Illinois 1812, il massacro di Fort Dearborn

A cura di Renato Ruggeri

La mattina di sabato 15 agosto 1812 una forza composta da circa 500 guerrieri, in gran parte Potawatomi, assalì un gruppo di soldati, miliziani e civili che stavano evacuando Fort Dearborn, costruito sul luogo dove, oggi, sorge la grande metropoli di Chicago ma che, a quel tempo, era nominalmente il Territorio dell’Illinois ma, a tutti gli effetti, ” Indian Country” o “ Wilderness”. La battaglia che ne seguì è conosciuta come “il massacro di Fort Dearborn”.
Nel corso del 1600 i Potawatomi furono scacciati dallo loro patria ancestrale nel Michigan centro-meridionale e spinti a ovest dagli Irochesi durante le guerre del castoro, una serie di conflitti che causarono un massiccio spostamento di tribù Indiane e provocò lo spopolamento di un vasto territorio compreso tra i Grandi Laghi e il fiume Ohio, un’area che oggi chiamiamo Indiana, Ohio, Michigan e Illinois, in parte.
Gli Irochesi volevano farne un territorio di caccia, un “hunting ground” personale allo scopo di monopolizzare il commercio di pelli con gli Europei. Ma poi le cose cambiarono.
Nel 1653, in un feroce scontro a Green Bay, Wisconsin, un grosso contingente di Potawatomi, Odawas e Ojibways, con supporto francese, riuscì a fermare gli Irochesi e nel 1662, in una battaglia decisiva combattuta sulla riva meridionale della Whitefish Bay, Michigan (oggi chiamata Iroquois Point) la stessa coalizione sconfisse un’altra volta gli Irochesi, fermando in modo definitivo la loro avanzata.
Con l’attenuazione del pericolo, i Potawatomi iniziarono a muoversi verso sud e, decade dopo decade, si espansero lungo le rive occidentali e poi orientali del lago Michigan e in seguito a ovest, creando villaggi sui fiumi Fox, Illinois, Wabash e Tippecanoe in quelli che sono, oggi, gli stati dell’Indiana e dell’Illinois. A causa dell’espansione dei Potawatomi, il popolo chiamato Illinois fu decimato e perse quasi tutto il suo territorio. Per la verità alla scomparsa degli Illinois contribuirono, oltre alla guerra con le altre tribù. anche le malattie e il consumo di liquore acquistato dai pochi mercanti franco canadesi che operavano nella “wilderness”.


Guerrieri Potawatomi

Durante la guerra franco indiana i Potawatomi si schierarono con i Francesi. Quando il conflitto finì, i Potawatomi acquistarono o rubarono un gran numero di cavalli dagli eserciti che si ritiravano e abbandonarono le loro fragili canoe di corteccia in favore del nuovo mezzo di locomozione.
I Potawatomi occidentali, chiamati, poi, Praire Potawatomi, iniziarono a usare il cavallo per cacciare il bisonte, per compiere razzie contro i nemici, per costruire villaggi a distanza delle loro basi sul lago Michigan e per commerciare con i mercanti a Kaskaskia, Cahokia e St Louis.
Dopo la Guerra dei Sette Anni, quando gli Inglesi vittoriosi misero guarnigioni dove prima c’erano i Francesi, i Potawatomi si unirono a Pontiac nella cospirazione che doveva scacciare gli Inglesi dalle terre indiane. A loro fu affidato il compito di prendere Fort St Joseph, in Michigan. Lo fecero in modo crudele, uccidendo 11 dei 15 soldati.
Dopo la rivolta di Pontiac i Potawatomi si allearono con il vecchio nemico, i British contro una nuova e potente tribù, i Kitchimokemon, gli Americani e combatterono contro St Clair sul Wabash, Wayne a Fallen Timbers e Harrison sul Tippecanoe.
Ai tempi di Fort Dearborn, il principale capo dei Potawatomi si chiamava Main Poc.
Main Poc era nato intorno al 1760 in un villaggio sul fiume Kankakee, in Illinois. Era un wabeno.
Tra i Potawaromi i wabeno erano considerati stregoni che, a volte, praticavano anche la cattiva medicina, la magia nera. Erano “ fire handlers”, avevano, cioè, il potere di tenere in mano tizzoni ardenti, mettere le mani nel fuoco e vomitare fiamme dalla bocca e dalle narici. Potevano immergere le braccia nell’acqua calda o in una pentola di sciroppo d’acero bollente senza ustionarsi. La loro potente medicina era in grado di trasformarli in palle di fuoco che assalivano i nemici e avevano, anche, la capacità di mutarsi in animali da preda, puma, lupi e orsi. che si aggiravano di notte intorno ai villaggi.
I wabeno, dal momento che la loro medicina era legata al fuoco, praticavano i loro riti di notte, quando il contrasto tra le fiamme e il buio li rendeva ancora più drammatici e spettacolari.
Un wabeno poteva usare il suo potere per fare del bene. La loro borsa della medicina e la conoscenza delle erbe e dei rimedi naturali dava loro la capacità di curare le malattie. Poteva prevedere i mutamenti del tempo e preparare amuleti o pozioni che favorivano la caccia, la guerra o gli amori.
Sapeva, anche, predire il futuro attraverso la comunicazione con gli spariti. Alcuni di loro erano ventriloqui e usavano questa abilità per stupire e conquistare seguaci.
Main Poc fu il più potente tra i wabeno. La sua data di nascita è sconosciuta, probabilmente intorno al 1760 dal momento che quando morì, nel 1816, gli furono attribuiti 50-55 anni.
Fu un grande nemico degli Americani, che aveva combattuto a Fallen Timbers, e il suo villaggio sul fiume Kankakee attirò i Potawatomi che odiavano i Lunghi Coltelli e fu un punto di partenza per molte razzie contro gli insediamenti tra Vincennes, Kaskaskia e St Louis.
Il suo potere si basava su una menomazione. Era nato senza le dita e il pollice della mano sinistra. L’origine del suo nome, tradotto in “crippled hand” significa, infatti, mano deforme e Main Poc sosteneva che la sua menomazione era un segnale di favore del Grande Spirito che gli aveva concesso un potere speciale proprio per compensare il suo handicap.
Affermava di poter gettare terribili incantesimi contro i suoi nemici e di essere invulnerabile alle pallottole che vedeva in volo. Era una figura imponente, un uomo alto e muscoloso dotato di grande forza fisica, con lunghi capelli neri e occhi scuri penetranti e febbricitanti e uno sguardo che trapassava che gli stava davanti. Era, anche, un abile attore. Si isolava nella foresta in una capanna solitaria e, al suo ritorno al villaggio, rimaneva in silenzio per giorni, poi riuniva i suoi seguaci e li informava delle ultime rivelazioni.
Gli Agenti Indiani lo consideravano un grande oratore, superiore, anche, a Tecumseh.
Aveva, però, un lato oscuro. Sin da giovane aveva iniziato a apprezzare il whiskey che era, poi, diventato un’ossessione. Quando era ubriaco diventava una furia. Si rotolava nudo sul terreno, frustava parenti e amici, picchiava le donne e le violentava. Alcuni lo ritenevano un Neshnabe, nato da uno spirito maligno.


Tecumseh

Anche da sobrio era un avversario molto pericoloso. I contemporanei bianchi lo descrivevano come un mostro che si distingueva per una cintura di scalpi umani che gli cingeva la vita e per collane di artigli d’orso e becchi di falco e civetta intorno al collo e alle anche. Era solito pitturarsi di nero la parte alta del volto e di rosso quella inferiore per rendere ancora più spaventoso il suo aspetto.
Il Governatore dell’Illinois Ninian Edwards e William Wells, uno dei più leggendari “ frontiersmen“, lo definivano “ il famoso Bear Chief, il più grande guerriero di tutto l’ovest e il più influente tra tutti gli Indiani“, mentre lo storico David Edmunds lo paragona a un “ Berserker” delle saghe nordiche.
Era un guerriero di successo. Affermava che i suoi poteri erano in grado di dargli la vittoria sui nemici. Nell’ottobre 1805 Main Poc guidò una grossa banda attraverso il Mississippi e attaccò un villaggio Osage vicino alla giunzione tra i fiumi Osage e Missouri. Molti guerrieri erano a caccia e i Potawatomi uccisero 36 donne e bambini e ne catturarono 60 che portarono in Illinois.
Quando nel Territorio del Nordovest si diffuse la predicazione di Tenskwatawa, il fratello di Tecumseh, Main Poc, da vecchio nemico degli Americani, vi aderì, anche se in parte.


Tenskwatawa

Era d’accordo con lui che i Lunghi Coltelli erano figli del Grande Serpente e che gli Indiani dovevano rifiutare i prodotti degli Americani. Non accettò, invece, la denuncia dell’alcol e l’idea che i nativi fossero tutti fratelli. Disse al profeta che il Grande Spirito gli aveva imposto di bere l’acqua di fuoco e di razziare gli Osage, altrimenti la sua medicina si sarebbe indebolita.
Non combattè al Tippecanoe. Quando scoppiò, nel 1812, la guerra tra Stati Uniti e Gran Bretagna, andò in Canada con 120 guerrieri e si stabilì a Fort Malden, Ontario, la principale fortezza inglese del territorio.
Non fu presente il giorno del massacro di Fort Dearborn, ma i suoi messaggi che incitavano alla guerra contro i kitchimokemon infiammarono i cuori dei giovani guerrieri Potawatomi e in particolare di due capi, Siggenauk, Blackbird (Uccello Nero) e Nuscotomeg, Mad Sturgeon (Storione Pazzo).
Il primo abitante di Chicago fu un mulatto o un nero. Il suo nome era Jean Baptiste Point de (du) Sable. Le sue origini sono incerte. Per alcuni storici era figlio di un mercante francese e di una schiava di Santo Domingo o Haiti, per altri il figlio di Catherine, una schiava che apparteneva a Jacques Brunet, un mercante di Kaskaskia, che l’aveva emancipata.


