Le grandi pianure

Caccia invernale degli Assiniboine – dipinto di G. Catlin

I guerrieri avevano il potere di riportare l’ordine e di punire ogni trasgressione sociale. La severità della pena dipendeva da quanto seriamente l’atto del trasgressore avesse influito sul benessere del gruppo; se la via della convinzione non bastava si passava alla frusta o alla distruzione dei beni del colpevole. Lo scopo dei provvedimenti era però quello di riabilitare, e non di punire: se non si ripetevano trasgressioni e ulteriori disordini, il colpevole veniva reintegrato e riceveva doni come ammenda per le frustate, e nuovi beni in sostituzione di quelli perduti. Le società guerriere assumevano il controllo anche delle caccie estive, agendo con l’autorità ricevuta dal consiglio e con la guida di uno sciamano: nessuno cacciava senza la loro specifica approvazione, dato che una mossa prematura poteva spaventare e quindi allontanare i branchi di bisonti. Allorquando le “milizie” giungevano con la notizia che i branchi erano nei dintorni, la calma veniva mantenuta in tutto l’accampamento; ai cani veniva messa la museruola e i genitori avevano la responsabilità di non far gridare i bambini.
La concreta organizzazione della caccia era nelle mani dello sciamano, che ritualmente entrava in contatto con i bisonti. I suoi poteri, provenienti dal regno animale, si riteneva fossero in grado di influenzare i venti che portavano i branchi. Con la sua conoscenza, il suo potere e la forza dei suoi aiutanti spirituali, lo sciamano si rendeva responsabile della sicurezza dei cacciatori. Attraverso i suoi preparativi egli aveva il diretto controllo della più grande caccia dell’anno, che comportava l’impiego di uomini provenienti da molteplici comunità: la caccia al bisonte era pericolosa e il pericolo era proporzionale alle dimensioni del branco.


Lo sciamano invoca l’arrivo del bisonte

Prima dell’arrivo del cavallo i cacciatori eseguivano una manovra di accerchiamento, per mezzo della quale gli animali venivano circondati e, non trovando via d’uscita, si muovevano disordinatamente, assiepandosi mentre lance e frecce venivano scagliate contro di loro, oppure venivano spinti verso un piskun per farveli precipitare. In seguito, con il veloce e stabile pony da caccia, il cacciatore si portava a fianco del bisonte irritato, rimanendo ad una distanza sufficiente per scoccare la freccia, e quindi voltare bruscamente e porsi in salvo. Sporgendosi in avanti, concentrato sulla preda, il cacciatore affidava il successo e la propria sicurezza all’abilità e alla sagacia del cavallo. I cavalli erano addestrati fin dalla più tenera età e selezionati in base al loro coraggio e alla loro affidabilità. Con l’allenamento continuo essi giungevano a reagire istintivamente ad ogni situazione. I meriti dei successi di caccia erano attribuiti all’abilità nell’addestramento del pony, e ciò riflette la quasi totale dipendenza del cacciatore dal suo cavallo.
Durante la caccia veniva richiesto anche aiuto spirituale. Diverse piume, o incisioni e segni dipinti sulle frecce come insegne dei cacciatori e dei costruttori di dardi si riteneva assicurassero esattezza nella direzione e potere di scoccare perfettamente. A caccia conclusa, i cacciatori erano in grado di individuare le loro vittime esaminando i segni sulle frecce, simboli dei loro particolari poteri.

Quando una caccia era terminata e anche le operazioni di macellazione erano ultimate, i travois venivano caricati di carne e pelli. Le donne guidavano i cavalli di ritorno all’accampamento, ove regnava molta agitazione. I tagli migliori di carne venivano offerti a membri privilegiati della tribù, in riconoscimento del sostegno e dell’assistenza che avevano offerto alla comunità: lo sciamano, i cui poteri avevano favorito il successo, riceveva le migliori costole di bisonte, così come avveniva per i capi che avrebbero condiviso la loro parte con importanti ospiti; i doni venivano inviati a coloro che avevano messo a disposizione i loro pony, e i rapporti sociali con membri di altre comunità venivano rafforzati e rinnovati attraverso inviti a feste.
Sebbene una grande quantità del bisonte venisse consumata immediatamente o donata, un grosso ammontare, tagliato a strisce sottili e teso su rastrelliere, veniva essiccato al sole e immagazzinato per essere consumato successivamente: altra carne veniva cucinata e mescolata a grasso, e a volte a bacche per ottenere il pemmican che si manteneva per parecchi mesi; e molte lingue di bisonte, fino a cinquecento e più, venivano messe da parte per cerimonie e feste che si tenevano alla fine dell’estate.
Per la cattura del bisonte, oltre la grande caccia tribale estiva, vi era anche la caccia “familiare”, cioè condotta da gruppi familiari o da bande, generalmente in autunno. In questo caso non vi era il controllo delle società di polizia, ma ogni unità agiva a suo piacimento finché poi, all’inizio dell’inverno, si riuniva al grosso della tribù in luogo convenuto.
Il bisonte era la figura centrale della vita nella prateria. Riforniva cibo, vestiario e riparo, ed inoltre con i suoi tendini si ottenevano corde per l’arco; il suo pelo veniva intrecciato per ricavarne funi. Con le ossa e gli zoccoli si ottenevano martelli, attrezzi per lavorare la carne, per avere frecce diritte, dadi e bastoncini per il gioco d’azzardo; le corna venivano bollite e polverizzate in secchi e ciotole, o usate come contenitori per la polvere da sparo.; i teschi avevano una funzione cerimoniale. Dalla bile si otteneva una pittura gialla, che per poter essere usata veniva mescolata con grasso di bisonte; le code servivano per da ornamento per i tepee, il rumine come secchio per l’acqua, e le costole venivano assicurate con corde e divenivano travois di ripiego che i ragazzi usavano d’inverno sui fiumi ghiacciati.
Dato che provvedeva a quasi tutte le necessità delle comunità che vivevano nelle Pianure, il bisonte era considerato sacro: era attraverso il Sacro Bisonte che il popolo era in grado di sopravvivere.

