La grande avventura di Lewis e Clark

A cura di Pietro Costantini

Mammut lanosi, lama peruviani, indiani dagli occhi blu che parlavano il celtico gallese. Nel 1803 il West, privo di mappatura, era definito da tali miti. La spedizione di Lewis e Clark in seguito sfatò simili speculazioni, compreso il mito e la speranza più diffusi: l’esistenza di un “passaggio a nordovest”. Tale passaggio – un fiume o una serie di fiumi connessi tra loro che attraversavano le montagne e raggiungevano l’Oceano Pacifico – avrebbe permesso di commerciare in modo più diretto con l’Oriente. Il presidente Thomas Jefferson credeva che la scoperta di un passaggio a nordovest avrebbe riempito di ricchezze il Nord America.

Vivere in America
Quando Jefferson giurò come terzo presidente degli Stati Uniti il 4 marzo 1801, la nazione possedeva 5.308.483 persone entro i suoi confini, che si estendevano dall’Oceano Atlantico a est fino al Mississippi a ovest, dai Grandi Laghi a nord fino a quasi il Golfo del Messico a sud (più o meno 1000×1000 miglia).


La mappa di Emanuel Bowen (anno 1747) con la rappresentazione del Polo Nord e le zone incognite del Passaggio a Nord Ovest.

Solo un’area relativamente piccola era occupata, però, e i due terzi della popolazione vivevano entro 50 miglia dall’Atlantico. Jefferson e molti dei suoi contemporanei erano proprietari di piantagioni. Lui e altri “gentiluomini della Virginia” erano dediti a un particolare stile di vita. Nei loro vasti possedimenti, conducevano una vita raffinata ispirata all’Illuminismo, dando balli e cene o discutendo di politica, filosofia e religione.
Una festa nella piantagione di Jefferson, per esempio, spesso seguiva una giornata di caccia a cavallo. Gli ospiti mangiavano patate dolci, piselli, mais, pane, noci, quaglie, prosciutto, cacciagione, carne d’orso, anitra, latte e birra. Jefferson sceglieva personalmente i vini migliori che venivano dalla Francia. Per il divertimento degli ospiti, spesso suonava il violino, mentre gli ospiti danzavano reel della Virginia e altri balli in voga. Ospiti particolarmente graditi erano illuministi che conversavano in francese, italiano e tedesco, gente molto istruita e di buone letture, voracemente curiosa di molti argomenti, in particolar modo storia naturale, geografia e i diritti dell’uomo.


Gli Stati Uniti d’America alla data del 1800

Nonostante il loro interesse per i diritti della persona, i gentiluomini di campagna costruivano il loro agiato stile di vita sul lavoro degli schiavi. La vita degli schiavi – sollecitati dalla frusta – era fatta di semine e raccolti. I proprietari non svolgevano lavoro manuali – si occupavano dei dettagli necessari a dirigere una piantagione. A quei tempi, i piantatori non praticavano la rotazione delle culture, così erano sempre in cerca di nuova terra da coltivare. Perciò, mentre le loro piantagioni si espandevano, la sopravvivenza economica dei piantatori era legata alla disponibilità di schiavi che lavorassero la terra. Altri gentiluomini della Virginia, come Meriwether Lewis, mancavano dell’istruzione superiore e della ricchezza dei pari di Jefferson. Le scuole pubbliche non esistevano, così i piantatori venivano spesso educati ospitando dei maestri – di solito predicatori o parroci – che li istruivano in grammatica, matematica, scienze naturali e latino. Così un’istruzione ben bilanciata completava la loro esperienza di piantatori. Dato che le proprietà erano tanto distanti tra loro, gente come Lewis acquisì particolari abilità relative alle terre selvagge. Lewis, per esempio, era un gran cavaliere, cacciatore e camminatore e gentiluomini come lui che viaggiavano attraverso la regione, dovevano conoscere le raffinatezze della vita di piantagione, come ballare, tirare di boxe e suonare il violino. I gentiluomini della Virginia dovevano essere ospitali, generosi, cortesi e gentili con gli inferiori. La scostumatezza, le amanti, il bere eccessivo e altri vizi erano comuni ma perdonati, finché non ostacolavano i rapporti tra membri della società. Erano invece considerate offese imperdonabili la menzogna e la meschinità.


Schiavi in una piantagione di cotone

Non tutti erano contenti della vita di piantagione e, come Lewis, molti cercavano l’avventura. Un mezzo per trovarla era l’arruolamento nell’esercito, dove spesso si passava la vita sulla frontiera, dato che era compito dell’esercito mantenere l’ordine nei confini esterni degli Stati Uniti, con piccoli gruppi isolati di meno di 100 tra ufficiali e soldati. Il corpo ufficiali era sovente lacerato da conflitti interni, dato che era una delle rare istituzioni della giovane America in cui si mescolassero e vivessero assieme cittadini delle più diverse provenienze regionali, religiose, etniche, educative e sociali. Le regole per gli ufficiali erano severe e specifiche. Avevano il permesso di tenere almeno un soldato come servitore personale. Non potevano bestemmiare, esprimere mancanza di rispetto per il proprio comandante o funzionari federali o statali, ubriacarsi in servizio, assentarsi senza permesso o partecipare a duelli. Era proibito loro anche avere un’amante. Nonostante le regole, molti ufficiali sulla frontiera vivevano alla grande, bevevano forte e se la spassavano con le donne. I soldati subivano spesso frustate e altre dure punizioni; molti disertavano, attirati dalla possibilità di fuggire e perdersi nella frontiera, dove potevano stabilirsi come coloni abusivi e sfuggire alla disciplina. La diserzione era un grave problema ed era severamente punita, perché anche la perdita di pochi uomini nelle piccole guarnigioni avrebbe danneggiato la capacità bellica nel caso di un attacco indiano. Molti soldati e altri che attraversavano la frontiera finivano in Tennessee o in Kentucky. Alcuni cacciatori di pellicce e commercianti si spinsero fino al fiume Missouri, ma l’idea di una migrazione di massa ancora più ovest era tuttora irrealistica.


Thomas Jefferson – dipinto di Rembrandt Peale – 1800

Navigando verso il commercio
Nel 1803 solo quattro strade attraversavano i monti Appalachi, ma gli Stati Uniti avevano il potenziale per diventare una nazione potente se potevano aggiungere al loro territorio l’area a ovest del Mississippi. A quel tempo, comunque, molti erano scettici sul fatto che una sola nazione potesse governare un intero continente. La distanza tra gli Appalachi e il Mississippi, le limitate opzioni del trasporto e le domande senza risposta sulle terre occidentali rappresentavano delle barriere all’espansione occidentale. Oltre a ciò, il cavallo era il modo di trasporto più veloce e le poche strade o sentieri esistenti erano in cattive condizioni. Era impossibile trasportare qualcosa dalla costa atlantica al Mississippi in meno di sei settimane. Queste barriere servivano a spegnere ogni idea di espandere gli interessi nazionali ancora più a ovest. Il mezzo milione di americani (uno ogni dieci) che già viveva a ovest degli Appalachi, comunque, sentiva di aver trovato il proprio interesse “nazionale”. Dato che le vie d’acqua erano viste come vie commerciali, molti lungo il Mississippi si consideravano come i semi di una nazione indipendente che doveva sfruttare il mercato mondiale non andando a est verso la costa atlantica, ma seguendo il sistema fluviale Ohio-Mississippi giù fino al Golfo del Messico. Jefferson sapeva che gli abitanti di questa regione ponevano rischi di secessione dagli Stati Uniti. Dopo tutto la nazione, nata solo 18 anni prima, era sorta da una ribellione. Era deciso a ottenere il vitale porto commerciale di New Orleans per gli Stati Uniti, in parte per impedire all’Ovest di staccarsi. Anche altre nazioni cercavano di controllare il destino dell’Ovest ma ancora sapevano poco della regione. I Conquistadores spagnoli avevano esplorato il Sudovest, mercanti di pellicce spagnoli e francesi si erano avventurati su per una parte del fiume Missouri e gli Inglesi avevano visitato i Mandan nell’attuale North Dakota.


Mercanti di pellicce che discendono il Missouri – dipinto di J. Bingham

L’idea dell’Ovest
Come gli altri studiosi, Jefferson aveva molte idee sulle aree ignote verso ovest. Era profondamente interessato alla regione, e la sua biblioteca personale a Monticello aveva più libri sull’argomento che nessun’altra al mondo. Alcuni libri di Jefferson descrivevano una massa terrestre di vulcani in eruzione e montagne di sale non dissolto. Altre letture lo portavano a credere che le montagne Blue Ridge della Virginia fossero le più alte del continente (le Blue Ridge Mountains salgono al massino fino a circa 1950 metri, mentre le Montagne Rocciose in Colorado arrivano a oltre 4200 metri). Raffigurazioni di territori e creature del west provenivano spesso dall’immaginazione di gente che non vi era mai stata. Molti resoconti narravano di terre punteggiate da meravigliose creature: unicorni, giganteschi mastodonti lanosi, castori alti sette piedi e le mappe del west si dimostrarono egualmente romanzesche: geografi europei, per esempio, tracciarono mappe che mostravano la California come un’isola. Altre mappe mostravano le Montagne Rocciose strette e prive di difficoltà. La mancanza di dettagli nelle mappe nel 1803 dà un’idea del compito enorme di fronte alla spedizione di Lewis e Clark. Prima della spedizione Merriwether Lewis ebbe una mappa da Albert Gallatin che mostrava il Nord America dalla costa del Pacifico al Mississippi. Questa mappa illustrava solo tre punti certi: la latitudine e la longitudine della foce del fiume Columbia e della città di St. Louis e dettagli di ciò che si sapeva del fiume Missouri fino ai villaggi Mandan nella Grande Curva del fiume (l’attuale Bismark, North Dakota). La mappa stimava anche l’aspetto delle Montagne Rocciose e il corso del Columbia, che nessuno aveva mappato oltre la foce. Ma l’area che si trovava a ovest dei Mandan era vuota e le migliori menti del mondo non potevano riempire quel vuoto fino a che qualcuno non l’avesse percorso a piedi, fatto le misurazioni e descritto la flora, la fauna, i fiumi, le montagne e le popolazioni. Ugualmente cruciali erano le osservazioni sulle possibilità commerciali e agricole della regione.


Mappa di Arrowsmith – 1802

Jefferson: progettare il destino di una nazione
Il 18 gennaio 1803 il presidente Jefferson inviò un messaggio confidenziale al Congresso, affermando in parte: «Il fiume Missouri e gli indiani che lo abitano non sono ben noti come sarebbe desiderabile per via della loro connessione con il Mississippi e di conseguenza con noi». Jefferson continuò proponendo che un «ufficiale intelligente con dieci o dodici uomini scelti … potrebbe esplorare l’intera linea, anche fino all’Oceano Occidentale». Questa proposta era il culmine dei piani che Jefferson coltivava da lungo tempo, anche se in silenzio, sull’invio di una spedizione esplorativa nel grande vuoto al di là del Mississippi. E anche se il presidente era uno scienziato, era spinto a tale spedizione tanto da ragioni politiche quanto dall’amore per l’avanzamento della scienza. Egli considerava la crescita commerciale nell’Ovest come la chiave per la potenza degli Stati Uniti nella regione. Il clima politico nel 1803 complicava l’esigenza di Jefferson. Aveva chiesto al Congresso di autorizzare una spedizione di ricognizione militare in terre sconosciute che erano già reclamate dalle due maggiori potenze del mondo, la Francia e la Gran Bretagna, con una terza, la Spagna, che manteneva la presa nel sud e nell’ovest. La stessa potenza spagnola aveva finanziato due spedizioni nel bacino del fiume Missouri, al comando di due esploratori Anglosassoni, Mackay ed Evans.


Villaggio Mandan ai tempi della spedizione Mckay-Evans (1795-1797)

Jefferson aveva già avvicinato funzionari spagnoli che amministravano la regione per conto della Francia, cercando la loro approvazione per un passaggio attraverso il Territorio della Louisiana a scopo di esplorazione. L’ambasciatore spagnolo Don Carlos Martinez obiettò, ma Jefferson mandò avanti la richiesta in Congresso. Sapendo che ci sarebbero stati degli scettici, specialmente tra i nemici nel partito federalista, Jefferson stese il suo messaggio minimizzando i rischi militari e usando come esca i guadagni commerciali. Rese la tentazione facile, chiedendo solo 2500 dollari per finanziare la spedizione (anche se il costo finale raggiunse i 38.722 dollari). Il 28 febbraio 1803 il Congresso approvò la richiesta di Jefferson. Egli ne fu raggiante. Per quasi due decenni aveva attivamente elaborato strategie per attraversare l’ovest e trovare il passaggio a nordovest per il Pacifico. Prima di diventare presidente, lui aveva rappresentato l’eminenza grigia dietro agli almeno due tentativi abortiti di spedizione. Alcuni storici hanno speculato che quando Jefferson fu eletto, aveva già cominciato a programmare un’altra spedizione perché aveva assunto il capitano Meriwether Lewis, che veniva dalla campagna, come segretario privato, invece degli aspiranti qualificati che vivevano nelle vicinanze.


Una mappa dell’Ovest con le “conoscenze” al 1803

Merriwether Lewis
Merriwether Lewis aveva 28 anni quando fu scelto come capo spedizione. Era Primo Segretario del Presidente ed era capitano dell’esercito, appartenente a una famiglia in affari con i Jefferson da almeno una generazione. Aveva servito nella milizia della Virginia quando il presidente Washington l’aveva chiamata a spegnere la cosiddetta “Ribellione del Whiskey” contro le tasse sulla bevanda. Nel Corps of Discovery divise il comando con il vecchio commilitone Clark, prassi non usuale per i veri militari, e permise di eleggere sergente Gass dopo la morte del sergente Floyd, un uso tipico della milizia.
Lewis era un uomo dalla personalità complessa, con gravi problemi emotivi, sempre sull’orlo della crisi depressiva, ma riuscì per lungo tempo a superarla con la pura forza di volontà. Ci sono, nel suo diario della spedizione, dei vuoti inspiegabili, relativi ad intere giornate: probabilmente dovuti a crisi in cui sentiva la mancanza dell’ambiente della Casa Bianca.
Era la testa politica della spedizione e probabilmente non si trovò mai a suo agio con gli uomini, anche se manteneva la correttezza del gentiluomo del sud. Mentre sappiamo che gli altri membri della spedizione approfittarono degli usi sessuali indiani con entusiasmo, egli dà la sensazione di non averne partecipato, anche se ciò non è probabile.
Alla fine della spedizione Jefferson lo nominò governatore della Louisiana: un grave errore, perché Lewis non era un vero politico. Si fece invischiare in speculazioni immobiliari e minerarie fallite e altre avventure economiche. Prese a bere ancora più forte e, dato che aveva la malaria, usava regolarmente una mistura di oppio e morfina. Spendeva senza risparmio, arrivando a impegnare soldi che non aveva.
Quando divenne presidente Madison, i conti di Lewis non vennero coperti. Rovinato finanziariamente, nel 1809 lasciò St. Louis per Washington: durante il viaggio tentò il suicidio, ma fu salvato. Nei pressi dell’attuale Memphis, Tennessee, Lewis ritentò e, in una locanda, si uccise.


Busto di Merriwether Lewis – Palazzo del Governo di Richmond, Virginia

William Clark
William Clark era figlio di uno degli eroi della rivoluzione, il generale George Rogers Clark, che aveva servito sotto il famoso generale “Mad Anthony” Wayne durante le guerre indiane nel Vecchio Nordovest, che avevano portato alla sconfitta finale indiana a Fallen Timbers. Era stato commilitone di Lewis nella milizia della Virginia. Clark era l’uomo pratico della spedizione, quello che trovava le soluzioni e, anche se non aveva ricevuto un’istruzione formale elevata, era un eccellente cartografo. Condivise il comando con Lewis senza alcun contrasto e probabilmente rappresentava un elemento di stabilità emotiva, anche se era un fiero virginiano quanto l’altro. Nonostante fosse d’accordo con il punto di vista di Lewis e Jefferson sugli Indiani, che dovevano “civilizzarsi” o sparire, è evidente che aveva per loro una simpatia che è molto diversa dalla freddezza di Lewis. Gli indiani lo chiamavano “il capo testa rossa” per via del colore dei capelli e lo rispettavano. A differenza di Lewis, che aveva un atteggiamento più conflittuale, Clark si considerava più un mediatore culturale.
Dopo il viaggio Clark ebbe una splendida carriera: si sposò con una donna ricca, andò ad abitare a St. Louis come Generale della Milizia. Diventò Sovrintendente agli Affari Indiani e per 30 anni riuscì a mantenere la pace con le tribù. Giudicato “tenero” per questo, perse una volta le elezioni a governatore del Missouri. Era e rimase uno schiavista convinto: tornato a casa, rifiutò a lungo di concedere la libertà al suo schiavo York, che era con lui fin dall’infanzia e che lo aveva accompagnato nella spedizione; aveva anche rischiato la vita per cercarlo in una tormenta di neve. Solo dopo molti anni si decise a liberarlo, pur convinto che la libertà non fosse un bene per lui. Sulla lapide della sua tomba a St. Louis una frase afferma che si può leggere la vita della nazione americana nella vita di Clark, che morì nel 1838.


William Clark in effigiato in un francobollo del 2004

La Louisiana
L’approvazione del viaggio da parte del Congresso era un grosso passo avanti, ma nel giro di due mesi sarebbe stata eclissata da un accordo che non solo avrebbe trasformato lo scopo della spedizione ma anche lo stesso destino degli Stati Uniti. Cominciò con un’offerta da parte degli emissari di Jefferson a Parigi per acquistare il vitale porto commerciale di New Orleans. I negoziati non avevano portato da nessuna parte, finché Napoleone Bonaparte, che si preparava per un’altra guerra contro l’Inghilterra, improvvisamente annunciò che gli Stati Uniti potevano avere New Orleans se compravano anche l’intero Territorio della Louisiana di 820.000 kmq per 15 milioni di dollari (circa tre centesimi l’acro). Bonaparte aveva le sue ragioni per questa drammatica offerta: aveva titolo alla Louisiana, ma poco potere di farlo rispettare. Gli Americani, credeva, si sarebbero certamente spinti nell’area molto prima che lui potesse inviare un esercito là, se mai avesse potuto farlo. Oltre a ciò, la vendita avrebbe dato forza a una giovane nazione che condivideva con la Francia un comune rivale: l’Inghilterra. Stupefatto dall’offerta, Jefferson accettò e face approvare in gran fretta il trattato dal Congresso, nonostante i dubbi sulla sua costituzionalità. I Federalisti attaccarono l’acquisto non
solo come un vistoso abuso del potere esecutivo, ma anche come uno spreco di denaro pubblico. Ciò nonostante, il trattato fu firmato il 30 aprile 1803. In un solo colpo, le dimensioni degli Stati Uniti erano raddoppiate.

Il Louisiana Purchase non fu pubblicamente annunciato fino al 3 luglio, solo due giorni prima che Meriwether Lewis lasciasse Washington, DC, per Pittsburgh per iniziare a comprare vettovaglie e assumere uomini per la spedizione. Per Lewis l’acquisto della Louisiana cambiò quella che sarebbe stata una missione semi-clandestina attraverso un territorio straniero in un’audace esplorazione di un paese posseduto dagli Stati Uniti. Jefferson inviò a Lewis parecchie pagine di istruzioni specifiche su quali informazioni accogliere durante il viaggio: com’erano gli Indiani? Quali erano le loro lingue, i costumi, le abitudini mediche? Jefferson bramava dettagli della vita animale e vegetale, sui minerali e le montagne. E, ovviamente, voleva conoscere le opportunità di commercio. Per assicurare il successo della spedizione nell’ottenere qualsiasi cosa avesse bisogno per ottenere i suoi scopi, Jefferson firmò e diede a Lewis una lettera di una pagina che impegnava “la buonafede degli Stati Uniti” a rimborsare chiunque per ogni merce o servizio Lewis avesse bisogno. Così la spedizione ebbe una linea di credito illimitato e giustamente, dal punto di vista di Jefferson. Egli stava chiedendo a Meriwether Lewis e William Clark di mappare non solo il nuovo territorio degli USA, ma il destino di una nazione.


