Dal Klondike all’Alaska in cerca dell’oro

A cura di Angelo D’Ambra

Cercatori d’oro dello Yukon
I metodi minerari diffusi nello Yukon si andarono perfezionando rapidamente. Dapprima i cercatori limitavano le loro attività all’estate, poi iniziarono a servirsi delle tecniche di bruciatura che i russi usavano da secoli in Siberia e che permisero loro di scongelare il permafrost e lavorare tutto l’anno. Questa procedura restò la più diffusa: si usava collocarsi nel letto del fiume, scavare una buca fino a raggiungerlo e accendervi un fuoco per poi togliere la cenere e riprendere a scavare e a riaccendere il fuoco ripetendo lo stesso procedimento fino a quando la buca era divenuta così profonda da poter raggiungere la ghiaia e passarla al setaccio.
Dopo aver estratto il minerale, i cercatori iniziavano pure a scavare gallerie in direzione della foce e della sorgente passando al setaccio dell’altra ghiaia. Col sopraggiungere della primavera queste gallerie di ghiaccio iniziavano a colare acqua e i minatori allora si spostavano in superfice dove costruivano dighe per far convogliare acqua in un canale artificiale solcato da chiusini in cui avrebbero potuto recuperare oro col metodo consueto dell’oscillazione per separare l’oro dalla sabbia.


La salita verso il passo che conduceva ai campi auriferi

E’ importante precisare che quando il mondo venne a conoscenza dell’oro nel Klondike, nel 1897, pochi sapevano veramente qualcosa di quella regione. Alcuni immaginavano persino che si trovasse nel territorio statunitense. Sicuramente la febbre dell’oro portò ad un crescendo di tensioni tra Stati Uniti e Canada per un confine non ancora stabilito in certi passi di montagna. I due Paesi rivendicarono entrambi i porti di Dyea e Skagway e ciò rese il controllo di questo lembo di terra una questione molto delicata. All’inizio della corsa all’oro, l’esercito americano inviò un piccolo distaccamento a Circle City, ma non intervenne mai.


Tendopoli sorte dal nulla in attesa di raggiungere i campi auriferi

Il Canada, dal canto suo, valutò l’ipotesi di espellere tutti gli statunitensi dal Klondike, ma non lo fece. Alla fine gli USA accettarono che Dyea e Skagway divenissero una sorta di porti ad uso del Canada, permettendo alle navi di sbarcarvi liberamente passeggeri e merci canadesi, mentre il Canada accettò che i minatori americani operassero senza problemi nel Klondike.
Ai cercatori d’oro certe questioni di sovranità importavano poco. La maggior parte di essi proveniva dagli Stati Uniti e semplicemente mal sopportava i funzionari canadesi che imponevano una tassa del 10% sull’oro da essi faticosamente rinvenuto, così si servirono del fiume Yukon per evitare la dogana e far arrivare il loro oro in Alaska, territorio statunitense. Questo contrabbando proseguì ininterrotto sino all’inverno del 1899, quando il norvegese Jafet Lindeberg e gli svedesi, Erik Lindblom e John Brynteson, scoprirono l’oro sull’Anvil Creek, presso Nome, nell’Alaska occidentale.


Skagway

Nel giro di una settimana tutti i cercatori lasciarono il Klondike.
In Alaska oro era stato scoperto già nel 1869, a Powers Creek, ma i rinvenimenti più interessanti erano avvenuti nel 1880, nell’area di Juneau, e nel 1896, presso il Resurrection Creek, vicino a Hope.


Un quadro che riprende Fairbanks

Dopo Nome, i cercatori d’oro si riversarono anche a Fairbanks dove un immigrato italiano, Felice Pedroni, coi fratelli Giovanni e Francesco Dalla Costa, trovò un ricco giacimento aurifero.


Felice Pedroni

La straordinaria avventura nella romantica e crudele distesa di gelo alla frontiera settentrionale del Canada era finita. Del Klondike sarebbe rimasta l’eco nei ricordi, nei giornali, nei romanzi. La maggior parte dei cercatori era andata via più povera di quando vi aveva messo piede.

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