Jean Baptiste Point de (du) Sable

Possiamo, quindi, affermare che il primo abitante di Chicago fu un uomo di colore.
Point de Sable era uno di quei mercanti senza paura che si addentravano nell’Indian Country per barattare pelli per mercanzie di vario tipo.
Aveva sposato una donna Potawatomi, Kittihawa e, per questo, i Potawatomi gli consentirono si stabilirsi sulla riva settentrionale di un fiume vicino al lago Michigan in un punto dove abbondava una pianta chiamata, dai nativi, ”checagou”, un tipo di cipolla o aglio selvatico il cui nome botanico è Allium Tricoccum. Da qui il nome chicago. Era un luogo strategico nelle comunicazioni via acqua tra i Great Lakes e il Mississippi.
Point de Sable costruì, nel 1778, una fattoria con vetri alle finestre, specchi e quadri alle pareti, un letto di piume e una vetrinetta in noce che conteneva piatti, bicchieri e oggetti in ceramica.
La casa si affacciava a sud, con il fiume di fronte e il lago a breve distanza. Aveva un’entrata spaziosa e due stanze per lato. Doveva essere autosufficiente e quindi costruì, intorno all’abitazione, due stalle, un granaio, un caseificio, un affumicatoio per la carne, un pollaio, un mulino, un forno per il pane e un deposito per le merci.
Inoltre piantò campi di mais, grano, erba medica e fieno e allevò polli, maiali e mucche da latte e da carne.
Nel 1800 Point de Sable vendette il suo piccolo paradiso sul fiume Chicago a un mercante francese di nome Jean Lalime. I motivi di questa scelta non sono chiari. Forse si ammalò oppure fu la morte della moglie per tifo oppure le sue simpatie per gli Inglesi. Lalime tenne la fattoria per pochi anni e poi la cedette. a sua volta, a John Kinzie, uno dei più importanti mercanti del Territorio del Nordovest, destinato a diventare uno dei principali protagonisti degli eventi di Fort Dearborn. Kinzie era un uomo di forte personalità e di grande influenza tra gli Indiani che lo chiamavano Shaw-ne-aw-kee, silversmith, colui che paga in argento.
Kinzie ampliò la casa con una veranda, un sottotetto, due camini, uno per lato, la abbellì con un prato verde che arrivava fino quasi al fiume e piantò quattro “ Lombardy poplars“, pioppi neri della Lombardia.
Si stabilì a Chicago insieme alla moglie Eleanor McKillip, la vedova di un ufficiale britannico ucciso a Fort Defiance, da cui aveva avuto una figlia di nome Margaret, e al figlio appena nato John Harris.
John Kinzie
Margaret McKillip, figliastra di Kinzie sarebbe, in seguito, diventata uno dei principali testimoni del giorno del massacro.
I Britannici, durante il periodo compreso tra la Rivoluzione Americana e la guerra del 1812, non avevano mai perso la speranza di riconquistare il Territorio del Nordovest.
Mantenevano a Fort Malden, in Ontario, vicino a Fort Detroit, una guarnigione. Ogni anno centinaia di nativi si recavano a Fort Malden per barattare pelli e ricevere doni e armi da usare contro gli odiati Lunghi Coltelli. Gli Inglesi si mostravano molto più generosi e gli Indiani erano dalla loto parte.
Nei primi anni del 1800 alcuni fatti aggravarono la situazione e il risentimento. I trattati, che portavano via la terra ed erano, spesso, infranti o rinegoziati, la predicazione di Tecumseh e l’atteggiamento di scarsa considerazione e disprezzo degli uomini di frontiera e dei coloni verso gli uomini rossi, considerati nemici naturali e mortali e un ostacolo sulla via della civilizzazione.
Il Presidente Thomas Jefferson, eletto nel 1801, aveva molto a cuore le sorti del Northwest Territory e voleva difenderlo dagli Inglesi. Pensò che un avamposto militare doveva essere costruito per meglio proteggere la frontiera. Decise, quindi, di farlo erigere a Chicago, su una terra che gli Stati Uniti avevano acquistato dopo il trattato di Greenville nel 1795.
A capo della spedizione fu nominato il Capitano John Whistler, un ufficiale “ discreto e giudizioso” di 48 anni. Whistler guidò una prima spedizione da Detroit nell’aprile 1803, attraverso un territorio generalmente piatto e umido, con oscure foreste di querce, praterie e paludi lungo la via.
Quando i soldati arrivarono a Chicago, trovarono un banco di sabbia allo sbocco del Chicago River nel lago Michigan, che impediva il passaggio di un’imbarcazione più larga di una canoa.


John Whistler

Sulla riva settentrionale del fiume, dove la terra era piatta e aperta, vivevano Jean Lalime e la sua squaw Potawatomi Nokenoqua, due mercanti, Louis Pettell e Francoise Le Mai e Antoine Ouilmette e sua moglie Archange.
Whistler scelse di costruire Fort Dearborn sulla riva meridionale, su un terrapieno naturale di quattro metri, il più alto della zona, protetto su tre lati da un’ansa del fiume, che in quel punto era largo circa 16 metri.
Whistler ritornò a Chicago con una compagnia del 1st Infantry nell’agosto 1803 e diede inizio alla costruzione del forte.
Il lavoro dei soldati fu ritardato dalle malattie, dalla mancanza di medicinali e indumenti, dalla scarsità delle provviste e fu ultimato, solo, all’inizio dell’estate del 1804.
Fort Dearborn, così chiamato in onore del Segretario alla Guerra Henry Dearborn, era ben protetto da una doppia fila di palizzate formate da tronchi di quercia alti quattro metri e sormontati da uncini di ferro.
L’entrata principale, il main gate, si trovava sul lato meridionale al centro di un edificio che comprendeva la caserma dei soldati, l’infermeria e la prigione. L’entrata era chiusa, superiormente, dal pavimento di una stanza dell’edificio. Era un passaggio coperto stretto attraverso cui potevano passare solo poche persone affiancate e, per questo, facilmente difendibile. Sul lato occidentale vi erano gli alloggi degli ufficiali e un’entrata secondaria più piccola, sul lato orientale l’alloggio del comandante del forte mentre sul lato a nord si trovava una costruzione a due piani. Il piano inferiore era occupato dal magazzino del vivandiere, il secondo dai soldati. Vicino vi era la polveriera in mattoni.
Il forte era difeso da due blockhouse posizionate a sudest e nordovest e munite di feritoie per i quattro cannoni e i fucili. Le due torrette dominavano l’area circostante e lo spazio tra le due palizzate.
I soldati scavarono, inoltre, sotto il lato settentrionale un “ sally port”, un passaggio sotterraneo che portava al fiume e un pozzo.