Il viaggio di Lewis e Clark

Inizio del viaggio

L’epico viaggio cominciò il 14 maggio 1804. Il gruppo, denominato “Corps of Discovery”, consisteva di una cinquantina di uomini. Partirono da St. Louis, su di un barcone lungo 55 piedi (un po’ meno di 17 metri), con l’accompagnamento di due piroghe. Per la navigazione si dovette procedere a vela, remando, o trainando a braccia la barca dalla riva con le funi; in pratica, percorrere 14 miglia al giorno era già un buon risultato. Il 25 maggio sorpassarono l’abitato di La Charette, a 60 miglia da St. Louis sul Missouri, “l’ultimo insediamento dei Bianchi su questo fiume”. La spedizione festeggiò il primo “4 Luglio” mai celebrato ad ovest del Mississippi sparando col cannone in dotazione al barcone, con la distribuzione di una razione extra di Whiskey, e battezzando un torrente come “Independence Creek” (vicino all’attuale cittadina di Atchinson, Kansas). In questi primi due mesi e mezzo, Clark disegnava mappe stando a bordo, mentre Lewis sulla riva studiava le rocce, gli animali e le piante.
Alla fine di luglio il Corps of Discovery aveva percorso 600 miglia senza incontrare un solo Indiano.

Incontri con i Nativi
Il Corps of Discovery incontrò molte tribù durante il suo lungo viaggio. Il 7 giugno 1804, accampatisi nei pressi di Fort Carondelet, gli esploratori ebbero notizia che i Sauk e Fox stavano per attaccare gli Osage, ma non ebbero occasione di vedere questi ultimi.

Oto e Missouri
Gli Oto e i Missouri facevano parte dei gruppi di lingua siouana meridionali che vivevano lungo il fiume Missouri sull’attuale confine tra gli stati di Missouri e Nebraska. Erano cacciatori di bisonti e agricoltori che vivevano in case di terra a forma ovale raggruppate in “città”. Il vaiolo li aveva decimati, così Oto e Missouri si erano uniti in bande di circa 250 individui. Molti Oto e Missouri erano lontani, a caccia di bisonti, quando Lewis e Clark nel luglio 1804 si imbatterono nelle loro “città”, che sembravano svuotate. Il 2 agosto un piccolo gruppo di Oto e Missouri arrivò all’accampamento americano, un luogo che Lewis aveva chiamato Council Bluff e i due capitani incontrarono sei o sette capi minori, dato che i capi principali erano ancora a caccia. Il 3 agosto, con grande cerimonia ebbe luogo il primo incontro formale tra i rappresentanti degli Stati Uniti e Indiani occidentali, a nord dell’odierna Omaha, dove incontrarono una piccola delegazione delle due tribù. In quell’occasione i Capitani stabilirono quella che sarebbe stata la routine negli incontri con i Nativi: elargizione di medaglie di pace, di bandiere, e doni; dimostrazione della tecnologia dei Bianchi (bussole, compassi, telescopi, ecc.); un discorso col quale si spiegava che ora gli Indiani avevano un nuovo “Grande Padre”, lontano ad est, promettendo un futuro di pace e prosperità, al posto dell’incertezza che avevano con Francesi e Spagnoli, ormai inaffidabili, se le tribù non avessero fatto guerra ai bianchi o alle altre tribù. Furono anche invitati a mandare una delegazione a Washington
Ogni capo ricevette doni tra cui una medaglia a pittura facciale. Il 18 agosto il capo principale dei Missouri, Big Horse e il gran capo Oto Little Thief si incontrarono con la spedizione. Big Horse chiese merci e whiskey, ottenne il solito discorso, tabacco, pittura e perline e i Missouri se ne andarono scontenti. Nel marzo 1805 una delegazione di Oto e Missouri incontrò a Washington il presidente Jefferson che promise pace e merci.


Mappa delle tribù incontrate

Sioux Yankton
Il 29 agosto 1804 Clark descrisse un accampamento di Sioux Yankton: tende coniche di pelli di bisonte pitturate con differenti colori e sistemate piacevolmente. Il territorio degli Yankton si stendeva nell’area della foce del fiume James, in South Dakota e, quando la spedizione li incontrò, gli Yankton erano già in contatto con i mercanti francesi e inglesi ed erano pronti ad aprire il commercio agli Americani. Avevano nel complesso un aspetto misero, probabilmente dovuto alle difficoltà economiche legate alla penuria d’armi da fuoco, che pensavano potessero essere fornite in futuro dagli Americani. Il primo concilio tra gli Yankton e i Capitani avvenne in
pompa magna il 30 agosto 1804. Si recarono all’accampamento della spedizione circa 70 Yankton, dove gli indiani mostrarono l’abilità con l’arco e le frecce e il capo Weuche spiegò il motivo della povertà del suo popolo e la sua speranza di trovare negli Americani dei partner commerciali. La tradizione orale Yankton riferisce che, durante l’incontro, nella tribù nacque un bimbo: Lewis lo avvolse nella bandiera a stelle e strisce e lo dichiarò “americano”. Nel complesso i colloqui non ebbero grande successo: gli Yankton volevano fucili e munizioni e possibilmente whiskey, ma gli Americani non potevano darli. Ricevettero invece l’invito a inviare una delegazione a Washington.


Smutty Bear – Yankton Sioux

Procedendo nelle Pianure, la spedizione cominciò a vedere animali che all’Est erano sconosciuti: coyotes, antilopi, alci, e altri. Il diario ricorda che il 7 settembre tutti gli uomini furono impiegati per stanare un cane della prateria dalla sua tana, in modo da poterlo portare al presidente Jefferson. In totale, i capitani avrebbero descritto nei loro diari 178 piante e 122 animali che non erano mai stati classificati prima.

Sioux Teton
Nel 1794 Jean Baptiste Truteau, dopo un incontro con i Sioux Teton, avvertiva che «tutti i voyageurs che intendono raggiungere le nazioni del Missouri superiore devono evitare questa tribù, non solo per la sicurezza delle merci ma per la salvezza delle loro vite stesse». Dieci anni dopo, la reputazione dei Teton, i controllori del traffico lungo il Missouri, non era certo mutata: assalitori di mercanti, irritabili ed esigenti esattori di grandi doni, inflessibili nell’impedire la risalita del fiume alle spedizioni euro-americane. Nonostante fossero ben consapevoli dei rischi insiti in uno scontro con i Teton a causa della loro abilità di diplomatici e guerrieri, Lewis e Clark erano altrettanto convinti, così come lo era Thomas Jefferson, che uno sviluppo commerciale e politico verso occidente fosse assolutamente necessario alla nascente Repubblica, ancora incerta sulle sue capacità economiche quanto in quelle politiche con i nativi. Fin dalla partenza la spedizione era quindi a conoscenza che, prima o poi, sarebbe entrata in contatto con i Teton e avrebbe dovuto dar prova di tutta la maturità e l’esperienza acquisita durante gli incontri diplomatici con gli altri gruppi nativi ed impedire che succedesse il peggio, continuando la risalita del Missouri per raggiungere le popolazioni là stanziate.

Il giorno 23 settembre, attraversando a nuoto il Missouri, tre ragazzi Teton raggiunsero il campo dove la spedizione di Lewis e Clark stava riposando e, dopo averli salutati, parlarono dell’esistenza di due villaggi a monte di quella postazione. I capitani comunicarono ai ragazzi che i loro capi erano invitati ad un concilio il giorno seguente. Si presentava la situazione tanto temuta e attesa: la mattina seguente la spedizione cominciò a selezionare i doni da distribuire presso gli esigenti Teton: bandiere, medaglie, coltelli, tabacco e, come riportato negli scritti di Clark, “tutto per l’eventuale necessità di un’azione”. Poco mancò che una tale necessità si realizzasse repentinamente: a spingere all’azione, seppur diplomatica, fu il furto di un cavallo da parte di alcuni guerrieri Teton. Lewis e Clark cercarono di comunicare con un gruppo di cinque indiani che era comparso sulla riva ma, a causa dell’incomprensione linguistica, l’incontro si risolse in una scaramuccia tesa e confusa. Un primo incontro avvenne nel tardo pomeriggio, quando Lewis si recò dai capi Teton per una prima fumata e ottenne dai Sioux sia la disponibilità di trattare seriamente che quella di restituire il cavallo rubato. Lewis e Clark dovevano prepararsi al meglio prima di incontrare i capi Teton: la notte di lunedì fu dedicata alla preparazione delle linee diplomatiche e dei temi cardine degli incontri. I due capitani avrebbero organizzato le trattative attorno alle preoccupazioni che Jefferson aveva espresso loro: pacificare le relazioni fra le tribù native, ampliare la rete di contatti commerciali, raccogliere materiale etnografico riguardo la vita delle popolazioni incontrate lungo la via della spedizione e, in generale, diffondere lo “spirito” americano e affermare la sua sovranità sulle genti e sulle terre.
Lewis e Clark sapevano di dover dedicare ai Sioux un’attenzione particolare: dotati di una grande forza militare e di un grande potenziale economico, erano strategici sia nell’equilibrio politico tra i vari gruppi che nell’accesso ai mercati e alle vie che meglio avrebbero garantito uno sfogo positivo all’intraprendenza commerciale americana.


Danza del Bisonte – Lakota

A queste indicazioni programmatiche americane si contrapponevano gli interessi dei capi Bisonte Nero, Partigiano e Medicina di Bisonte, a loro volta alla ricerca di una linea diplomatica che difendesse il loro interessi. Erano infatti pienamente consapevoli di quanto la posta in gioco fosse alta. L’organizzazione politica ed economica dei diversi gruppi nativi era molto complessa: per tradizione i gruppi Teton dei Brulè, degli Oglala e dei Miniconju si riunivano ogni anno al Raduno Dakota, una fiera commerciale che si svolgeva nel South Dakota, e qui incontravano gli altri gruppi Sioux dei Sisseton e Yankton. Questa era un’occasione per vendere i propri prodotti in cambio dei manufatti che i Sisseton e Yankton avevano ottenuto dalla North West Company, una compagnia canadese delle pellicce che gestiva tutto il commercio con i Sioux. I Teton, tradizionalmente cacciatori di bisonti e raccoglitori di rape, carciofi e fagioli, con una popolazione in rapido aumento, avevano necessità di scambiare quegli articoli con gli agricoltori Arikara ed ottenere in cambio cereali, zucche e meloni. La chiave per la comprensione della politica economica dei Teton è quindi questa: per loro era essenziale poter fungere da intermediari con i gruppi agricoltori nei territori settentrionali lungo il Missouri, al fine di garantire continuamente cibo di qualità alla loro popolazione. Se gli agricoltori fossero entrati in contatto diretto con i commercianti euro-americani, e avessero raggiunto l’autonomia gestionale negli scambi, la loro condizione socio-economica avrebbe subito una grave flessione. Da qui la necessità di bloccare le spedizioni durante la risalita del Missouri.
La questione economica non era però l’unica rilevante. Strategica era anche la politica interna fra le diverse bande di Sioux Teton in merito alla supremazia di un gruppo su un altro. Già in passato Bisonte Nero, Partigiano e Medicina di Bisonte avevano avuto modo di sviluppare attriti reciproci e di creare tensione fra i Teton e altri gruppi vicini solo per una definizione del loro status. Ora che i negoziati con Lewis e Clark stavano per cominciare, sia Bisonte Nero che il Partigiano avrebbero cercato di sfruttare la situazione a loro favore per aumentare il prestigio nella difesa della condizione dei Sioux.


Danza dello scalpo Lakota – dipinto di G. Catlin

Il mattino del 25 settembre l’incontro ebbe inizio. Dopo le offerte di rito, quando tutto era pronto per cominciare la discussione, i capitani si accorsero di non poter contare su alcun interprete realmente preparato: si affidarono a Pierre Cruzatte, sul quale comunque non riponevano piena fiducia. Dopo la consueta fumata, Lewis iniziò seguendo lo schema diplomatico precedentemente messo a punto: per prima cosa introdusse generalmente gli obiettivi della spedizione, ossia contribuire alla pace fra le tribù, apertura al commercio e riconoscimento della sovranità americana. Successivamente presentò il tradizionale “spettacolo di medicina”, la dimostrazione della potenza militare del Corps realizzata in una parata militare marciante sotto la bandiera della Repubblica. Per concludere, rinforzarono lo spettacolo e il significato politico del momento offrendo doni a quello che loro riconoscevano come la più alta autorità presente, Bisonte Nero. E’ probabile che la scarsa conoscenza delle dinamiche gerarchiche di potere all’interno dei vari gruppi Teton e l’eccessivo desiderio di ottenere il benestare di Bisonte Nero abbia portato Lewis e Clark a trascurare il Partigiano, a sua volta a capo di un sotto gruppo Brulè come il primo. La volontà di individuare come referente un unico capo indiano che avesse il potere di trattare a nome di tutta la tribù ha sempre accompagnato la politica della spedizione ma, come i capitani scopriranno nei giorni seguenti, questo fatto produrrà notevoli tensioni. Quando i primi doni furono distribuiti, i capi Brulè iniziarono a lamentare che erano inadeguati e che la spedizione avrebbe dovuto rimanere con loro sospendendo la risalita del fiume o, in alternativa, donare in tributo una canoa piena di regali. Questa provocazione “diplomatica” era oramai un classico del repertorio Teton ma, nonostante i due capitani conoscessero l’esperienza che altre spedizioni avevano avuto a tal proposito, si dimostrarono alquanto impreparati ad affrontarla. Tentarono infatti la via della distrazione, prima ignorando le richieste dei capi e sperando di superare il momento critico continuando la presentazione della parata, poi invitandoli sul barcone a bere del whiskey e a mostrare loro “tutti gli oggetti che non conoscevano”.

Fu in questi momenti che il Partigiano, fingendosi ubriaco, cominciò a spaventare gli americani e ad impressionare gli Indiani schierati lungo le rive del fiume. Ne nacque una situazione molto tesa e potenzialmente pericolosa, e i due capitani, con ripetuti sforzi per contrastare le proteste dei capi, riuscirono a farli scendere dal barcone e a farli imbarcare sulla canoa diretta a riva. Una volta a terra la situazione divenne molto critica: tre giovani Brulè afferrarono il cavo di prua dell’imbarcazione e un altro serrò le braccia attorno all’albero di maestra, mentre il Partigiano disse a Clark che la spedizione non avrebbe potuto risalire il Missouri. E’ probabile che queste fossero solo intimidazioni, e Clark non aveva nessuna intenzione di subire il capo Teton: estrasse la spada e diede l’ordine ai suoi uomini di prepararsi a sparare. Fu Bisonte Nero a riportare la calma, afferrando il cavo della canoa e allontanando i guerrieri. Seguì un feroce scambio di parole tra il capitano ed il capo, in un’escalation retorica che, se da parte americana voleva ribadire la risolutezza nel proseguire la risalita del fiume e la scarsa considerazione della guerriglia Teton al confronto delle proprie “medicine”, da parte indiana minacciava l’uccisione di tutti gli uomini della spedizione se l’ordine non fosse stato rispettato.
Interrotti dall’arrivo di altri soldati americani “pronti ad ogni evento”, la situazione si stabilizzò su un livello più disteso: Bisonte Nero chiese se sarebbe stato concesso alle donne e ai bambini
di salire sul barcone per vedere gli oggetti curiosi e Clark acconsentì. Il capo Teton colse l’occasione per chiedere altri doni e, in seguito, di poter dormire a bordo del barcone con alcuni dei suoi uomini. Anche questo desiderio gli fu esaudito. Clark, nel suo diario, commentò la giornata con le seguenti parole: ”mi hanno trattato molto duramente e ritengo perciò che anche la mia durezza sia pienamente giustificata”. Era chiaro che la linea diplomatica messa a punto dai due capitani non aveva contribuito a far avanzare di un solo passo le trattative commerciali con i Sioux e nemmeno a fornire loro quell’”impressione amichevole” tanto cara a Jefferson. La spedizione si trovava ad un punto morto: impossibilitata ad avanzare lungo il fiume Missouri ed in balia di un gruppo di guerrieri Teton al comando di capi irritati e stanchi dei temporeggiamenti Americani.


Roger Cook

Da un altro punto di vista, però, nemmeno i Sioux parevano avere saldamente in mano la situazione: dopotutto la spedizione avrebbe cercato di partire il prima possibile, e il fatto di non aver ricevuto doni preziosi avrebbe gettato del fango sull’operato dei due capi, incapaci di far valere le loro ragioni. Bisonte Nero intervenne per sbloccare la situazione, chiedendo in modo amichevole ai due capitani di trascorrere maggior tempo presso il loro villaggio. Lewis e Clark acconsentirono, cercando di assecondare le buone disposizioni del capo e di migliorare il clima diplomatico. Ancorato il barcone, Lewis si recò al villaggio di Bisonte Nero e Clark rimase a bordo. Con il passare delle ore, non avendo più notizie di Lewis, Clark inviò Gass a fare un’ispezione, nel timore che il capitano potesse essere stato tratto in inganno. Al contrario, Gass riportò che i Brulè stavano preparando un banchetto e una danza per onorare gli Americani. I due capitani furono trasportati su pelli di bisonte bianco e fatti sedere accanto a Bisonte Nero, dove consumarono larghe fette di carne di bisonte. Nel pomeriggio le trattative ricominciarono, quando un anziano si alzò e pronunciò un lungo discorso. Discorso che Lewis e Clark non capirono appieno, non avendo ancora un interprete affidabile della lingua Sioux, ma del quale intuirono un passaggio fondamentale: i Brulè erano una popolazione povera e la spedizione avrebbe dovuto commerciare con loro, non con le tribù a monte. Nonostante non ci siano scritti riguardo la risposta da parte americana, è probabile che gli esploratori abbiano solamente ribadito la loro priorità nel garantire la pace intertribale e la volontà di proseguire lungo il fiume. E proprio attorno alla pace intertribale si articolò l’iniziativa di Lewis e Clark: essendo venuti a conoscenza che c’erano molti prigionieri Omaha nei villaggi Brulè i due capitani chiesero a Bisonte Nero di liberarli, al fine di riallacciare i legami tra le due tribù. Ma il capo ignorò la richiesta e, alzatosi solennemente, ribadì il discorso pronunciato precedentemente dall’anziano Brulè in merito al fatto che i Teton avrebbero ostacolato il viaggio della spedizione verso i villaggi Arikara e altri Indiani del Missouri superiore. Concluso il discorso, Bisonte Nero afferrò la sua pipa sacra, la puntò verso i quattro punti cardinali, pronunciò una preghiera seguita da una piccola offerta di carne di cane e passò la pipa al vicino perché tutti potessero fumare. Seguirono alcune ore in cui l’assemblea mangiò, osservò le danze delle donne e ascoltò le musiche in un clima conviviale e disteso.


