La ballata di Mickey Free

A cura di Gian Mario Mollar

Un’immagine significativa di Mickey Free, armato di fucile
Half Mexican, half Irish and whole son of a bitch. “Mezzo messicano, mezzo irlandese e del tutto figlio di una cagna”. Con queste parole, passate alla storia, Al Sieber, rude capo degli scouts dell’esercito degli Stati Uniti, descrisse Mickey Free (1848-1914). La storia di questo personaggio è rocambolesca quanto una dime novel: da ragazzo fu rapito dagli Apache e, divenuto uno di loro, si arruolò come scout e cacciatore di taglie ai tempi delle guerra indiane nel Sud Ovest degli Stati Uniti.
Il suo vero nome era Felix Telles, e nacque a nel 1848 a Santa Cruz, in Messico, da una donna messicana, Jesusa Martinez, e da un uomo di nome Santiago Telles, di probabili origini irlandesi.
Alla morte del padre del bambino, la madre si sposò con un uomo di nome John Ward. Si trasferì nel suo ranch nei pressi di Fort Buchanan, nei pressi della Sonoita Valley, ed ebbe altri figli.
Il 27 gennaio 1861 Felix Telles era un tredicenne magro, con capelli dai riflessi ramati e un occhio offuscato e cieco a causa di un’infezione infantile. Quel giorno, la sua vita sarebbe cambiata per sempre: una banda di Apache, probabilmente reduci da scorribande in Messico, assaltò il ranch. Il capofamiglia era assente per un viaggio di affari oltre il confine.