La carne del daino era considerata un cibo più buono di quella del bisonte, e la pelle più adatta per farne vestiario. Quando i cacciatori trovavano dei daini che pascolavano sull’orlo di un dirupo, potevano accerchiare e uccidere l’intero gregge. Per i Sioux questo era possibile soprattutto nelle bad lands, regioni caratterizzate da una intensa erosione che ha provocato la formazione di colline ripide e di forma irregolare. Talvolta i cacciatori, quando erano in molti, spingevano antilopi e daini nei punti in cui la neve era più alta, possibilmente accerchiandoli dove era profonda e soffice. Quando cacciavano nella neve, gli uomini calzavano dei mocassini alti fin sopra le caviglie. Alcuni usavano racchette da neve in legno. Altri si legavano ai piedi fogli di cuoio grezzo che erano stati in precedenza bagnati e congelati in posizione.
L’avvicinarsi controvento, l’attacco di sorpresa seguito da una rapida successione di colpi, il travestirsi con pelli di lupo o di daino, gli agguati lungo le piste degli animali: tutto faceva parte della tecnica venatoria.
Eccetto quella al bisonte, la caccia veniva praticata a piedi; il cavallo, infatti, veniva impastoiato a distanza per essere usato per il trasporto della preda. Avvicinarsi furtivamente alla preda era essenziale, perché il successo dipendeva dalla furtività come dalla precisione della mira. Si ricorreva anche a staccionate issate attorno ad un terreno di pascolo della selvaggina, a trappole nascoste nelle piste seguite dai daini, a lame celate nei pezzi di carne usati come esche.
Volpi e altri animali piccoli, come procioni e tassi, venivano presi con gabbie strette. Su due pali a forcella posti all’interno della gabbia, veniva tesa una robusta fune di cuoio grezzo; ad essa veniva sospeso, tramite un nodo scorsoio, un pesante ceppo di legno, al quale veniva legato un pezzo di grasso. Quando la volpe entrava nella gabbia e saltava per addentare l’esca, la stringa che tratteneva il ceppo si scioglieva ed esso, cadendo sull’animale, lo colpiva a morte.


Jacques Le Moyne – indiani in caccia mimetizzati con pelli di daino

La caccia ai conigli veniva lasciata ai ragazzi, che li circondavano e li uccidevano scagliando degli appositi “bastoni da coniglio”, oppure con mazze corte e pesanti. Gli scoiattoli venivano uccisi con arco e frecce, perché abitavano sugli alberi. Questa preda era di norma destinata alle donne molto anziane, perché poteva, cuocendo, diventare molto morbida ed essere masticata meglio. Con la sua pelle si facevano delle coperte su cui sedere e fumare la pipa. I castori venivano stanati con il fumo e quindi uccisi a colpi di mazza. Le donne che trovavano una tana d’istrice, si mettevano a scavare e quindi cercavano di trascinare fuori la preda con dei bastoni nei quali l’animale si impigliava: quindi lo uccidevano con le mazze. Prede importanti erano i lupi, i coyote, le puzzole e i topi muschiati.
Cacciare con la “freccia da frusta” (la wismahi yeyapi dei Sioux) era vantaggiosissimo per uccidere anatre ed oche che si trovavano al centro di un lago, perché le frecce da fionda andavano più lontano delle normali frecce scagliate con l’arco. Si usavano frecce più lunghe di quelle normali, con una tacca a metà dello stelo, nella quale si inseriva una corda a sua volta legata ad una frusta fatta da un bastoncino elastico di frassino. Dando un veloce colpo di frusta in avanti, quando era alta nell’aria la freccia si sganciava. C’erano cacciatori abilissimi in questa pratica. Si cacciavano anche le gallinelle della prateria, le anatre, le gru, le allodole della prateria, perfino le gazze e i gufi. Quando si trovava un nido, lo si portava a casa compreso di uova, perché sia uova che carne erano una ghiottoneria.