Pipa Tomahawk dei Lakota Sisahapa (fabbricaz. 1870) – National Museum of the American Indian

Verso mezzanotte Lewis e Clark cominciarono ad essere stanchi e lasciarono il villaggio Brulè. In quel momento, com’era tradizione, alcune donne Brulè vennero offerte ai due capitani come compagne di letto: questi, pur consapevoli dell’esistenza di questa usanza e del suo valore simbolico di ospitalità diplomatica dell’intera banda, declinarono l’offerta, nonostante le insistenze degli indiani. Il giorno successivo Clark visitò la loggia del Partigiano, il tepee di Bisonte Nero e partecipò ad un raduno di anziani. Raggiunto da Lewis, furono invitati ad un banchetto simile a quello della sera precedente, con canti e balli e, alla fine, l’offerta di compagne per la nottata. I due capitani declinarono nuovamente l’offerta. Con il Partigiano ed un suo uomo si imbarcarono sulla canoa per raggiungere il barcone ma, a causa di una manovra sbagliata, gli sbatterono contro tranciando il cavo dell’ancora. Le grida e il trambusto di quel momento delicato spaventò i Sioux ma l’allarme si diffuse davvero quando Bisonte Nero sparse la voce di un imminente attacco al villaggio da parte degli Omaha. In pochi minuti i duecento Teton armati si schierarono sulla riva del fiume. Clark e Lewis, colti in contropiede da una azione tanto veloce e coordinata, la interpretarono come la realizzazione delle vere intenzioni dei Sioux, cioè assalire direttamente l’imbarcazione per impedire la risalita del fiume.
In questo caso la situazione fu la sintesi di una serie di complesse vicende passate e presenti che è qui utile mostrare nella loro interdipendenza per comprendere l’origine di tale incomprensione da parte sia dei Brulè che dei capitani. Dal punto di vista di Bisonte Nero i timori di una rappresaglia Omaha erano più che fondati, essendo da tempo tese le relazioni fra i due gruppi e avendo come prigionieri in due villaggi Brulè circa quarantotto Omaha. L’allerta, soprattutto durante le ore notturne, era alta, e poteva essere legittimo pensare che solo per aver tranciato un cavo di ancoraggio non fosse necessario raggiungere un tal grado di confusione. Dal punto di vista dei capitani, l’attribuzione di una volontà di attacco diretto alla prima avvisaglia di schieramento indiano era giustificata da una delle tante incomprensioni linguistiche che avevano caratterizzato tutto l’incontro con i Teton.


Guerriero Omaha – dipinto di G. Catlin

Il giorno precedente, per ringraziare dei doni ricevuti, alcuni prigionieri Omaha dissero all’interprete che Lewis e Clark “sarebbero stati fermati”. Il valore di tale affermazione è oggi difficile da giudicare, ma la sua unione con il temperamento riconosciuto dei Sioux e le disavventure toccate alle altre spedizioni contribuirono ad alzare la soglia di reazione di tutto il gruppo di esploratori, rendendoli reattivi alla minima avvisaglia di offensiva e aumentando la loro disposizione al combattimento. Lewis e Clark stettero in guardia per tutta la notte sul barcone ma nulla accadde. Il mattino successivo, mentre diversi uomini cercavano inutilmente di recuperare l’ancora, quasi tutti i Brulè, armati di fucili, lance, archi e frecce con punte metalliche, si schierarono sulla riva del fiume e i loro capi, saliti sul barcone, avanzarono nuovamente la richiesta che la spedizione rimanesse ancora ospite del loro villaggio. Oramai l’incontro stava per concludersi e i progressi, per ambo le parti, erano state minimi. Nessuna accettazione della paternità americana e apertura al commercio da parte nativa, nessuna offerta di ricchi doni e chiara determinazione a contaminare i mercati Arikara da parte americana. La volontà di Jefferson, di cui i Corps erano il prolungamento e la componente realizzativa, non si stava compiendo, e la volontà dei Sioux, di cui i capi erano i portavoce, non ottenevano da giorni alcuna soddisfazione. Le bande di Teton infatti si aspettavano che i loro capi riuscissero ad ottenere dalla spedizione dei doni preziosi in gran quantità, così come era successo con i commercianti del passato.
Immersi in questa situazione intricata e contraddittoria, alcuni guerrieri del Partigiano afferrarono il cavo del barcone, spingendo Clark a lamentarsi del fatto con Bisonte Nero il quale, da saggio diplomatico che tenta di conciliare esigenze opposte, dichiarò a Lewis che gli uomini del Partigiano volevano solamente del tabacco. Ad un primo rifiuto del capitano seguì una scaramuccia retorica col Partigiano, che chiese nuovamente del tabacco ed una bandiera in regalo. Il sottile filo che sosteneva da giorni la pesante situazione si stava ormai rompendo. Fu Bisonte Nero che mise fine allo scontro, promettendo che la spedizione sarebbe stata lasciata partire in cambio della consegna del tabacco agli uomini che la trattenevano.


Capo Lakota – dipinto di G. Catlin

E’ abbastanza difficile fare un chiaro bilancio dei risultati di questo incontro con i Teton: sicuramente i negoziati non andarono a buon fine e non contribuirono a creare quel rapporto di amicizia tra Americani e Nativi auspicato da Jefferson. Questo è in parte attribuibile ad alcuni evidenti deficit della spedizione di Lewis e Clark. Primo, l’assenza di un capace interprete che potesse condurre nel migliore dei modi i colloqui fra le parti. Le incomprensioni linguistiche, come abbiamo visto, costituirono fonti di interpretazioni errate o poco lucide e causarono l’aumento della tensione e del sospetto in diverse situazioni. Secondo, la scarsa conoscenza e sensibilità della spedizione riguardo le complesse relazioni di potere all’interno del gruppo dei Sioux, e il tentativo maldestro di voler individuare un unico interlocutore con presunte capacità di rappresentare tutto il popolo, esacerbando i rapporti tra il Partigiano e Bisonte Nero. Nonostante questi limiti evidenti, comunque, bisogna dare atto alla spedizione di essere riuscita a non far degenerare facilmente i momenti di tensione in un bagno di sangue. Grazie anche agli opportuni interventi di Bisonte Nero nel riportare la calma, Lewis e Clark avevano comunque cercato di seguire con impegno le istruzioni di Jefferson, che chiedeva di «trattare gli Indiani nel modo più amichevole e conciliatorio permessovi dal loro comportamento». Detto questo, resta il fatto che la giovane diplomazia americana aveva subito un profondo smacco.
Questo incontro, come non impedì al Corps of Discovery di risalire il Missouri, parimenti non fece indietreggiare di un passo i Teton. I gruppi che partirono successivamente trovarono i Sioux intransigenti ed esigenti come sempre. Il 3 agosto 1806, mentre la spedizione di Lewis e Clark discendeva il Missouri per tornare alla base, un gruppo di Indiani armati si schierarono sulla riva del fiume. Dopo aver accennato a delle dimostrazioni di benvenuto, Clark si accorse che si trattava degli uomini di Bisonte Nero: il benvenuto si trasformò in feroce invettiva. Invitato ad attraversare il fiume da Bisonte Nero, Clark rifiutò e il capo Teton risalì in cima alla collina battendo con forza il calcio del fucile a terra, gesto che fra gli indiani, come Clark sapeva, è segno di grande maledizione.

Arikara
Agli inizi dell’ottobre 1804 la spedizione, ancora provata dal tempestoso incontro con i Teton Sioux, cominciò a trovare i primi segni della presenza Arikara: alcuni villaggi abbandonati di cui uno fortificato e di notevole ampiezza, silenziose testimonianze della loro migrazione lungo il Missouri. Un incontro fortunato con Jean Vallé, mercante indipendente che portava avanti un suo commercio con i Sioux, gran esperto delle cose dell’alto Missouri, informò i capitani sugli schemi del commercio lungo il corso superiore del fiume e li avvertì che avrebbero trovato molti Teton nei villaggi di terra. Cosa in effetti capirono dei rapporti tra Sioux e Arikara i due americani non è chiaro; certo che la forte ostilità maturata contro i Teton, fece decidere loro di recidere questi legami. Dopo un’ulteriore mai chiarita minaccia da parte di una banda Teton e la vista di altri villaggi fortificati, alcuni abbandonati molto di recente, il gruppo raggiunse gli stanziamenti sul fiume Grand. Gli Arikara, così come li conobbero Meriwether Lewis e William Clark erano un aggregato di bande, o villaggi, di lingua caddo. Come scrisse Tabeau: «I Loup [Skiri Pawnee] e tutte le diverse bande dei Panis [Pawnee] sul fiume Platte formavano, senza dubbio assieme ai Ricara [Arikara] un’unica nazione, che tempo e circostanze hanno diviso». Da analisi linguistiche pare tuttavia che l’arikara non sia una “costola” del dialetto pawnee parlato dagli Skiri, la più settentrionale delle bande, ma si sia differenziato prima della divisione tra gli Skiri Pawnee e le bande meridionali, conservando molti tratti distintivi in comune con queste più che con lo Skiri. In ogni caso Arikara e Pawnee emersero come entità dalla Fase Upper Republican della Tradizione Central Plains Village che, nel XV secolo, aveva il suo focus tra il Kansas e il Nebraska. In quell’epoca i gruppi Arikara cominciarono il loro movimento verso nord e si fusero con popolazioni della Tradizione Middle Missouri Village per costituire una parte della nuova tradizione detta Coalescent Village.

Nel XVIII secolo, sotto la spinta combinata delle aggressioni dei cavalieri nomadi e delle epidemie distruttive, i piccoli insediamenti caratteristici diedero vita a pochi grandi villaggi, compatti e fortificati . Fu in questo periodo che gli Arikara, che già erano venuti in contatto con il mondo europeo tramite le merci e le malattie, ebbero il primo incontro diretto con i bianchi. Il primo a parlare di loro fu Étienne Venyard, sieur de Bourgmont che nella sua mappa del 1714 pose tre villaggi Arikara sulla riva occidentale del Missouri presso il Niobrara e 40 villaggi più a nord sullo stesso fiume su entrambe le rive, descrivendoli come una popolazione numerosa ben inserita nel commercio delle pellicce. Tuttavia il primo vero incontro diretto tra Europei e Arikara si trova in una lettera del 1734 che documenta un contatto tra la tribù e un mercante francese che viveva tra gli Skiri Pawnee. Nel 1738 i Mandan raccontarono a La Vérendrye che a una giornata di viaggio dai loro villaggi si trovavano quelli dei Panaux e che più in là stavano i Panansi, certamente due bande Arikara. Il contatto con gli Europei tramite le ricche merci che essi scambiavano non richiese agli Arikara solo un grande quantità di pellicce, ma anche un ben più devastante e doloroso tributo. Benché non vi siano cronache certe, è molto probabile che il vaiolo e altre malattie come peste, colera, morbillo e varicella abbiano colpito già nel XVII secolo i villaggi sul Missouri, un ambiente molto favorevole alla diffusione delle malattie epidemiche per via respiratoria grazie alla struttura delle case di terra, molto affollate, ove più individui condividevano cibo, utensili e vasellame, pelli e giacigli. Certamente il vaiolo colpì gli Arikara ben tre volte nel XVIII secolo, come ricorda Truteau che scrisse: «[gli Arikara erano anticamente] molto numerosi; essi annoveravano 32 villaggi molto popolosi, ora semivuoti e almeno due completamente distrutti dal vaiolo che è scoppiato tra loro almeno in tre differenti occasioni». Delle tre l’epidemia più devastante sembra sia stata quella del 1780 – 82 che, partita dal New Mexico, spazzò i villaggi indiani sulle Grandi Pianure fino al Canada. Si pensa che questa epidemia ridusse gli Arikara da 24.000 a 2000 (i Mandan – Hidatsa passarono da circa 9000 a 1300). Dei 32 villaggi iniziali, già ridotti a 18 dalle prime due epidemie, ne restavano solo 3 all’epoca di Lewis e Clark.

La Rivolta Pueblo del 1680 modificò sostanzialmente la vita degli orticoltori sedentari dei villaggi del corso superiore del fiume Missouri. I Pueblo in quell’occasione confiscarono grandi mandrie di cavalli spagnoli, non solo i castrati dell’esercito, ma soprattutto gli stalloni e le giumente allevati nei monasteri, rendendo così veramente accessibile agli indiani delle pianure lo straordinario quadrupede e modificando per sempre gli equilibri intertribali e le stratificazioni sociali interne alle bande. Da sudovest il cavallo si diffuse nel Wyoming attraverso lo Shoshoni Rendez-vous fino ai villaggi Mandan, Hidatsa e Arikara sull’alto Missouri. Alla fine del XVIII secolo vi erano molte tribù mediatrici che fungevano da sensali: gli Ute tra gli Indiani del sudovest e gli Shoshoni, i Crow tra questi ultimi e i Mandan a est e i Flathead e i Nez Perces sul Plateau. I Sioux occidentali erano gli intermediari degli Arikara; i Cree e gli Assiniboin collegavano poi l’alto Missouri al grande nord. Commerci secondari con Cheyenne, Arapaho, Kiowa, Apache delle pianure e Comanche completavano il crocevia Arikara. Con il 1700 il commercio si complicò. Fino a quella data i resti archeologici mostrano che le merci indiane ed
europee provenivano sempre dal sudovest: perline di vetro, lamine di bronzo, palle di moschetto e pietre focaie partivano dalla Panhandle del Texas e risalivano verso nord.
Con lo sviluppo delle colonie europee lungo la costa atlantica e sul San Lorenzo e il sempre più florido mercato delle pellicce, specie quelle di castoro, nuovi beni cominciarono a diffondersi da nordest: non solo perline di vetro, ma anche coltelli, asce, e soprattutto fucili, che le compagnie delle pellicce fornivano volentieri ai loro cacciatori indiani. Dai tempi coloniali fino alla fine delle guerre indiane nel diciannovesimo secolo, la disponibilità e il prezzo dei fucili e delle munizioni dettarono la maggior parte delle relazioni economiche tra i commercianti bianchi e i loro clienti indiani. I fucili accelerarono gli spostamenti demografici da est verso ovest mentre le tribù dei boschi e delle praterie venivano spinte a muoversi o venivano tolte di mezzo da quelle più vicine alle fonti dei fucili.


Cavallo da guerra

Nello scenario dell’alto Missouri ove i fucili si incrociavano con i cavalli, i Sioux Teton e Yanktonai misero sotto pressione le altre tribù, soprattutto quelle dei villaggi di terra. Per i primi dell’Ottocento i Sioux avevano coinvolto le altre tribù nel commercio o/e nella guerra man mano che essi stessi venivano coinvolti sempre più profondamente nel mercato globale delle pellicce di castoro. L’epidemia di vaiolo del 1780-83 modificò ulteriormente la situazione, spostando totalmente l’equilibrio commerciale e di potere a favore delle tribù nomadi meno colpite dal disastro; la morte di membri importanti delle casate impediva, inoltre, una efficace risposta da parte degli orticultori. Quando Lewis e Clark raggiunsero l’alto Missouri nel 1804 per sottolineare l’entrata ufficiale degli Stati Uniti d’America nella politica delle grandi pianure promuovendo il commercio e, di conseguenza, la pax americana favorevole ai mercanti di Saint Louis, si scontrarono proprio con le neo potenze militari della regione, i Sioux Teton e più a ovest i Piegan Blackfoot. Poiché i primi tentarono in tutti i modi di impedire l’avanzata della spedizione (temendo che essa avesse per conseguenza la fornitura di fucili a buon mercato ai loro nemici Mandan e Hidatsa), i due capitani decisero di spezzare quello che essi credevano il legame di dipendenza imposto dai Teton sugli Arikara. L’8 ottobre 1804 finalmente Lewis e Clark giunsero a Sawahaini, il villaggio più meridionale posto sull’isola di Asley sul Missouri. L’isola era completamente coltivata a mais e tabacco e il capo era Kakawisassa (Corvo in Riposo), ma la sua autorità era minata da Kakawista (Uomo Corvo) capo del piccolo villaggio di
Narhkarica che, per una migliore difesa, si era fuso con Sawahaini. Vi era poi un terzo insediamento, formato da due villaggi gemelli, Rhtarahe con circa 50 logge il cui capo era Pocasse (Fieno) e Waho-erha la cui popolazione etnicamente diversa dagli Arikara dal momento che era composta dai resti di ben 9 diverse tribù.


Diga di castori nel Grand Teton National Park

Come ben presto scoprirono gli Americani, la struttura sociale degli Arikara sembrava fatta apposta per alimentare le faziosità e i sospetti in caso di stress sociale. La società Arikara, come tutte le società Caddo, era stratificata. L’unità basilare era il villaggio, i cui membri si consideravano come una grande famiglia allargata alla cui guida vi era un capo ereditario, che era un diretto discendente dell’eroe del “fagotto di medicina” che stabiliva lo status del gruppo all’interno delle bande Arikara. In cima alla piramide sociale vi erano poche famiglie il cui rango era assicurato da sanzioni religiose e rinforzato dalla posizione economica. Da queste famiglie matrilineari e matrilocali, le cui logge davano sulla piazza del villaggio intorno alla capanna di medicina, provenivano i capi e i preti, le cui posizioni erano ereditate per via patrilineare. Il capo, che possedeva il sacro fagotto di medicina del villaggio, non era solo un leader politico ma anche una figura religiosa; tuttavia solo i preti conoscevano i misteri del fagotto sacro e i suoi rituali. I capi ereditari sceglievano i sottocapi, in genere tra le famiglie più in vista, in modo da mantenere la struttura di potere. Al di sotto dei capi e dei preti vi erano i “dottori”, la cui posizione non era ereditaria, ma che in genere provenivano sempre dall’elite in quanto i matrimoni erano endogamici, poiché il sistema economico e la redistribuzione tendevano a mantenere la ricchezza all’interno delle famiglie di alto status sociale. I dottori, inoltre, a causa dei loro poteri magici, che sconfinavano anche nella magia nera, erano temuti e rispettati. Un alto stato sociale veniva raggiunto anche dai guerrieri che avevano compiuto azioni di guerra fortunate, dal banditore e dal messaggero che assistevano i capi, i preti e i dottori nelle cerimonie. In questo contesto i rapporti tra gruppi erano regolati sulla base dei rapporti familiari, perciò quando due bande si incontravano veniva organizzata una cerimonia di adozione – una pratica poi fatta propria anche dai Teton con la cerimonia dell’hunka – che permetteva di regolare il rango reciproco e le relazioni politiche e commerciali.


Cerimonia del bisonte Arikara

Questa struttura sociale era estremamente vulnerabile se colpita da una epidemia di proporzioni massicce. La morte di capi, preti, dottori e dei capi guerrieri a causa delle epidemie di vaiolo sconvolse i ruoli sociali e non permise, a causa della sua repentinità, di costruirne altri che fossero condivisi e codificati. Quando Lewis e Clark giunsero tra gli Arikara per proporre loro la pace con i Mandan e gli Hidatsa e la rottura con i “malvagi” Teton Sioux sotto l’egida della nuova sovranità statunitense, si resero conto solo in parte, ignari com’erano della politica interna Arikara, del fatto che la loro stessa presenza e l’idea di creare un “gran capo” cui fare riferimento non potevano non scatenare le gelosie e l’astio di personaggi che stavano cercando di affermare la loro supremazia in una società in cui ogni regola e ogni gerarchia era stata sconvolta. «Abbiamo ogni ragione per credere che fra i villaggi esista una certa gelosia nel timore che noi eleggiamo capo supremo il capo del villaggio inferiore». Mentre nella mente dei due capitani stava prendendo forma la strategia di identificare i Teton come feroci nemici da abbattere e gli Arikara come dipendenti involontari dei rapaci Sioux, mercanti come Truteau cercarono di spiegare loro che la “dipendenza” degli Arikara era in realtà una “simbiosi” e che quei poveri contadini erano in realtà «la chiave per i luoghi che dovevamo attraversare per raggiungere tutte le nazioni più a monte sul Missouri». I rapporti con i Teton Sioux erano necessari agli Arikara per procurarsi le merci europee che i nomadi portavano loro dal grande raduno Dakota e i materiali derivati dalle caccie al bisonte come carne, pelli e vestiario, che nella dinamica sociale Caddo dell’offerta e redistribuzione dei doni permettevano ai capi di conservare il loro status e di celebrare i riti che garantivano l’equilibrio del mondo sacro Arikara.