Il giovane Mickey Free in una rara immagine

Un costruttore di diligenze di nome John Cole ebbe modo di assistere all’incursione, e raccontò che, entrando nella proprietà dei Ward, il gruppo si divise: una parte andò al fiume per rubare la mandria, una parte si diresse verso la casa, per rapire donne e bambini. Trovarono il ragazzo appollaiato su un albero di pesche. Gli intimarono di scendere e lo fecero prigioniero. I predoni avrebbero fatto lo stesso con la madre e il resto della famiglia, ma vennero disturbati dall’arrivo di alcuni mandriani, che li misero in fuga: con loro venti capi di bestiame e un ragazzo dalla pelle chiara.
Con ogni probabilità, gli Apache che rapirono il ragazzo erano della tribù Aravaipa, stanziati a Ovest. In seguito, Felix Telles venne scambiato e barattato più volte, fino a trovare casa presso una tribù di Apache White Mountain dell’Arizona. Qui il ragazzo venne adottato da un uomo di nome Nayundia.
Era pratica comune tra gli Apache adottare le donne o i bambini catturati in guerra, per rinnovare il sangue all’interno della tribù, garantirsi preziosa manodopera oppure merce di scambio. Agli adulti maschi, invece, spettava di solito una sorte ben più drastica.
I prigionieri bambini potevano diventare membri della tribù a tutti gli effetti, e questa fu la sorte del ragazzo rapito. È risaputo che l’educazione tra questo popolo di guerrieri e predoni era una dura scuola di vita. Ai bambini, fin da piccoli, veniva insegnato a cacciare e sopravvivere nel deserto: a immaginare l’acqua dove l’occhio vede solo distese di terra riarsa, a ricavare cibo dalle radici di yucca e sollievo dalla sete con il succo del cactus cholla.
Mickey Free con la famiglia
A titolo di esempio, si racconta che, per temprarne la resistenza, li si facesse correre per miglia con la bocca piena d’acqua, senza poterla deglutire. Per sopravvivere, il giovane Felix apprese tutto quello che un vero Apache doveva conoscere: l’arte di seguire le tracce e di orientarsi, di lanciare frecce, di tendere imboscate ma soprattutto la resilienza in un’ambiente ostile e selvaggio
Lasciamo per ora il ragazzo alla sua educazione indiana e torniamo al ranch. Il suo padre adottivo John Ward, ritornato dal Messico, si rivolse all’esercito per riavere il figlio rapito. Riuscì a farsi dare ascolto: la mattina del 29 gennaio 1861, lui e il tenente in seconda del Settimo Fanteria George Bascom cavalcarono con cinquantaquattro uomini a Fort Buchanan per riscattare il “ragazzo di Ward”. Non potevano saperlo, ma dalle loro azioni si sarebbe scatenata una guerra con gli Apache destinata a insanguinare il sud ovest per venticinque anni.
Alla radice di tutto, un malinteso: John Ward era sicuro che il suo figliastro fosse stato rapito dagli Apache di Cochise, i Chiricaua, e riuscì a persuadere anche il Tenente Bascom. In realtà, come abbiamo visto, gli autori del rapimento erano degli Aravaipa, una tribù del tutto distinta. Di conseguenza, il 3 febbraio, ad Apache Pass sui monti Mimbres, quando Cochise e i suoi vennero convocati a parlamentare per il rapimento negarono ogni coinvolgimento con il ragazzo rapito.
A riprova della sua buona fede, Cochise portò con sé buona parte della sua famiglia: suo fratello, due nipoti, sua moglie e i loro due figli. Bascom, d’altra parte, era convinto del contrario: riteneva che gli stessero mentendo e non vedeva l’ora di dare una lezione ai “selvaggi”. L’atmosfera all’interno della tenda in cui si svolgeva il colloquio andò progressivamente surriscaldandosi, fino a quando i militari non cercarono di arrestare gli Apache. Cochise riuscì a fuggire all’imboscata, uccidendo un soldato e aprendosi un varco attraverso la tenda con un coltello che si era portato di nascosto. La sua famiglia, invece, rimase in mano alle giacche blu. La mossa successiva degli Apache fu di catturare dei coloni nei dintorni per scambiarli con i loro ostaggi e da allora in poi la violenza trionfò in un vortice inarrestabile: Bascom, volendo mostrare fermezza, fece impiccare gli ostaggi in suo possesso, Cochise a sua volta torturò e uccise i bianchi che aveva catturato. La guerra era scoppiata.
Spostiamoci in avanti di undici anni: il 2 dicembre del 1872, a Camp Apache, il Tenente John Burke arruola 47 scout apache dell’ovest per usarli nella lotta contro i Chiricaua. Tra questi, c’è un ragazzo di vent’anni, snello, i capelli lunghi con riflessi di rame, un occhio azzurro e uno guercio: è il nostro Felix. Viene arruolato insieme al suo fratellastro Tlol-dil-zil, che di lì in poi verrà chiamato Johnny Rope e sarà ricordato come uno scout valoroso, al punto da essere il primo a ricevere gli onori militari al proprio funerale.
La pratica di arruolare guide indiane nei ranghi dell’esercito risale agli albori della storia americana: già durante la Guerra di Indipendenza (1775-1783), ma ancor prima, nelle Guerre tra Inglesi e Francesi, i nativi venivano coinvolti per via della loro superiore conoscenza del territorio e delle sue risorse. Dove l’occhio di un europeo scorgeva solo terra battuta, la guida nativa riusciva a intuire le tracce di un cavallo e la direzione da seguire. La figura dello scout venne però regolarizzata a tutti gli effetti soltanto nel 1866: da allora, gli scout ebbero una loro divisa, che prevedeva un emblema con due frecce incrociate e un cappello a cencio, pensato apposta per accogliere le loro capigliature voluminose. Di fatto, comunque, tale divisa veniva indossata con scarsa regolarità e spesso mescolata con elementi decorativi tipicamente indiani.


