Vita da soldato durante la Guerra Civile

Chi non sapeva leggere e scrivere si faceva aiutare da un amico,o dal cappellano del reggimento, o da qualche sottufficiale o ufficiale che si rendeva disponibile. I soldati scrivevano a casa delle battaglie, della vita nel campo, degli amici, del tempo che faceva e anche del loro stato d’animo, della loro salute e delle sofferenze vissute.


L’impegnativo momento della scrittura di una lettera ai propri cari


Un’edicola del tempo

Ma non era tanto importante quello che scrivevano, o quello che era scritto nelle lettere ricevute: ciò che importava veramente era sentirsi sempre legati agli affetti di casa, e sperare in una risposta sollecita. Naturalmente, i soldati scrivevano anche lettere d’amore alle mogli e alle fidanzate. Queste lettere traboccano di esternazioni di affetto, di attestazioni e promesse di fedeltà; e, nonostante si vivesse in un’epoca di grande sentimentalismo, dove il corteggiamento era di uno stile ancora a tratti “medievale”, e la sessualità fortemente repressa, non mancavano lettere “calde”: “Cerca, se puoi, di far provvista di sonno – scriveva una moglie al marito – perché quando tornerai a casa non ti farò dormire per una settinana di seguito e ti terrò tutte le notti tra le mie braccia!”.
Il soldato James Goodwin si vide recapitare per il Natale ’62 una lettera in cui la giovane mogliettina gli ricordava la loro recente luna di miele: “…la notte quando per la prima volta siamo stati a letto insieme, l’un l’altro godendo delle più grandi fantasie di piacere che l’anima e il corpo avessero mai avuto…”


Una… professionista del sesso a pagamento, in gergo “Hooker”

Se da un lato ciò poteva essere di conforto, dall’altro metteva alla prova la capacità di resistere alla tentazione di avere una donna. E le occasioni non mancavano: sia a Richmond che a Washington (città nelle cui aree le armate sudiste e nordiste rimasero per parecchio tempo) pare che ci siano state più di settemila prostitute, in oltre quattrocento bordelli: praticamente, un bordello ogni dieci case! E se i soldati non riuscivano a recarsi lì, ci pensavano loro, le prostitute, a raggiungerli nei campi… magari mettendosi anche l’uniforme! Una curiosità: la prostituta era chiamata “hooker”, come il cognome di un maggior generale dell’Unione. Ma c’era un nesso veramente? Il maggior generale Joseph Hooker era noto per essere un grande… puttaniere. Dicevano che “un uomo e una donna per bene dovevano girare alla larga dal suo quartier generale”. Per questo motivo si creò la leggenda che le prostitute fossero chiamate col suo nome. Pare, invece, che le “professioniste” fossero chiamate così ancor prima della guerra civile. Il che non dovrebbe sorprendere, perché il verbo inglese “to hooker” significa accalappiare, aggangiare, e il sostantivo”hook” significa gancio, amo. Quindi, in senso figurato, adescare, prendere con l’amo gli uomini. Il prezzo da pagare per la “debolezza”, oltre al denaro, era il rischio di contrarre una malattia venerea. Allora erano guai, perché non si conoscevano gli antibiotici. Le cure andavano da impacchi di whiskey, applicazioni di resine di pino, radici, erbe… a farmaci a base di nitrato d’argento, solfato di zinco, mercurio; ma nessuno di questi rimedi funzionava in modo soddisfacente.