Guerra fra Arikara e Mandan – dipinto di G. Catlin

Malgrado i capitani fossero continuamente edotti dai mercanti francesi Tabeau e Gravelines degli umori dei vari villaggi Arikara, essi continuarono ad agire in base alle loro prospettive, impermeabili alle sottigliezze della politica indiana, che giudicavano una cosa da selvaggi. Così alla fine essi ottennero un cortese assenso formale rimostranze: «Quando sarete partiti molte nazioni si muoveranno per farci guerra e vogliamo pertanto che fermiate le loro armi e preveniate l’attacco se è possibile» disse Pocasse, e Piahito, capo di Waho-erha, che aveva accettato di seguirli come pegno di disponibilità alla pace fino ai villaggi Mandan, ribadì la sua sfiducia sia nei confronti dei Mandan che dei Teton e, in fondo, anche degli altri Arikara. Così la missione presso gli Arikara si rivelò un mezzo fallimento. Non lo fu tuttavia la missione “personale” che gli uomini della spedizione ingaggiarono con le donne Arikara. La concezione Arikara dei rapporti sessuali e del ruolo femminile nell’atto erano molto diversi da quelli degli americani timorati di Dio. Le donne nelle società dei villaggi di terra sul fiume erano molto importanti sia come proprietarie degli appezzamenti che come produttrici del mais che creava la ricchezza della tribù. Il ruolo economico conferiva loro anche un ruolo rituale e sacro. Esse erano uno dei mezzi attraverso cui il potere del sacro poteva esplicitarsi o essere trasferito. Ciò che afferma John Evers a proposito delle donne Mandan, ovvero che: «il concetto di trasmissione del potere per mezzo dei rapporti sessuali sembra aver giocato una parte non secondaria nel desiderio delle donne Mandan di convivere con i bianchi nei primi anni del commercio delle pellicce», valeva certamente anche per le Arikara. Come notò John Bradbury: «… In questa generosità nessuna nazione è superata dagli Arikara, che si affollano ogni giorno con mogli, sorelle e figlie, tutti ansiosi di trovare un mercato per loro».
Figlia di capo Arikara – 1832
Il sesso con gli stranieri aveva tre aspetti: un’entrata di merci europee diretta come pagamento dei servizi sessuali resi al mercante, un mezzo per suggellare un accordo d’affari, e una forma di ospitalità per la quale, tramite una cerimonia di “adozione” o un “matrimonio”, era possibile sia un trasferimento di poteri magici che di beni terreni. Per tutti questi motivi gli
esploratori americani ebbero una vasta scelta tra le donne Arikara, come testimoniano, pur con molta pudicizia, gli scritti di tutti i cronisti della spedizione, da Lewis, a Clark, a Ordway. Un caso a parte nei racconti piuttosto reticenti dei due capitani fu quello di York, lo schiavo nero del capitano Clark che di per sé suscitava lo stupore e l’interesse degli indiani. Per gli Arikara York era una grande medicina , una evidente manifestazione delle forze spirituali, perciò il rapporto sessuale con lui era molto richiesto. Si racconta che una volta un Arikara invitò York nella sua loggia , gli offrì la moglie e, durante il rapporto, rimase di sentinella alla porta. Quando un membro della spedizione venne a cercare il nero, il padrone di casa non lo lasciò entrare finché il rapporto non ebbe termine. Quando la spedizione partì dai villaggi Arikara lasciò dietro di sé molte storie fantastiche, ma non il mutamento nella politica estera dei villaggi Arikara. Forse, se gli Americani avessero gestito le loro relazioni diplomatiche più in modo “indiano” come facevano i mercanti canadesi, invece che attraverso parate militari e discorsi molto astratti, avrebbero ottenuto di più.

Dalle informazioni ottenute dai mercanti di St. Louis, di cui curavano gli interessi, Lewis e Clark erano a conoscenza che le tre grandi case di terra degli Arikara rappresentavano il centro meridionale del sistema commerciale del Medio Missouri, di cui i villaggi Mandan e Hidatsa sul fiume Knife erano il centro settentrionale. Gli Arikara coltivavano il mais, allevavano cavalli e processavano pelli in cambio di un’ampia varietà di altri alimenti e merci portate dai loro clienti occidentali e meridionali. Clark annotò che questi comprendevano Arapaho, Comanche, Kiowa e Osage, ma i più importanti erano i Sioux e i Cheyenne. Se gli esploratori e gli Arikara avevano differenti percezioni sui Teton Sioux, entrambi erano d’accordo che i Cheyenne erano clienti molto più accettabili e meno turbolenti. I Cheyenne, che avevano abbandonato gli usi delle terre boscose nordorientali canadesi da cui provenivano per diventare gente delle Pianure, dipendevano molto dal sistema commerciale del Medio Missouri per vari alimenti e il tabacco. Ogni estate i Cheyenne si recavano fino ai villaggi Arikara per rinnovare vecchie amicizie e commerciare. Qualcuno giungeva già a metà giugno, ma il grosso arrivava a metà luglio; Lewis e Clark scoprirono che alcuni Cheyenne si attardavano nei villaggi Arikara fino all’autunno inoltrato e qualcuno viveva anche tutto l’anno nelle case degli Arikara e anche dei Mandan. I mercanti Cheyenne portavano vari prodotti di carne e squisite camice di pelle confezionate dalle loro donne. Gli Arikara apprezzavano in modo particolare quelle camice in pelle d’antilope, ricamate e lavorate con aculei di porcospino colorati. Gran parte di quello che offrivano i Cheyenne si possono considerare come articoli di lusso, ma c’era una merce in particolare che gli Arikara erano ansiosi di possedere. I cavalli Cheyenne e qualche occasionale mulo spagnolo erano essenziali per riempire i vuoti nei branchi di cavalli in preparazione della fiera commerciale con i Sioux. Gli Arikara erano così disperatamente desiderosi di ottenere cavalli, che erano disposti a cedere preziosi fucili e munizioni.
Casacca Cheyenne XIX secolo
Quando giunsero Lewis e Clark il tasso di scambio era di un fucile, cento colpi e un coltello in cambio di un solo cavallo. Il risultato di questo commercio era, però, che i rapporti tra Sioux e i Cheyenne erano spesso tesi: i Teton si risentivano di vedere il mais Arikara in bocche Cheyenne e fucili commerciali inglesi in mano Cheyenne. Dato che Lewis e Clark giunsero in ottobre, non videro i festosi giorni delle fiere di agosto e settembre, quando almeno 1600 Indiani si affollavano in quello che Pierre Antoine Tabeau descrisse come “questo grande raduno delle differenti nazioni”. Mentre c’era sempre la minaccia di violenza, specialmente tra i concorrenti Sioux e Cheyenne, i giorni della fiera erano occasioni per fare affari, visitare vecchi amici e imparare una nuova canzone o una storia. I Cheyenne commerciavano anche più a nord, tra i Mandan e gli Hidatsa, portando muli e cavalli spagnoli per le mandrie degli Assiniboin e dei Cree, preziosi abiti in pelle per gli elegantoni Mandan e ottenendo fucili inglesi e gli onnipresenti canestri di mais, fagioli e zucche e tabacco.


“Ladri di cavalli” – dipinto di C. M. Russel

Mandan e Hidatsa
Il 24 ottobre 1804, a nord dell’attuale città di Bismarck, North Dakota, il Corps of Discovery giunse in vista dei villaggi Mandan situati sull’ansa del fiume di fronte al tributario Heart. Dopo aver scorto sulle rive resti di un villaggio abbandonato, identificato con On-a-Slant – oggi nel Fort Lincoln State Park – arrivarono al maggiore dei due insediamenti Mitutahank. Questi stanziamenti, con quelli Hidatsa – detti anche Gros ventres o Minitaree dai primi esploratori – a nord sulla foce del fiume Knife, erano da circa un secolo uno degli epicentri del commercio indiano nelle grandi pianure. I Mandan e gli Hidatsa, entrambi gruppi della famiglia linguistica siouana, presero origine come entità dalla variante Post-Coalescent della tradizione protostorica Plains Village, che data attorno alla metà del XVI secolo. Nella prima metà del XVIII secolo le due tribù si erano stabilite in solidi villaggi fortificati sull’alto Missouri. Controllavano non solo il territorio attorno ai loro villaggi permanenti, ma anche una vasta area a est dove si trovavano i territori di caccia ai bisonti e alle aquile.


Schizzi di villaggio Mandan e “cerchio dei teschi” per “Letters and notes on the manners, customs, and condition of the North American Indians” di G. Catlin

In quel periodo i Mandan vivevano a stretto contatto con le suddivisioni Hidatsa degli Awatixa e degli Awaxawi, ma tenevano relazioni amichevoli anche con gli Arikara di lingua caddo che vivevano più a valle sul corso del Missouri e da cui presero molti aspetti della loro cultura. I villaggi di terra sul fiume erano un crocevia mercantile di primaria importanza: in autunno le tribù orticultrici vendevano i loro surplus agricoli, soprattutto mais, fagioli e zucche, in cambio di preziosi articoli come le conchiglie di dentalia che giungevano dalle lontane tribù della costa pacifica attraverso le Montagne Rocciose; dalle tribù dell’est arrivavano ai villaggi fucili e altri beni europei come coltelli, accette, coperte di lana, aghi, calicò di cotone, perline di vetro di Murano e ogni sorta di oggetti di lusso; dai nomadi delle pianure come i Cheyenne, i Crow e gli Arapaho gli orticultori compravano belle vesti di pelle decorate con aculei di porcospino e soprattutto i cavalli e i muli razziati nei ranches spagnoli di cui erano avidi gli Assiniboin e i Cree come pure i Teton, i cui principali intermediari per tali merci erano gli Arikara. Secondo il commerciante Antoine Tabeau più di 20 gruppi giungevano ai villaggi mandan per commerciare tra cui Teton Sioux, Cheyenne, Crow, Assiniboine, Blackfoot, Cree delle Pianure, Ojibwa delle Pianure. Il primo europeo a visitare i Mandan fu Pierre Gaultier de Varennes , sieur de La Vérendrye nel 1738, che vi giunse guidato dalla fama dei villaggi come grande centro di scambio. Nel suo resoconto La Vérendrye racconta come gli uomini Mandan usualmente girassero nudi, senza neppure un perizoma, coperti solo da una pelle di bisonte, mentre le donne indossavano un specie di “gonna” che lasciava loro scoperto il petto e, ogni tanto, una “giacchetta”. Un secolo dopo la ricchezza dei Mandan era tale da farli conoscere come i dandies delle pianure, gioia di pittori ed artisti come Catlin e Bodmer che li ritrassero nei loro spettacolari costumi.


Mandan – dipinto di C. Bodmer

Il commercio presso Mandan e Hidatsa era così importante che fin dal 1776 mercanti europei vivevano presso di loro per una parte dell’anno o anche per anni mettendo su famiglia colà. Era costume indiano, infatti, di far precedere le trattative commerciali con delle cerimonie di adozione in modo da poter far rientrare i mercanti bianchi nella categoria “parenti” e non in quella di nemici. Anche i Mandan, attirati delle mercanzie delle compagnie delle pellicce, viaggiavano fino ai forti europei sul fiume Assiniboine in Canada. Giunto presso i Mandan al tempo del loro massimo fulgore, La Vérendrye acutamente osservò che: «(i Mandan) sanno bene come trarre guadagni per mezzo di essa (l’abilità commerciale), vendendo agli Assiniboine, che li apprezzano molto, cereali, tabacco, pelli e piume colorate». Dal canto loro Assiniboin e Cree delle pianure portavano merci graditissime mettendo in contatto attraverso le vie commerciali settentrionali i villaggi sul Missouri con le mercanzie inglesi e francesi, ma – notava La Vérendrye – erano mercanti meno astuti dei Mandan che «sono molto più abili degli Assiniboin negli scambi e in qualunque altra operazione, e li gabbano sempre». I Mandan, aggiungeva, erano «capaci commercianti (che) ripuliscono gli Assiniboin di tutto ciò che hanno in fucili, polvere, proiettili, pentole, scuri, coltelli e lesine».
In quel periodo i Mandan vivevano in sei o nove villaggi (Maximilian zu Wied ricorda il numero di otto) in gruppi sociali organizzati secondo 4 divisioni che parlavano tre differenti dialetti. Esse erano i Ruptare, i Nuweta, gli Istope e gli Awakaxa, il gruppo più piccolo, strettamente associato agli Arikara. Gli Hidatsa si dividevano in tre bande ciascuna con un distinto dialetto: gli Hidatsa veri e propri o Big Hidatsa, gli Awatixa e gli Awaxawi.


Villaggio Mandan restaurato

Un durissimo colpo a questa età dell’oro dei villaggi di terra sul Missouri fu dato dall’epidemia di vaiolo del 1781, che spazzò via circa la metà degli Hidatsa e ridusse i Mandan a due villaggi.
Il crollo economico-militare derivante da questa epidemia, che si univa a quello dei contatti con i commercianti francesi seguito al Trattato di Parigi che sancì la fine del Canada francese, non impedì a Mandan e Hidatsa di continuare ad essere il centro degli scambi commerciali sull’alto Missouri, ma li espose alle continue aggressioni dei Teton e delle altre tribù nomadi delle pianure. Per una migliore difesa i Mandan abbandonarono i tradizionali villaggi sul fiume Heart e si spostarono a nord sul fiume Knife presso gli Hidatsa, il cui grande villaggio Big Hidatsa fu l’unico abitato con continuità fin dal XVII secolo. Negli anni 1780 – 90 gli scambi tra europei e
Mandan ripresero alla grande tanto da scatenare una guerra economica tra commercianti come Jusseaume ed Evans per il controllo di questo mercato. Il rapporto privilegiato con gli Assiniboin permise a Mandan e Hidatsa di opporsi con forza ad Arikara e Teton, non dipendendo da questi ultimi per ottenere fucili e altri beni europei che si procuravano al grande raduno Dakota. All’arrivo di Lewis e Clark vi erano solo cinque villaggi, due Mandan e tre Hidatsa. Mitutahank, il primo dei villaggi Mandan incontrato dagli esploratori, era posto su un promontorio ed era composto da 40 logge di terra, sotto la guida del capo civile Sheheke (Grande Bianco); più a monte sul fiume Missouri sorgeva Ruptare, corruzione del nome tribale di Ruptadi, anch’esso con circa 40 logge, sede del capo Posecophahe o Gatto Nero. Di fronte a Ruptare c’era il villaggio hidatsa Awaxawi di Mahawha, edificato nel 1787 su una sporgenza naturale alla confluenza dei fiumi Missouri e Knife e, all’epoca, forte di circa 50 guerrieri. Benché i capitani li considerassero un’entità separata e talora li chiamassero popolo mocassino per il soprannome dato loro dai mercanti francesi, essi erano parte integrante delle popolazioni Hidatsa.


Lewis e Clark entrano nel campo di Gatto Nero – dipinto di Andrew Knudson

Un miglio più a nord sul grande fiume sorgeva “il primo villaggio Minnetare”, Metaharta, abitato da famiglie Awatixa e da rifugiati Mandan, dove viveva il commerciante francese della North West Company Toussaint Charbonneau con le sue mogli indiane, tra cui Sacagawea. Il più settentrionale dei villaggi Hidatsa sul fiume Knife era Menetarra dove si erano rifugiati dopo l’epidemia i Big Hidatsa. Costituito da circa 130 logge ospitava circa 450 guerrieri ed era il vero punto di forza della zona anche per la politica commerciale filoinglese del capo Le Borgne (Un Occhio), la cui astuta diplomazia non fu mai compresa appieno dai due capitani. Nel momento in cui i capitani giunsero ai loro villaggi la società Mandan era ancora sotto gli effetti dello shock demografico dell’epidemia del 1781: si erano perse cerimonie e tradizioni che garantivano il rango di ciascuno. Nei nuovi villaggi creati con i sopravvissuti di molte bande vi era perciò una certa confusione circa i livelli sociali e il grado di importanza di ciascun capo, il che rendeva ciascuno molto sensibile agli onori ricevuti e pretesi. Questo squilibrio era acuito dal permanente stato di guerra che tendeva a mettere in luce i guerrieri a discapito dei capi civili e delle matriarche. In un simile vespaio diplomatico Lewis e Clark decisero di mettere il naso quando, dopo le visite di rito ai villaggi Mandan e a quelli Hidatsa eccetto Menetarra (madornale errore di etichetta), il 28 ottobre 1804 decisero di convocare un consiglio per spiegare ai capi le linee guida della politica americana sotto la cui sovranità ora si trovavano.
L’infelice esperienza con i Teton aveva indotto i due capitani a rivedere le direttive di Jefferson alla luce della loro spiccata antipatia verso le tribù nomadi delle pianure. Benché il presidente avesse scritto in una sua lettera indirizzata a Lewis il 16 novembre 1803: «È proprio su questa nazione che vogliamo in particolare fare un’impressione amichevole, a causa della sua grande potenza e perché sappiamo che essa desidera intrattenere con noi rapporti molto amichevoli». Lewis e Clark decisero invece che uno degli scopi prioritari del viaggio era di promuovere l’alleanza di tutti gli abitanti dei villaggi di terra in funzione anti-Sioux. L’antipatia degli esploratori verso le popolazioni nomadi aumentò ulteriormente quando scoprirono la speciale relazione dei Mandan con gli Assiniboin (e perciò con i mercanti inglesi) che immediatamente vennero definiti come i “bad guys” settentrionali come i Teton lo erano delle pianure meridionali. Il loro pregiudizio aumentò quando seppero che un gruppo di Teton-Sioux aveva rubato una mandria di cavalli Hidatsa, ma era stato intercettato sulla via del ritorno da una banda di Assiniboin che li aveva uccisi.


“For Supremacy” – dipinto di C. M. Russel

Il cardine del progetto politico americano portato avanti da Lewis e Clark era la pace tra le tre tribù dei Mandan, degli Hidatsa e degli Arikara, pacifiche tribù di “onesti” agricoltori che essi vedevano asserviti agli arroganti cavalieri delle praterie e facile preda degli interessi commerciali inglesi. La pace nelle pianure settentrionali con la conseguente rottura delle relazioni Sioux–Arikara e Mandan-Assiniboin era fondamentale anche per deviare l’asse commerciale dell’Alto Missouri dai forti inglesi delle compagnie delle pellicce, la North West e la Hudson’s Bay, verso il nascente polo americano di St. Louis, dove cominciava a muovere i suoi passi il commercio delle pellicce di castoro USA. Nella mente dei due capitani l’incontro con i capi doveva sottolineare la sovranità americana sui territori come conseguenza del Louisiana Purchase, chiarire come gli Stati Uniti fossero interessati a una pace duratura nella zona, con conseguente contenimento delle intemperanze Teton, e suggerire uno spostamento delle vie commerciali verso St. Louis, senza però troppo spaventare i mercanti canadesi da tempo residenti nei villaggi e imparentati con famiglie indiane che contavano. A tal fine essi erano soliti nominare un notabile della tribù (in genere quello loro più simpatico) Gran Capo, senza badare se la scelta tenesse conto delle gerarchie tribali, mediante una sovrabbondanza di doni simbolici come la medaglia della pace, un “divisa militare” e una grande bandiera americana. Il prescelto diventava, spesso a sua insaputa, agente volonteroso della politica degli Stati Uniti.
Come ben sottolinea Ronda: «La politica americana nei confronti degli Indiani collegava alla sovranità il commercio. La proclamazione della proprietà dei nuovi territori aveva poco significato se non se ne poteva trarre un vantaggio economico. E in effetti tutto quello che Lewis e Clark avevano visto fino a quel momento stava ad indicare le ricche possibilità per i commercianti con base a Saint Louis.