Il sergente Mickey Free, scout dell’esercito americano

Si è spesso parlato degli scout come di “traditori del proprio popolo”, rinnegati disposti a vendersi al nemico per denaro e a fare sterminare i loro stessi fratelli. La realtà storica è diversa e un po’ più complessa: di fatto, gli scout non si sentivano traditori, per il semplice fatto che non c’era nessun “popolo” da tradire. Tra i nativi, infatti, vigeva una logica tribale: non si percepivano come un unico fronte minacciato dall’esercito dall’uomo bianco, ma erano divisi in tribù, che a loro volta erano spesso in conflitto tra di loro.
Nel caso specifico degli apache, c’era un’iniziale diffidenza da parte dell’esercito nel servirsi di scout indigeni, per il fatto che, tradizionalmente, questo popolo era considerato infido e pericoloso. Fu il Generale George R. Crook (1828-1890), a sdoganare l’arruolamento di guide indiane, sostenendo che “per cacciare un apache ci vuole un apache”. I fatti gli diedero ragione: gli scout risultarono non solo tremendamente efficaci sul campo, ma anche fedeli all’esercito americano fino al fanatismo. A questo proposito, è emblematico il caso dello scout apache Dutchy (1855-1893), che portò al generale Britton Davis la testa del suo stesso padre, colpevole di aver ucciso un uomo bianco.
La tradizione dei nativi americani nell’esercito non si limita a questo periodo, ma si protrae anche in tempi ben più recenti: si pensi ai windtalkers navajo della Seconda Guerra Mondiale, la cui lingua risultava incomprensibile per gli intercettatori tedeschi, o ai reduci nativi della guerra in Vietnam, che ancora oggi vengono celebrati nei pow-wow e in altre occasioni ufficiali.
I soldati non riuscivano a pronunciare correttamente i nomi nativi, così spesso attribuivano agli scout dei soprannomi inglesizzati. Per via della sua pelle chiara e dei suoi capelli rossi, qualcuno paragona il ragazzo rapito al personaggio di un libro dello scrittore irlandese Charles Lever (1806-1872): da allora in poi il suo nome sarà Mickey Free. Secondo altre fonti, fu egli stesso a scegliersi quel nome per celebrare la propria “libertà” conquistata a caro prezzo.
Di fatto, Free non piaceva a nessuno: era un bianco tra gli indiani e un indiano tra i bianchi. Il commento di Al Sieber, riportato in apertura di questo articolo, la dice lunga in proposito.


Al Sieber

Malgrado ciò, la carriera di Free negli scout risulta piuttosto fulgida: in meno di un anno, nel 1873, viene promosso caporale e successivamente sergente, con la “ricca paga” di diciassette dollari al mese, e in seguito diventa interprete a Camp Verde, arrivando a 125 dollari al mese. Una descrizione di Donald McIntosh ci permette di immaginare l’aspetto del giovane Mickey Free: “Avevo soltanto quindici anni a quei tempi e non avevo mai incontrato nessuno come Mickey Free. Calzava dei grossi stivali da cavalleria, del tipo che arriva sopra al ginocchio… e aveva un grosso cinturone da pistola intorno al petto, dove portava due grandi pistole Dragoon.”
Durante il suo servizio nell’esercito, Free incrocia la pista di diverse leggende del West. Oltre, il capo degli scout il cui commento abbiamo riportato in apertura, Mickey Free incontrò anche il leggendario Tom Horn (1860 – 1903). Difficile riassumere in poche parole la vita rocambolesca di personaggio della frontiera, che fu scout dell’esercito ma anche pistolero prezzolato e successivamente detective della Pinkerton e finì impiccato alla vigilia del suo quarantatreesimo compleanno: ai tempi in cui incontrò Free, anch’egli era agli ordini di Sieber, e di lì a poco avrebbe condotto una caccia all’uomo a Geronimo in Messico, durante la quale venne ferito dal fuoco dell’esercito messicano. In ogni caso, Free esercitò una forte impressione anche su di lui, almeno a giudicare dalla sua testimonianza: “Adesso parlava Messicano e Apache come un professore. Ed era il diavolo più selvaggio del mondo all’epoca. Aveva capelli rossi lunghi e arruffati e un occhio blu. Era pienamente qualificato come un tipico scout e una guida a tutti gli effetti, ad eccezione del fatto che non aveva mai il minimo riguardo per la sua stessa vita”.