La degenza negli ospedali da campo poteva essere terribile

Malattie veneree comprese, la situazione igienico-sanitaria durante la Guerra civile (ma possiamo tranquillamente allargare il discorso a tutte le altre guerre del XIX secolo) era tutt’altro che confortante.
Per gli uomini soli ci furono anche rare occasioni per nuovi incontri, e se capitava che un soldato riuscisse a “farsi la ragazza”, andava in estasi, diventava poeta e scriveva a casa idealizzandola al massimo.
Alcuni però non persero il senso della realtà: “Non ho abbracciato una ragazza da così tanto tempo che ormai sono…fuori esercizio!” – si lamentava un soldato.
Al campo le notizie “dal mondo” arrivavano coi giornali. Molto noti e diffusi erano i nordisti Harper’s Weekly e New York Illustrated News, e nel Sud il Southern Illustrated News. Ma innumerevoli erano i notiziari locali, editi anche in piccole città, e i soldati potevano inoltre acquistare presso i venditori, che giravano tra gli eserciti con i loro carretti, riviste e romanzi: si andava da semplici novelle popolari e patriottiche, a pubblicazioni di romanzi classici, dai “Tre moschettieri” ai “Miserabili”, o ai romanzi di Walter Scott, che erano richiestissimi, o addirittura classici latini e greci, per non dire di Shakespeare; ma abbondavano anche romanzi “da quattro soldi”, spesso licenziosi, che provenivano in gran parte dall’Europa. A partire dal 1862 cominciarono a essere pubblicate “Memorie”, resoconti di guerra, o romanzi che vertevano proprio sugli avvenimenti appena trascorsi della Guerra Civile, e andarono a ruba.


Un punto di distribuzione della Bibbia

Ma il libro di gran lunga più diffuso tra i soldati di entrambe le parti, ed effettivamente anche letto, fu la Bibbia. La U.S. Cristian Commission provvide a renderne disponibili decine di migliaia di copie. Negli accampamenti operavano diverse organizzazioni religiose, e c’erano i cappellani dell’esercito. Le funzioni religiose erano svolte regolarmente e venivano molto seguite… specialmente prima delle battaglie: i soldati promettevano di cambiar vita, di smettere di bere, e buttavano via carte e dadi… salvo poi cercare di recuperarli a battaglia finita, e avendo scampato la pelle!
Padre Colby
A parte ciò, bisogna dire che la religione era molto sentita e praticata dai soldati, sia del Sud che del Nord e i cappellani svolsero un ruolo importante di sostegno sia spirituale che materiale, operando come infermieri negli ospedali e assistendo gli uomini in ogni circostanza. Il più famoso ed esemplare tra tutti fu sicuramente il prete cattolico padre William Corby, cappellano della famosa “Irish Brigade”. Padre Colby dimostrò dedizione ed eroismo, seguendo i soldati fin nel pieno dell’azione, sotto i proiettili.
In alcuni reggimenti, sia nordisti che sudisti, i Colonnelli allestirono nei loro campi piccole biblioteche, dotandole di libri che loro stessi andavano in giro a reperire. Il Generale Morgan, uno tra i più famosi comandanti della cavalleria confederata, fece uscire periodicamente e per due anni, una rivista della cavalleria, la “Vidette”: un buon modo per intrattenere i suoi soldati… e “rompere le scatole” agli Yankees! Erano lette anche opere teatrali, e si allestirono piccole compagnie teatrali reggimentali. Il 50° Reggimento del Genio di New York, ad esempio, nel 1864 aveva addirittura costruito un teatro fuori le trincee di Petersburg, dove si esibivano i suoi attori, gli “Essayons”: i duri veterani di guerra si procuravano dalle donne del posto gonne e cappellini e recitavano anche ruoli femminili! Le compagnie teatrali reggimentali erano molto richieste, in primo luogo perché non costavano nulla; e poi perché mettevano in scena anche commedie comiche che parodiavano gli ufficiali nelle loro pompose uniformi, i giudici delle corti marziali e la vita nel campo in genere, in tutti i suoi aspetti più detestati o divertenti.
Ma erano le reclute i bersagli preferiti dei lazzi dei soldati. Quando un “pivello”doveva svolgere per la prima volta il suo turno di guardia di notte, i compagni si avvicinavano quatti, lo insospettivano, e dopo che per alcune volte aveva ripetuto sempre più allarmato: “Chi va là?…chi va là?”, gli riversavano addosso pernacchie, parolacce, battutacce!