Armi da caccia: a) cappio; b)bastone per conigli; c) “freccia da frusta”; d) equipaggiamento da pesca

La caccia all’aquila era un’impresa particolarmente sacra e virile per eccellenza. Arnold Cartuccia – di – Ferro, un vecchio capo Lakota, intervistato negli anni ’60 del ‘900 sull’argomento, ha un ricordo personale: “…alla fine dell’anno, degli uomini andavano nelle montagne a caccia di aquile. Avvenne così che Colpito – in – Faccia ed i suoi amici si accamparono fuori mano, in una zona boscosa, a distanza di sicurezza da un brullo promontorio dove sarebbero state piazzate le trappole. Gli uomini del campo rizzarono i tepee e una tenda per la purificazione.
Nel luogo prescelto sul crinale tracciarono un rettangolo lungo circa sei piedi e largo due, con l’asse nord-sud, e quindi, segnando dei settori, cominciarono a scavare coi coltelli e con cura misero le zolle da parte. Quindi cominciarono a fare la buca, caricando la terra su una coperta con cucchiaioni di corno di capra montana che avevano portato con sé. Il terriccio scavato venne portato via e ammucchiato qua e là per simulare i monticelli dei roditori. Quando la buca fu scavata per una profondità di tre piedi, Colpito – in – Faccia vi fece un giaciglio di salvia all’estremità sud. Quindi furono messi orizzontalmente dei pali a mò di travi, lasciando comunque a nord uno spazio aperto, largo abbastanza da consentire poi a Colpito – in – Faccia di calarvisi. Sulle travi venne stesa una coperta, camuffata con terriccio e mazzi d’erba. Quando tutto fu completato, Colpito – in – Faccia si preparò nel suo teppe un altare, mise davanti alla buca un bastone per le offerte e dieci piccole offerte di tabacco, ognina appesa a un bastoncino. Queste cose non dovevano essere spostate, né mentre lui era a caccia dell’aquila, qualcuno poteva toccarle o fare rumore.
Molto prima dell’alba del giorno seguente, Colpito – in – Faccia si recò nella tenda purificatrice e fece un bagno di sudore. Quindi, assieme ad un amico si diresse alla trappola, portando con sé la carcassa smembrata di un coniglio. Dopo che Colpito – in – Faccia si fu calato nella buca, il suo aiutante mise bene a posto il camuffamento, sistemò per bene l’esca, e se ne andò. Adesso Colpito – in – Faccia, sdraiato supino nella buca, aspettava le Aquile. A mattino inoltrato apparve la prima, volteggiando alta sul crinale. Poi, quasi con circospezione cominciò ad abbassarsi, sempre volteggiando, verso il cacciatore nascosto. Poi, d’improvviso e con determinazione, l’aquila si posò sulla trappola e cominciò a lacerare l’esca col becco. Di scatto Colpito – in – Faccia mise fuori le mani e, afferrata l’aquila per le zampe, la tirò dentro la buca nonostante i suoi reiterati tentativi di fuga. Quindi, torcendole il collo con destrezza, la mise nel giaciglio di salvia sul fondo della buca.
Quel giorno erano state in volo molte aquile. Colpito – in – Faccia Lasciò quindi la trappola, e se ne tornò con la preda nella tenda purificatrice. Mettendo l’ aquila sulla sinistra della buca per il fuoco, fece un bagno propiziatorio, perché questa era l’usanza quando si uccidevano le aquile.”


“The Eagle Medicine Man” tribù Crow – foto di E. Curtis

Trappole simili a quelle per le aquile si facevano per catturare corvi e gazze; gli uomini si nascondevano in mezzo ai pini nani e si coprivano con rami cui era appeso un pezzo di carne. Quando gli uccelli si posavano, i cacciatori li prendevano per le zampe e tiravano loro il collo. Venivano addestrati aquilotti e falchi, ma non per la falconeria, bensì per prenderne le penne quando diventavano adulti.
Si pescava con un amo di osso legato ad un lungo nervo che pendeva da un ramo di salice. L’esca di solito era una cavalletta. Mettendosi in mezzo alla corrente in prossimità di una cascatella, due persone con un grande pezzo di cuoio, nel quale erano stati praticati tanti piccoli buchi, potevano prendere molti pesci. I pesci venivano cotti in una piccola buca rivestita di foglie. Sulle foglie si metteva il pesce ripulito, che veniva ricoperto da una fila di bastoncini, su cui si mettevano altre foglie. Infine veniva cosparso un sottile strato di terriccio, in modo da portare la buca allo stesso livello del terreno circostante. Quindi sulla buca si accendeva un grande fuoco. Quando il fuoco si esauriva, venivano rimossi terriccio, foglie e bastoncini, ed il pesce risultava cotto nel suo forno di foglie. Il pesce portato a casa di preferenza veniva bollito.
Le tartarughe venivano prese a mano libera, quando di mattina presto uscivano per bere la rugiada. Venivano cucinate in brodo, e la loro carne era considerata una prelibatezza.


