Il linguaggio nel west – Tex nella storia 3

A cura di Lorenzo Barruscotto
Tutte le puntate: 1, 2, 3.

Hola, hermanos! E’ tempo di addentrarci ulteriormente nel mondo dello slang utilizzato da cowboys e pistoleri, sulle tracce di espressioni gergali e modi di dire che si potevano sentire tra gli avventori di un saloon in una cittadina di Frontiera.
Ed anche noi ci muoveremo su un confine: quello tra realtà e sogno, tra Storia e Leggenda, lungo la pista che porta verso il villaggio centrale della Riserva Navajo, per incontrare il sakem di una tribù di coraggiosi guerrieri, un uomo giusto e saggio, che non conosce la paura e che non accetta prepotenze o soprusi da parte di nessuno, il mitico “capo dalla pelle bianca ma dal cuore rosso”, chiamato Aquila della Notte da tutte le genti indiane.
Niente di più facile che voi lo conosciate con un altro nome: che si tratti di banditi o di galantuomini, dagli affollati centri dell’Est fino al più sperduto ranch dell’Arizona, tutti lo ritengono un implacabile Ranger dalla mira infallibile: lui è Tex Willer.
Siete pronti? Partiamo subito. Anzi, “buckle up”, che oggi si potrebbe tradurre con “allacciate le cinture”, e… in sella!

Nel caso vi trovaste proprio in una di quelle summenzionate città e ne aveste abbastanza di farvi spennare al tavolo da poker di un saloon invaso dal fumo dei sigari, questa potrebbe essere l’occasione buona per “piantare baracche e burattini” ed uscire a respirare aria fresca. A tal proposito, le parole “kit and caboodle” sono perfettamente associabili al concetto del “tutto”, manifestato dalla colorita frase italiana, intesa nel senso di “lasciar perdere e non volerne più sapere”.
Certo, in teoria potremmo interrompere una partita quando più ci aggrada, essendo “solo un gioco”, ma non sempre le cose sono così semplici.
Poteva esserci qualcuno che voleva rifarsi delle perdite nel caso fosse stato lui quello ripulito oppure qualcun altro avrebbe potuto accusarvi di barare se vi fosse capitata una mano particolarmente fortunata.
In entrambe le situazioni avreste dovuto fare affidamento sul vostro sangue freddo ed eventualmente sui solidi argomenti rappresentati da una calibro 45 puntata sotto al naso, vostro o dell’interlocutore a seconda della rispettiva rapidità. Ma sarebbe stato comunque meglio non permettere alla discussione di trascendere se non si voleva correre il rischio di fare la conoscenza del “law-dog” del posto, lo sceriffo (così venivano chiamati in modo non proprio amichevole gli uomini di legge) per poi finire dritti in “calaboose” cioè in “prigione” (termine che ha una certa assonanza con la nostra “gattabuia” se ci fate caso).
Circostanza davvero spiacevole nella quale si incappava se si dava corda agli attaccabrighe o se non si era prudenti nel scegliersi gli avversari. “To catch a tartar” veniva usato per indicare chi andava a cercarsi delle grane mettendosi contro qualcuno più abile o forte o semplicemente che si trovava in una posizione di potere e quindi in vantaggio.
Tartar, senza la “e” finale (quella c’è nel vocabolo che si riferisce alla carne cruda), per quanto il rischio di finire come uno spezzatino potesse anche in questi frangenti diventare tangibile, è un termine che indica una persona che rappresenta l’autorità, specialmente se dotata di un brutto carattere. Proprio come un portatore di stella di latta incollerito.
Un altro genere di persona che si dava molta importanza senza però in questo caso essere così legittimato nel farlo era un “cattle baron”, il classico allevatore il quale, possedendo una grossa quantità di capi di bestiame che gli fruttavano una ancor più grossa quantità di dollari, si atteggiava a padreterno influenzando l’aria che tirava in un’intera regione. Ai suoi ordini aveva molti cowboys ovviamente e quindi molti “rustlers” cioè mandriani.