“Lewis e Clark nel 1805” – dipinto di Jim Carson

Il commercio sarebbe servito a molti scopi. Il rafforzamento dell’influenza americana e la riduzione del potere degli agenti inglesi non erano gli ultimi interessi dei capitani. Lewis e Clark
non pensarono mai che il commercio seguisse la bandiera: erano convinti che “sovranità e affari procedessero assieme. L’alleanza tra le tre tribù era il perno di tale politica: essa avrebbe rafforzato e “reso indipendenti” gli orticultori da Sioux e Assiniboin e avrebbe permesso loro di partecipare al sistema commerciale americano e, così facendo, avrebbe dirottato anche i Teton Sioux verso i mercati americani. Questa politica avrebbe dato i suoi frutti se la situazione fosse stata così come i due capitani l’avevano percepita. In realtà, accecati dai loro pregiudizi, i capitani non avevano capito né il rapporto paritario e quasi simbiotico tra le tribù nomadi e quelle dei villaggi di terra né che le merci oggetto di scambio tra le tribù e i posti commerciali inglesi non erano le preziose pellicce di castoro su cui il mercato americano contava, ma altre.
L’attrattiva reciproca tra le merci americane e il mercato indiano dell’alto Missouri era perciò molto bassa se paragonata all’appeal dei posti commerciali inglesi. La pace sull’alto Missouri era inoltre auspicabile per trovare una soluzione confacente all’altro problema che i capitani dovevano affrontare: trovare un sito in cui trascorrere il rigido inverno del Nord Dakota. Malgrado gli inviti, redatti con il consiglio di Jusseaume, comprendessero tutti i capi che contavano delle bande Mandan e Hidatsa, il 29 ottobre, grazie anche alla comoda scusa di un vento tagliente i capi più importanti non si presentarono al consiglio; erano infatti assenti Le Borgne e lo stesso Sheheke. Era però presente Gatto Nero dei Mandan (che poi fu fatto dagli americani Gran Capo) e l’influente Caltarcota dei veri Hidatsa. Fu quest’ultimo che, con il suo atteggiamento sempre più scontento e inquieto, dimostrò quanto poco fossero gradite le parole antinglesi di Lewis, stanti gli stretti legami che gli Hidatsa avevano con la North West e la Hudson’s Bay, e come venissero trovate poco piacevoli le intromissioni di ignoti stranieri nella politica locale.


A caccia con Sheheke – dipinto di M. Haynes

Di fronte ai rimbrotti di un altro capo nei confronti di Caltarcota, Lewis si tranquillizzò e passò al punto più controverso della sua agenda: la pace con gli Arikara. Egli presentò il capo Arikara che aveva portato con sé a questo scopo e fece passare la pipa tra tutti. Clark annotò: «Tutti fumarono con entusiasmo le pipa passata per le mani del capo Arikara», cui venne offerta una moneta come medaglia e un certificato di buona condotta. I capitani furono contenti delle promesse di pace scaturite dall’incontro; per ratificarle chiesero agli Indiani di rispondere il prima possibile. Finito l’incontro, però, il capo Arikara, a disagio tra tanti nemici chiese di tornare immediatamente al suo villaggio sul fiume Grand, e solo con una buona dose di regali e molte promesse venne convinto a rimanere. L’entusiasmo degli Americani cominciò a raffreddarsi nell’attesa della risposta indiana che tardava ad arrivare. Una cosa ovvia visto che Mandan e Hidatsa non erano Stati nazionali con adeguate strutture burocratiche, ma ogni villaggio e ogni banda decideva per sé a proprio piacimento prendendosi tutto il tempo che il cerimoniale indiano richiedeva, soprattutto se si trattava di scelte controverse.
Solo pochi mesi dopo, infatti, si scoprì che buona parte dei convenuti aveva fumato la pipa solo per compiacenza e, in realtà, la sfiducia reciproca era troppo profonda. Il capo Mandan Uomo Grosso aveva in privato definito gli Arikara bugiardi e malvagi e in seguito li accusò di aver ucciso i Mandan inviati come ambasciatori di pace. Uomo Grosso disse al capo Arikara: «Faremo la pace con voi come i nostri padri ci hanno ordinato, ed essi vedranno che noi non saremo gli aggressori, ma temiamo che i Ricara (Arikara) non manterranno a lungo la pace» (Thwaites, 190405,vI:230). Cullandosi in una fiducia nelle proprie capacità diplomatiche del tutto esagerata, Lewis e Clark si dedicarono alla scelta del luogo dove svernare; quello che a loro non era chiaro era che tale scelta sarebbe stata importante non solo dal punto di vista logistico (abbondanza di legna, vicinanza all’acqua, a riparo dai venti delle grandi pianure, ecc), ma anche da un punto di vista politico.


Inverno al villaggio Mandan

Dal punto di vista indiano, l’avere un centro commerciale nel proprio territorio significava una fonte di potere nel gioco degli scambi intertribali. Dal punto di vista Mandan era importante avere un Forte Mandan e non un Forte Hidatsa e perciò, vedendo che gli esploratori puntavano a nord, i capi trovarono il modo di trattenere il gruppo. Mentre il campo provvisorio rimaneva affollato di Indiani desiderosi di scambiare pane di farina gialla di mais e granturco con ogni merce possibile, i capitani ebbero notizia che Gatto Nero, che ritenevano il capo più importante, voleva parlare con loro. Il capo articolò una risposta adatta a rassicurare gli Americani senza tuttavia impegnare troppo i villaggi: un’idea astutamente accattivante fu quella di dichiararsi disposti a visitare il gran Capo bianco di Washington. Nel contempo i Mandan cominciarono a lamentarsi della scarsa chiarezza della missione americana; essi erano
abituati a commercianti e trapper, ma erano totalmente impreparati a militari, burocrati ed esploratori. Le distribuzioni di doni dei due capitani avevano fatto credere agli Indiani a una grande ricchezza che poteva essere condivisibile, ma quando i doni non erano abbondanti, ne derivavano delusioni e malumori. Nei loro appunti i capitani scrissero che al termine del colloquio gli Indiani erano rimasti molto soddisfatti. Il giorno successivo fu Sheheke, accompagnato da Uomo Grosso e Ohheenar, uno Cheyenne adottato che viveva a Mitutanka, a farsi vivo. Egli era interessato a discutere della pace con gli Arikara ma soprattutto del sito di Fort Mandan.
Dopo aver affermato che le ostilità erano sempre cominciate dai Sioux e dagli Arikara, egli dichiarò di averne uccisi abbastanza e concluse dicendo che avrebbe fatto una buona pace, il che, nel “diplomatichese” indiano, non significava affatto una pace duratura. Sheheke sottolineò poi come sarebbe stato più facile rifornire gli Americani se il forte fosse stato vicino ai villaggi Mandan, ma tacque sia sul suo cresciuto prestigio a spese degli altri capi per essere così vicino a una fonte di beni e servizi come il Corps of Discovery, sia su quanto aveva fatto per tenere gli Hidatsa lontani dai bianchi. Il prezzo di una eventuale pace con i Teton e gli Arikara non sembrava troppo esoso in cambio degli immediati benefici.

I giorni successivi furono impegnati dall’arrivo di un gruppo di Assiniboine venuti per commerciare, ma talvolta la visita si concludeva anche con una razzia di cavalli. Il loro arrivo costituiva una ghiotta occasione per gli esploratori in quanto, se fosse passata la teoria di Jefferson per cui il Louisiana Purchase comprendeva anche i territori a nord del 49° parallelo, una buona relazione con gli Assiniboin poteva rendere ancora più facile l’accesso ai territori del Saskatchewan, ricchi di castori, ai commercianti di Saint Louis. Dal momento che i capitani desideravano tagliare le gambe al commercio britannico, il contatto con gli Assiniboin era essenziale. Le tende degli Assiniboin, che comprendevano anche alcune famiglie Cree, erano una settantina; così il 13 novembre i capitani assistettero alle cerimonie di adozione che permettevano a nemici tradizionali di diventare parenti temporanei e di commerciare in pace. Questa circostanza fu segnalata con la dovuta cura in quanto foriera di ampie possibilità per i trapper americani. L’interesse americano venne poi soddisfatto da Gatto Nero, ormai il loro sensale ufficiale, che accompagnò Vecchia Gru, capo degli Assiniboin, e altri sette notabili a Fort Mandan ove furono accolti con tutti gli onori. La manovra di Gatto Nero però mirava anche a forzare a proprio favore la spaccatura avvenuta nei consigli Mandan tra coloro che desideravano le merci di metallo e tessuto dei nuovi mercanti di Saint Louis e quanti volevano restare con le collaudate imprese britanniche. L’unica cosa che Lewis e Clark potevano fare era di far pressione sugli Indiani “perché restassero in pace”, assicurandoli che “potevano contare sui rifornimenti ottenibili attraverso i canali del Missouri, ma che l’operazione avrebbe richiesto tempo”. Tuttavia tali parole, invitanti alla calma, non erano in grado di disperdere i timori espressi in concilio.


Kill Spotted Horse – guerriero Assiniboin – 1898

Due giorni dopo la situazione peggiorò in quanto allo scontento dei Mandan si aggiunsero le notizie che erano scoppiati conflitti tra Sioux e Arikara. Stando a quanto riferivano i Mandan i Sioux erano molto irritati con gli Arikara per la pace fatta con i Mandan; per questo avevano malmenato i messaggeri di pace Arikara e i Brulé avevano minacciato di assalire i villaggi Mandan quell’ inverno. Di fronte a queste notizie tutta la strategia dei capitani sembrava andare a rotoli tanto più che non vi era stato ancora un vero incontro con gli Hidatsa. Per ovviare a tale situazione il 25 novembre Lewis, Jusseaume e Toussiant Charbonneau, il marito di Sacajawea che viveva come interprete nel villaggio di Metaharta, uscirono da Fort Mandan verso i villaggi Hidatsa, in particolare verso Menetarra. Qui giunto Lewis non fece alcun tentativo di parlare con Le Borgne o con Caltacota, ma si mostrò desideroso di parlare con il capo Donnola Cornuta, che tuttavia fece dichiarare di non essere in casa. Mentre Lewis, con scarso successo, cercava di palare con gli Hidatsa di Menetarra e successivamente con quelli Awatixa, due maggiorenti Hidatsa si presentarono a Fort Mandan da Clark che diede loro alcuni doni per ingraziarseli. Anche ad Awatixa l’accoglienza non fu molto espansiva, anzi i capi Hidatsa rifiutarono i doni di medaglie, bandiere e abiti distribuiti da Lewis e fecero chiaramente capire che il numero dei regali distribuiti contava poco: essi “non sarebbero stati mai indotti ad amare questi stranieri, come li chiamavano”. Di fronte a queste rimostranze poco poté la dimostrazione di Lewis col fucile ad aria compressa, ma il capitano si illuse di aver avuto un parziale successo quando strappò la promessa che gli Hidatsa non avrebbero fatto guerra agli Shoshoni o ad altri indiani dell’ovest, una condizione fondamentale per il procedere della spedizione nella successiva primavera. Promesse al vento: appena gli Americani lasciarono Metaharta , il capo della società dei Lupi organizzò una spedizione di guerra contro i Blackfeet.


Costume Moenatarre (Hidatsa) per la Danza del Cane – dipinto di C. Bodmer

Tornato a Fort Mandan Lewis scoprì un ulteriore motivo della freddezza dimostrata degli Hidatsa. I capi Hidatsa affermarono che i Mandan avevano confidato loro che i Sioux erano alleati degli Americani e che insieme preparavano un attacco invernale. Peggio, gli Americani – dicevano sempre i Mandan – volevano uccidere tutti gli Hidatsa che si fossero presentati al forte. Gli Hidatsa aggiunsero poi che non avevano molto gradito le sbruffone dimostrazioni di forza della spedizione. La motivazione di fondo di questo risentimento stava tuttavia nel fatto che gli Americani tentavano di recidere il profondo rapporto che i villaggi avevano con i mercanti inglesi, un legame così stretto da escludere le proposte economiche americane. I capitani erano profondamente convinti, anche per il loro pregiudizio nei confronti degli indiani, che essi vedevano come selvaggi incapaci di una politica autonoma, che questo antiamericanismo fosse fomentato dai mercanti della North West e della Hudson’s Bay presenti nei villaggi, non comprendendo che i capi Hidatsa capivano benissimo i vantaggi dei rapporti con gli Inglesi. Le Borgne, per esempio, in una conversazione con Charles Mackenzie «disse gran bene della [North West] Company, ma non ebbe una parola di lode per gli Americani». Un’ulteriore colpo alle aspettative americane giunse dalla scoperta che l’idea tutta occidentale
che la pace fosse un valore cui tutto il genere umano aspirava non trovava corrispettivo nella visione del mondo indiana. I giovani guerrieri, infatti, erano contrari alla pace non solo perché
questa avrebbe lasciato invendicate la morte dei propri parenti, ma soprattutto perché senza uno status ottenuto mediante gesta valorose non sarebbe stato possibile percorrere il cursus honorum tribale e non ci sarebbero stati capi da scegliere. Lewis riferì nel suo diario: «Se essi fossero in pace con tutti i loro vicini, come farebbero a scegliere i loro capi? E … i capi erano
vecchi e presto sarebbero morti, e la nazione non poteva esistere senza capi».


War Party

La forzata permanenza tra le tribù dell’alto Missouri, causata dal rigido inverno, costrinse gli Americani a prendere atto che i valori “naturali” non erano affatto unanimemente condivisi. Un’ulteriore riprova di ciò la ebbero in un modo più piacevole e, se vogliamo, più personale e privato, almeno per loro. Per gli Indiani invece era tutta un’altra storia. I rapporti sessuali tra gli uomini della spedizione e le donne indiane, già iniziati presso gli Arikara, trovarono tra i Mandan il loro acme, complice l’inverno che spingeva i giovani americani a cercare di rendere sopportabile il lungo periodo di sosta. Per le donne indiane, invece, quelli che gli esploratori ritenevano e continuarono a ritenere (tanto da essere appena menzionati nei diari e non solo per motivi di pudore) rapporti privati erano invece rapporti politici e “religiosi”. I rapporti tra indiane e americani lasciano tracce nei diari, con annotazioni come «14 gennaio 1805. – alcuni
uomini con malattie veneree prese dalle donne Mandan» salvo per quello che riguarda la famosa Danza del Bisonte, un rito in cui i giovani guerrieri offrivano le proprie mogli agli anziani e ai cacciatori per acquisirne il potere magico. I bianchi con tutte le loro meraviglie erano considerati medicine potenti; Le Borgne, il potente e smaliziato capo degli Hidatsa, affermava che «i bianchi sono potenti, sono come magici». Non è noto quale uomo andò al campo Mandan per quella incombenza sociale, ma è certo che non fece sfigurare la spedizione infatti il 5 gennaio il diario registra: «Noi inviammo un uomo a questa danza di medicina la notte scorsa ed essi gli offrirono quattro fanciulle».


Danza del Bisonte Mandan – dipinto di C. Bodmer

Grazie a questi intermezzi l’inverno passò relativamente bene anche se Lewis e Clark, in barba a tutti i loro discorsi di pace, ammetterono più volte che si procurarono gran parte delle loro derrate alimentari fornendo asce di guerra grazie ai fabbri e alla forgia della spedizione. Il successo della spedizione fu perciò assicurato soprattutto dal sesso e dai fabbri e dagli armaioli che, specie in primavera, non stavano più dietro alle richieste di asce di guerra e di riparazioni di armi e attrezzi da parte dei giovani guerrieri in vista delle future spedizioni, come dimostra il fatto che anche La Borgne affermò che gli unici americani “compassionevoli” erano il fabbro e l’armaiolo. Le asce della forgia di Fort Mandan fecero moltissima strada: circa quattordici mesi dopo Ordway, un membro della spedizione, fermatosi nel villaggio di Pahmap presso i Nez Percés scoprì che alcune delle “loro” asce venivano usate come pedine in un gioco d’azzardo indiano. I giocatori le avevano ricevute dagli Hidatsa che, considerando i bianchi una medicina potente ma pericolosa, avevano pensato di liberarsi dei possibili influssi negativi scaricandoli sui Nez Percés. L’inverno a Fort Mandan fu forse la sola vera occasione che la spedizione ebbe di osservare con calma gli usi e i costumi degli Indiani dell’alto Missouri, una approccio etnografico che Jefferson aveva espressamente richiesto su modello della sua stessa valutazione degli Indiani orientali. In primavera, quando le minacce Teton Sioux si facevano più pressanti, i capitani ricevettero infine la tanto attesa visita di Le Borgne, fondamentale per la spedizione visto che gli Hidatsa e non i Mandan tenevano le chiavi dei commerci e della pace sulla via delle Montagne Rocciose. La visita fu priva di effetti e probabilmente dettata dalla curiosità soprattutto verso York, lo schiavo nero di Clark, che il capo sfregò con una mano bagnata per sincerarsi che non fosse dipinto, poi, presi i doni se ne andò.
In vista della partenza e non senza qualche discussione i capitani decisero di prendere con sé l’interprete Charbonneau e la moglie indiana Sacagawea col figlioletto appena nato. Quando fu il momento di partire, i capitani vennero a sapere che due spedizioni di guerra hidatsa erano partite e un’altra si accingeva a seguirle. La politica di pace da loro perseguita non aveva avuto grande successo.


Scure di guerra delle pianure pre-contatto


Tomahawk con lama di fabbricazione europea

Assiniboin
Il Montana nordorientale e le aree limitrofe erano il territorio degli Assiniboin di lingua sioux, ma nemici dei Teton e partner commerciali degli inglesi, con cui scambiavano carne secca con fucili, pentole di ottone e stoffa. Per ottenere quello che gli Inglesi non potevano fornire loro, gli Assiniboin si recavano fino ai villaggi Mandan, che erano il centro di una vasta rete di commerci intertribali. Qui scambiavano fucili, carne e pelli di bisonte contro mais. Nell’autunno 1804, nei villaggi Mandan gli Assiniboin appresero che il Corps of Discovery era là e parteciparono a un incontro con Lewis e Clark organizzato dal capo Mandan Gatto Nero. Il capo Assiniboin rimediò in regalo alcuni nastri e la riunione si svolse senza incidenti; in seguito gli Assiniboin cominciarono a prendere in giro i Mandan per l’amicizia verso gli Americani, per passare poi alle minacce esplicite di rappresaglia armata se i rapporti commerciali tra Mandan e Americani avessero preso reale consistenza. Gli Assiniboin, come i Teton Sioux più a sud, si sentivano minacciati dalla concorrenza americana ed entrambi avevano ragione: la loro posizione di intermediari delle merci europee era messa in pericolo. Gatto Nero avvisò i capitani della sfida Assiniboin e il Corps of Discovery, allontanandosi dai villaggi Mandan, consapevole del pericolo, cercò di evitare le bande Assiniboin a caccia. Gli esploratori ne incontrarono le tracce, accampamenti abbandonati e pali di tenda lasciati indietro ma, come scopersero in seguito cercando, invece, disperatamente gli Shoshoni, si potevano percorrere
in lungo e in largo le grandi Pianure per mesi senza incontrare anima viva.


Tenda di un capo Assiniboin

Sacagawea
Nella primavera del 1805, agli inizi del mese d’aprile, il Corps of Discovery, guidato da Meriwether Lewis e William Clark, partì da Fort Mandan, dove aveva passato l’inverno, per cercare il famoso passaggio a Nordovest e raggiungere l’oceano. La spedizione, per proseguire il suo cammino, si era posta come obiettivo di raggiungere le tribù di Shoshoni che, secondo le informazioni, in quel periodo doveva sostare nei pressi delle sorgenti del fiume Missouri. Queste popolazioni dovevano essere in possesso di cavalli, animali che avrebbero permesso di oltrepassare le grandi Montagne Rocciose e quindi proseguire verso il mare. Le conoscenze geografiche erano praticamente nulle; il gruppo aveva come guida il trapper Toussaint Charbonneau con la moglie Sacagawea, di origine Shoshone. La presenza della donna risultò preziosa come interprete, guida e conoscitrice degli usi e costumi degli Shoshoni. La spedizione iniziò con l’affrontare le piene primaverili del Missouri, tenendo sempre presente la possibile minaccia proveniente da tribù ostili che avrebbe potuto incontrare sulla sua strada, in particolare le bande Assiniboin. Quando lungo il percorso trovavano tracce di presenza indiana, e ciò avveniva sempre più di frequente risalendo il fiume, era fondamentale identificarne la natura: se si trattava delle temute bande Assiniboin, di altre tribù ostili, altre popolazioni innocue o infine dei sospirati Shoshoni.

