Guerre e atrocità contro gli indiani a causa dell’oro

A cura di Angelo D’Ambra

La corsa all’oro per i nativi significò patimenti e morte, guerre e rinunce.
Anche in Idaho andò in questo modo, nonostante tutta la pazienza degli indiani nell’accettare di convivere con gente accecata dalla polvere gialla. Nel febbraio del 1860 Elias D. Pierce, che commerciava coi Nez Pierce (Nasi Forati), trovò oro dove l’Orofino Creek incontra il Canal Creek, in pieno territorio indiano, e si fiondò nell’area, con un pugno di uomini, a più riprese, nonostante l’opposizione dell’agente federale competente. Al sopraggiungere dell’inverno, sebbene non si potessero costruire strutture permanenti nella riserva, era sorta la città di Pierce e l’intero territorio era tutto picchettato di concessioni.
Gli indiani di capo Lawyer accettarono di lasciar lavorare i bianchi a nord del fiume, ma i cercatori violarono l’intesa e si spinsero anche a sud, trovando oro in un punto cui dettero il nome di Elk City e poi sul fiume Salmon, nei pressi del quale fondarono Florence. Sul finire del 1862 oro era pure stato individuato nel Boise Basin da Moses Splawn e poi presso l’Owyhee Basin. Le miniere penetravano abbondantemente nella riserva dei Nez Pierce ma gli indiani non riuscirono ad impedire l’invasione ed accettarono di convivere con gli intrusi, pensando fosse inutile resistere, adattandosi a fare da guida ed a fornire loro cibo e riparo. La guerra fu evitata solo fino al 1876 quando i Nez Pierce, stavolta guidati da Capo Giuseppe, furono costretti a spostarsi in Oklahoma.


La resa dei Nez Perce

Più tristi e sanguinarie vicende si ripeterono con sioux lakota e cheyenne settentrionali quando l’oro fu scoperto pure sulle Black Hills, territorio di quello che oggi è lo Stato del South Dakota, ad ovest del Missouri. Per i lakota quelle erano le Paha Sapa, le montagne sacre, il luogo dove parlare col Grande Spirito, raccogliere erbe medicinali, frutta e bacche, bagnarsi nelle acque sorgive e trovar pietre per farne punte di frecce. Intraprendenti cercatori d’oro s’inoltrarono nel territorio sfidando il pericolo indiano e riferirono di aver trovato piccole quantità di oro proprio nelle Blak Hills e nei monti del Big Horn. Le autorità militari però proibirono ad ogni spedizione di addentrarsi nell’area e le Blak Hills restarono a lungo solo al centro di curiosità e racconti. La voce che nuovi importanti giacimenti d’oro si trovassero all’interno della Grande Riserva, consegnata ai sioux a seguito del Trattato di Fort Laramie, fu però confermata dalla spedizione di George Armstrong Custer. Dieci compagnie di cavalleria e due di fanteria, scortate da guide native, toccarono l’attuale Custer, poi Hill City, Sheridan e Pactola e poi spostandosi verso le Black Hills settentrionali. Nel fare rapporto Custer sostenne la presenza abbondante dell’oro anche in superficie, “persino nelle radici dell’erba”.


La colonna guidata da Custer nelle Black Hills nel 1874

La successiva spedizione geologica di Walter P. Jenney della Scuola Mineraria di Columbia confermò tutto. La notizia echeggiò da oriente ad occidente e, segretamente, parecchi cercatori d’oro penetrarono nelle Black Hills in cerca di fortuna, violando il Trattato di Fort Laramie. Divennero migliaia nonostante l’esercito provasse a frenarli.
Ironia della sorte, questo territorio era stato concesso ai lakota dopo i ritrovamenti d’oro nel Montana e la Guerra di Nuvola Rossa.
Durante la Guerra di secessione, infatti, prima nell’area di Bannack, poi presso l’Alder Gulch, un corso d’acqua che attraversa la valle del Ruby River, ed infine a Butte, erano stati scoperti dei consistenti giacimenti. I minatori avevano coperto quei terreni con tende, rifugi e baracche e le loro ricerche si erano ampliate, continuando ad aver buon esito in tutto il territorio, allora parte dell’Idaho, e portando alla nascita di Virginia City, come l’omonima città del Nevada. L’afflusso dei cercatori nei territori di pascolo del bisonte, il progetto di una linea ferroviaria e l’intervento dell’esercito desideroso di mettere le mani su quell’oro per sostenere la guerra civile, avevano però creato attriti con i nativi che vivevano lì. Quando, nel 1865, il governo dette inizio alla costruzione del Bozeman Trail, destinato ad abbreviare il percorso verso le miniere del Montana attraversando la regione ricca di selvaggina di Yellowstone, le tensioni sfociarono in una guerra. Tra il 1866 ed il 1868, sioux, cheyennes ed arapaho, uniti, riuscirono a battere più volte l’esercito statunitense.