Fort Dearborn

Whistler fece coltivare, a sud del forte, ”un giardino di meloni, altri piccoli frutti e ortaggi”. Poi fece piantare, seguendo il consiglio dei suoi vicini Potawatomi, alcuni aceri da cui ricavare zucchero.
Trovò, a volte, difficoltà a procurare carne per la guarnigione anche se la selvaggina era abbondante e così decise di allevare mucche e maiali e fece piantare campi di mais.
Nel 1805 fece costruire, a ovest del forte, l’Agency House, l’abitazione dell’Agente Indiano che doveva curare i rapporti diplomatici con i nativi e la Trading Factory, che era un magazzino di proprietà del governo in cui operava un “ goverment trader” che aveva il compito di commerciare con gli Indiani in una sorta di monopolio di stato, dal momento che i mercanti privati non potevano vendere la loro merce a prezzi più bassi della trading factory.
Così fu costruito Fort Dearborn, sentinella solitaria e isolata circondata da centinaia di migliaia di acri di terre misteriose e sconosciute popolate da bande nomadi di nativi americani.
John Whistler ci ha lasciato un disegno del forte che ha reso possibile la sua fedele ricostruzione.
La mappa del forte
Nel maggio 1810 arrivò a Fort Dearborn il Capitano Nathan Heald, che era stato il comandante di Fort Wayne nei tre anni precedenti e che, ora, veniva trasferito a Chicago al posto di Whistler. Heald, originario del New Hampshire, si era arruolato nell’esercito nel 1799, all’età di 25 anni. Fort Wayne era stata la sua seconda destinazione dopo Fort Massac nell’Illinois meridionale. A Fort Wayne aveva incontrato alcuni tra i leader indiani più importanti, Little Turtle, Main Poc, Tecumseh e Tenskwatawa e aveva, inoltre, conosciuto il famoso uomo di frontiera e scout William Wells e sua nipote Rebekah, una giovane donna di 22 anni (al tempo degli eventi) che aveva iniziato a frequentare.
Rebekah era descritta come una donna di grande charm, un’ abile tiratrice e una superba cavallerizza, essendo il padre, Samuel Wells, uno dei più importanti allevatori di cavalli a Louisville, Kentucky.
William Wells
Heald non fu per nulla contento della sua nuova destinazione. Scrisse al suo ufficiale superiore nel giugno 1810 “ Sono spiacente di informarla che non sono soddisfatto della mia situazione. Solo un uomo con la sua famiglia può essere felice in un luogo così remoto e lontano dalla civiltà“.
Chiese il trasferimento e, nell’attesa, si prese una lunga vacanza nel New England.
Sulla via del ritorno si fermò a Fort Wayne, riallacciò i contatti con Rebekah, la sposò e la coppia iniziò il viaggio di nozze verso Chicago. Heald, in modo pragmatico, scrisse che per evitare di assuefarsi in futuro alle licenze aveva preferito tornare a Fort Dearborn con una moglie.
Rebekah portò in dote alcuni dei migliori cavalli del padre e riempì i bagagli di vestiti e oggetti utili per il suo nuovo ruolo di moglie del comandante e casalinga. Portò con se una schiava di nome Cicely, come era consuetudine a quell’epoca.
I due arrivarono a Chicago nel giugno 1811. Nel frattempo anche gli altri ufficiali erano cambiati e lo staff fu composto dal Lt Linai Taliaferro Helm, di chiare origini italiane, arrivato da Detroit dove aveva sposato Margaret McKillip, la figliastra di John Kinzie. Helm aveva trovato troppo cara la vita a Detroit e pensava che il trasferimento a Chicago gli avrebbe consentito di risparmiare denaro, oltre a portare la giovane moglie più vicino alla famiglia. Gli altri due ufficiali erano l’Ensign (grado che equivaleva a Secondo Luogotenente) George Ronan, appena graduatosi a West Point, Fort Dearborn era la sua prima (e ultima) destinazione, descritto come un giovane soldato coraggioso, ambizioso e impulsivo e il Dott Isaac Van Voorhis, il nuovo chirurgo del forte, che si era recentemente diplomato al College of Physicians and Surgeons di New York.
I primi anni a Fort Dearborn furono abbastanza tranquilli. Ma poi le cose cambiarono.
La sconfitta di Tippecanoe, invece di placare gli Indiani, li aveva resi ancora più furiosi. La notizia fu portata a Fort Dearborn nel dicembre 1811 da una banda di Ho Chunks (Winnebago). Heald ne fu soddisfatto, ma l’interprete Jean Lalime e John Kinzie avvisarono il Capitano che l’attacco sul Tippecanoe poneva Fort Dearborn in grave pericolo e che i Potawatomi, pervasi dal fuoco della vendetta, stavano architettando piani per assalire la guarnigione.
Secondo Lalime gli Indiani volevano continuare a combattere. Tutti i forti a ovest degli Allegheny erano in pericolo e si aspettava, a primavera, morte fiamme e distruzione su tutta la frontiera.
Il Governatore dell’Illinois, Ninian Edwards, aveva le stesse preoccupazioni.
In una lettera spedita al Segretario alla Guerra William Eustis, Edwards lo informò che i Potawatomi, i Kickapoos e i Winnebagos erano in procinto di invadere la frontiera e che bisognava prepararsi a una guerra sanguinosa.
“Gli Indiani in Illinois” scriveva Edwards, ”rappresentano una forza formidabile. Possiedono il fiero, indomabile, bellicoso e selvaggio spirito della natura, arricchito dai precedenti conflitti contro di noi. Molti dei guerrieri non erano al Tippecanoe e sono, ora, meglio preparati. La loro forza è superiore a quella del Profeta. Sono in grado di riunirsi rapidamente e di lanciare fulminei attacchi contro Fort Dearborn e altri insediamenti. Potranno risparmiare qualche Francese, ma non gli Americani”.
Le prime avvisaglie di quello che sarebbe, poi, accaduto, si ebbero all’inizio della primavera.
Un capo Potawatomi ostile ai bianchi, Naunongee, che viveva in un villaggio sul fiume Calumet, si trovava in visita al forte. Vide, vicino all’alloggio degli ufficiali, Rebekah Heald e Margaret Helm impegnate in una partita di battledore, una specie di badminton giocato senza rete.
Voltandosi verso l’interprete, gli disse “Le due donne bianche si stanno divertendo molto, ma presto zapperanno la terra nei nostri campi di grano”.
Il fatto più sanguinoso avvenne il 6 aprile 1812.
Due coloni, Liberty White e Jean Baptiste Cardin, un metis, furono uccisi a Leigh Farm (chiamata, anche, Lee Farm o Hardscrabble), situata sul ramo meridionale del Chicago River a tre miglia da Fort Dearborn.
White fu colpito con due proiettili, pugnalato dieci volte, scalpato e mutilato. Gli Indiani gli tagliarono la gola da orecchio a orecchio, gli recisero il naso e le labbra e gli cavarono gli occhi. Heald affermò che il corpo di White era la cosa più orribile che avesse mai visto nella sua vita.
Il Francese fu, “solo”, colpito da una pallottola al collo e fu scalpato.
Una banda composta da undici giovani guerrieri Winnebago, armati di fucili, tomahawks e coltelli da scalpo che era stata avvistata nei giorni precedenti, fu sospettata del crimine.
A seguito del tragico accaduto, il Capitano Heald ordinò la chiusura della Trading Factory e proibì, ai mercanti privati, di commerciare con i nativi fino a nuovo ordine. Inoltre chiuse le porte del forte a tutti gli Indiani.
Alcune famiglie e mercanti, tra cui i Kinzie, che vivevano nelle vicinanze, cercarono rifugio all’interno della palizzata. Altre furono alloggiate nella Agency House. I coloni abili furono arruolati nella milizia di Fort Dearborn e Heald fece distribuire loro armi e munizioni.
Un guerriero Winnebago
Ci furono, in seguito, altri episodi meno gravi.
Un sergente e un soldato si trovavano, di pattuglia, fuori dal forte quando incontrarono un gruppo di Indiani nelle “esplanade”, la radura erbosa che si trovava davanti alla palizzata meridionale.
Il sergente fece fuoco e i due corsero verso il cancello del forte, inseguiti dal nemico. Prima che potessero raggiungere l’entrata principale, un guerriero lanciò un tomahawk che mancò di un soffio il sergente e si conficcò in un carro vicino. La sentinella di guardia nella blockhouse sparò immediatamente e i due riuscirono a salvarsi. La mattina dopo fu trovata una striscia si sangue e un punto dove un corpo era stato adagiato.
In un’altra occasione alcuni Indiani entrarono nella stalla che si trovava fuori dal forte, in cerca di cavalli. Non trovandoli, i razziatori sfogarono la loro rabbia sulle pecore, colpendole con i tomahawks, mentre alcuni animali correvano terrorizzati verso il forte. La guarnigione, svegliata dal rumore, corse fuori, ma i guerrieri si erano già dileguati.
Il 18 giugno 1812 il presidente James Madison firmò la dichiarazione di guerra contro la Gran Bretagna.
A capo dell’Armata del Nordovest fu nominato il Generale William Hull, un veterano della Rivoluzione Americana, che era stato Governatore del Michigan. A quell’epoca aveva 59 anni. Hull fu inviato a Detroit con una forza di 2000 soldati, il suo obiettivo era l’invasione del Canada e la conquista di Fort Malden, il risultato finale sperato l’espulsione degli Inglesi dal territorio americano. Hull si sarebbe, però, distinto per indecisione e inettitudine.
Capitano Charles Roberts
Allo scoppio del conflitto la situazione di Fort Dearborn e di Fort Mackinac apparve, subito, complicata. I due forti erano isolati e vulnerabili, difficili da rifornire e rinforzare. Vicino a Fort Mackinac, a Green Bay, viveva Robert Dickson, un mercante di pelli e agente britannico, che aveva una grande influenza sugli Indiani a ovest del lago Michigan. Dickson iniziò a radunare guerrieri. Il 13 luglio 1812 i suoi uomini erano pronti a attaccare. Il Capitano Charles Roberts guidò la spedizione. che comprendeva truppe Inglesi regolari, mercenari canadesi e 700 nativi, in gran parte Chippewas e Ottawas.
Il 17 circondarono il forte. Il Lt Porter Hanks, ritenendo che per la guarnigione la difesa fosse impossibile a causa della grande superiorità numerica del nemico, decise di arrendersi.
“È stata una fortunata circostanza che il forte sia capitolato senza sparare un colpo. Non ho mai visto gente così determinata come i Chippewas e gli Ottawas” scrisse Dickson, che chiese un premio per i suoi Indiani.
Con la caduta di Mackinac, che rendeva più facile l’invasione del territorio americano, la situazione a Chicago divenne ancora più difficile e Hull decise per l’evacuazione dell’avamposto.
La guarnigione di Fort Dearborn doveva ritirarsi immediatamente a Fort Wayne.
L’ordine di abbandonare Fort Dearborn arrivò a Fort Wayne il 3 agosto e il comandante del forte James Rhea lo affidò a un Potawatomi di nome Winamac (Pesce Gatto).
Winamac iniziò il lungo e pericoloso viaggio, circa 150 miglia, verso Fort Dearborn. Durante il percorso incontrò alcuni capi Potawatomi, Ottawa, Ojibway e Ho Chunk che si stavano recando a Piqua per un incontro con le autorità americane. Winamac rivelò al gruppo che Mackinac era caduta e che Fort Dearborn stava per essere evacuato.
Il Potawatomi arrivò al forte il 9 agosto 1812 e consegnò la lettera al Capitano Heald. Nella missiva, che è conservata nella Draper Collection a Madison, Wisconsin, il generale Hull scriveva che, con suo sommo disappunto, era costretto a ordinare l’abbandono del forte e la distruzione di tutte le armi e le munizioni in eccedenza. I beni della Trading Factory potevano, invece, essere consegnati agli Indiani in cambio di una scorta e di un passaggio sicuro verso Fort Wayne.