La storia americana ha accordato a Sacagawea un posto nel cuore e nella mente di generazioni di americani.
Dopo la partecipazione alla spedizione, sono state erette più statue a questa donna Shoshoni che a qualsiasi altra donna americana. Sue immagini sono apparse nei film, quadri, francobolli, ceramiche e fumetti. Il suo volto è riprodotto anche su una moneta da un dollaro. Sia il mito che la storia ci inducono a pensare che Sacagawea sia nata intorno al 1790 tra i Numa Agui Dika o Mangiatori di Salmoni, che oggi sono noti come Shoshoni Lemhi, che vivono presso l’attuale cittadina di Salmon, Idaho. Sacagawea (i suoi antenati dicevano Sacajawea) in lingua shoshoni significa Colei che Spinge una Barca o Lanciatrice di Barca ma, dato che fu poi rapita a circa 12 anni da una spedizione di guerra degli Hidatsa e poi portata ai loro villaggi (nell’area dell’attuale Bismark, North Dakota), cambiarono sia l’ortografia che il significato del suo nome. Sakakawea in Hidatsa o, più precisamente, Tsakaka-wea, significa Donna Uccello (sacaga, uccello e wea, donna). Il nome del fiume Bird Woman River richiama il significato hidatsa del suo nome, che è stato scritto in maniera diversa. Anche se molti studiosi concordano sul fatto che la versione hidatsa sia la più corretta, il Geographical Names Board americano usa Sacagawea (secondo la versione dei diari di Lewis e Clark), che resta la versione più diffusa e universalmente accettata.
Una volta raggiunti i villaggi Hidatsa e Mandan, Sacagawea, ormai quattordicenne, fu venduta come schiava, oppure fu vinta come posta di una scommessa dal commerciante di pellicce franco-canadese Toussaint Charbonneau, che sosteneva che Sacagawea e un’altra ragazza Shoshone erano le sue “mogli”. Sacagawea ben presto si trovò incinta e diede alla luce un figlio maschio nel febbraio 1805.


Sacagawea – dipinto di Jim Carson

Nel 1805, quando Lewis e Clark si accinsero a ripartire da Fort Mandan per l’Ovest, assunsero Charbonneau come interprete e guida per la spedizione, soprattutto perché era il marito di Sacagawea. Infatti speravano che lei potesse essere d’aiuto come interprete nel suo territorio natio per l’acquisto dei cavalli indispensabili ad attraversare le Bitteroot Mountains. Così la giovane madre si mise in viaggio con il gruppo di esploratori, dando una mano lungo la via, scavando radici, raccogliendo piante edule e bacche e rammendando abiti e mocassini. La sua mera presenza rappresentò un aiuto per quel gruppo di avventurosi, dato che la presenza di una donna, specialmente insieme a un bambino in fasce, che viaggiava con un gruppo di uomini, impediva agli Indiani di scambiare il Corps of Discovery per un gruppo di razziatori. Il suo coraggio venne annotato anche nei diari di Lewis e Clark, quando la barca in cui si trovava quasi si capovolse. Sacagawea dimostrò grande freddezza e coraggio, recuperando documenti importanti e masserizie che altrimenti sarebbero andati perduti. Ella si dimostrò molto valida anche come interprete quando, nell’agosto 1805, fu in grado di trattare l’acquisto di cavalli da un gruppo di Shoshoni, guidato da suo fratello. Oltre a ciò, Sacagawea fu osannata nei diari della spedizione per la sua capacità di ricordare i sentieri percorsi dagli Shoshoni durante la sua infanzia e guidare gli esploratori nella terra della sua giovinezza.
Sei anni dopo la spedizione Sacagawea diede alla luce una figlia, Lisette. Il 22 dicembre 1812, la ragazza shoshoni morì all’età di 25 anni; secondo alcuni studiosi la causa era la cosiddetta sindrome infiammatoria pelvica cronica, che può essere stata la causa del frequente stato di malattia da lei sofferto e registrato nei diari.

Shoshoni
Procedendo nel territorio dell’attuale Montana, più a ovest di quanto nessun uomo bianco avesse mai fatto lungo il Missouri, i membri della spedizione furono stupiti dalla natura selvaggia che incontravano: mandrie di bisonti formate da più di diecimila esemplari, e altra selvaggina molto abbondante. Il 29 aprile, superata la bocca del fiume Yellowstone, Lewis ed un altro cacciatore uccisero un grizzly enorme, quale prima non era mai stato descritto dalla scienza. Inizialmente Lewis credeva che i racconti indiani sulla ferocia del grizzly fossero esagerati, ma dopo che nei giorni seguenti la caccia degli uomini nelle Pianure dimostrò che era un animale quasi impossibile da uccidere, egli scrisse che “il desiderio di conoscenza della nostra spedizione nei confronti di questo animale ben si soddisfa con il rispetto”.

Verso la metà di giugno raggiunsero le cascate del Missouri ed effettuarono un’estenuante deviazione via terra della durata di circa un mese: fino a quel momento non avevano trovato tracce Shoshoni ma, oltre le cascate, la presenza era segnalata da accampamenti abbandonati, tracce di cavalli e colonne di fumo. Gli indiani sembravano però svanire nel nulla e l’incertezza nel riconoscere i luoghi da parte di Sacagawea, oltre alle fatiche fisiche, avevano depresso il morale dei membri della spedizione. Solo verso la fine di luglio, il 22, Sacagawea aveva cominciato a trovare dei punti di riferimento e questo induceva Lewis e Clark a ritenere le tribù Shoshoni molto vicine, anche se probabilmente impegnate a pescare nell’altro versante delle Three Forks del Missouri. Inviarono quindi una parte della spedizione come avanguardia via terra. La prima settimana del mese di agosto si rivelò ancor più estenuante e interminabile delle precedenti. Contrattempi e incidenti di svariato genere minarono la forza di volontà e la resistenza del Corps of Discovery tanto che, alla riunione dei due capitani, il bilancio della situazione sembrò fallimentare. Fortunatamente Sacagawea riconobbe un picco, poco lontano dal quale la sua tribù era solita sostare durante l’estate; ciò sollevò il morale e determinò l’urgenza della ricerca degli Indiani: i cavalli divenivano sempre più necessari per potersi muovere via terra e attraversare la catene montagnose che avevano di fronte. Lewis, a capo di un piccolo gruppo, partì alla ricerca degli Indiani e dei cavalli deciso a trovarli, pena il fallimento della spedizione. Risalì torrenti e percorse piste indiane; ad una biforcazione lasciò un messaggio a Clark affinché non procedesse oltre perché le acque non erano più navigabili. L’11 agosto Lewis si trovava ai piedi di una gola, che sarà chiamata il Lemhi Pass, quando avvistò un Indiano a cavallo, più precisamente uno Shoshoni. Purtroppo i tentativi di mostrarsi amici fallirono e l’Indiano fuggì velocemente. Il fallimento fu attribuito ai due esploratori che accompagnavano Lewis che si erano avvicinati troppo, ma le cause erano ben altre. Gli Indiani avevano da poco subito attacchi devastanti da tribù ostili e il termine tab-ba-bone, utilizzato da Lewis, non indicava, per gli Shoshoni, persona amica, ma “straniero” (quindi probabilmente ostile): il risultato fu quindi una fuga.

Il giorno successivo Lewis si consolò con la scoperta della sorgente più remota del Missouri e si accinse a varcare le Montagne Rocciose. Restava però irrisolto il problema più urgente: trovare i cavalli. Il 13 agosto le tracce indicavano che gli Indiani erano sempre più vicini. Infatti, incontrò un uomo e due donne Shoshoni, ma ancora una volta la tecnica di approccio fallì e li fece fuggire. Seguendo la medesima pista impolverata si imbatté in altre tre donne, una fuggì e le altre si accucciarono con le mani sulla testa come nella attesa della morte per mano nemica. Finalmente, rincuorando con gesti e doni le donne indiane, Lewis riuscì a stabilire il suo primo vero contatto. Dipinse il volto delle donne con vernice vermiglia, consiglio dato precedentemente da Sacagawea, perché tale colore indicava la pace e con i gesti chiese di essere condotto all’accampamento. Per strada incontrò un nutrito gruppo di guerrieri guidato dal capo Cameahwait e da altri due capi minori pronti a dar battaglia. Lewis gettò a terra il fucile e alzò la bandiera americana; i guerrieri, viste le donne, si fermarono e dopo aver parlato con loro scesero dai cavalli e abbracciarono il capitano. Così iniziò anche per questa tribù il contatto con i bianchi, contatto che avrebbe modificato per sempre la loro vita. Gli Shoshoni avevano eccellenti cavalli, ma pochi possedevano fucili e cacciare grossa selvaggina con archi e frecce, seppure a cavallo, risultava alquanto difficile. Dovevano, inoltre, far fronte ad altre tribù indiane che invece erano ben fornite di fucili. Il modello di “guerrieri a cavallo” delle pianure era una recente acquisizione per gli Shoshoni, provenienti dal Grande Bacino. Vivevano in piccoli gruppi familiari, erano cacciatori-raccoglitori, costruivano come riparo wickiup di erba e cespugli a forma conica. Quando erano in possesso di pelli abitavano anche in tepee, ma spesso venivano depredati di questi caldi rifugi.


Il capitano Lewis incontra gli Shoshoni – dipinto di Jim Carson

Al momento dell’incontro con la spedizione di Lewis e Clark gli Shoshoni non erano più solamente gli àgaideka’a (mangiatori di salmoni). I contatti con i popoli delle pianure e l’introduzione dei cavalli li stavano trasformando in cacciatori a cavallo di bisonti e selvaggina. La tribù era però molto affamata e provata dagli attacchi di bande nemiche che l’avevano depredata di tutto, comprese le tende di pelle. Così se da una parte gli Americani avevano necessità di cavalli dall’altra per gli Indiani i fucili erano vitali per la sopravvivenza, questi erano i due interessi che l’incontro doveva soddisfare. La banda era composta da un insieme di gruppi familiari rappresentati da un capo di nome Camehwait, ma il comando non era di tipo gerarchico bensì carismatico ed esistevano anche figure di capo minori. Questa forma di organizzazione sociale non era molto chiara agli Americani. Infatti creò notevoli ritardi nell’ottenere quanto desideravano perché la soddisfazione delle richieste passava attraverso il consenso dei singoli. Già dopo l’incontro con Lewis, non tutti gli Indiani erano sicuri delle intenzioni dei membri della spedizione. La richiesta poi di andare incontro al resto del gruppo che stava risalendo il fiume Jefferson, insospettiva molti Shoshoni che temevano un’imboscata. Solo dopo aver cacciato per procurare cibo alla tribù, Lewis ottenne l’adesione di un gruppo di guerrieri ad aiutare il resto della spedizione che doveva attenderlo alla biforcazione del fiume. Le cattive condizioni del corso d’acqua e la spossatezza dei componenti del gruppo avevano ritardato l’incontro creando ansie e sospetti tra gli Indiani e il gruppo di Lewis. Quando, dopo un paio di giorni, i due gruppi si incontrarono, Sacagawea riconobbe e fu riconosciuta dalla sua tribù e sospetti e ansie furono definitivamente eliminati.


Lewis e Clark incontrano Camehwait

Camehwait e i suoi uomini dovevano riunirsi con gruppi di guerrieri di altre bande per andare a
cacciare il bisonte per sfamare la propria gente, ma l’arrivo della spedizione e le richieste di guide, cavalli e cibo misero in difficoltà il capo indiano. Da una parte comprendeva che se avesse soddisfatto le richieste del Corps of Discovery per la sua gente si prospettava la fine della fame e della paura delle tribù rivali, dall’altra sarebbe stato costretto a sottrarre al suo gruppo cavalli e uomini validi che erano necessari per la caccia al bisonte. Lewis e Clark promisero molto più di quello che effettivamente avrebbero potuto mantenere ed inoltre tacquero sulle reali intenzioni di molte tribù delle pianure che stavano preparando razzie contro gli Shoshoni. Camehwait promise il suo aiuto alla spedizione fornendo una guida, Old Toby, e la promessa dei cavalli. Ovviamente dopo i primi giorni gli Shoshoni divennero bravi commercianti e riuscirono a scambiare i cavalli a valori sempre più alti. Clark verificò le informazioni geografiche fornite dagli Indiani con escursioni in modo da trovare una strada che permettesse loro di passare le montagne attraverso la pista dei Nez Perce proprio seguendo i consigli di Old Toby. Lewis nel frattempo rimase al villaggio e si dedicò alla descrizione degli usi e costumi della tribù. Fu puntuale nel descrivere oggetti, abbigliamento, armi, cerimonie, abitazioni e alimentazione, persino i piccoli oggetti di uso quotidiano ricevettero un’accurata attenzione, ma nella descrizione della vita sociale non riuscì a staccarsi dai cliché utilizzati per secoli dagli Europei: infatti, definì gli Shoshoni dei bambini vivaci ed ignoranti. La spedizione ripartì alla fine di agosto guidata da Old Toby, attraverso un terreno impervio e reso più difficoltoso da bufere di neve.


La firma di Clark su una roccia a Pompeys Pillar – Montana

Flathead
Passato il Lost Trail Pass entrarono in una vallata dove incontrarono un accampamento Flathead. Questa tribù di lingua Salish si univa spesso agli Shoshoni per la caccia al bisonte.
Era un accampamento di circa 400 persone, 40 logge e 300 o 400 cavalli. Di questo incontro Clark scrisse: “Questo popolo ci accolse amichevolmente, ci buttò mantelli bianchi sulle spalle e fumò con noi la pipa della pace. Ci accampammo con loro e li trovammo cordiali, ma non avevano da mangiare nient’altro che bacche, una parte delle quali dettero a noi. Questi Indiani sono ben vestiti, con casacche di pelle e mantelli, sono robusti e di pelle più chiara di quanto è usuale fra gli Indiani. I Capi discussero fino a tardi, la sera, fumarono la nostra pipa e si mostrarono soddisfatti. Io sono stato il primo uomo bianco che sia mai stato sulle acque di questo fiume”.Un altro membro della spedizione, Ordway, scrisse:” … i Salish sono gli Indiani più amichevoli e onesti che abbiamo visto..e sembravano desiderosi di aiutarci per quanto era in loro potere ”.
Lewis e Clark ebbero, quindi, un buon approccio con i Flathead, ma si fermarono presso di loro lo stretto necessario per scambiare alcuni cavalli sfiniti con animali in buona salute ed acquisirne altri con scambi.


Lewis e Clark incontrano i Flathead – dipinto di C.M. Russel

Nez Percé
Quando il 6 settembre la spedizione ripartì, anche la tribù dei Flathead si avviò, per congiungersi con gli Shoshoni per la caccia al bisonte. Il percorso successivo del Corps of Discovery fu il più faticoso, il passaggio delle montagne Bitterroot, attraverso il Lolo Trail, si rivelò più lungo di quanto i Flathead avevano pronosticato. Old Toby smarrì il sentiero e costrinse tutta la spedizione ad una faticosa risalita, poi arrivò la neve. Le difficoltà convinsero i capitani a inviare un gruppo di cacciatori come avanguardia; Clark ne prese il comando, Lewis avrebbe seguito con il resto della spedizione. Il 20 settembre il Lolo Trail terminò e Clark avvistò molte capanne dei Nez Percés. Il primo incontro avvenne con due ragazzi che, ovviamente spaventati, si nascosero fra l’erba della prateria. Clark riuscì ad avvicinarli e, con doni e gesti, li convinse ad andare al villaggio per avvisare del loro arrivo. Molto probabilmente pochi avevano visto dei bianchi prima di allora e la curiosità era molta. Furono accolti in un grande tepee e sfamati, mangiarono anche il pane di cama che purtroppo doveva creare loro non pochi problemi intestinali. Clark ricevette molte informazioni sulla configurazione geografica della zona e delle Grandi Cascate del Columbia, e l’indicazione di un capo molto importante in un altro villaggio vicino. Si recò presso questo nuovo villaggio, non senza aver inviato una guida a Lewis al Lolo Trail.


Il Lolo Trail

Il nuovo capo si chiamava Capelli Contorti. La benevola accoglienza ricevuta fu determinata dalla presenza presso il campo di un’anziana donna di nome Watkuweis, che era stata rapita e poi venduta al nord, dove aveva incontrato dei Canadesi, che l’avevano restituita alla sua gente. Essendo stata trattata benevolmente dai bianchi aveva pregato i Nez Percé di accogliere bene gli Americani. La buona accoglienza dei Nez Percé era, in realtà, motivata, come per gli Shoshoni, dalla necessità di ottenere armi e munizioni in modo da affrontare le tribù ostili che si procuravano le armi dai commercianti canadesi. Il 22 settembre i due gruppi della spedizione si riunirono presso il primo villaggio Nez Percé dove, stanchi e affamati, vennero rifocillati. La spedizione aveva fretta di avanzare verso la meta finale e, ottenute dettagliate informazioni geografiche dal capo Capelli Contorti, convocarono il solito concilio dove, con le solite difficoltà linguistiche, illustrarono gli scopi della missione e distribuirono bandiere e medaglie. Lewis e Clark progettarono inoltre di lasciare lì i cavalli, dopo averli marchiati, e costruire delle canoe per proseguire lungo il Columbia. Intanto molti dei componenti della spedizione iniziarono a soffrire di diarrea e forti dolori intestinali, solo Clark riuscì ad unirsi a Capelli Contorti per trovare un buon posto per costruire le canoe. Fu la perizia degli Indiani che permise di costruire le canoe per terminare il viaggio. Il capo si propose, con il figlio, come guida ed interprete nel tratto seguente.


Indiani dell’Altopiano

Walla Walla
I Walla Walla con il loro capo Yellepit incontrarono Lewis e Clark all’inizio di ottobre 1805, mentre stavano cercando di raggiungere l’Oceano Pacifico, ma i capitani rifiutarono di fermarsi. I Walla Walla vivevano nei pressi della congiunzione tra i fiumi Snake e Columbia nello stato di Washington meridionale; il villaggio di Yellepit aveva circa 15 tende. Qui, grazie a una donna Shoshoni prigioniera, che parlava a Sacajawea, riuscirono a comunicare con relativa facilità (la trafila era dallo shoshoni all’hidatsa con Charbonneau, che traduceva in francese a uno dei franco-canadesi che parlava anche inglese e da questi ai capitani). Il capo Yellepit era fiero del prestigio di mostrare i suoi ospiti stranieri, e pensò anche ad approvvigionarsi dei beni che aveva visto in mano ai visitatori, specialmente suppellettili come le pentole. Per stabilire relazioni amichevoli, Yellepit regalò a Clark un cavallo bianco e rifornì la spedizione di legna e pesce secco. In cambio ricevette la sciabola di Clark, cento pallottole e alcuni oggetti.
Yellepit riuscì a convincere la spedizione a fermarsi un giorno in più durante il ritorno, alla fine dell’ aprile 1806. In cambio della loro presenza, il capo diede cavalli, cibo, canoe, e preziose informazioni per raggiungere la loro prossima destinazione, il campo dei Nez Percé. A un certo punto giunsero degli Yakima e le celebrazioni assunsero proporzioni memorabili. In totale i partecipanti assommavano in centinaia, e tutti danzarono al ritmo dei tamburi e dei sonagli dei Walla Walla.