“Volontari” sudisti

A una recluta arrivata alla tenda con il suo equipaggiamento nuovo, dissero che il Quartiermastro lo aveva imbrogliato perché non gli aveva consegnato “il suo ombrello d’ordinanza”: e l’ingenuo tornò indietro a protestare: “voglio l’ombrello d’ordinanza che mi spetta!”. L’ilarità non era solo per le reclute. Nei campi invernali i soldati si divertivano a gettare manciate di polvere nera nei comignoli delle baracche; oppure li tappavano con coperte o assi per far saltare fuori, magari nella neve, mezzo affumicati, quelli che erano dentro.


Il gioco del baseball


Ci si divertiva anche tirandosi le palle di neve

Se a uno veniva in mente di fare il verso della gallina o della mucca, dopo poco tutto il campo risuonava di “coccodè” e muggiti e gli ufficiali schizzavano fuori dalle tende per la reprimenda! Al campo si praticava anche del “sano” sport. I soldati organizzavano incontri di boxe, gare di corsa a piedi, su carriole o animali. Famosa fu la corsa sui maiali che si fece a Vicksburg nel 1862. Purtroppo finì male: un soldato perse il controllo della cavalcatura, che si buttò in una scarpata uccidendo il suo cavaliere. I soldati “piansero” il loro compagno cucinando la sera stessa il maiale reo dell’incidente: una strana forma di vendetta… non priva di un certo “humor nero”! Ma, più di tutti, era il baseball il divertimento sportivo preferito. Si trattava di una forma nascente e ancora primitiva del più popolare sport americano. Si dice che a inventarlo sia stato il generale nordista Doubleday, ma è una tesi contestata.


Una corsa nei barili poco divertente. Era una punizione!

D’inverno lo sport più praticato era giocare a palle di neve. Succedeva spesso che incontri iniziati da piccoli gruppetti, si allargassero a interi reparti, e divenissero quasi delle vere e proprie battaglie, come quella del 1864, nel campo invernale di Dalton in Georgia: ne rimase coinvolta tutta l’Armata del Tennessse (sudisti), con i Generali che guidavano le fazioni opposte; si usarono anche proiettili di ghiaccio e alla fine non si contarono ossa rotte, occhi neri e denti caduti!
Al soldato, insomma, piaceva divertirsi, e la brutalità della guerra non riuscì mai a indebolire la sua voglia di ridere e scherzare. Forse era l’unico modo di reagire. La guerra civile americana infatti fu “una faccenda molto seria”: durante il conflitto furono mobilitati circa 4 milioni e1/2 di uomini; 3 milioni al Nord e 1 milione e 1/2 al Sud. I morti furono più di 600.000, una cifra che rappresenta il 15,2% dei mobilitati: è tanto, se si pensa che durante la Prima Guerra Mondiale, in Italia i mobilitati furono 5.615.000 e i morti 650.000, che significa l’11,58%. Gli USA ebbero nel primo conflitto mondiale 116.000 morti su 4.355.000 mobilitati, cioè solo il 2,7%!
Oltre ai morti in battaglia, ma anche per malattia e conseguentemente alle ferite, vanno aggiunte almeno 400.000 persone che subirono invalidità permanenti di varia gravità, dalla perdita di un occhio, alle due gambe o braccia.
Ma non fu la baionetta a provocare tante vittime, e i casi di tetano causati da tagli infetti furono pochi.
Furono invece i proiettili dei moschetti a essere micidiali. Il proiettile di piombo all’impatto si deformava e penetrando produceva un vero sconquasso dei tessuti umani. La velocità del proiettile non era tale da surriscaldare il piombo e uccidere i germi che trasportava; inoltre nel corpo penetravano frammenti di stoffa che presto producevano infezione: pus e gangrena furono le “bestie nere” di quei tempi di guerra.