Dipinto di autore moderno

L’arco da caccia era oggetto di particolare attenzione. Spesso era lungo meno di un metro in tutto, ed era studiato in modo di ottenere la forza massima nella più corta estensione possibile, rendendolo quindi poco ingombrante in groppa al cavallo; ma nelle mani dell’Indiano era in grado di trafiggere un bisonte. La sua efficienza è comprovata dal fatto che molti cacciatori continuarono ad usarlo anche molto tempo dopo l’arrivo del fucile.
Molti archi avevano anche un notevole aspetto estetico: potevano essere avvolti in pelle grezza decorata con aculei di porcospino dipinti o perline. Strisce di tendini potevano essere incollate sul retro per aumentare l’elasticità, e il tutto veniva perfettamente lucidato. Molto apprezzati erano gli archi bianchi di corno usati da Crow e Piedi Neri, ottenuti commerciando con tribù stanziate al di là delle Montagne Rocciose. A volte agli archi si aggiungeva un valore simbolico, ricoprendoli con pelle di serpente: era una “medicina” che conferiva il potere di scoccare le frecce velocemente e silenziosamente; queste armi erano spesso usate in contesti cerimoniali. Archi costruiti con rami appartenenti a determinati alberi, venivano piegati a doppia curva, il che, oltre ad aggiungere impeto alla freccia, li rendeva straordinariamente eleganti.
Normalmente il guerriero possedeva due archi: uno era meramente funzionale, preparato velocemente e poco decorato, e quindi facilmente sostituibile; ma parecchie settimane potevano essere spese per perfezionare l’altro, impiegato solo nella caccia al bisonte o in particolari occasioni, come durante le parate, quando esso veniva portato come segno di orgoglio, successo, onore e bellezza.


Arco Crow a doppia curvatura – 1850 circa

Le pelli

La previsione dei bisogni futuri era un aspetto importante delle attività estive dell’accampamento, e gran parte del lavoro consisteva nel conciare pelli che sarebbero state pronte verso la fine dell’anno. Tutta la preparazione veniva effettuata dalle donne, costantemente impegnate nel compito difficile e laborioso di raschiare le pelli e togliere il pelo con corna di alce o attrezzi d’osso. I trattamenti delle pelli variavano dalla semplice pulitura alle elaborate procedure di affumicamento e conciatura, che producevano tonalità varianti tra il grigio chiaro e un grigio molto scuro. Alcune pelli non conciate erano flessibili, leggere, impermeabili e praticamente indistruttibili, e potevano essere usate per tutto ciò che richiedesse una robustezza semi rigida: custodie di pelle grezza o parfleches, impiegate per immagazzinare oggetti, scudi, sonagli, tamburi, lacci e cinghie. Si traeva vantaggio anche dal restringimento tipico della pelle grezza per legare pietre alle mazze di guerra, e per fare selle dalla struttura di legno: la pelle bagnata veniva cucita sul posto, ricoprendo completamente la struttura, e quando si essiccava si stringeva attorno ai punti di congiuntura, evitando che si allentassero per l’uso.


Ferro appuntito con manico di corno, per la perforazione di pelli conciate

Una chiara distinzione veniva operata tra le pelli usate d’estate per i tepee, quelle che dovevano essere relativamente belle ma continuamente esposte all’uso, ed invece le pellicce invernali, più consistenti e pesanti, che si ponevano sui letti e dalle quali si ricavavano i mantelli. La raffinatezza e la delicatezza dei mantelli di bisonte, finemente lavorati, dimostravano l’abilità trasmessa di generazione in generazione. I mantelli migliori, che avevano motivi ben equilibrati ottenuti con file parallele di aculei di porcospino, erano lavorati da “gilde”, poiché il lavoro con aculei di porcospino necessitava di autorizzazione rituale e diritto specifico. Le gilde erano una parte importante della struttura sociale; le giovani donne facevano una lunga pratica e studiavano le difficoltà di quest’arte: gli aculei dovevano essere tinti con succhi di bacche e piante, e spesso bolliti con stoffe che cedevano il colore, quindi ammorbiditi, appiattiti e cuciti individualmente; esse raggiungevano così, per gradi, posizioni sociali di prestigio. Anche quando, con le merci facilmente disponibili attraverso il commercio dei costumi, agli aculei vennero sostituite le perline, dato che esse ricoprivano più velocemente spazi più vasti nelle elaborate decorazioni dei costumi, le vecchie gilde continuarono a rimanere attive, e la pratica non venne meno, ma fu trasferita alle gilde delle Lavoratrici di Perline dei Cheyenne Meridionali, le quali si specializzarono in lavori di perline per uso cerimoniale.
Sebbene vi fossero uomini e donne la cui superiore abilità era ricercata anche da estranei al loro gruppo familiare, la maggior parte delle decorazioni dei popoli delle Pianure era ad un livello profondamente personale e il “significato” di un particolare motivo era noto solo a colui che lo aveva creato. Utilizzando tutte le risorse naturali fornite dall’ambiente – colori, pietre, canne, erbe, terre e argille, piume, pelli, pelo ed ossi di uccelli, animali e rettili – l’Indiano delle Pianure creò una forma d’arte che si adattava al nomadismo e correlava la sua individualità al moto che vedeva espresso nel mondo esterno.