L’assedio di Fort Mackinac

L’ordine di Hull contraddiceva, in un certo senso, l’esperienza acquisita in anni di guerre contro i nativi e, in special modo, il consiglio di rimanere sempre vicino a un luogo fortificato.
Winamac, con l’appoggio di John Kinzie, suggerì a Heald di non abbandonare la protezione fornita dalle due palizzate e dai cannoni. I soldati erano pochi , vi erano i civili, donne e bambini ed era troppo pericoloso lasciare il forte e passare attraverso una regione infestata da Indiani ostili. In caso contrario, consigliò di partire subito, quando gli Indiani, intorno al forte, erano ancora poco numerosi. e di abbandonare tutti i beni e le provviste, in modo da tenerli impegnati nel saccheggio. I soldati potevano prendere una via alternativa da lui conosciuta, che passava lontano dai Potawatomi del Wabash (chiamati Monguago da Winamac), ritenuti i più ostili, e raggiungere, con un po’ di fortuna, Fort Wayne.
Anche gli altri ufficiali furono dello stesso parere. Il Lt Linai Helm fece presente che Whistler aveva costruito il forte pensando a un possibile lungo assedio.
Vi era il tunnel sotterraneo che arrivava al fiume e garantiva il rifornimento d’acqua. Il bestiame, 200 capi, poteva essere macellato e la carne conservata usando i 27 barili di sale che si trovavano nel magazzino delle provviste. Avevano razioni di grano e cibo per 3 mesi e la polveriera era piena di polvere da sparo, piombo e proiettili, oltre a 200 fucili. Vi erano, poi, quattro cannoni. I Potawatomi si aspettavano una rapida vittoria e i giovani si sarebbero spazientiti durane un lungo assedio.
Ma Heald fu irremovibile. Il forte doveva essere evacuato.
Nel frattempo, intorno al forte, si era radunato un numero sempre più grande di guerrieri Potawatomi, che erano stati informati della prossima evacuazione. Il 12 agosto ve ne erano circa 500, divisi in due villaggi. Uno, più grande, a 600 metri dal forte sul fiume Chicago, l’altro, più piccolo, sul Frog Creek, circa tre chilometri più a sud.
Quel giorno il Capitano Heald incontrò alcuni capi. La riunione si tenne nella “ esplanade”, lo spiazzo erboso davanti alla palizzata meridionale del forte.
Heald ci andò con John Kinzie, che fungeva da interprete, gli altri ufficiali si rifiutarono. Erano, infatti, stati avvertiti che l’incontro era, in realtà, una trappola. I giovani capi Uccello Nero e Storione Pazzo intendevano uccidere gli ufficiali e Heald non si era convinto della veridicità di questa informazione.
Il Lt Helm, però, prese il comando della blockhouse che dominava l’esplanade, fece aprire le feritoie e puntare i due cannoni sugli uomini radunati salvando, probabilmente, la vita del suo comandante.
Durante l’incontro Heald informò gli Indiani che era sua intenzione distribuire tra i Potawatomi le merci e le provviste della Trading Factory e del forte, ma anche le armi e le munizioni della guarnigione e il whiskey venduto dai mercanti. In cambio chiedeva una scorta fino a Fort Wayne. Dopo l’arrivo ci sarebbe stata, anche una ricompensa in denaro.
Agendo in questo modo Heald andava contro l’ordine di Hull di distruggere armi e munizioni.
La mattina del 13 agosto arrivò a Fort Dearborn il leggendario frontiersman William Wells insieme a una scorta di 30 guerrieri Miami. Si presentò a Heald vestito con una camicia di lino, pantaloni bianchi impolverati e consumati per il lungo uso e stivali neri. I capelli rossi erano raccolti in una coda legata con un nastro nero.