Se per qualche ragione vi foste imbattuti in una donna che mandava avanti un ranch da sola, per i più svariati motivi, la signora si sarebbe guadagnata il soprannome di “cattle Kate” qualunque fosse stato il suo nome.
Ma nel West, lo abbiamo già imparato, non c’erano movimenti per la parità dei diritti come quelli moderni, e le figure femminili indipendenti si contavano sulle dita di una mano, a differenza di quanto accadeva tra i “selvaggi pellerossa” che talvolta annoveravano tra i loro ranghi guerriere anche temute e rispettate, al contrario di ciò che la tradizione popolare ci ha tramandato.
Non ne siete convinti? Vi faccio un nome: Biawacheeitchish.
No, non ho starnutito tenendo le mani sulla tastiera.
E’ un nome proprio e significa “Capo Donna”. Vissuta nella prima metà del 1800 divenne la guida dei Crows. Acquistò un prestigio tale da essere la “terza in graduatoria” nel consiglio dei capi. Sembra che si tratti della stessa persona che James Beckwourth descrisse come “Pine Leaf” (Foglia di pino).
Mister Beckwourth (se hanno nomi di agevole pronuncia non ci piacciono) fu un mountain man, cioè un trapper, ed inoltre commerciante di pelli, soldato, rancher, scout, esploratore ma anche autore di alcuni scritti. Sembra che fosse conosciuto come “Bloody Jim” per le sua abilità in combattimento. Divenne famoso per essere uno dei pochi trappers meticci, aveva origini afroamericane, della Frontiera. Senza andare troppo fuori tema, questo sicuramente curioso personaggio entrò davvero in contatto con la tribù dei Crows, sostenendo egli stesso di aver passato un certo periodo presso di loro prima come prigioniero e poi come alleato. Arrivò a sposare la figlia di un capo ma ebbe più di una moglie. Comunque sia, visse con i Crows per anni e molti suoi “colleghi” lo citavano ricordandolo vestito da indiano, essendo diventato a tutti gli effetti un guerriero che partecipava a raid ai danni di accampamenti nemici, alcuni dicono fino ad assurgere a ruolo di leader in alcune incursioni.
E’ tutt’ora sepolto presso il “Crow Indian Settlement Burial Ground” a Laramie, in Wyoming.
Tutto questo per dire che chi ha parlato della “donna guerriera” è stata una persona reale e che nove su dieci non ha mentito nel raccontarne le mirabolanti gesta.
Pare che Pine Leaf fosse di sangue Gros-Ventre ma che venne fatta prigioniera dai Crows in tenera età ed adottata da un guerriero che la crebbe come una della tribù. Vista la sua indole piuttosto indomita venne incoraggiata alle pratiche solitamente proprie dei guerrieri: imparò a cavalcare, seguire le tracce ed a cacciare bisonti. Si distinse in alcuni scontri contro i Piedi Neri.
Stando ai siti che ho consultato sembra che fu anche coinvolta in alcuni trattati di pace, come quello di Fort Laramie del 1851. Fu un incontro epocale: per i pellerossa c’erano rappresentanti dei popoli Cheyenne, Sioux, Arapaho, Crow, Assiniboin, Mandan e Arikara. Veniva concesso agli uomini bianchi il passaggio nei territori indiani nonchè la costruzione di strade ed avamposti militari.
Da parte del Governo di Washington si garantiva il versamento di una ragguardevole cifra in beni e merci per gli anni seguenti alle varie nazioni indiane presenti. Già che c’erano, i delegati discussero e ridefinirono i confini delle terre spettanti ai diversi “Figli di Manito” coinvolti, per ridurre scontri ed controversie.
Pine Leaf sembra che fu tra coloro che ratificarono anche un accordo con gli stessi Gros-Ventre, la sua gente d’origine. I quali però apparentemente non la presero molto bene: sotto la cenere infatti restavano ancora accese le braci della vendetta. Le cronache dicono che venne uccisa in un’imboscata da parte proprio di alcuni Gros-Ventre.