Da quando, all’inizio dell’ottobre 1805, Lewis e Clark avevano lasciato i villaggi Nez Percé lungo il fiume Clearwater, si erano addentrati in un mondo completamente diverso, che risultò loro del tutto ostico da comprendere. La gioia di raggiungere l’Oceano Pacifico fu alquanto raffreddata dal clima della regione: venti invernali devastanti e una micidiale umidità che farà dire, un secolo dopo, che gli abitanti dell’Oregon si distinguono perché cresce loro il muschio sul lato nord del viso! A peggiorare la situazione pasti monotoni a base di salmone secco pestato e una differenza fisica e culturale delle popolazioni che abitavano lungo il Columbia che confondeva gli esploratori. Gli Umatilla era stati terrorizzati dai fucili e avevano creduto gli Americani esseri soprannaturali calati dalle nuvole, ma le popolazioni più a valle erano a contatto da tempo con le merci dei bianchi e, da abili mercanti, decidevano loro il prezzo e non si lasciavano impressionare.
Lewis scrisse che riteneva che i bianchi che entravano nella foce del Columbia per cacciare o commerciare fossero Inglesi o Americani, perché gli Indiani dicevano che parlavano la sua stessa lingua e «ci danno prova della loro veridicità ripetendo molte parole di inglese come moschetto, polvere da sparo, sparo, coltello, lima, dannato mascalzone, figlio di puttana ecc.», ma di non poter dire se questi commercianti venissero da Nootka Sound, da qualche altro trading post o direttamente dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna. Il 20 ottobre 1805 Clark vide un indiano che indossava un giubbotto da marinaio e in un cimitero scoprirono che le merci europee facevano parte delle offerte funebri, tanto erano già entrate nel costume indigeno. Abiti da marinaio, bracciali di ottone, teiere e le coperte rosse della Hudson’s Bay Company denunciavano l’esistenza di un vasto sistema commerciale dalla foce del Columbia fino al grande centro di scambio di The Dalles, che faceva parte del più vasto sistema Pacific-Plateau.

Wishram
Tra le varie merci europee, Lewis e Clark avevano scoperto, a loro spese, che i «Nativi erano smodatamente desiderosi delle più comuni e poco costose perline di vetro blu e bianche di misura media». Le perline blu vendute in stringhe erano le preferite e costituivano il principale mezzo di circolazione tra tutte le tribù del Columbia, per le quali erano disposti a privarsi di qualsiasi articolo in loro possesso. Mentre la base degli scambi tra le tribù dell’Alto Missouri era rappresentata da mais e carne di bisonte, qui gigantesche quantità di salmone disseccato venivano scambiata con altro tipo di alimenti e con merci varie, tra cui gli schiavi, ma anche con giochi, canti, storie e riti dai mediatori di lingua Upper Chinook, Wishram e i Wasco di The Dalles. Il clima e la geografia avevano favorito la zona: un improvviso restringersi del fiume dava luogo alle Lunghe e alle Brevi Strozzature, punteggiate da stazioni di pesca battute da venti caldi e asciutti. I Wishram vivevano sulla riva settentrionale e i Wasco su quella meridionale; anche se il commercio e la pesca erano attuati dalle Celillo Falls fino a The Dalles, il cuore delle trattative era il villaggio principale dei Wishram, Nixluidix, il cui stesso nome significava “luogo di scambio”, all’inizio delle Lunghe Strozzature. A The Dalles confluivano i vicini di lingua Sahaptin, gli Yakima e i Tenino, e i più lontani Umatilla, Walula e Nez Percé e, tramite i rendez-vous degli Shoshoni, le merci della costa raggiungevano i Crow e altre tribù dell’Altopiano e delle Grandi Pianure. Enormi cataste di salmone disseccato e merci americane e britanniche, tra cui le preziose perline di vetro blu e le conchiglie dentalia degli Indiani che vivevano più a nord, provenienti dai mercanti Chinook inferiori, erano scambiate con carne, radici e bacche, “erba orso”, che serviva nella confezione dei canestri e dei cappelli a prova di pioggia, abiti di pelle, cavalli, carne di bisonte e schiavi del Plateau e della California. Il mercato era attivo dalla primavera all’autunno, durante le tre principali risalite dei salmoni, ma la massima attività era in autunno. Lewis e Clark giunsero troppo tardi per vedere la stagione degli scambi al culmine: anche se il fetore di pesce morto aleggiava ancora, accoppiato a enormi sciami di mosche, a metà ottobre la maggior parte degli affari era stata conclusa.


Pesca al salmone dei Wishram

A Lewis e Clark sfuggì anche il significato politico del controllo di The Dalles: gli Upper Chinook, come gli Skilloot, pur non disponendo della potenza militare di altre tribù mediatrici, erano pronti a difendere con la forza il loro ruolo di mediatori commerciali, da cui derivava la loro ricchezza. L’unica reale difficoltà della spedizione fu rappresentata dall’ostilità degli Skilloot. La prima nave a raggiungere la foce del Columbia era stata l’americana Columbia Rediviva nel 1792, seguita nello stesso anno dalle britanniche Chatham e Jenny. A metà degli anni 1790 la foce del Columbia era diventata una sosta regolare del commercio delle pelli di lontra, da Boston e Bristol al Nootka Sound e alla Cina. I capitani mercanti erano attirati dalle pelli di lontra marina, preziosissime, ma anche da quelle di cervo e castoro e dalle corazze di cuoio Chinook chiamate clamon, a prova di freccia e vendute agli altri indiani della Costa Nordovest. Per il 1795 erano diventati routine anche i riti del commercio, che era un gioco e un affare: gli Indiani erano convinti che i bianchi fossero disposti a pagare qualunque prezzo per le pelli di lontra. Le donne indiane mediavano i possibili scoppi di violenza da entrambe le parti.
Verso la fine dell’ottobre 1805, Lewis e Clark raggiunsero Nixluidix. Vi trovarono venti grandi capanne di legno, ognuna delle quali conteneva tre famiglie Wishram. La spedizione scoprì di essere arrivata nel momento in cui stava per terminare un intenso periodo di commercio che era cominciato a metà aprile. Da aprile fino a metà ottobre i salmoni effettuavano il loro viaggio contro corrente verso i luoghi di deposizione delle uova, provvedendo i Wishram di quantità enormi di pesce. Nel suo giornale, Clark annotò di aver visto un totale di 107 cataste di salmone, e stimò il loro peso totale in 4,5 tonnellate.
Lewis e Clark stettero presso i Wisham per poco tempo, e Patrick Gass, primo carpentiere, ammirò tanto le case dei Wishram da annotarle con commenti positivi sul suo diario.
La spedizione fece quel che poteva per promuovere la pace tra le varie tribù indiane della zona, offrendo come di rito medaglie e doni. Prima di partire, i capitani negoziarono un accordo di pace tra Nez Percé e Wishram, avvenimento che fu celebrato la sera stessa con musica e danze.


Kyetami, della tribù Wishram

Chinook
Al di là delle Montagne Rocciose, scendendo lungo il fiume Columbia, dopo il famoso centro commerciale indiano di The Dalles, il Corps of Discovery guidato da Lewis e Clark entrò nel territorio delle piccole tribù di lingua Chinook. Le Lunghe Strozzature di The Dalles, scrisse il commerciante Alexander Ross in seguito, «sono il grande emporio o mercato del Columbia e il teatro generale del gioco e delle furfanterie». I popoli Chinook, divisi dagli antropologi in Upper (superiori) e Lower (inferiori) a seconda della loro collocazione rispetto la foce del Columbia, tra gli attuali stati di Washington e Oregon, non condividevano gli aspetti più elaborati e impressionanti generalmente associati a popolazioni più settentrionali, come i Kwakiutl o gli Haida, ma avevano qualche tratto associabile alle culture del Plateau. Secondo Ray (1937), i Chinook, e in particolare i Lower o Chinook veri e propri, occupavano una posizione intermedia tra le tipiche culture della Costa Nordovest e quelle del Plateau. I tratti più notevoli condivisi con gli altri popoli della Costa Nordovest, che sembrano acquisiti più di recente, erano le distinzioni di classe e rango, il potlatch, le società segrete e la danza dello spirito guardiano. La parola t’sinu’k o chinook, che appartiene ai vicini indiani Chehalis, si riferiva a un villaggio sulla foce del fiume Chinook a Bakers Bay, seguito si estese a coprire i quattro distinti gruppi, chiamati anche Lower Chinook, che vivevano alla foce del Columbia: i Clatsop, i Kathlamet, i Wahkiakum e i Columbia Chinook. Questi ultimi due gruppi, considerati i Chinook veri e propri, abitavano la riva nord del Columbia e la Willapa (Shoalwater) Bay; sulla riva sud c’erano i Clatsop, che parlavano la stessa lingua chinook vera e propria. Più a monte abitavano i Kathlamet; vi erano poi alcuni gruppi di lingua salish, come i Lower Cowlitz e di lingua athapasca, come i Clatskanies e i Kwalhioquas. Gli Upper Chinook del fiume Columbia comprendevano i Multnomah, i Cathlapotte e altri gruppi minori, oltre ai Clackamas che vivevano sulla riva orientale del fiume Willamette.


Sul fiume Columbia

Il 4 novembre 1805 Lewis e Clark descrivevano un villaggio Chinook presso l’attuale Vancouver, stato di Washington: «sbarcammo in un villaggio di 25 case: 24 di queste case avevano il tetto di paglia coperto di corteccia, l’altra casa era fatta di assi di legno, della stessa forma delle altre, tranne che era sopra il terreno e lunga 50 piedi, con il tetto di assi di legno. Questo villaggio contiene circa 200 uomini della nazione Skilloot. Ho contato 52 canoe sulla riva di fronte a questo villaggio, parecchie molto grandi e alte di prua». Il 7 novembre descrissero un altro villaggio: «Questa gente si chiama War-ci-â-cum (Washkiakum) e parlano una lingua differente dai nativi summenzionati con cui commerciano radici wapato di cui fanno grande uso come alimento. Le loro case sono costruite in modo diverso, alzate interamente sopra il terreno di circa 5 piedi, sostenute da pali e coperte allo stesso modo, le porte di circa la stessa ampiezza si aprono però sul lato della casa in un angolo, un focolare solo e questo sul lato opposto, intorno al quale hanno i loro letti rialzati di circa 4 piedi dal pavimento che è di terra. Sotto i loro letti immagazzinano canestri pieni di pesce secco, bacche e radici wapato, mentre sopra il fuoco appendono il pesce che prendono e di cui non fanno uso immediato». I villaggi invernali erano composti da case di legno di cedro americano con tetto a doppio spiovente, che potevano contenere da una a venti famiglie. Le case dei villaggi lungo il Columbia e il Willamette erano di solito schierate lungo la riva. L’entrata era aperta a forma di bocca ovale di una figura umana dipinta, oppure di gambe divaricate di un essere mitico che sosteneva il tetto. L’interno ricoperto di stuoie era profondo circa un metro rispetto la superficie esterna e si raggiungeva tramite una scala. In un luogo centrale scavato ulteriormente c’era il focolare della famiglia con il corrispondente buco del fumo sul tetto costituito da un asse rimuovibile. Villaggi estivi di abitazioni temporanee di stuoie di canne e tetti di legno venivano costruiti nelle aree di pesca, caccia e raccolta.

Il capo della casa era il maschio più alto per classe e rango, ma se non esistevano pretendenti maschili, poteva essere anche una donna. La residenza era patrifocale e in genere in una casa risiedevano tre generazioni, con i loro dipendenti. I figli ricevevano il nome a circa un anno, con una cerimonia e una distribuzione di doni, e potevano cambiarlo in seguito secondo regole prescritte che riflettevano il cambiamento di rango. Alla pubertà le figlie delle famiglie nobili venivano recluse per cinque mesi marcati da due cerimonie, d’inizio e fine, e anche in seguito le donne, e i mariti, dovevano rispettare vari tabù connessi con le mestruazioni. A seconda del rango, un uomo poteva sposare un certo numero di mogli. Nel matrimonio esisteva la distinzione tra i beni propri e quelli dello sposo. Canoe riccamente decorate elevate su pali o alberi con una canoa rovesciata come copertura servivano di solito da sepoltura per i nobili. I villaggi Chinook avevano una società piuttosto stabile, organizzata in base alla distinzione tra liberi, divisi in aristocratici e persone comuni e schiavi. In generale status, classe e rango erano legati alla ricchezza, e questo legame economico permetteva ai comuni di elevarsi socialmente fino ai margini delle classi superiori, tramite lo sciamanesimo, l’arte, la guerra e il commercio. Tuttavia gli aristocratici e gli schiavi, prigionieri di guerra o i loro figli, formavano le estremità di una dicotomia ereditaria. La posizione di capo si basava su diritti ereditari e, tramite accorti matrimoni, abili alleanze e il controllo del commercio, un capo poteva espandere la sua influenza dal proprio villaggio a un’area più vasta. Fu il caso del famoso Concomly dei Chinook veri e propri che, da capo secondario ai tempi di Lewis e Clark, si elevò a diventare l’epitome del “capitaniato” (chiefdom) della regione, per via della sua alleanza con gli Americani ad Astoria, superando di molto in questo modo Taucum, che Lewis e Clark nel 1805 davano come capo principale. All’altra estremità sociale, gli schiavi non avevano diritti neppure sui propri corpi, erano considerati merci, gettati nelle spazzature o in acqua da morti, eventualmente uccisi al funerale del proprietario, svolgevano i lavori più pesanti e anche incarichi delicati, come l’omicidio su commissione. Data l’infima posizione, essere deriso dagli schiavi o essere chiamato schiavo costituiva la perdita della faccia peggiore. In una società dove vigeva l’appiattimento della testa come norma estetica, gli schiavi si distinguevano per i crani rotondi, che denunciavano la loro estraneità, e la loro provenienza da regioni lontane, per via di scorrerie schiaviste e commercio intertribale.

Clatsop
Contrariamente a Fort Mandan, che si trovava molto vicino agli ospiti indiani, Fort Clatsop, due miglia a monte dalla foce del fiume Netul, era lontano da qualsiasi villaggio indiano di una certa consistenza. I più vicini erano i Clatsop e Lewis e Clark visitarono; disegnarono anche la mappa di tre dei loro villaggi: Lä’t’cap , cioè “salmone secco”, il più vicino al forte, cui diede il nome, formato da tre abitazioni in cui vivevano dodici famiglie, tra cui il capo Cuscalar e forse anche Coboway, capo principale dei Clatsop. A nord di “salmone secco” vi era Neahkeluk, formato da otto grandi case, il maggiore degli stanziamenti Clatsop, che per ragioni ignote Lewis e Clark non visitarono mai. «In modo sconcertante, l’inverno a Fort Clatsop non ha storia. (…) A Fort Clatsop gli avvenimenti più importanti furono il viaggio di Clark per vedere la balena arenata, lo scontro di Hugh McNeal con un pericoloso Tillamook, e lo sconsiderato tentativo di rubare ai Clatsop una canoa. (…) A Fort Clatsop le occupazioni essenziali erano ridotte a tre: andare a caccia, cucinare e accomodare. E anche in queste vi era una notevole dose di atemporalità, poiché venivano ripetute tutti i giorni». In parte gli Americani erano depressi per il clima: i diari sono pieni di annotazioni come queste: «Oh!, che giornata orribile, le onde si spezzano con grande violenza contro la spiaggia gettando l’acqua nel nostro campo» (22 novembre 1805) e «i nostri abiti (di cuoio) e quelli dei nostri uomini sono tutti marciti per essere continuamente bagnati … il vento … ha soffiato per 15 o 20 minuti con tale violenza che a ogni momento mi aspettavo di vedere gli alberi strappati alle radici. Qualcuno è stato abbattuto. Quelle ventate furono succedute dalla pioggia. Oh! Che giornata tremenda» (28 novembre 1805). Mentre gli Americani se ne stavano il più possibile tappati nel forte, gli Indiani continuavano a fare gli affari loro senza farsi spaventare dalla pioggia.

I maggiori problemi, che avevano determinato l’isolamento sostanziale del forte, erano dovuti alla difficoltà di rapporti con gli Indiani. Non che questi rappresentassero un pericolo dal punto di vista militare: lo stesso Lewis li aveva definiti «gente mite e inoffensiva» e, d’altro canto, l’epidemia di malattie veneree che aveva indebolito gli uomini del forte, testimoniava grande intimità. I problemi erano culturali: gli Indiani orientali e le tribù delle Pianure corrispondevano più o meno agli stereotipi degli Americani del nobile selvaggio, alto e virilmente guerriero. L’aspetto fisico dei Chinook, invece, non corrispondeva al gusto estetico degli uomini della spedizione, anche se non si facevano scrupolo di andare a letto con le loro donne: «(6 gennaio 1806) sono generalmente bassi di statura, piccoli in proporzione, di carnagione piuttosto chiara e molto peggio formati degli indiani del Missouri e di quelli della nostra frontiera (all’epoca l’Ohio)» e il 24 marzo aggiungevano una descrizione loro malgrado assai accurata: «la loro carnagione non è notevole, essendo del solito bruno rame della maggior parte delle tribù del Nordamerica. Sono bassi di statura, piuttosto piccoli e mal formati; possiedono piedi piatti larghi e grossi, grosse caviglie, gambe storte, bocche ampie con labbra spesse, naso moderatamente largo, carnoso, largo alle estremità con grosse narici, occhi neri e ruvidi capelli neri. I loro occhi sono talvolta di un bruno giallastro scuro, pupille nere. Ho osservato qualche naso aquilino tra loro, ma è estremamente raro. Il naso è generalmente basso tra gli occhi. Il tratto più notevole della loro fisionomia è la particolare piattezza e ampiezza della fronte che ottengono artificialmente comprimendo la testa tra due assi mentre sono infanti e di cui non si
rimettono mai più perfettamente». In effetti è la descrizione di gente che vive molto tempo in barca, mangia pesce e ha una lontana origine asiatica, ma per gli Americani erano solo bassi e deformi, sporchi, malvestiti e malfatti. L’uso di appiattire le teste e legare le caviglie pareva loro barbaro e, nonostante avessero ricevuto ampi favori sessuali tra le Arikara e le Mandan, solo le abitudini sessuali della costa del Pacifico suscitarono aspri commenti. Fin dai loro primi incontri in novembre, i capitani non si fecero scrupolo di bollare le donne Chinook come meretrici che vendevano i loro corpi per qualche gingillo o pezzo di nastro. Clark una volta scrisse che le Chinook facevano l’amore in pubblico, ma le Clatsop avevano l’aspetto diffidente e riservato.