Interventi senza troppi fronzoli

Cosa assai grave era la totale mancanza di “sterilità” dei ferri chirurgici e di qualsiasi altra cosa che veniva a contatto con la ferita: se il medico si lavava le mani prima di operare era già un successo! Si calcola che circa 100.000 soldati nordisti e 90.000 sudisti morirono a causa delle ferite infette e circa il 25% degli interventi di amputazione portarono alla morte. Ma si registrano anche casi di morte a causa delle inalazioni di cloroformio ed etere (di solito mescolati) che erano usati come anestetici. Morfina e oppio venivano largamente usati per alleviare le sofferenze: i medici di allora non avevano ancora acquisito il concetto di “dipendenza e assuefazione”, cosicché molti soldati tornarono a casa ridotti a tossico-dipendenti. Anche la degenza post-operatoria era un periodo ad elevato rischio: potevano insorgere complicazioni polmonari che portavano ineluttabilmente alla morte perché non esistevano farmaci adatti.


Un vasto campo ospedaliero

Ma ci si ammalava, e spesso si moriva, anche di dissenteria, di tifo intestinale (Salmonella), di morbillo, di malaria, di tubercolosi… Morirono più soldati negli ospedali che sul campo di battaglia!
Le fratture e le ferite devastanti facevano si che l’arto colpito divenisse naturalmente irrecuperabile, e nel timore che ciò avvenisse (non avendo né tempo né attrezzatura, e neanche le conoscenze corrette per gli adeguati interventi ) i medici procedevano con estrema disinvoltura alle amputazioni, che i pazienti talvolta non superavano. Allo scoppio della guerra, i medici preparati erano solo 98 nell’Unione e 24 nella CSA! Alla fine della guerra se ne contavano migliaia, accanto a centinaia di migliaia di civili che si offersero come infermieri: si può ben immaginare quale sia stato il loro livello di preparazione! In ogni caso, il percorso di studio che portava a quell’epoca negli USA alla formazione professionale di un medico non è paragonabile a quello europeo. In Europa servivano quattro anni, dopo i quali il medico usciva con una preparazione oltre che teorica, anche clinica; e le Università europee disponevano di laboratori e attrezzatura specifica. In America, anche in importanti Università del Nord, come Princeton o Yale, il Corso di Medicina durava un solo anno…due anni erano “consigliati”! Ad Harvard, fin verso la conclusione della guerra, non c’era neanche uno stetoscopio! La guerra civile diede allora un fortissimo ”scossone” al sistema sanitario americano, in tutte le sue branche e contribuì in modo determinante a farlo evolvere. E’ importante osservare, poi, che al momento del reclutamento non c’era accertamento delle condizioni fisiche e relativa selezione: andavano a fare il soldato praticamente tutti quelli che si presentavano, adatti o no che fossero alle condizioni di vita militare, che all’epoca erano particolarmente dure.
Una cucina rustica
Il cibo di scarsa qualità e quantità, e spesso avariato e contaminato,la stanchezza, lo stress per le battaglie, il troppo caldo o il troppo freddo subiti, gli “standards” igienici ben lontani da quelli di oggi, determinavano una rapida e implacabile selezione naturale nelle fila degli eserciti.
Ma come si nutrivano i soldati?
Bisogna innanzitutto distinguere tra i periodi che passavano in relativa calma, quando non c’erano battaglie o grossi spostamenti e quelli che invece li vedevano impegnati in campagne e scontri.
Nel primo caso, i soldati si organizzavano e formavano nell’accampamento gruppetti addetti alla mensa, ripartendosi tra loro le mansioni di cuoco e inserviente. Le provviste arrivavano senza particolari problemi, con il massimo in quantità e qualità che il loro esercito poteva fornire.


Una tavolata di soldati nordisti

Il cibo,comunque, non era molto vario e la qualità dei prodotti forniti lasciava spesso molto a desiderare. Le festività natalizie costituivano un’eccezione alla regola: arrivavano i pacchetti da casa, e gli stessi ufficiali riuscivano a procurare ai loro soldati “leccornie” come pollami, ostriche, torte di mele…

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