Tra i Crows (letteralmente “Corvi”) non fu il solo esempio di donna guerriera.
Ci furono Akkeekaahuush ed anche Biliiche Heeleelash: quest’ultima morì nel 1912, combattè nella battaglia di Rainy Buttes contro i Lakota, dove venne ucciso il padre di Toro Seduto, e fu addirittura un capo di guerra.
Secondo una delle mie fonti, la “Little Big Horn College Library”, i nomi di queste due agguerrite donzelle significano rispettivamente “Viene verso la riva vicina” (Comes toward the near bank) e “Tra i salici” (Among the willows).
Non c’erano solamente delle donne guerriere ma anche delle sciamane e non ne sono esistite unicamente in mezzo ai Crows, intendiamoci: ho trovato altre “Xena pellerossa” come Kauxuma Nupika, della tribù Kootenai, la quale tra l’altro fu anche una profetessa per la sua gente.
Avevano nomi abbastanza impronunciabili ma dubito che glielo avreste potuto dire senza rischiare di finire appesi a testa in giù con un bel fuocherello acceso sotto di voi.
Scherzi a parte erano tipe toste, che nulla avevano da invidiare alle loro corrispettive dalla pelle bianca come Calamity Jane o Annie Oakley (era il “nome d’arte” di Phoebe Ann Mosley nata in Ohio nel 1860 e deceduta nel 1926), la famosa star del “Wild West Show” di Buffalo Bill, ribattezzata “Little Sure Shot”, cioè Piccolo Colpo Sicuro, dagli indiani e divenuta perfino figlia adottiva di Toro Seduto.
Furono entrambi star dello show di Buffalo Bill e come tutte le “dive” anche Annie dovette vedersela con pettegolezzi e fastidi. Oggi le chiameremmo “fake news”.
La sua rivale più accanita era una certa Lillian Smith, che puntava sul fatto di essere più giovane di lei. (Ah, i veri problemi della vita: le guerriere indiane lottavano per il proprio diritto a sopravvivere, questa “attricetta” ante litteram basava la sua lotta per avere un posto da prima donna sul numero di rughe…) Appena la dolce miss ricevette il benservito da Cody, Annie tornò in forze allo spettacolo.
A parte il gossip, presente anche nel Far West, forse non tutti sanno l’origine del soprannome: Toro Seduto, che per diverso tempo prese parte alle tournèe del “Wild West Show”, e per altro personale amico di Bill, si affezionò alla donna “eleggendola” sua figlia adottiva, con il nome di “Watanya Cicilla” che venne tradotto proprio con il nomignolo che ho appena citato, introdotto persino nei vari cartelloni pubblicitari.
C’è un leggenda di cui non posso garantire la veridicità sebbene venga data per certa in più documentazioni, sul fatto che Toro Seduto inviò 65 dollari alla Oakley per avere una foto autografata ma la Oakley glieli rimandò indietro insieme ad una foto. Questa pare fu l’occasione del loro primo incontro.
Tornando al nostro polveroso mondo, lungo la pista avreste anche potuto incrociare un cosiddetto “cat wagon” (dove “cat” vuol dire gatto e “wagon” sta per carrozza): si trattava del carro su cui viaggiavano gruppi di prostitute che si spostavano per i loro “affari” seguendo i sentieri del bestiame, le “cattle trails”. E poi erano gli indiani i selvaggi.
Comunque sia, avreste fatto meglio a comportarvi rispettosamente nei confronti di chiunque soprattutto nel caso che nei paraggi ci fosse stato qualcuno come Tex Willer o Kit Carson: indipendentemente dalla carica conferita loro dalla stella d’argento, gente come i Pards rappresenta quel tipo di individuo da prendere con le molle.