Abito femminile in pelle di bisonte (andava indossato orizzontalmente, come riprodotto in figura) – Hidatsa 1850 circa

Il tepee

Le pelli morbide avevano un impiego importante, in quanto servivano a ricoprire i tepee, e dovevano essere sostituite ogni due o tre anni, compito cui si faceva fronte d’estate, quando vi era abbondante disponibilità di pelli. Le donne si riunivano in gruppi di “api cucitrici” sotto la supervisione di un’anziana molto esperta che insegnava il taglio e la cucitura delle pelli. Per un tepee medio venivano impiegate circa quattordici pelli, e quando queste erano state accuratamente tagliate e cucite con filo di téndine, potevano essere tese su un palo per ricavarne un alloggio che poteva comodamente accogliere una famiglia di otto persone.; tepee più grandi venivano preparati per famiglie eminenti che frequentemente avevano ospiti o per le riunioni cerimoniali delle società dei guerrieri.
Il tepee si adattava perfettamente all’ambiente della prateria e alla vita nomade: era caldo d’inverno ma fresco d’estate, poteva essere disfatto o eretto in poco tempo, pesava poco ed era facile da trasportarsi e da costruirsi, eppure procurava protezione quasi assoluta contro gli elementi naturali. Era poco più che un cono inclinato – l’inclinazione era così pronunciata nei tepee dei Crow che il retro era quasi perpendicolare – con una cucitura frontale per lasciar spazio ad un buco per l’uscita del fumo prima dell’incrocio dei pali; la sua forma favoriva correnti di convezione che potevano essere controllate sistemando opportunamente gli sbocchi per il fumo: estensioni della copertura ad entrambi i lati del buco per il fumo che potevano essere spostati per mezzo di lunghi pali assicurati alle estremità. Questo sistema manteneva l’ambiente libero da fumo e corrente, mentre la forma conica faceva sì che l’acqua di improvvisi acquazzoni scivolasse via e inoltre non concedeva alcuna presa ai forti venti che erano una costante minaccia nella prateria. Appesantito con tronchi o pietre per evitare che i pioli si allentassero, un tepee poteva resistere ai soffi impetuosi che sradicavano alberi.


Tepee dipinti dei Piegan – foto di E. Curtis

Il tepee era anche una inequivocabile presenza, sia per la sua forma che per le sue decorazioni. I rivestimenti interni erano abbelliti con disegni geometrici dipinti e con aculei di porcospino, o con rappresentazioni pittografiche dei successi di guerra degli occupanti o della famiglia stessa. I Sioux dipingevano tali pittografie sui rivestimenti esterni, mentre gli spigoli portanti dei tepee degli Arapaho avevano regolarmente cerchi di aculei di porcospino od ornamenti di perline e pelo di coda di cavallo assicurati al centro. Dipinti di esperienze visionarie, essendo simboli di poteri spirituali, potevano comparire solo su tende di persone che ne avevano diritto specifico; ma anche il tepee privo di decorazioni aveva un qualche significato spirituale e simboleggiava il modo in cui l’indiano interpretava il mondo.. La base rappresentava la terra, le pareti il cielo e i pali il cammino dalla terra al Mondo dello Spirito. La base circolare era per l’Indiano la forma perfetta e molte tribù, tra il posto d’onore sul retro e il fuoco centrale, lasciavano uno spazio che era sacro alla Madre Terra, ove veniva bruciato incenso – erbe aromatiche, cedro o salvia – così che il suo fumo fragrante convogliasse le preghiere del popolo agli spiriti che si trovavano nei mondi superni.
Il tepee di solito veniva innalzato con la parte posteriore diretta verso i venti occidentali prevalenti, con l’ampia base ed i lati inclinati in grado di fornire una grande stabilità contro i venti forti ed improvvisi che si formavano a volte nella vastissima prateria. La base circolare variava in funzione della quantità dei pali usati e della distanza fra gli stessi. Si partiva da un diametro di circa quattro metri e si poteva arrivare anche a venti e più. Di solito non avevano una grande altezza. Si pensi che per legare i pali in cima la donna restava in piedi sulla groppa di un alto cavallo. La struttura era poi ricoperta dalle pelli di bisonte opportunamente tagliate e cucite .Con il posizionamento dell’ultimo palo si sollevava anche la copertura di pelli i cui due lembi laterali erano chiusi, a cerniera ed in verticale, tramite asole praticate sui bordi rinforzati.
Anche il numero delle pelli usate variava, come per i pali, in relazione alla grandezza della tenda. Per un tepee piccolo, composto di 16 pali ed avente un diametro di circa 4 metri per due di altezza bastavano otto pelli. Per una tenda grande ne occorrevano molte di più, fino a venti ed oltre.