La guerra per il Bozeman Trail

Destò clamore l’arguzia di Cavallo Pazzo che, fungendo da esca, attirò allo scoperto un plotone di 80 soldati guidati dal tenente colonnello William Fetterman, si lasciò circondare e poi scatenò l’attacco che portò al massacro di tutti i militari. I sioux riuscirono a mettere in grande difficoltà l’esercito e ad ottenere un buon accordo di pace. Gli Stati Uniti si erano dovuti piegare a firmare quel Trattato di Fort Laramie che aveva istituito la Grande Riserva dei lakota, con le Blak Hills, e concesso il territorio di caccia di Powder River Country, in Wyoming e Montana, definendo una zona in cui i nativi americani avevano assoluto diritto di muoversi, accamparsi e cacciare, e nessun non nativo poteva accedervi, ad esclusione degli ufficiali governativi.
Ora i bianchi calpestavano il trattato spingendosi nei territori ad essi vietati.
Nel maggio 1875, i sioux, guidati da Coda Chiazzata, Nuvola Rossa e Lone Horn, si recarono a Washington per convincere il presidente Ulysses S. Grant ad onorare il trattato e frenare la marea di cercatori d’oro. In quella circostanza vennero a sapere che il Congresso voleva spostarli nell’Oklahoma e pagare loro 25.000 dollari per avere le Black Hills. Gli indiani se ne tornarono a casa disgustati. Quell’autunno, una commissione degli Stati Uniti fu inviata presso i lakota con la speranza di ottenere l’approvazione ad un nuovo trattato che prevedesse il loro allontanamento dalle Black Hills, ma il risultato non fu quello sperato, gli indiani rifiutarono ogni trattativa di cessione delle loro montagne sacre.


Cercatori d’oro nelle Black Hills del Dakota

Grant a quel punto aprì le Black Hills ai cercatori, iniziò a pianificare l’intervento militare contro lakota e cheyenne. In realtà i primi ritrovamenti furono piuttosto modesti e solo sul finire del 1875 fu rinvenuta una consistente quantità di oro presso il Deadwood Gulch ed il Whitewood Creeks, tuttavia gli Stati Uniti erano all’alba della Long Depression ed il miraggio dell’oro faceva sperare ad una rapida uscita dalla crisi. Grant intimò ai lakota di rientrare nella riserva entro il 31 gennaio 1876. II tempi erano volutamente brevi, era solo una scusa per creare il movente di una guerra. Grant sapeva che era impossibile spostarsi così rapidamente d’inverno e rifiutò anche ogni richiesta di proroga qualificando come “ostili”, e dunque attaccabili, tutti i lakota che fossero stati trovati fuori dalla riserva. L’8 febbraio 1876, il generale Sheridan telegrafò i generali George Crook e Alfred Terry, ordinando loro di iniziare le operazioni militari.
Il 17 marzo del 1876 il colonnello Reynolds attaccò un accampamento, da cui però fu ricacciato. I due generali allora decisero di attuare una manovra di accerchiamento: Terry doveva risalire i fiumi Missouri e Tellowstone per marciare verso sud, Crook invece doveva muoversi da sud verso nord e coprire le sorgenti dei fiumi Powder, Tongue, Rosebu e Big Horn. Il 29 maggio, con una colonna di 15 squadroni di cavalleria e cinque di fanteria, Coork lasciò Fort Fetterman per Goose Creek. Dopo diverse brevi schermaglie avvenute lungo il tragitto, il 17 giugno, in un’ansa del Rosebud, i militari furono scorti dai lakota che, tornarono al loro accampamento lungo il corso d’acqua del Reno Ceek, e chiamarono alle armi duecento indiani tra sioux e cheyenne. Gli scout pawnee e snake dell’esercito avvistarono gli esploratori di un primo gruppo di nativi e li assalirono. I soldati, avendo udito degli spari, formarono le linee ed attaccarono, ignari che presto un più corposo contingente indiano li avrebbe caricati e costretti a retrocedere ed a respingere più sortite in affanno. Tra i presenti in questa battaglia c’era il capo cheyenne Comes in Sight, un coraggioso guerriero, che fu salvato dall’intervento di sua sorella, Buffalo Calf Road Woman, dopo che il suo cavallo era stato ucciso. Per gli indiani la battaglia fu ricordata come “Dove la ragazza ha salvato suo fratello”, per i bianchi fu la Battaglia di Rosebud. Crook rivendicò sempre la vittoria, ma in realtà abbandonò presto il campo di battaglia, lasciandolo a lakota e cheyenne, per ripiegare all’accampamento di Goose Creek e attendere rinforzi per sette settimane.