In inglese a quei tempi si sarebbe detto che erano due tipi che sarebbero riusciti a “catch a weasel asleep” cioè a “sorprendere una donnola addormentata”. In tal modo ci si riferiva a qualcuno pressochè impossibile da cogliere di sorpresa, che stava sempre all’erta e che non abbassava mai la guardia. Perciò pensate uno così per di più dalla parte degli indifesi al quale avevate fatto saltare la mosca al naso. Come minimo vi avrebbe “masticato” e risputato. Ecco, infatti “chaw up” stava proprio per “demolire” e non in un contesto in cui si parlava di edilizia.
La sola cosa da fare per sperare di riuscire ancora a gustarsi una bistecca invece di andare avanti a brodini per un mese sarebbe stata provare a fare pace offrendo una bottiglia di “cowboy cocktail” cioè di buon vecchio whisky. Tutt’al più lo avreste potuto utilizzare come disinfettante, dopo…
Per i più cocciuti invece ci sarebbe stato bisogno di un “tocco personale” e quindi in pratica sarebbe scattata la rissa. “To crawl one’s hump” (“accarezzare la gobba a qualcuno”) voleva dire iniziare a menare le mani dopo aver provocato lo scontro, e devo dire che in inglese tale frase fatta rende l’idea del guaio in cui ci si stava ficcando.
Il vostro antagonista avrebbe potuto essere un “curly wolf” (letterale: “lupo arruffato”) cioè un tizio dannatamente duro e pericoloso. Conseguentemente l’esito del “dibattito” avrebbe anche potuto prendere una piega inaspettata.
Quando la vita di un uomo valeva meno del piombo contenuto in una pistola, bisognava ricorrere al “buon senso” per evitare gli scontri il più possibile. Ed un cowboy secondo voi in che modo chiamava la materia grigia tra le orecchie o meglio sotto il cappello? Beh, “cow-sense”.
Sembra una battuta ma non lo è. Traducevano un po’ tutto adattandolo a quello che più faceva parte della loro quotidianità, cioè le mucche, coniando termini anche fantasiosi e talvolta divertenti: “cow juice”, letteralmente “succo di mucca” era il latte, “cow grease” era il burro mentre “cow punching” era l’azione di spingere (“to punch” significa prendere a pugni) le bestie al mercato.
Ma le grandi città non erano fatte per gente come noi e non appena consegnata la merce, un vero cowboy non vedeva l’ora di “cut a path”, al giorno d’oggi diremmo di “tagliare la corda” (“to cut” vuol dire tagliare e “path” sentiero) al fine di ritrovarsi nella prateria, in groppa al suo fedele destriero.
Vivendo la maggior parte della giornata in sella è normale che si sviluppassero notevoli abilità e che si volesse addestrare il proprio animale anche a seconda delle necessità dettate dal lavoro.
Ad esempio un “cutting horse” era un cavallo particolarmente adatto all’azione del “cut” cioè del taglio, vale a dire la separazione di un gruppo di capi dal resto della mandria. Serviva quindi una cavalcatura affidabile, resistente ma soprattutto agile e scattante per effettuare le manovre richieste, considerando che dovevano essere eseguite in mezzo a decine di vacche e quindi non era proprio un compito di tutto riposo dal momento che si doveva cercare di spaventare il meno possibile sia il cavallo stesso che la mandria, per non finire sotto una miriade di zoccoli e tramutarsi in un tappeto sgualcito. Bisognava essere in gamba per un simile compito.
Poi, stanchi, impolverati e madidi di sudore il “caporal”, cioè colui che comandava i mandriani, se si fosse sentito particolarmente di buon umore, vi avrebbe battuto una pacca sulla spalla dicendovi che eravate “a daisy”. Ora, prima di prenderlo a randellate per l’intero pascolo, dovete sapere che non avrebbe avuto alcuna intenzione di paragonarvi ad un dolce “fiorellino” (“daisy” significa margheritina) ma quello era il modo gergale per dire che si era stati bravi a fare qualcosa.
E qui so che a molti appassionati di West e di western si è accesa una lampadina.