Esaminando i particolari della copertura, si nota che i margini inferiori erano appoggiati al suolo e fissati con paletti di legno infissi nel terreno. In estate questi margini venivano sollevati ed arrotolati permettendo la circolazione dell’aria per raffreddare la tenda esposta al sole. Un’apertura, di forma circolare ed a circa mezzo metro dal terreno, costituiva l’ingresso e permetteva il passaggio di una sola persona per volta. Era sempre orientata ad est e la porta dell’uscio era costituita da un altro pezzo di pelle più grande e rimovibile che copriva interamente l’apertura. All’interno del tepee il posto d’onore era situato ad ovest di fronte alla porta. Al centro della tenda, proprio sotto l’aperura centrale, si trovava il focolare. All’interno del tepee il posto d’onore era situato ad ovest di fronte alla porta. Al centro della tenda, proprio sotto l’aperura centrale, si trovava il focolare. Nel tepee vivevano tutti i membri della stessa famiglia. I giacigli erano divisi tra loro da tramezzi che servivano anche come poggiaschiena. I posti per dormire erano così distribuiti: figli maschi da un lato, padre e madre in mezzo, figlie femmine dall’altro, donne anziane vicino all’ingresso ed altri occupanti dove c’era posto. I posti erano assegnati permanentemente e non si potevano cambiare. Negli spazi liberi erano ammucchiati oggetti e riserve alimentari. La carne secca e la frutta essiccata erano conservate dentro borse di pelle grezza dipinta, le parfleche. C’erano poi le Possible Bags, grosse borse di pelle dentro cui era possibile ficcare di tutto. Erano di forma rettangolare e ricamate con aculei di porcospino e di perline di vetro. Il fardello di medicina, che il proprietario poteva avere o no, in genere pendeva alla parte ovest della tenda. Ai pali interni della tenda erano attaccate le armi e le suppellettili di uso comune e giornaliero. Lo spazio davanti alla tenda doveva essere lasciato sempre libero. Ai lati dell’ingresso si trovava ,da un lato, il treppiede per lo scudo e dall’altro uno posto attrezzato per la cottura dei cibi.


Interno di tepee Sioux

Anche se la donna ne è proprietaria i dipinti che adornano la copertura esterna della tenda si riferiscono all’inquilino maschio ed il ruolo che l’uomo riveste in seno alla tribù. Sulla tenda di un guerriero sono rappresentate le sue gesta eroiche mentre su quelle dei capi o degli sciamani le loro visioni o i sogni avuti in virtù dei loro poteri di comando o divinatori.
Il tepee non era solo un riparo fisico ma aveva anche un valore come protezione spirituale. Per questo sul vertice dei pali si applicavano banderuole di stoffa colorata che dovevano impedire l’ingresso degli spiriti avversi e presenti nel villaggio. Inoltre la personalizzazione dei dipinti sui tepee faceva in modo che nessuna tenda fosse uguale ad un’altra agevolandone l’individuazione.
I tepee delle Pianure avevano un sistema abbastanza complesso di realizzazione. La parte bassa della tenda era, ad esempio, foderata con altre pelli legate ad un laccio che correva lungo i pali di sostegno. Tale laccio, ed il secondo rivestimento, erano poi distanziati dalla copertura principale grazie a dei bastoni realizzati con una forma apposita. Questa seconda copertura serviva a riparare maggiormente dagli spifferi d’aria, dall’acqua e dalla luce la parte vicina a terra del tepee, la parte in pratica dove si mangiava e dormiva. Queste fodere erano spesso decorate con pittogrammi, come la nostra carta da parati, in fondo.
Nella foto a seguire ecco come si presentava un tepee durante la stagione calda. Era in pratica possibile sollevarne una parte, per avere un maggior ricircolo d’aria. E’ possibile anche vedere qual’ è (e qual’ era) l’effetto della luce che passa attraverso le pelli di bisonte della copertura principale.


Tepee con apertura estiva

La guerra

Prima che la richiesta di indumenti e pelli, legata al commercio delle Pellicce, provocasse la decimazione di bisonti e castori, la causa principale di disputa nelle Grandi Pianure era determinata dall’accesso a legna e acqua, in alcune regioni estremamente scarse ed entrambe essenziali alla sopravvivenza delle comunità nomadi. Le valli riparate, che fornivano tali ricchezze, abbondavano anche di selvaggina, sia pure migratoria, e quindi i conflitti si originavano da contese in merito all’accesso ai territori di caccia e al mantenimento dei diritti relativi. Senza dubbio questi fattori contribuivano ad incrementare i conflitti, ma da soli non spiegano tuttavia le ragioni per comprendere la diffusione di una “filosofia della guerra” presso i popoli delle Pianure. Nella tribù, ognuno era guerriero, anche se non in carica effettiva. Il successo in guerra determinava il ruolo dell’uomo entro la società e alla narrazione di azioni di guerra veniva riservata un’importanza notevole entro il contesto cerimoniale. L’uomo a cui potevano essere accreditate le imprese più coraggiose veniva venerato e rispettato dovunque. Ciò suggerisce come le cause della guerra fossero complesse e profondamente radicate, e non attribuibili completamente a motivazioni di ordine materiale. Basta porre attenzione alle caratteristiche del modo di guerreggiare: le tribù raramente combattevano vere e proprie grandi battaglie, la maggior parte dei conflitti era limitata ad azioni di drappelli di guerrieri organizzati individualmente; inoltre i nemici tradizionali erano costituiti da quelle tribù che che si riteneva fossero più o meno a pari livello di forza. Per esempio gli Arapaho rivendicano di aver soprattutto combattuto gli Ute perché erano i più coraggiosi, dopo loro stessi, e quindi i Pawnee perché erano i più feroci. L’atteggiamento degli Arapaho può essere considerato abbastanza indicativo: per un drappello di guerrieri non era inusuale percorrere distanze considerevoli – a volte cinque o seicento chilometri – per sferrare un attacco provocatorio in territorio nemico. I vantaggi, in termini di cavalli catturati e beni sottratti, erano trascurabili se comparati allo sforzo richiesto e al pericolo che doveva essere affrontato. Allo stesso modo tutte le azioni temerarie e rischiose, come uccidere un nemico nel suo accampamento, non erano solo attacchi sconvolgenti per l’avversario, ma dovevano fornire prove convincenti della superiore abilità dell’antagonista.

