, che cosa pensasse di un colpo del genere, senza raccontargli la storia di Adobe Walls. Mi ha guardato scettico, dicendomi che era impossibile.
In ogni caso, la pallottola di Billy Dixon andò a segno: l’indiano, la cui identità è rimasta sconosciuta, non fu semplicemente ferito, ma cadde morto. In proposito, Dixon stesso dichiarò: “Ero in effetti un buon cecchino, ma questo fu quello che potremmo definire un colpo fortunato”.
L’assedio di Adobe Walls finisce grazie a quella fucilata, che dimostra a tutte le tribù riunite, in modo evidente, che quelle del profeta Isa’tai erano semplicemente millanterie e che la pittura gialla non proteggeva dalle pallottole degli Occhi Bianchi. Il falso profeta cercò di giustificarsi affermando che erano stati i guerrieri a compiere un sacrilegio, uccidendo una puzzola, ma il sotterfugio non lo salvò dalle percosse e dalle umiliazioni dei suoi compagni. Qualcuno lo frustò sul volto con una correggia di cuoio. I Comanche si ritirarono poco dopo, temendo, forse, che i cacciatori avrebbero potuto decimarli da una così grande distanza.


La traiettoria del lunghissimo tiro di Billy Dixon

Sul campo di battaglia giacevano i corpi di dodici guerrieri uccisi. Qualcuno li decapitò, esponendo le loro teste su dei pali. La violenza non era finita: di lì a poco, le tribù si vendicarono sui coloni della zona, scatenando a loro volta rappresaglie da parte dell’esercito, in una spirale di violenza e morte. Circa un anno dopo, Quanah Parker accettò l’offerta del suo terribile nemico, il Colonnello McKenzie, ed entrò in riserva con la sua gente, vivendo la seconda metà della sua vita lungo la strada tracciata dall’uomo bianco.


L’attacco alla postazione di Adobe Walls

Billy Dixon, invece, fu protagonista di un altro assedio a pochi mesi di distanza, durante la Battaglia di Buffalo Wallow, così denominata perché si svolse in una fossa scavata dai bisonti nella prateria. Anche in quest’occasione, la sua mira letale decimò gli assalitori nativi in netta preponderanza numerica e gli permise di salvare la pelle. Morì di polmonite molti anni dopo, nel 1903.

Per approfondire:

  • C. S. Gwyne, Empire of the Summer Moon, Scribner, 2010.
  • Billy Dixon, Life and adventures of “Billy” Dixon, of Adobe Walls, Texas panhandle (1914).
  • Benjamin Capps, The Great Chiefs, Time-Life Books, 1975
  • Joe Lansdale/ AA. VV., Deadwood Dick, Sergio Bonelli Editore, 2018-19

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