Fort Dearborn

William Wells era stato catturato in Kentucky, all’età di 14 anni, da una banda di Miami. Portato in un villaggio Miami, era stato adottato dal capo del villaggio che gli aveva dato il nome di Apekonit, carota selvatica, a causa del colore dei capelli.
Era diventato un guerriero che spesso fungeva da esca, con la sua pelle chiara e i capelli rossi, per ingannare i viaggiatori americani che navigavano sul fiume Ohio. Aveva combattuto contro Harmar a Kekionga, il grande villaggio che Wells paragonava a una Washington indiana, e contro St Clair sul Wabash dove, si diceva, avesse ucciso nove soldati.
Il suo prestigio come guerriero era aumentato, tanto da sposare Sweet Breeze, la figlia del grande capo Little Turtle.
Poi, però, aveva cambiato sponda e era tornato a vivere tra i bianchi ed era stato il capo esploratore di Wayne a Fallen Timbers.
Wells partì da Fort Wayne portando con se due pistole, un fucile a canna corta e un tomahawk, ma anche una pipa della pace che sperava di fumare con i capi che circondavano, insieme ai loro guerrieri, il forte. Voleva portare aiuto alla guarnigione e all’amata nipote Rebekah. Ma i Potawatomi lo conoscevano e lo consideravano un traditore che, dopo essere cresciuto tra i Miami, era tornato dalla sua razza a combattere contro gli Indiani.
Wells, dopo essere arrivato a Fort Dearborn, prese informazioni sullo stato delle difese.
Disse a Heald che il forte aveva sufficienti armi, munizioni e provviste per sostenere un lungo assedio e gli consigliò di non abbandonarlo, ma il Capitano rispose che doveva obbedire agli ordini,
Allora Wells, spazientito e spalleggiato da Kinzie, gli intimò di non consegnare le armi che potevano essere usate contro la guarnigione stessa e il whiskey, che avrebbe trasformato i nativi in belve senza controllo.
Heald rispose che mentire agli Indiani non gli sembrava una buona cosa, ma poi si lasciò convincere su questo ultimo punto.
Distruggere 1200 galloni (4500 litri) di whiskey e 850 libbre (385 chilogrammi) di polvere da sparo era un’impresa non facile.
Al calar del buio i soldati si misero all’opera. Per prima cosa ruppero i moschetti, un centinaio circa, e li gettarono, insieme alle munizioni e alle pietre focaie, nel pozzo. Poi aprirono i barili di polvere da sparo e ne svuotarono il contenuto nel pozzo, fino a quando l’acqua si trasformò in una poltiglia maleodorante. Il resto della polvere e i barili di whiskey, 150 in tutto, furono portati attraverso il tunnel sotterraneo sulla riva orientale del fiume Chicago e versati nell’acqua. Alcuni soldati quasi si ubriacarono, a causa dei miasmi dell’alcol e, secondo una testimonianza dell’epoca, l’acqua stagnante del fiume, il giorno dopo, aveva il sapore di “un forte grog” (il grog è una bevanda formata per metà da acqua e per metà da rum o whiskey).
Alcuni Indiani che si trovavano fuori dal forte si insospettirono per gli strani rumori che udivano e si avvicinarono al fiume, ma Kinzie li tranquillizzò. I soldati stavano solo aprendo i barili di carne di maiale e farina in preparazione al viaggio.
La mattina del giorno dopo, il 14 agosto 1812, alcuni carri lasciarono il forte e si diressero verso il campo indiano più vicino. Contenevano camicie, vestiti, sciarpe di seta, pantaloni, calicò, tessuti pesanti in lana, coperte, pezzi di stoffa, aghi e filo, accette, punte di freccia, padelle e utensili da cucina, trappole, attrezzi agricoli, tabacco, frutta secca, barili di cibo e sale, dolciumi, caramelle, zucchero, cacao in polvere, grano, oggetti in cuoio, perline e specchi.
Quando i Potawatomi capirono che non avrebbero ricevuto polvere da sparo, armi e whiskey si infuriarono. Storione Pazzo chiese spiegazioni. Perché i bianchi avevano distrutto la polvere da sparo che serviva loro per cacciare? Wells rispose, in modo sprezzante, che aveva sognato che gli dei del fiume la volevano.
Nel pomeriggio del 14 agosto i capi e i guerrieri Potawatomi si riunirono in un anfiteatro naturale due miglia a sud del forte.
Il primo a parlare fu Mucktypoke, che i bianchi chiamavano Black Partridge (Pernice Nera). Era un capo anziano, che aveva combattuto con Main Poc contro gli Osage e i Lunghi Coltelli in molte occasioni e si era vantato di avere preso alcuni scalpi a Fallen Timbers. Poi, dopo la firma del trattato di Greenville, era diventato amico e alleato degli Americani.
Mucktypoke, Black Partridge
Si alzò in piedi e iniziò il suo discorso “ La guerra contro i bianchi è molto incerta e una vittoria può portare a altre vittorie o a una grande sconfitta e alla distruzione del nostro popolo a causa degli stenti.
Non sappiamo perché il Grande Spirito è adirato con noi. Molti uomini rossi hanno venduto la loro terra e il Grande Spirito non ci diede la terra perché fosse venduta. Io voglio vivere in pace nella mia terra. Io dico che è quello che dobbiamo fare ora che i soldati stanno per andarsene. Forse è quello che vuole da noi il Grande Spirito.
Un ultima cosa. Da giovane combattei i Lunghi Coltelli e ricevetti dai padri Inglesi la promessa di aiuto, ma perdemmo molti guerrieri. Certamente non dobbiamo più allearci con gli Inglesi un’altra volta”.
Dopo Pernice Nera prese la parola Nuscotomeg, Storione Pazzo.
Storione Pazzo era cognato di Main Poc e insieme ai fratelli Wabinewa (Storione Bianco) e Wasacheck (Giorno Luminoso) aveva compiuto molte razzie contro gli Osage e gli insediamenti americani.
Nel luglio 1810 aveva guidato una banda composta da 18 guerrieri Potawatomi in un raid sul Loutre Creek, in Missouri. Durante il ritorno, i Potawatomi avevano teso un’imboscata a un gruppo di miliziani del Missouri uccidendone quattro, compreso il loro comandante, il Capitano William Temple Cole. In un’altra occasione Mad Sturgeon aveva condotto un assalto contro un battello sul Mississippi.
Il suo discorso fu semplice e diretto. “Ero nel villaggio del Profeta quando arrivò l’inviato del Grande Padre Bianco. Il suo messaggio era pieno di bugie sulla gentilezza del Grande Padre Bianco verso i suoi figli Indiani e su come mantiene sempre la sua parola. Ma il vero piano dei bianchi è sterminarci o cacciarci oltre il Mississippi. Avete visto anche stamane la menzogna degli uomini bianchi. Mentono sempre e non sono mai credibili. Dobbiamo ucciderli tutti”. I giovani guerrieri gridarono la loro approvazione.
Poi fu la volta di Topinbee, un capo villaggio che viveva sul fiume St Joseph. Si guardò intorno e disse “Alcuni dei nostri giovani hanno, da qualche anno, cessato di ascoltare la voce degli anziani. Hanno seguito il richiamo dello Shawnee che dice di essere un profeta. Hanno ucciso questa primavera alcuni uomini bianchi. Noi non possiamo controllare questi vagabondi e non li consideriamo parte del nostro popolo. Saremo grati a tutti quelli che li uccideranno, dovunque essi siano.
Io voglio la pace e spero che tutte le donne e i bambini possano dormire in pace, senza paura”.
A quel punto si alzò Siggenauk, Uccello Nero, il capo metà Ottawa che veniva da Milwaukee. “Come mio fratello Topinbee, anch’io, una volta, ero un capo villaggio, ma ora sono un capo guerriero. Dobbiamo arrestare l’avanzata dell’uomo bianco e affermare con forza che le terre indiane sono solo nostre. I nostri fratelli Winnebago hanno già deposto i loro capi villaggio. I giovani guerrieri hanno preso il controllo. Io dico che i nostri capi villaggio devono essere deposti o uccisi se non proteggono il nostro popolo.
Gli Americani ci hanno scacciato dalle coste, dalle montagne, dalle foreste, hanno distrutto i villaggi e i campi coltivati. Se non li fermiamo, ci getteranno nei laghi. Se rimarremo tranquilli e accetteremo di vivere in pace, moriremo. È meglio morire una volta combattendo da uomini, che morire lentamente aspettando”.
Dopo le sentite parole di Uccello Nero si fece avanti Naunongee, un capo guerriero ostile ai bianchi che viveva sul fiume Calumet, vicino a Fort Dearborn, “Fratelli e sorelle, questa terra dove oggi, ci siamo riuniti è il luogo dove vive la mia gente e dove ho vissuto per molti anni. Non è prudente iniziare la guerra nel proprio villaggio. Questi soldati stanno partendo. La nostra forza li ha costretti a fuggire. Se lasciamo, ora, andare questi pochi miserabili soldati, si dimenticheranno di questo posto. Bruceremo il forte e cancelleremo la loro presenza. Servono molti guerrieri per combattere la guerra al fianco del prode Tecumseh”.
In quel momento arrivò un messaggero che si fece largo tra la folla assiepata “Vengo da parte di Main Poc. Insieme ai nostri alleati Inglesi abbiamo combattuto e vinto cinque sanguinose battaglie contro gli Americani. Ora vi dico, la città e il forte di Detroit stanno per cadere. Vi porto questa cintura di wampum rossa. Main Poc vi chiede. Prendete i tomahawks e uccidete gli Americani!” I giovani guerrieri iniziarono una danza selvaggia senza tamburi.
Quella sera Pernice Nera si recò dal Capitano Heald e gli restituì la medaglia dell’amicizia che aveva ricevuto dagli ufficiali americani a Fort Wayne nel 1809, dicendogli che non poteva indossare un simbolo di pace mentre era costretto a agire da nemico.
Nella notte tra 1l 14 e il 15 agosto quasi nessuno, all’interno del forte, riuscì a dormire.
All’alba Topinbee, il capo amico che viveva sul fiume St Joseph, si presentò a casa di Kinzie e lo invitò a non seguire i soldati che stavano per abbandonare il forte. Era troppo pericoloso, i Potawatomi avevano un piano malvagio.
Kinzie accolse, in parte, il suggerimento. Fece imbarcare la moglie Eleanor e i suoi quattro figli e li affidò a un suo impiegato, Jean Baptiste Chandonnai, con il compito di portarli sulla sponda opposta del lago Michigan e poi, al sicuro, a St Joseph, dove viveva Topinbee, e dove si sarebbero potuti riunire ai soldati, se tutto fosse andato per il verso giusto.
Invece John Kinzie, che era un uomo coraggioso, decise di accompagnare la carovana insieme alla figliastra Margaret, che aveva intenzione di seguire il marito, il Lt Linai Helm. Voleva proteggerla e sperava, forse, con la sua presenza, di riuscire a controllare la furia dei guerrieri, in caso di attacco.
Alle 8 di mattina i soldati si riunirono per l’appello nella piazza d’armi, vicino alla bandiera. Indossavano una giubba blu scura, tagliata a coda, con risvolti rossi sopra una camicia bianca. Un paio di cinture di cuoio incrociate formavano una X bianca sul torace di ciascuno di loro. Alle cinture erano appese la borraccia, il corno della polvere e la baionetta.
Sul dorso ogni soldato portava uno zaino blu su cui spiccavano due lettere rosse in un ovale bianco: US. I pantaloni erano bianchi, attillati, le scarpe nere con ghette nere.
Sulla testa gli uomini indossavano un cappello di cuoio rotondo, con al centro uno stemma con il nome del reggimento (1st Infantry) e l’aquila e una piuma sul lato sinistro.
Nathan Heald, in qualità di comandante, portava sul suo cappello una bearskin crest, una cresta di pelle d’orso che lo attraversava da destra a sinistra.
Tutte le giubbe erano spiegazzate e macchiate di sudore.
Heald, nel suo primo rapporto stilato il 23 ottobre 1812, scrisse che la guarnigione era composta da 54 uomini tra soldati e ufficiali, per il Lt Helm furono 56. (Helm raccontò la sua versione degli eventi al Giudice Augustus Woodward nel 1814).
Alle 9 del mattino i soldati erano pronti per la partenza.
Al suono della profetica “Dead March”, intonata dalla piccola banda del reggimento composta da due tamburini e due pifferai, uscirono dal forte, per primi, 15 guerrieri Miami che cavalcavano cavalli così piccoli che i mocassini sfioravano il terreno. Dietro i Miami venivano gli ufficiali, Heald, Helm, Ronan e Van Voorhis con Rebekah Heald e Margaret Helm accanto ai mariti, poi i soldati. incolonnati per due, con le baionette già fissate ai moschetti e pronte per l’uso. Seguiva la milizia, uomini e ragazzi, i 12 coloni che vivevano intorno al forte e che volevano proteggere le famiglie.
Poi uscirono due grossi carri. Il primo era guidato dal Sergente Isaac Holt e trasportava dodici bambini, stipati tra le tende, le coperte, le provviste e i bagagli e sorvegliati da Mrs Needs.
Il conducente del secondo vagone era il Sergente Otho Hays. Sul carro avevano preso posto tre donne, sei bambini e tre soldati ammalati. A lato dei carri camminavano Susan Corbin, che era incinta, e Cicely, la schiava degli Heald, mentre Mrs Holt, la moglie del Sergente, era a cavallo. In tutto le donne erano 9 e i bambini 18. Chiudevano la carovana Wells e gli altri 15 Miami.
Per l’occasione Wells, che montava un gigantesco purosangue, aveva indossato l’uniforme blu dei tempi dell’esercito e un ampio cappello a tesa larga e si era annerito il volto, pronto a combattere, secondo la tradizione Miami. Forse sentiva vicina la morte.
Nel frattempo intorno al forte si erano radunati molti Potawatomi,
soprattutto donne e anziani.
Il Capitano Heald raccontò, in seguito, che il forte era stato evacuato in maniera tranquilla, non erano volati insulti tra gli Indiani e i soldati ed erano stati scambiati persino dei saluti.
Quando la carovana si allontanò dall’entrata principale del forte, gli Indiani sciamarono all’interno per saccheggiarlo. Si udirono dei colpi. I Potawatomi stavano sparando al bestiame che era stato lasciato libero.
Margaret Helm rammentò le parole dell’Ensign Ronan, quando udì gli spari
“Questo sarà il nostro destino, saremo uccisi come bestie”.
Il sentiero verso Fort Wayne si dipanava da nord a sud lungo la spiaggia che costeggiava la sponda occidentale del lago Michigan fino alla sua estremità meridionale.
La distanza era considerevole e, a quel tempo, non vi erano strade. Viaggiare era difficile, soprattutto per i carri pesanti e il terreno sabbioso, compatto, regolare e senza buche era, di solito, preferito.
Il Capitano Heald, alcuni mesi dopo gli eventi, scrisse in una lettera “La situazione della regione ci costrinse a procedere lungo la spiaggia, con il lago a sinistra e un’alta duna di sabbia sulla destra“.
Circa 10 minuti dopo si materializzò la scorta Potawatomi, una lunga fila di guerrieri, parte a cavallo, parte a piedi.
La maggior parte dei guerrieri indossava solo il perizoma e i mocassini e portava i capelli lunghi e sciolti, alcuni, forse i capi portavano turbanti con piume, pochi altri avevano la testa rasata. Forse erano Kickapoos dal Wabash o Sauks dall’Iowa.
Un soldato osservò che gli sembravano troppi selvaggi per una scorta.
Heald, nel suo primo rapporto, scrisse che erano tra i 400 e i 500.
Le due colonne iniziarono una marcia parallela, a una distanza di un centinaio di metri.
A un miglio e mezzo dal forte iniziava una serie di “sand dunes”, dune di sabbia, non particolarmente alte, quasi prive di vegetazione, ad eccezione di qualche arbusto, che separavano il litorale dalla prateria.
I soldati continuarono il loro cammino lungo la spiaggia, mentre i Potawatomi passarono a ovest delle dune, scomparendo dalla vista.
Quando iniziarono le dune di sabbia William Wells, temendo un’imboscata, si portò all’avanguardia. Heald, che si trovava un centinaio di metri dietro di lui, lo vide fermasi e rimanere in ascolto per un paio di minuti, poi Wells voltò il cavallo e iniziò a galoppare verso i soldati sventolando, in cerchio, il cappello, un segno che, nel linguaggio della frontiera, voleva dire che erano circondati.
Erano le 10 di mattina. La trappola dei Potawatomi era scattata!