Nel contesto dell’habitat delle Pianure, la concezione del superamento di un pericolo eccessivo, sia da parte dello sfidante che dello sfidato, si può sostenere derivi dalla natura dell’ambiente, ove la sopravvivenza era minacciata da forze naturali potenzialmente pericolose e certamente molto potenti, e dove la forza tribale doveva essere continuamente messa alla prova contro nemici altrettanto potenti. Questi erano i nemici tradizionali, e il successo poneva un individuo, un gruppo o una tribù in una migliore posizione psicologica per affrontare la sfida dell’ambiente: se un singolo o, per estensione, una tribù, si sentiva debole, soccombeva facilmente a tutte le forze reputate più forti, fossero di natura umana, ambientale o metafisica. Il vigore del singolo o della tribù poteva invece offrire resistenza a pressioni oltre un limite che noi considereremmo intollerabile.
Sempre alla ricerca di conferme, il guerriero combatteva aspramente, senza concedere né richiedere la grazia della vita; per molti era preferibile morire in modo coraggioso piuttosto che ritornare dalla battaglia e ammettere una sconfitta compromettente. L’atteggiamento collettivo non differiva da quello individuale. Il tenace rifiuto di ammettere la sconfitta comportava che gli accampamenti, sebbene temporanei, dovessero essere difesi fino all’ultimo uomo. Questa decisa e continua determinazione alla vittoria caratterizza il guerreggiare nelle Pianure ed è rilevabile in tutte le sfere della vita degli Indiani d’America. Si deve quindi ritenere che la guerra avesse cause sia di ordine materiale che immateriale: da un lato la protezione delle risorse, e dall’altro la costituzione di un’identità personale e tribale.

I piccoli drappelli di guerrieri, molto più adatti a muoversi negli spazi piani e aperti delle praterie, dove gruppi numerosi potevano invece essere facilmente individuati, combattevano i nemici mossi più dalla necessità di comprovare la loro abilità nel sopravvivere come gruppo tribale definito, che non dal desiderio di decimarli ed ottenere vantaggi materiali. Gli indiani Crow, la cui posizione geografica era invidiabile, perché dava loro il controllo dei più ricchi territori di caccia del Missouri superiore, ma li situava fra le potenti confederazioni dei Piedi Neri e dei Sioux, possono servire da esempio per chiarire questa concezione generale.
Gli atteggiamenti dei Crow erano a volte arroganti e sopraffattori: essi parlavano con disprezzo sia dei Piedi Neri che dei sioux, considerato nemici, e si gloriavano impudentemente delle vittorie riportate su di loro. Il carattere vigoroso compensava in parte il fatte di essere il gruppo meno consistente, e di contare un numero di guerrieri inferiore alla metà di ogni altra confederazione; nonostante ciò scendevano incessantemente in guerra contro i loro vicini, come anche contro gli Cheyenne Settentrionali. Addirittura i primi etnografi erano dubbiosi che potessero subire tante perdite e nel contempo mantenere un’identità tribale in grado di proteggere le loro rivendicazioni territoriali. Per i Crow questo tipo di sfida, di fatto, era l’unico mezzo di cui potessero disporre per conservare la propria identità, dato che dimostrava la loro capacità di reazione, e ciò a sua volta comprovava il valore della tribù. Allo stesso tempo agiva da deterrente per prevenire la conquista dei loro territori da parte delle altre tribù.
Ovviamente esisteva un limite al di là del quale la tribù non era in grado di resistere alla pressioni esterne. I Gros Ventre, per esempio, rinunciarono a tutte le loro rivendicazioni territoriali e si posero sotto la protezione della confederazione dei Piedi Neri dopo aver perso circa il 75% della propria popolazione a causa di un’epidemia di vaiolo nel 1800. Similmente i Kiowa-Apache, che alcuni secoli prima erano migrati nelle pianure con gruppi di Apache, ed avevano ereditato la medesima fiera indipendenza di tutte le tribù settentrionali di lingua Athapasca, furono costretti ad allearsi ai Kiowa, con i quali non erano imparentati, allorquando i gruppi di Apache si sparsero raggiungendo le pianure meridionali. La loro alleanza garantiva completa libertà di caccia ed accampamento entro i limiti territoriali del gruppo più forte: pur cacciando liberamente nell’area dominata dai Kiowa e partecipando alle loro cerimonie, essi mantennero lo status di nazione indipendente e non furono mai soggetti alla giurisdizione del consiglio tribale dei Kiowa.