Ancora un raro ritratto di Mickey Free

Fu così che Mickey Free diventò un attore importante della guerra che egli stesso aveva contribuito, involontariamente, a scatenare. Accompagna il Generale Crook nella sua spedizione del 1883 sulla Sierra Madre contro gli Apaches Chiricahua guidati da Geronimo e Nana. In un’occasione, Crook si avventurò a caccia di uccelli armato di fucile, e, imbattutosi in una delegazione di indiani, venne derubato sia del fucile che della cacciagione. Mickey Free e un altro scout di nome Severiano intervennero in tempo per evitare che fosse catturato. Sedutisi a terra, negoziarono il suo rilascio e riuscirono a ricondurre all’accampamento il generale.
In seguito, Free venne inviato nella riserva apache di Turkey Creek, dove agiva come spia sotto copertura e riferiva in merito a possibili rivolte. La vita di uno scout all’interno delle riserve aveva un carattere privilegiato: non solo avevano diritto all’assistenza medica dei bianchi, ma la loro paga li metteva in una posizione sociale più elevata, rendendoli desiderabili per le donne e giocatori d’azzardo relativamente facoltosi.
Geronimo, Naiche e i loro seguaci fuggono dalla riserva nel 1885: Mickey Free, odiato da Geronimo e da tutti i Chiricahua, sarà tra i loro inseguitori in Messico al fianco del Generale Davis, ma la spedizione andrà a vuoto. Nel corso delle missioni, Mickey Free serviva spesso da interprete, ma gli indiani lo accusavano di stravolgere deliberatamente il senso delle loro parole per vanificare gli accordi. Geronimo, nel 1886, rifiutò l’aiuto di Free e preferì avvalersi di un proprio interprete per negoziare la resa con il Generale Crook.
Nel 1866, Mickey Free cavalca fino a Washington D.C. con una delegazione apache composta dal capo Chato e dai suoi seguaci. Nello stesso anno, il figlio di Mickey Free venne ucciso, in circostanze poco chiare, da un gruppo di Apache White Mountain ubriachi. L’evento spezzò il cuore dello scout, che forse intraprese il lungo viaggio proprio per dimenticare la perdita subita.
Il Capitano John Bourke, lo stesso che lo aveva arruolato molti anni prima come scout, lo incontra a Washington e ci lascia una testimonianza del suo dolore: “I capelli di Mickey Free erano in condizioni terribilmente trascurate: incolti, disordinati e sporchi. Essi erano il segno del suo profondo dolore per la recente uccisione del suo piccolo, che non aveva ancora compiuto dieci anni”. Nello stesso anno, mentre Mickey Free si trova a Washington, Naiche e Geronimo si arrendono e fanno ritorno negli Stati Uniti.
Tornato a sua volta in Arizona, Mickey inizia a lavorare come cacciatore di taglie, specializzato nella cattura di apache fuggitivi.


Apache Kid

È a questo punto che la sua pista si incrocia con il leggendario Apache Kid, la cui triste storia merita una digressione.
Per certi versi, infatti, i trascorsi di Mickey Free e di Apache Kid si assomigliano: entrambi furono rapiti da ragazzi, entrambi diventarono scout dell’esercito. Le loro vite, però, si svilupparono sui lati opposti di una barricata: Apache Kid divenne un fuorilegge, mentre Free rimase fedele all’esercito e cercò, inutilmente, di catturarlo.
Apache Kid nacque intorno al 1860 presso una tribù di Apache Aravaipa, il suo vero nome era Haskay-bay-nay-ntay. Ancora ragazzo, venne rapito dalla tribù degli Yuma, e successivamente liberato dall’esercito americano. Cresce mendicando negli accampamenti militari fino a quando non incontra (proprio come Mickey Free) il capo degli Scout Al Sieber, che lo arruola come scout e, sostanzialmente, lo adotta come “pet indian”, una sorta di mascotte. Nel 1881 anch’egli collabora con il Generale Crook e viene gratificato con il grado di sergente per la sua abilità ed efficienza. Nel frattempo, il Kid si sposa con una parente del capo Eskiminzin e ha da lei due figli.