L’assalto indiano alla carovana fuori da Fort Dearborn

“Alcuni Indiani erano passati dietro di noi per impedirci la fuga verso il forte”, ricordò Rebekah Heald che raccontò, anche, di aver visto la testa degli Indiani che faceva su e giù, come tartarughe nell’acqua, sulla sommità delle dune.
Dapprima Heald ordinò ai soldati di formare una linea in difesa dei carri. Ma la posizione sulla spiaggia era molto esposta al fuoco nemico.
A questo punto il Capitano, forse su suggerimento di Wells, prese una diversa decisione.
Decise di far avanzare i soldati e caricare il nemico, salendo sulle dune più vicine. Sperava di aprire un varco verso la prateria e, forse, di distogliere l’attenzione dei Potawatomi dai carri e, di conseguenza, dalle donne e dai bambini.
Ordinò a Ronan e Van Voorhis di prendere il comando dei soldati e della milizia che proteggevano i civili, poi comandò la carica.
John Kinzie ricordò che gli uomini salirono di corsa sulle dune, con la baionetta spianata e che gli Indiani spararono la prima raffica. Alcuni soldati caddero a terra colpiti, ma gli altri riuscirono a scacciare gli Indiani dalla loro posizione, rompendone il fronte fino a quando, inseguendo il nemico, si trovarono nell’erba bassa della prateria. ”Ma il successo iniziale si trasformò in una disfatta”. I Potawatomi, ritirandosi, si radunarono a destra e sinistra, avvolgendo i soldati sui fianchi.
Iniziò un combattimento corpo a corpo in cui i Potawatomi usarono le loro armi tradizionali, mazze da guerra a punta tonda e piatta, accette, coltelli, lance. A quel punto del combattimento i Miami si dileguarono e non furono più visti.
La decisione di Heald si rivelò grave errore.
I due distaccamenti si separarono e i Potawatomi approfittarono della situazione. Scesero dalle dune e corsero sulla spiaggia verso i carri.
I primi a essere travolti furono gli uomini della milizia, che cercarono di difendersi disperatamente e inutilmente con il calcio dei fucili.
Il Sergente Isaac Holt, il conducente del primo carro, fu colpito gravemente al collo da un proiettile. Diede la sua spada alla moglie, che era a cavallo vicino a lui, dicendole di difendersi. Mrs Holt montava un cavallo molto bello, e gli Indiani volevano catturarlo, quindi la assalirono cercando di disarcionarla. Lo fecero con il calcio dei moschetti, dal momento che non volevano ucciderla, ma prenderla prigioniera. Ma Mrs Holt era una donna battagliera e riuscì. mulinando la spada in tutte le direzioni, a aprirsi un varco verso la prateria. Alcuni Potawatomi la inseguirono ridendo e gridando
“È una coraggiosa, non colpitela”. Alla fine la raggiunsero e un indiano riuscì a trascinarla a terra.
I Potawatomi, ammirati dal suo coraggio, la trattarono con gentilezza e la vendettero a un mercante sul fiume Illinois che, in seguito, la liberò.
Il Sergente Otho Hays, il conducente del secondo carro, ingaggiò un combattimento corpo a corpo con il capo Potawatomi Naunongee.
Hays riuscì a trafiggere l’avversario colpendolo con la baionetta all’addome, ma la punta rimase incastrata e Naunongee ne approfittò per calare il tomahawk sul cranio di Hays, fracassandolo.
I due nemici scivolarono a terra quasi avvinghiati. Hays morì,
probabilmente, sul colpi, mentre Naunongee spirò qualche giorno dopo nel suo villaggio sul fiume Calumet.
Susan Corbin era in uno stato avanzato di gravidanza. Prima della partenza aveva detto che non si sarebbe fatta prendere viva dagli Indiani. Cercava di tenerli a distanza roteando una spada.
I Potawatomi non volevano ucciderla, ma prenderla prigioniera, e tentavano, facendo dei gesti a mano aperta, di farle comprendere la loro intenzione. Ma Susan Corbin cercò, ancora, di colpirli, fino a quando i guerrieri persero la pazienza, la uccisero e la decapitarono.
Un Indiano le squarciò l’addome e fece a pezzi il bambino non ancora nato.
Cicely, la schiava degli Heald, seguì lo stesso destino. Fu uccisa e decapitata.
Margaret Helm, che sopravvisse alla battaglia, ricordò, nel suo racconto, di essersi trovata accanto al dottor Van Voorhis. Era stato ferito a una gamba, il suo cavallo era morto e si trovava in uno stato di puro terrore.
Le disse ”Pensi che ci uccideranno? Io sono ferito, ma non mortalmente. Ho del denaro, forse potremmo comprare le nostre vite promettendo loro una cospicua ricompensa. Pensi che abbiamo qualche possibilità?”
“Dr Van Voorhis”, rispose la diciassettenne Margaret “non sprechiamo gli ultimi istanti della nostra vita in questa vana speranza. Il nostro destino è segnato, tra poco appariremo davanti al Signore. La sola cosa che possiamo fare è prepararci a questo momento”.
“Oh, io non posso morire” esclamò il dottore “ non sono pronto a morire, ho troppo poco tempo per prepararmi. La morte è terribile.”
Mrs Helm vide l’Ensign Ronan che, gravemente ferito e appoggiato a un ginocchio, stava ancora combattendo con disperato coraggio “Guardi quell’uomo, almeno lui muore da vero soldato” “Sì” replicò Van Voorhis, ”ma lui non ha paura di morire, è ateo”.
Improvvisamente un giovane Indiano assalì Margaret Helm cercando di colpirla con un tomahawk. La ragazza riuscì schivare il colpo e si avvinghiò al collo del suo avversario, tentando di sfilargli il coltello dal fodero, ma un altro Potawatomi, più anziano, la trascinò via con una forte presa da dietro, la portò verso il lago e la spinse nell’acqua gelida tenendola con forza, come se volesse annegarla.
Si trattava di Pernice Nera, il capo amico dei Kinzie. La sua intenzione era allontanarla dal campo di battaglia fingendo di annegarla. Infatti le tenne la testa fuori dall’acqua salvandole la vita.