Insegne di società guerriera Crow

Le alleanza tra le grandi tribù erano di natura estremamente diversa e solitamente instabili e di breve durata: a periodi di stretta amicizia ne seguivano altri di aperta ostilità; a volte erano coinvolti tutti i membri delle tribù, ma spesso solo fazioni all’interno dei gruppi. Ciò era dovuto alla loro autonomia, ed era molto comune che un gruppo si considerasse in guerra con un altro di tribù diversa, e allo stesso tempo altri gruppi della stessa tribù mantenessero rapporti di amicizia. Dato che ogni tribù si spostava seguendo le proprie inclinazioni, le rivendicazioni territoriali si ampliavano e si contraevano, e l’equilibrio di potere oscillava continuamente. Così mentre gruppi più forti si assicuravano confini che racchiudevano più vaste aree, quelli più deboli erano costretti a cambiare territorio, creando pressioni in altre direzioni. Di conseguenza l’energia della tribù si consumava simultaneamente su diversi fronti, a volte per lunghi periodi e con il coinvolgimento dell’intera comunità, altre volte con brevi esplosioni inframmezzate da alleanza che spesso impegnavano solo una parte della popolazione tribale. Questo avveniva su tutta l’area delle Grandi Pianure.
Sfortunatamente le narrazioni indiane relative alle guerre precedentemente all’arrivo del cavallo e del fucile sono atipiche e non convincenti. Un anziano leader del Piegan (della confederazione Piedi Neri), chiamato Sukamappee (il Ragazzo) descrive una scontro fra due forze equivalenti, avvenuto quando egli troppo giovane per combattere. Un gruppo di centinaio di Piedi Neri si scontrò con un analogo gruppo di Shoshone ed entrambi, fronteggiandosi, formarono linee parallele, tutti nascosti dietro i loro grossi scudi. Sebbene la battaglia fosse durata un giorno intero, con pioggia di frecce lanciate da ambo le parti, nessuno venne ucciso e, quando si fece scuro, entrambi i gruppi si ritirarono, senza che nessuno potesse dichiararsi vincitore. Comunque all’epoca i Piedi Neri si stavano spostando verso i territori di caccia controllati dagli Shoshone, costringendo questi ultimi ad abbandonarli: è difficile che ciò sarebbe potuto accadere attraverso scontri poco risolutivi come quello descritto.


Blackfoot – dipinto di Howard Terpning

Poiché le informazioni del periodo precedente all’introduzione del cavallo sono scarne, è necessario ricercare altrove esempi di come si manifestasse la risoluta indole del guerriero delle Pianure. Indicativa al riguardo è la concezione indiana del gioco d’azzardo. Tale termine veniva impiegato per definire qualunque azione o impresa che comportasse competizione e rischio di perdita di ogni bene materiale o perfino prestigio o status. Gli Indiani delle Pianure unificavano le due concezioni – guerra e gioco d’azzardo – presupponendo che la superiorità dovesse essere stabilita aa riprova del valore di un singolo attraverso un certo antagonismo comportante sempre una potenzialità di rischio. Essi ritenevano che il fattore di rischio raggiungesse l’apice quando l’equilibrio tra forze opposte veniva turbato, e sia in guerra sia nel gioco d’azzardo era loro cura dimostrare che i propri mezzi corrispondevano a quelli degli oppositori, poiché solo rispettando tale regola poteva essere evitato l’”insuccesso”. La confitta in un’azione di guerra poteva avere conseguenze fatali, e analogamente era disastroso perdere ad un gioco d’azzardo nel quale la “posta”, sebbene rappresentata anche da beni materiali, era l’abilità che il guerriero cercava di far riconoscere al di là di ogni dubbio. Come in guerra cercava i nemici più forti, così giocava d’azzardo con chi considerava suo pari. Ogni genere di gioco metteva in evidenza l’autorità e l’abilità dell’individuo: infatti, sebbene potessero essere presenti sia la comunità sia un gruppo di amici, la vera contesa avveniva tra due persone – lo sfidante e il suo avversario – e anche in guerra la situazione si ripeteva in modo analogo, perché il conflitto poteva coinvolgere molti uomini, ma la battaglia assumeva l’aspetto di una serie di scontri individuali. Uno dei giochi più noti era quello dei “bastoncini”. I guerrieri erano divisi in due squadre; i membri di una squadra dovevano nascondere, con abilità e destrezza, dei bastoncini oppure dei piccoli ossi, muovendo le mani con grande velocità. Quelli dell’altra squadra dovevano indovinare in quale mano erano nascosti, anche cercando di confondere l’avversario con racconti di guerra, afferrandogli i capelli o saltandogli sulle spalle. Le origini di questo gioco risalgono ad una narrazione mitologica in cui le creature del giorno si battono con quelle della notte. Sebbene i bastoncini rimangano per lunghi periodi in possesso ora dell’una ora dell’altra squadra, l’esito non è risolutivo, e giorno e notte continuano ad alternarsi. Analogo è il rapporto tra i nemici tradizionali: l’equilibrio delle forze oscilla di continuo, i singoli possono eccellere, ma la fondamentale uguaglianza delle forze in campo, idealmente, ristabilirà sempre l’equilibrio.

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