Il generale Crook in Arizona

Tutto sembra andare per il meglio fino a un tragico giorno di fine maggio del 1887. Apache Kid viene lasciato solo a soprintendere la riserva di San Carlos. Incoraggiati dall’assenza di Sieber e degli altri ufficiali di grado superiore, gli scout si ubriacarono con il tiswin, una bevanda alcolica ottenuta con la fermentazione del mais o con la polpa del cactus saguaro. In preda ai fumi dell’alcol, ben presto i toni si accesero. Non si sa se il Kid partecipò volontariamente alla festa o se vi si trovò coinvolto suo malgrado, ma suo padre, Togo-de-Chuz, rimase ucciso nella baruffa. Il colpevole, un Aravaipa di nome Gon-Zizzie, era già stato ucciso dai compagni di Apache Kid, ma questi volle vendicarsi uccidendo anche un altro apache di nome Rip, che probabilmente aveva avuto un ruolo nell’uccisione del padre.
Al ritorno di Sieber, il Kid e i suoi si consegnarono spontaneamente. Proprio mentre stavano per venire condotti in guardina, venne esploso un colpo di pistola, che ferì lo stesso Al Sieber al piede sinistro, lasciandolo claudicante per un lungo periodo. Apache Kid e i suoi approfittarono del disordine per darsi alla fuga. Dopo diverse settimane, si arresero nuovamente ma ancora una volta, mentre venivano condotti al penitenziario di Yuma per affrontare a una dura condanna di sette anni ai lavori forzati, il Kid riuscì a fuggire, e questa volta per sempre.
Malgrado avesse alle calcagna i migliori scout dell’esercito, tra cui lo stesso Mickey Free e – curiosamente – anche un giovane Edgar Rice Burroughs (1875-1950) che dopo il servizio nell’esercito diventerà un prolifico scrittore nonché il padre di “Tarzan” – e malgrado una corposa taglia di cinquemila dollari, nessuno lo vide più, ma nacque la sua leggenda: gli si attribuivano – con prove più o meno labili – furti di bestiame, rapine, stupri e omicidi.


Il Ranger del Texas John Slaughter

Qualcuno, come il Texas Ranger John Horton Slaughter, dichiarò di averlo ucciso, ma non riuscì mai a provarlo con sufficiente certezza. Nel 1894, una donna apache dichiarò di averlo visto in fin di vita, probabilmente a causa della tubercolosi, tra i monti scoscesi della Sierra Madre. A quel punto, la taglia venne ritirata, anche se il corpo dell’ex-scout non venne mai ritrovato. Gli allevatori di bestiame del confine continuarono a lamentare incursioni di Apache Kid fino agli anni Venti del secolo successivo.
L’alcolismo di Mickey Free, nel frattempo, andò peggiorando: ubriaco e in preda a un istinto omicida, insieme alla sua squaw, attaccò un sergente della riserva, che però riuscì ad atterrarli entrambi con il calcio del proprio revolver.
Nel 1894, lo scout si ritirò dal servizio nell’esercito e tornò a vivere con gli Apache White Mountain, gli stessi che, molti anni prima, lo avevano rapito. La sua vita finì tra loro, nel 1900.
Questa è la ballata di Mickey Free, uno dei tanti volti truci e riarsi dal sole che costellano il violento e drammatico affresco delle guerre indiane nel sud ovest. La sua fu una vita dura in un mondo altrettanto spietato, e lottò per sopravvivere.

Riferimenti bibliografici:

– Keith Wheeler, The Scouts, in The Old West, Time-Life Books, 1980
– Stefano Di Marino, Apache, una leggenda Americana, Odoya, 2019

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