Un’immagine dell’assalto

Mrs Helm disse, anche, di aver fatto in tempo a vedere Van Voorhis che veniva colpito dai tomahawks.
I carri, non più difesi dai soldati e dalla milizia, divennero il bersaglio dei Potawatomi.
Riempirli con provviste, coperte e bagagli si rivelò un errore.
Un giovane guerriero salì sul primo carro e, con il tomahawk, uccise quasi tutti i bambini (undici, solo uno sopravvisse).
John Kinzie, che si trovava vicino al carro, li udì invocare i padri, le madri e i fratelli. ”Si compì il più scioccante atto di macelleria a cui abbia mai assistito”.
Un altro guerriero salì sul secondo carro, afferrò Isabella Cooper, di 12 anni, la gettò a terra e tentò di scalparla, mente la giovane si difendeva come un gatto selvatico. La ferita provocata dal coltello fu delle dimensioni di un dollaro d’argento e l’accompagnò, naturalmente, per tutta la vita.
Isabella era così terrorizzata che non si accorse di nulla fino a quando il sangue le colò sul viso.
Una vecchia squaw intervenne e impedì che venisse uccisa.
Wells, vedendo quello che stava accadendo sulla spiaggia, andò in aiuto dei civili.
Sulla sua morte esistono alcune testimonianze. Forse la più attendibile, anche se un po’ romanzata, è quella della nipote Rebekah.
La giovane lo vide farsi largo tra i Potawatomi con due pistole nelle mani. Gli Indiani fuggirono a destra e sinistra.
Quando Wells fu vicino alla nipote, perdeva sangue dalla bocca, un proiettile gli aveva trapassato i polmoni.
Le disse “ Bambina mia, sono ferito mortalmente”. Rebekah rispose “Non è possibile che tu guarisca?” “No, non vivrò più di un ora”.
Improvvisamente il suo purosangue, mortalmente ferito, cadde a terra trascinando il cavaliere, che rimase incastrato con una gamba. Da quella posizione Wells cercò di difendersi, mentre gli Indiani lo circondavano e riuscì, secondo il racconto di Rebekah, a ucciderne ancora tre. Ma poi un guerriero si avvicinò alle spalle,
Rebekah cercò di avvertirlo “Zio, un Indiano ti sta puntando il fucile alla nuca”. A quel punto Wells puntò l’indice della mano destra dietro la testa, indicando il punto dove voleva essere colpito. L’Indiano sparò, ponendo fine alla sua vita leggendaria.
Un Potawatomi gli aprì il torace, estrasse il cuore, lo divise in piccoli pezzi e lo distribuì ai compagni perché fosse mangiato.
In questo modo i guerrieri resero onore alla sua forza e al suo coraggio.
Il soldato Walter Jordan disse che fu decapitato e la sua testa infilzata a un palo.
Rebekah Heald era stata ferita, più volte, alle braccia, al petto e a un fianco e aveva il braccio sinistro rotto. Nonostante le gravi ferite, era ancora in sella.
Quando lo scontro sulla spiaggia diminuì di intensità, Rebekah e il suo cavallo divennero un obiettivo importante per i Potawatomi.
Un giovane guerriero, Kawbenaw, la catturò e la condusse dalla moglie, che cercò di togliere la coperta che c’era sotto la sella. Rebekah, sfidando il pericolo, tentò di colpirla con la frusta. Fortunatamente per lei Kawbenaw fu divertito dalla sua azione.
Eleanor Kinzie vide Rebekah prigioniera dalla sua imbarcazione vicino alla riva del lago Michigan. Chiese a Jean Baptiste Chandonnai di negoziare il suo rilascio. Chandonnai parlò con il Potawatomi e riuscì a riscattarla al prezzo di un mulo, due bottiglie di whiskey e, ovviamente, il cavallo. Rebekah fu portata a bordo dove giacque, lamentandosi per il forte dolore.
La battaglia non era, però, ancora finita. Il Capitano Heald, gravemente ferito al bacino e al braccio destro, aveva portato i soldati superstiti su un piccolo rilievo in mezzo alla prateria, ”fuori tiro dalle dune”.
Probabilmente si preparavano a morire quando Heald vide Uccello Nero che si faceva avanti insieme a Pierre LeClair, un metis che fungeva da interprete. Blackbird chiese al Capitano la resa e promise di risparmiare la vita dei prigionieri. Heald acconsentì. sebbene non fosse convinto che Blackbird sarebbe riuscito a proteggerli.
Alcuni racconti suggeriscono che Pierre LeClair, che era un miliziano fuggito all’inizio della battaglia “perché voleva salvarsi la vita”, abbia avuto un ruolo più attivo, non solo traducendo, ma anche consigliando a Heald di non arrendersi fino a quando non avesse avuto precise garanzie sulla vita dei suoi uomini.
La battaglia era durata 15 minuti.


L’attacco fu durissimo

I soldati furono portati all’accampamento principale passando per la spiaggia.
Il Lt Linai Helm raccontò di aver visto i corpi nudi degli uomini, delle donne e dei bambini che giacevano decapitati sulla sabbia rossa di sangue. Intorno ai cadaveri si stavano già radunando gli uccelli pronti a banchettare.
Blackbird aveva promesso di proteggere le vite dei prigionieri, ma solo di quelli non gravemente feriti.
I Potawatomi, e i nativi in genere, uccidevano i prigionieri che non potevano camminare fino ai loro villaggi. Li consideravano un peso inutile. Alla fine il destino dei soldati e dei civili superstiti fu deciso dai guerrieri che li avevano catturati.
La sera dopo la battaglia cinque soldati, i feriti più gravi, furono uccisi a colpi di tomahawk o torturarti. Soprattutto le donne Potawatomi, infuriate per la perdita di parenti e amici, si accanirono sui prigionieri con tutti gli utensili che avevano a disposizione. Thomas Burns, seriamente ferito, fu ucciso a colpi di forcone da una squaw sotto gli occhi della moglie e dei due figli.
Archange Ouilmette disse di aver visto, dalla sua casa sull’altra riva del fiume, il “torture ground” e le donne indiane che sottoponevano i soldati alle più terribili torture e umiliazioni.
John Kinzie, che si trovava nello stesso villaggio, raccontò, invece, che Burns era stato ucciso a colpi di tomahawk e tre soldati a colpi di fucile.
Poi ci fu quella che fu descritta come una “general frolic”, una baldoria sfrenata con danze selvagge e un grande banchetto. Durante il baccanale i Potawatomi si cibarono del bestiame e delle provviste rimaste nel forte.
La mattina del giorno seguente, il 16 agosto 1812, i Potawatomi bruciarono il forte e lasciarono Chicago con i prigionieri e il bottino. Kinzie li vide dalla sua casa mentre sfilavano in parata indossando indumenti che avevano preso durante la battaglia, scialli, piume e nastrini. Un guerriero indossava un abito da donna in mussola e un cappello che, in altre circostanze, sarebbe sembrato estremamente ridicolo.
Il Capitano Heald era stato ferito al braccio e, più gravemente, al bacino. La pallottola non fu mai estratta e lo costrinse a zoppicare per tutto il resto della vita.
Alcuni guerrieri lo volevano uccidere, incolpandolo della distruzione delle munizioni e del whiskey. Per sua fortuna fui reclamato da un capo che viveva sul fiume Kankakee, forse lo steso Storione Pazzo, che aveva, per lui, una forte simpatia.
Heald era, però, riuscito a nascondere una considerevole somma di denaro negli indumenti intimi e, tramite John Kinzie, offrì al guerriero 500$ per la sua liberazione. Kinzie aggiunse all’offerta due schiavi neri, Black Jim e Henry. Il Potawatomi accettò il pagamento e Heald poté raggiungere la casa di Kinzie, dove si riunì alla moglie Rebekah la mattina del 16 agosto.
Rimanere a Chicago era, però, pericoloso e così Kinzie affidò la coppia a Topinbee che li portò a St Joseph dove furono ospitati nel Burnett Trading Post e curati da un guaritore Potawatomi.
Ma poi Tobinbee ricevette la notizia che il capo Potawatomi che aveva catturato Nathan Heald lo rivoleva, forse su pressione dei suoi guerrieri. Gli consigliò di fuggire. Heald ingaggiò, per 100$, Alexander Robinson, un mercante, che portò la coppia, dopo due settimane di faticoso viaggio in canoa sul lago Michigan, a Fort Mackinac.
Hard si arrese al comandante Inglese, che lo inviò a Detroit. Nel gennaio 1813 fu liberato in uno scambio tra ufficiali. Nathan e Rebekah poterono, quindi, raggiungere Louisville e la fattoria di Samuel Wells, il padre di Rebekah.
Heald si dimise dall’esercito nel 1817, a causa della ferita al bacino che lo costringeva a camminare con il bastone.
Comprò una fattoria a O’Fallon, in Missouri e vi si stabilì con la moglie.
I Potawatomi divisero i prigionieri tra i villaggi in Illinois e Wisconsin.
Quando i guerrieri portavano a casa i prigionieri, decidevano, anche, del loro destino, secondo la tradizione indiana.
Alcuni venivano uccisi o torturati mentre altri diventavano schiavi o rimpiazzavano familiari caduti.
Il Lt Linai Helm, ferito a un piede durante la battaglia, era stato catturato da Mittawas, un Ottawa che viveva sul fiume Illinois, Fu portato via da Chicago. Il suocero John Kinzie chiese a Thomas Forsyth, un importante mercante che risiedeva a Peoria, di riscattarlo. Forsyth riuscì a negoziare il suo rilascio offrendo a Mittawas due cavalli e un barile di whiskey e lo portò a casa sua.
Da Peoria Helm raggiunse St Louis e poi, in battello, New Orleans.
Nel febbraio 1813, sei mesi dopo la cattura, potè riabbracciare la moglie Margaret a Detroit.
Altri soldati non furono così fortunati e rimasero in prigionia per molto più tempo.
James Corbin era stato ferito gravemente al tallone destro e alla gamba sinistra e aveva ricevuto un colpo di tomahawk alla spalla sinistra. Non fu ucciso perché convinse i suoi catturatori che era bravo fabbro e poteva essere loro d’aiuto. Dopo essersi ristabilito dalle ferite, fu messo a lavorare nella produzione dello zucchero e godette di una certa libertà. La cosa che ricordò di più fu la fame patita. A causa delle ferite gli era difficile procurarsi il cibo e rimase senza mangiare anche per molti giorni.
Rammentò, anche, che alcuni prigionieri setacciavano i campi alla disperata ricerca delle foglie di mais non raccolte.
Ci furono, poi, minacce, intimidazioni e torture.
Un prigioniero fu portato sul campo di battaglia a vedere i corpi mutilati dei compagni. Quando alcuni soldati arrivarono in un villaggio sul Fox River, gli abitanti li aggredirono brandendo bastoni e mazze da guerra e un guerriero si mise a arrostire il cuore di due Americani. James Van Horne ricordò la vista terrorizzante di alcuni guerrieri Winnebago in visita dipinti di nero e rosso.
Durante l’inverno 1812 molti guerrieri lasciarono i fiumi Fox e Illinois per combattere con Tecumseh. Partirono lasciando senza cibo i prigionieri. Un
soldato congelò a morte. un altro morì per eccessivo sfinimento, un terzo impazzì e fu ucciso dai suoi catturatori.
I guerrieri Potawatomi di un villaggio sul Fox River reclamarono come prigionieri John e Sarah Needs e il loro bambino.
John Needs era stato ferito seriamente durante la battaglia. C’era poco cibo per tutti nel villaggio durante l’inverno 1812-13 e i Potawatomi non sopportarono i pianti e i lamenti del bambino affamato. Lo legarono a un albero e lo lasciarono congelare. John Needs morì nel gennaio 1813 per le ferite, il dolore e l’estrema debolezza, la moglie Sarah uscì di senno, fu legata a un albero e lasciata morire di fame e di freddo.
Questo comportamento brutale rifletteva sia la crudeltà e l’insensibilità dei catturatori verso i prigionieri, sia le condizioni estreme del villaggio in quell’inverno particolarmente rigido.
Susan Simmons era arrivata a Fort Dearborn come giovane sposa del Caporale John Simmons. Durante la battaglia i Potawatomi uccisero il marito e un figlio di 3 anni. Susan Simmons sopravvisse e riuscì a nasconderere la piccola figlia di 6 mesi, che si chiamava come lei, Susan, sotto uno scialle.
Fu portata a Green Bay. Arrivando lì non trovò un caldo benvenuto. Fu costretta a correre la gauntlet formata da donne e bambini armati di bastoni e mazze. Susan riuscì a raggiungere la fine e sopravvisse. Una vecchia squaw lavò e medicò le sue ferite, le diede del cibo e la adottò nella sua famiglia.
L’anno seguente Mrs Simmons fu liberata e raggiunse, insieme alla figlia, un posto di frontiera in Ohio.
La piccola Susan crebbe, diventò la moglie di Moses Winans e andò a vivere in California. Morì nel 1900, a 88 anni, l’ultima sopravvissuta del massacro. Non tornò mai più a Chicago.
Un soldato ferito, invece, fu preso prigioniero da una vedova Potawatomi con 3 figli. La donna portò il soldato al suo villaggio, vicino a un piccolo lago 40 miglia a nord di Chicago. Dopo essersi ristabilito, il soldato sposò la donna e si integrò perfettamente nella sua nuova famiglia indiana.
Nei mesi e nei due anni seguenti tutti i prigionieri superstiti, 18 soldati, 6 donne e 6 bambini furono riscattati, con l’aiuto delle autorità Inglesi, e ritornarono alla civiltà.
Il conto totale dei morti può essere fatto con buona precisione.
Il Capitano Heald, nel suo primo rapporto stilato il 23 ottobre 1812, scrisse che i soldati uccisi erano stati 26, per il Lt Helm furono 27.
Cinque soldati furono uccisi la notte dell’eccidio nell’accampamento indiano, 6 perirono in prigionia.
A queste vittime bisogna aggiungere William Wells, 11 miliziani, 3 donne, Susan Corbin, Cicely e Sarah Needs e 12 bambini, per un totale di 64-65 vittime.
Secondo il rapporto di Heald i morti Potawatomi furono solo 15.
Nel 1816 l’esercito ritornò a Chicago. I soldati sotterrarono quel che rimaneva dei cadaveri rimasti insepolti sul terreno per quattro anni, poi ricostruirono il forte più piccolo, con una sola blockhouse e una singola palizzata.
Nel 1823 il forte fu abbandonato una seconda volta, per poi essere rioccupato nel 1828 a seguito della rivolta dei Winnebagos di Red Bird.
Fu abbandonato definitivamente dai militari nel 1837. Nel 1857 Fort Dearborn fu bruciato parzialmente da un incendio e fu distrutto totalmente dal “ Great Chicago Fire” del 1871.
Una replica di Fort Dearborn fu costruita nel 1933 quando si svolse a Chicago la Century of Progress World Exposition,
Per quell’occasione fu emessa una cartolina con francobollo celebrativo.
Vi sono due memorials dedicati agli eventi del 15 agosto 1812.
Nel 1893 si tenne, a Chicago, la World’s Fair chiamata, anche, World’s Columbian Exposition, che celebrava i 400 anni dalla scoperta dell’America. Chicago non era più un piccolo avamposto di frontiera ma si era trasformata in una grande metropoli con più di un milione di abitanti.
Un ricco imprenditore locale, George Pullman, decise, per l’occasione, di regalare alla comunità un monumento che celebrasse il successo economico e il crescente potere politico della città. Commissionò la statua e pagò 30000$ per la sua installazione.
A Chicago soggiornava, in quel periodo, uno scultore Danese, Carl Rohl Smith, che stava lavorando a una statua di Benjamin Franklin. Pullman lo incaricò del lavoro.
The Fort Dearborn Massacre è una scultura in bronzo alta tre metri collocata su un massiccio piedistallo di granito. L’opera ritrae il momento in cui Pernice Nera salvò Margaret Helm dall’attacco di un guerriero Potawatomi non identificato. Il soldato caduto è il dottor Isaac Van Voohris. che morì durante la battaglia, che viene trafitto, con una lancia, da un secondo guerriero, mentre il bambino che chiede aiuto a braccia distese simbolizza tutti i bambini uccisi, il fatto più sanguinoso di quella tragica giornata.
Rohl Smith non fu per nulla soddisfatto dei Potawatomi come modelli, probabilmente si erano troppo civilizzati e non incarnavano lo spirito e l’aspetto del “vero Indiano” che voleva dare alla sua opera.