Ilchee, figlia del capo Chinook Comcomley

In realtà, l’arrivo dei commercianti dal mare aveva dato alle donne Chinook una parte sempre più importante nell’economia indiana. Le donne gestivano personalmente il commercio sulle loro canoe piene di merci e divennero le principali intermediarie tra i capitani delle navi e gli uomini della tribù. «Questa gente sembra considerare la sensualità come un male necessario e
non sembra aborrirla come un crimine nelle ragazze nubili», scriveva puritanamente Clark , «Le giovani femmine sono liete dell’attenzione dei nostri uomini e sembrano incontrare l’approvazione dei loro amici e parenti per ottenerne i favori» e «Non tengono la virtù delle loro donne in alta stima e prostituiranno le loro mogli e le figlie per un amo da pesca o un filo di perline». Quando pioveva anch’esse usavano mantelle e cappelli di fibra impermeabili e molti ornamenti di rame, ferro e perline blu e bianche e si tatuavano molto più degli uomini. Le donne che realizzavano accordi personali con i commercianti portavano ricchezza nella famiglia e il sesso faceva parte degli affari. Una delle ragazze incontrate il 21 novembre 1805 oltre ai vari tatuaggi, un simbolo di distinzione, aveva tatuato sul braccio sinistro le lettere “J. Bowman”, il nome di un commerciante. Mentre gli Indiani delle Pianure spingevano le loro donne ad avere rapporti sessuali con i bianchi per carpirne il potere spirituale, i Chinook e gli altri Indiani della Costa Nordovest, la cui vita girava intorno al rango, al prestigio derivante dalla ricchezza e dal commercio, consideravano il sesso un sistema come un altro per accumulare merci pregiate, che indicavano potere e prestigio.
Eppure i capitani avevano avuto occasione di rendersi conto, in modo contorto, dell’alto status femminile sulla costa: «In comune con le altre nazioni selvagge essi fanno eseguire alle loro donne ogni specie di lavoro pesante. Ma in quasi ogni specie di questi lavori partecipano anche gli uomini, le loro donne sono anche costrette a raccogliere le radici e ad aiutarli a pescare, articoli che formano gran parte della loro sussistenza; nonostante il modo servile in cui trattano le loro donne, essi rispettano molto di più il loro giudizio e le loro opinioni per molti versi che non le altre nazioni indiane; le donne possono parlare liberamente di fronte a loro, e
talvolta sembrano comandare con un tono di autorità; essi in genere le consultano nei loro affari e agiscono in conformità con le loro opinioni».
Donna Chinook con bambino
La sorte delle donne però era peggiore di quella degli uomini. Finché non si sposavano, le ragazze erano di proprietà del padre, del fratello o del parente maschio più prossimo; i mariti le acquistavano e le mettevano a lavorare per potersi comprare altre mogli, le vendevano, le perdevano al gioco o le uccidevano. Alla morte del marito, non ereditavano, ma la proprietà passava al figlio maschio maggiore, sepolta nella tomba o distrutta e loro finivano sotto la cura dei cognati. Lewis descrisse il carattere Chinook come generalmente allegro, ma mai ridente. «Con noi la loro conversazione verte sul commercio, sul fumo, sul cibo o sulle donne; di queste ultime parlano in loro presenza, senza alcun problema, di ogni parte del corpo e dei rapporti più intimi». Erano ospitali e quando Clark visitò una casa Clatsop fu trattato «con amicizia straordinaria» e nella loro vita familiare regnava «la massima armonia»; erano dotati di «buona memoria», «molto loquaci e curiosi». Lewis osservò nel suo diario che, contrariamente agli Indiani delle Pianure, i Chinook non abbandonavano i vecchi alla morte, ma ne avevano cura. Tuttavia, oltre a non avere l’aspetto che i capitani pensavano dovessero avere gli “Indiani”, i Chinook in gran parte si comportavano come commercianti Yankee, e per dei Virginiani questo non era davvero un complimento. «Perciò penso che questo tratto del loro carattere provenga da un’avara predisposizione ad arraffare. Sotto questo aspetto essi sono diversi da tutti gli altri Indiani che ho mai conosciuto, perché la loro predisposizione invariabilmente li obbligava a dar via quello che possedevano, non importa quanto utile o di valore, per un gingillo che solleticasse la loro voglia, senza badare all’utilità o al valore».
Nulla di tutto ciò avveniva con i Chinook, che commerciavano con i bianchi da anni; infatti, tra il 1788 e il 1803 più di cento navi americane (per lo più da Boston, da cui il nome con cui gli Indiani chiamavano gli Americani in generale) avevano commerciato pellicce, per non parlare di Re Giorgio (gli Inglesi), degli Spagnoli e dei Russi. Era il mediatore indiano che faceva il prezzo, che i capitani trovarono invariabilmente troppo caro per le loro scarse risorse, mentre gli Indiani non sapevano cosa pensare di questi Americani pitocchi, che venivano da terra, anziché dal mare e non conoscevano né le buone maniere in fatto di doni né erano veri commercianti, dato che avevano scarse merci.


“Totem Pole” – British Columbia

Presto i Clatsop, che diventarono subito soci commerciali della spedizione, impararono che gli Americani non volevano pellicce, ma soprattutto cibo, dato che, nonostante il tentativo di autosufficienza alimentare, dovevano dipendere dai mercanti Clatsop. Il forte, comunque, non fu mai considerato un mercato importante dagli Indiani, che in quattro mesi vennero a commerciare solo ventiquattro volte. Prezzi elevati e qualità scadente impedivano il commercio, e i capitani dovettero imparare che i loro interlocutori indigeni chiedevano il doppio o il triplo del valore di ciò che volevano vendere e non accettavano mai meno del valore reale dell’articolo, sempre che il prezzo fosse conveniente. Mentre un bottegaio Yankee avrebbe considerato un complimento la definizione di “venditori taccagni”, che non chiudono un affare se non pensano di guadagnarci, appioppata ai Chinook dal sergente Ordway nel suo diario, date le circostanze di debolezza commerciale americana e la provenienza sudista, la definizione intendeva essere spregiativa. Lewis, dal canto suo, affermò che i Clatsop erano «grandi strozzini in commercio che, rendendosi conto che voi avevate bisogno di qualcosa, erano disposti a discutere un giorno per una manciata di radici» e che gli Indiani della costa possedevano «un’avara tendenza ad ottenere il massimo possibile».
Furono i furti che fecero diventare paranoici e quasi violenti gli Americani: «Questa gente e gli altri che risiedono nelle vicinanze e parlano la stessa lingua sono stati molto amichevoli con noi; sembrano gente mite e inoffensiva ma ti deruberà se hanno la possibilità di farlo quando pensano di non essere visti». I furti, che raggiunsero il loro massimo nel tratto tra le Celillo Falls e le Cascades, tormentarono la spedizione, come in seguito avrebbero tormentato quelli che la studiarono, spingendo gli uomini a una tale esasperazione che i capitani furono costretti a frenare gli istinti omicidi dei propri uomini, salvo minacciare di morte in varie occasioni gli Indiani, se venivano sorpresi a rubare. In realtà i furti derivavano da un’incomprensione culturale reciproca, dato che tra loro gli indiani non si derubavano: gli americani del Corps of Discovery possedevano più oggetti di quanti ne servissero e gli Indiani avevano faticato trasportando canoe e pacchi attraverso i passaggi che permettevano di passare le cascate. Appropriarsi di oggetti di scarso valore come coltelli e coperte era un riconoscimento dei servizi resi.


Fort Clatsop – dipinto di John F. Clymer

Secondo Ronda, i Chinook volevano che Lewis e Clark riconoscessero la loro importanza: «Il furto di una scure era inteso a ricordare ai bianchi la necessità di offrire rispetto e attenzione ai signori del commercio sul Columbia». Peccato che i capitani, i loro uomini e altri commercianti americani che giunsero in seguito sul Columbia, li considerarono solo abili commercianti e ladri astuti. Per questo motivo la vita a Fort Clatsop fu dominata dallo slogan “niente Chinook”. Contrariamente a Fort Mandan, dove gli Indiani pernottavano regolarmente, e alle abitudini degli inglesi della Hudson’s Bay Company, a Fort Clatsop il sergente di picchetto e due uomini armati sbattevano fuori gli ospiti indiani al crepuscolo, fossero venuti a commerciare o a fare visita di cortesia; tranne in un paio di occasioni, anche i capi venivano accompagnati alla porta e dovevano passare la notte nei boschi con qualunque tempo. Nonostante l’atteggiamento virtuoso, Lewis e Clark rubarono con l’inganno una canoa a Coboway, un capo Clatsop definito da loro stessi «amichevole e onesto» e «gentile e ospitale» senza alcun rimorso, anzi tentando goffamente di giustificarsi nei diari. Le canoe, scavate in un singolo tronco con un’ascia ricavata da una lima usata o con una pietra attaccata a un manico di legno, erano oggetti di grande costo e avevano un proprio mercato lungo la Costa Nordovest. Dall’Isola di Vancouver al fiume Columbia predominavano gli stili Nootka e Chinook. La cosiddetta canoa chinook era lunga sette- dieci metri, decorata con animali o figure araldiche e pezzi di conchiglia, con la chiglia piatta, un pezzo di legno separato fissato come ponte sopra la prua tagliata da sotto e una poppa verticale. Era fabbricata dai Nootka dell’Isola di Vancouver, che la scambiavano, in genere tramite la mediazione dei Makah, dei Quinault o dei Quillayute, in cambio di olio di balena, grasso di balena o halibut secco. I Chinook avevano anche altri tipi di canoe oceaniche ottenute dai popoli del nord con gli scambi: la “tagliamare”, così chiamata per via di un’asse tagliamare fissata sulla prua, era lunga fino a 15 metri, trasportava 12 persone e un notevole carico. Era usata anche per le sepolture dai Chinook e dai Clatsop.


Canoa funebre Chinook

La canoa a prua di pala, dalle tipiche prua e poppa affilate, lunga 3-4 metri con 2-3 rematori, era l’unica che si spingeva sopra The Dalles. La più impressionante era la doppia tagliamare, di oltre 10 metri, con due assi tagliamare a prua e a poppa, entrambe decorate con grandi sculture totemiche. A queste canoe si aggiungevano vari tipi di piccole canoe da caccia. Il furto di una canoa, che gli Americani non potevano permettersi di comprare dato l’esiguo capitale di merci loro rimaste, viene stigmatizzato da Ronda come «particolarmente sordida (storia) di inganno e di amicizia tradita … il furto premeditato di una canoa Clatsop in aperta violazione delle leggi indiane e della politica perseguita dalla spedizione … si trattò di una storia ammonitrice: insomma, di una storia che mise a nudo la moralità dei bianchi nei confronti degli Indiani nei duri anni a venire».


Canoe da cerimonia Qagyuhl

Addio a Fort Clatsop
Il 23 marzo 1806 il Corps of Discovery lasciò Fort Clatsop, regalandolo a Coboway, anche se in realtà gli Americani avevano usato le assi di un villaggio Clatsop abbandonato, legname Clatsop tagliato su terra Clatsop. Lewis affermò nel suo diario che, anche se non erano riusciti a incontrare i commercianti bianchi (benché il brigantino Lydia visitasse la zona nello stesso periodo), tutti gli scopi della spedizione erano stati raggiunti, ma questo non era esatto. L’etnografia dei capitani, mai fine a se stessa, era sempre mirata a servire la politica del governo del presidente Jefferson e l’espansione commerciale americana, ma il parziale isolamento a Fort Clatsop, causato soprattutto dalle difficoltà culturali, la rese monca: Lewis e Clark, cui interessava in modo particolare il sistema commerciale indiano e il commercio delle pellicce, ignoravano da dove esattamente venissero i commercianti bianchi e il ruolo fondamentale delle Hawaii come sosta di rifornimento per la Cina. Nelle Pianure i capitani avevano applicato un metro di giudizio forse rozzo, ma semplice: Mandan, Arikara e Hidatsa erano potenziali clienti degli Americani, e così Flathead, Shoshoni e Nez Percé e quindi erano buoni indiani. Sioux e Assiniboin, invece, erano giudicati aspramente più che per ragioni intrinseche, per il semplice fatto che erano alleati degli Inglesi, all’epoca avversari della giovane repubblica americana. I Chinook, invece, uscivano dai comodi schemi, costruivano splendide canoe e vasellame di legno, ma sedevano come rane e la loro lingua sembrava il verso delle galline; vivevano in villaggi, ma non erano agricoltori, commerciavano come Yankee e preferivano gli affari alla guerra, tanto da non avere neppure capi di guerra specializzati. La “Valutazione degli indiani occidentali”, iniziata a Fort Clatsop, rivista durante il viaggio e annotata successivamente da Clark, è assai meno soddisfacente della gemella “Valutazione degli indiani orientali” scritta a Fort Mandan: mentre la descrizione botanica e degli oggetti della vita materiale è assai precisa, le informazioni sugli Indiani della ragione sono assai più schematiche e, soprattutto per certe popolazioni come i Tillamook o gli stessi Chinook veri e propri, sono piuttosto approssimative. La distanza mentale e fisica, la mancanza di interpreti e mediatori culturali come i commercianti impedirono l’accumularsi di informazioni che avevano caratterizzato il soggiorno a Fort Mandan.


Villaggio del Nord Ovest

Anche l’attività diplomatica fu letargica, nonostante la distribuzione di alcune medaglie e di una bandiera, oggetti associati in generale all’accettazione della sovranità americana, né vi furono tentativi ingenui e ottimistici di stabilire paci intertribali o di incontrare i capi più importanti dei Chinook. Con il passare del tempo, gli storici hanno preso a considerare i Chinook visti da Lewis e Clark come “una razza decadente”. Il famoso Bernard DeVoto li descrisse come «ottusi, ladri, bugiardi impestati di gonorrea e di sifilide» e il fotografo E. S. Curtis dichiarava che, in comune con gli altri Indiani della Costa Nordovest, erano insolitamente licenziosi e la castità vi era praticamente sconosciuta. In generale i Chinook godono di cattiva stampa, che li ha definiti una cultura in declino a quell’epoca. Nulla di più falso: i popoli Chinook, infatti, si erano ripresi dalla devastante epidemia di vaiolo del 1783 e all’epoca dell’arrivo del Corps of Discovery stavano vivendo un periodo di grande prosperità per via del commercio marittimo che aveva aumentato enormemente la loro ricchezza, un fatto ricordato anche nelle loro tradizioni. Quando i commercianti euroamericani giunsero dall’Isola di Vancouver alla foce del Columbia, portarono con sé una conoscenza assai semplificata del Nootka: i Chinook accolsero molto in fretta le parole Nootka nella pronuncia dei commercianti. Lewis e Clark non impararono mai il gergo Chinook, la lingua franca della Costa Nordovest, ma annotarono nei loro diari frasi come questa, scambiandola per la vera lingua Chinook: «Clouch Musket, wake, comma-tax Musket», cioè “bel fucile, non conosco questo tipo di fucile”. I due capitani non si resero conto che, tranne “musket”, tutte le altre parole venivano dal Nootka.
Il Corps of Discovery incontrò anche i Tillamook, di lingua Salish, sulla costa nordoccidentale dell’Oregon, in occasione della famosa balena arenata che Sacajawea insistette tanto per vedere. Quando giunsero, però, la balena era stata quasi del tutto privata del grasso e della carne. Il villaggio Tillamook di Necost, presso i Killamox, fu il più meridionale sulla costa dell’Oregon raggiunto dai capitani.


Mappa delle tribù dell’Oregon al 1770

Il viaggio di ritorno

Blackfoot
Nel mese di maggio 1806 la spedizione, nel ritorno, raggiunse i Nez Percé, ma dovette attendere lo scioglimento delle nevi prima di poter tentare di attraversare i monti Bitterroots. In quel periodo gli uomini impararono un gioco “di base” con gli Indiani, che ancora una volta li rifornirono di cibo. Dopo aver riattraversato i Bitterroots, nella località che fu chiamata “Travelers Rest” la spedizione si divise in unità più piccole, in modo da esplorare il più possibile del territorio della Louisiana. Clark condusse un gruppo discendendo il fiume Yellowstone; Lewis prese la scorciatoia verso Great Falls ed esplorò gli accessi più settentrionali del Marias River (e quindi del territorio della Louisiana). Un altro gruppo continuò a seguire il corso del Missouri, mentre un quarto fece un deviazione tagliando un’ansa dello stesso fiume.


Travelers Rest

Raggiunto lo Yellowstone (con l’aiuto delle indicazioni di Sacagawea), il gruppo di Clark rientrò nelle Grandi Pianure, costruì due canoe, restò bloccato sul fiume da un’immensa mandria di bisonti, e poi arrivò ad un enorme macigno affiorante ad est dell’odierna città di Billings. Clark lo chiamò “Pompey’s Tower”, in onore del figlio di Sacagawea, soprannominato “Little Pomp”. Sulla superficie della roccia Clark scolpì il suo nome e la data – la sola prova materiale che il Corps of Discovery lasciò sul territorio che sopravvive ancora oggi.
Nello stesso tempo, Lewis con tre uomini erano lontani 300 miglia, vicino al confine canadese, nei pressi dell’attuale Cut Bank.


Clark sullo Yellowstone – dipinto di Jim Carson

Nel viaggio d’andata il Corps of Discovery non aveva incontrato i Piedineri, pur attraversando il loro territorio.
I Blackfoot erano partners commerciali fissi degli Inglesi stanziati nel Canada, e nelle loro frequenti visite ai posti di commercio, scambiavano pelli di volpe e di castoro con fucili, munizioni e alcol. Questo tipo di relazione commerciale durò più di vent’anni, durante i quali i Blackfoot, armati di fucili, riuscirono a dominare i loro rivali Nez Percé e Shoshoni.
Il 26 luglio, tornando verso il Missouri, Lewis incontrò otto guerrieri Blackfoot. Dopo che cessò il timore iniziale della vista di stranieri armati, gli Indiani decisero di accamparsi con gli Americani. In questo incontro Lewis spiegò l’intenzione americana di concludere una pace completa tra tutte le tribù indiane dell’Ovest. Aggiunse anche che Nez Percé e Shoshoni – mortali nemici dei Blackfoot – avevano già accettato questa pace, e a causa di ciò avrebbero ricevuto fucili e provviste. Per il Blackfoot i piani americani rappresentavano una minaccia diretta. Il coinvolgimento delle altre tribù, con la consegna di fucili a loro mani, poteva soltanto risolversi in un indebolimento della potenza dei Blackfoot. Quella notte i Blackfoot tentarono di rubare i fucili della spedizione. Il tentativo venne scoperto e, nella sparatoria che ne seguì, due guerrieri rimasero uccisi. Fu il primo episodio di spargimento di sangue tra gli Indiani dell’Ovest e rappresentanti degli Stati Uniti, e l’unico che si verificò nell’intera durata della spedizione. Lewis lasciò una medaglia di pace attorno al collo di uno degli uccisi, perché gli Indiani “potessero essere informati su chi fossimo noi”. I Blackfoot sopravvissuti tornarono alla loro tribù e comunicarono ciò che avevano appreso circa le mire americane sulla regione. Da quel momento in avanti, i Blackfoot guardarono agli Americani con ostilità, e agirono di conseguenza nei loro confronti. Per ironia della sorte, negli anni seguenti le spedizioni di guerra Blackfoot sarebbero state responsabili della morte di tre degli ex membri del Corps of Discovery.
Dopo quell’episodio, Lewis e i suoi esploratori si allontanarono al galoppo, cavalcando per 24 ore filate, giunti sul Missouri incontrarono il gruppo con le canoe, e pagaiarono tutti verso il luogo d’incontro con il gruppo di Clark.


Incontro con i Blackfeet

Fine del viaggio

Il 12 agosto, alla foce dello Yellowstone, la spedizione fu finalmente riunita. Il 14 arrivò al villaggio dei Mandan. Uno dei partecipanti, John Colter, chiese e ottenne il permesso di lasciare la compagnia e ritornare sullo Yellowstone a mettere trappole per i castori (e divenne uno dei primi “mountain men” americani).
I capitani salutarono Sacagawea e Charbonneau, e partirono discendendo il Missouri. Riuscirono a coprire fino a 70 miglia al giorno, spesso non fermandosi nemmeno per procurarsi della cacciagione, in modo da tornare a St. Louis il più presto possibile. Giunti al campo dei Sioux Teton, ebbero un aspro scambio di parole con Bisonte Nero, il capo tribù. E discendendo il fiume incontrarono molti battelli di commercianti americani che già stavano risalendo la corrente, verso quella parte appena acquisita della nazione.
L’ultimo giorno del Corps of Discovery fi il 23 settembre 1806, quando fu raggiunta St. Louis. Essendo stati lontani circa due anni e mezzo, erano stati dati per morti dai cittadini, che li accolsero entusiasticamente.


“The Return to Saint Louis” – dipinto di Stanley Meltzoff

In autunno furono invitati a Washington dal Presidente. Erano diventati eroi nazionali: in ogni città per cui passavano venivano dati balli e feste in loro onore. Gli uomini della spedizione ricevettero doppia paga e 320 acri di terra; i capitani ebbero 1600 acri.
Lewis venne nominato governatore del Territorio della Louisiana, e Clark Agente Indiano per l’Ovest e Brigadiere Generale della milizia del territorio.
Sacagawea non ricevette nulla in cambio dei suoi servigi, mentre Charbonneau ricevette 500 dollari e 320 acri di terra. Comunque, lei venne menzionata in una lettera di Clark diretta a Charbonneau del 20 agosto 1806, che afferma: «La tua donna, che ti ha accompagnato lungo quel percorso lungo, pericoloso e difficile fino all’Oceano Pacifico e ritorno, meritava una ricompensa maggiore per la sua attenzione e i suoi servigi su quella via di quanto non fosse in nostro potere darle».

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