La battaglia del Rosebud

Otto giorni dopo il 7° cavalleria dell’ambizioso Custer, mandato in ricognizione nelle valli dei fiumi Rosebud e Bighorn, andò incontro ad una rovinosa sconfitta. “Chioma gialla” sottovalutò la consistenza numerica degli avversari e suddivise le sue forze in quattro colonne, ritrovandosi alla fine sopraffatto dai sioux di Cavallo Pazzo e Toro Seduto che massacrarono circa 270 militari. Nella battaglia morirono lo stesso Custer, i suoi fratelli Thomas e Boston e suo cognato James Calhoun. Il rovescio subito nella Battaglia di Little Bighorn rese gli statunitensi più cauti, ma anche più determinati. L’esercito condusse ripetuti violenti attacchi e tutti i gruppi di nativi, uno dopo l’altro, furono costretti a ritirarsi, disarmati, nelle riserve. I villaggi del lakota Nuvola Rossa e del cheyenne Stella del Mattino furono circondati e attaccati, i capi catturati e trasportati in Oklahoma. Toro Seduto, che non aveva mai accettato il Trattato di Fort Laramie e che aveva continuato a condurre attacchi contro i bianchi scatenando il famoso Panico del 1873 e la fine dei lavori della linea ferroviaria del Pacifico Settentrionale, rifiutò di arrendersi e, nel maggio 1877, si trasferì con la sua tribù nello Saskatchewan, in Canada, dove rimase in esilio per molti anni ai piedi della Wood Mountain, rifiutando il perdono presidenziale e l’opportunità di ritornare, fino al 1881. Il Congresso impose ai Lakota la rinuncia al territorio del Powder River ed alle Black Hills, disponendo trasferimenti coatti, tagli dei viveri. Ai cheyenne settentrionali restii a trasferirsi fu concessa una riserva a nord, nell’odierno Montana meridionale. I lakota furono confinati in più piccole riserve e costretti ad accettare la distribuzione di cibo da parte del governo, senza poter cacciare bufali.
Intanto sul finire dell’anno, i cercatori avevano già rivendicato tutto il territorio oggetto delle spedizioni, nondimeno altre migliaia di persone continuarono ad accorrere sperando di trovare ancora oro in zone non ancora ispezionate. Così, nel febbraio del 1876, furono rinvenuti giacimenti di sabbie aurifere presso il Gold Run Gluch, dove sarebbe sorta Deadwood, e, ad aprile di quell’anno, Moses Manuel scoprì oro in una zona che battezzò Homestake e che vendette a George Hearst.


Una famosa immagine di Deadwood nel 1875

Al principio, la Homestake Mine Company fondata da Hearst, ricorse a lavori di scavo a vista sui ripidi pendii dell’area di Lead, poi, esaurite quelle vene, passò alla costruzione di pozzi verticali e gallerie orizzontali, come a Comstock, nel Nevada. Per separare l’oro dalla roccia si usarono metodi tradizionali coi frantoi a maglio e solo più tardi si ricorse al procedimento della cianurazione che impose il sito come il più produttivo dell’emisfero occidentale.
Al principio del nuovo anno, Deadwood era cresciuta rapidamente contando circa settemila abitanti, saloon, case da gioco, botteghe, ristoranti, negozi di vari generi ed una banca, la Miner’s and Mechanics Bank. La città passò alla storia grazie a due leggendarie figure, quella di Wild Bill Hickok, giocatore di professione e noto pistolero, che morì ad un tavolo da poker del saloon Nuttal & Mann’s, colpito alle spalle da John “Naso Rotto Jack” McCall, e quella di Calamity Jane, singolare figura di donna pistolero, forse amante di Hickok e per questo sepolta accanto a lui, in una fossa del locale cimitero. Deadwood aveva preso il nome dalla quantità di alberi morenti della zona, ma ora soffriva l’altissimo numero di suicidi di ragazze entrate come ballerine nel teatro Gem, diretto da Al Swearengen, e finite a fare le prostitute.

Bibliografia: Royal B. Hassrick, I Sioux; Stanley Vestal, Toro Seduto. Campione dei Sioux; William S. Greever, La Corsa all’Oro

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