The Fort Dearborn Massacre

A Fort Sheridan, a nord di Chicago, erano imprigionati due Sioux, Kicking Bear e Short Bull, catturati a Wounded Knee. Rohl Smith li volle come modelli. Possiamo, quindi, affermare che i tre guerrieri, Pernice Nera e i due non identificati, sono Potawatomi-Sioux.
La scultura fu collocata presso la dimora di Pullman, tra la 18th Street e Praire Avenue, vicino al luogo dove si pensava fosse stata combattuta la battaglia. Ma, poi, quella che era stata una zona residenziale si trasformò, rapidamente, in un’area industriale e il monumento subì atti di vandalismo.
Nel 1931 gli eredi di George Pullman lo donarono alla Chicago Historical Society, che lo collocò nella sua sede, dove rimase per più di mezzo secolo.
Nel 1986 la statua fu riportata nel punto dove era stata posizionata originariamente, vicino a Praire Avenue, ma nel 1998 la scultura fu rimossa una seconda volta per lavori di restauro e portata in un deposito dove si trova ancora oggi, coprendosi di polvere e verderame.
Il secondo memorial è un bassorilievo inserito nel pilastro sudoccidentale del Michigan Avenue Bridge.
L’opera, che Henry Herring scolpì nel 1928, si chiama Defense.
Mostra l’Ensign George Ronan che cerca di difendersi, a spada alzata, dall’attacco di un guerriero. Dietro di lui vi sono tre figure, un uomo e una donna con un bimbo in braccio che cercano di fuggire dai Potawatomi che li stanno inseguendo.
Un angelo sorvola la scena, muto testimone della tragedia.
Il Michigan Avenue Bridge fu costruito tra il 1917 e il 1920 sopra il Chigago River. All’interno dei quattro pilastri sono scolpite scene della “prima Chicago”.
Davanti al lato meridionale del ponte, all’incrocio tra Michigan Avenue e Wacker Drive, sorgeva Fort Dearborn, dall’altra parte, sul lato settentrionale, dove oggi svetta il grattacielo della Tribune Tower, vi era la casa di Jean Baptiste Point de Sable, la prima abitazione di Chicago. poi dimora di John Kinzie.
Il 15 agosto 2009 il Chicago Park District inaugurò un nuovo parco tra Calumet Avenue e la 18th Street, vicino al sito della battaglia.
Battle of Fort Dearborn State Park è una piccola area di terreno che contiene un marker che ricorda il significato storico di questo luogo.
Vi furono molte discussioni tra i residenti locali, alla fine la parola massacro fu eliminata. John Low, un Potawatomi direttore del Mitchell Museum of the American Indian suggerì che il nome del parco ricordasse che tutti i nativi e non nativi non furono, semplicemente, vittime, furfanti o eroi, ma persone costrette a affrontare scelte e circostanze estremamente difficili.
Non tutti sono, però, d’accordo.
Jerry Crimmins, per esempio, autore di un bellissimo romanzo storico intitolato “Fort Dearborn. A Novel” scrive “Il revisionismo trasforma, oggi, eroi del passato in farabutti. Fin quando scriverò di questo argomento lo chiamerò il massacro di Fort Dearborn”.

BIBLIOGRAFIA:

Ho ricavato la maggior parte delle notizie per quest’articolo dai seguenti libri, in ordine di preferenza. ”William Wells and the Struggle of the Old Northwest” di William Health (2015), ”Illinois and the War of 1812” di Gillum Ferguson (2012), ”Rising up from Indian Country” di Ann Durking Keating (2012), ”Two Views of the Fort Dearborn Massacre” (2013), che contiene la testimonianza del Lt Linai Helm, ”Wau Bum. The Early Day in the North-West”di Juliette Kinzie (2016, prima edizione 1856).
Ho tratto ulteriori informazioni da due romanzi storici. ”Fort Dearborn. A Novel” di Jerry Crimmins (2006), che contiene note finali particolarmente esaustive, e “Shake the Earth” di P. L. O’Sullivan (2019), incentrato sulla vita di Margaret Helm.
Il testo fondamentale sui Potawatomi è “The Potawatomis:Keeper of the Fire” di David Edmunds (1978).

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