Non volevo tirare in ballo Daisy Duke, la avvenente cugina di Bo e Luke nel telefilm “Hazzard”. Sebbene anche quella serie tv avesse una location country (chi non conosce il Generale Lee, mi riferisco all’auto, ed il tipico suono del clacson quando compiva quegli spericolati balzi), stavo pensando ad un altro prodotto cinematografico dalla inconfutabile epicità: “Tombstone”, pellicola del 1993, una delle meglio riuscite narrazioni riguardanti le vicende che ruotarono attorno al celeberrimo scontro all’ “Ok Corral” avvenuto il 26 ottobre 1881 tra Wyatt Earp, i suoi fratelli Virgil e Morgan, Doc Holliday ed alcuni fuorilegge della banda dei “Cowboys”: Billy Clyborne, Frank e Tom McLaury, Billy ed Ike Clanton.
I Clanton scapparono perché disarmati ma gli altri pendagli da forca rimasero sul terreno. Il tutto nel giro di una manciata di interminabili secondi. Morgan e Virgil riportarono ferite non mortali.
Ebbene sì, c’era realmente un luogo in cui il termine che noi usiamo con tranquillità metteva i brividi.
Ladri di bestiame, razziatori, rapinatori di banche, assaltatori di diligenze, assassini: non si può certo dire che fossero dei banali teppistelli da strapazzo. Nella zona di Tombstone (il cui significato è “pietra tombale”, il che la dice lunga) la parola “cowboy” era diventata sinonimo di “bad guy”, di “pessimo elemento”. Oggigiorno negli USA si utilizza “thug” con la medesima accezione sebbene spesso associata alle gangs (i Thugs erano un’antica setta originaria dell’India dedita a sacrifici umani ed altre “amenità” quindi chi più “cattivi” di loro).
Si trattava di farabutti privi di freni che scorrazzavano per le main streets delle città contando sul terrore inculcato e sulla derivante impunità. E pensate che questi angioletti erano perfino considerati positivamente da gestori di locali, bordelli o uomini d’affari implicati in manovre poco pulite perché rappresentavano una risorsa e, diciamo, “facevano girare il denaro”. D’altra parte allora bastava offrire da bere per diventare popolare e gli imbecilli che seguono i bulli gonfiandone il già odioso ego ci sono sempre stati.
Di contro gli Earp non erano “solo” uomini di legge ma si arricchivano con il gioco d’azzardo ed in città avevano la reputazione di sfruttare la loro posizione per le proprie attività.
Un giornale dell’epoca proprio datato 1881 riporta l’accaduto affermando che quella mattina il “city marshall” Wyatt Earp aveva arrestato un cowboy di nome Ike Clanton per “disorderly conduct”, potremmo equipararlo al disturbo della quiete pubblica, e che “il mister” era poi stato multato di 25 dollari e disarmato. Clanton sputacchiò al vento propositi di vendetta rifiutando ogni tentativo da parte degli Earp di venire “pacificato” (“pacified”), anche se sapendo cos’era la “Peacemaker” io al suo posto avrei contato meno sull’autocontrollo altrui. Il fatidico scontro, delicatamente definito dal bollettino “incontro”, avvenne verso le tre del pomeriggio, quando si scatenò un inferno di fuoco. Secondo il giornale vennero sparati una trentina di colpi.
Oltre alla rivalità tra i due “clan”, degli Earp e dei Clanton, sembra che la sparatoria fu anche favorita dal fatto che Wyatt Earp fosse in lizza per diventare sceriffo federale della Cochise County, in Arizona, di cui Tombstone era ed è uno dei centri principali, concorrendo contro Johnny Behan, ed in qualità di tutore dell’ordine avesse cercato i colpevoli di una rapina puntando tra l’altro sull’eventuale successo per assicurarsi la vittoria alle elezioni.
Che abbia tentato di interrogare Ike Clanton per il delitto cercando di fargli sputare i nomi dei colpevoli non è certo, però il fatto che lo stesso Clanton minacciò più volte di volerlo mettere sotto un buon metro di terra è fuor di dubbio. Ma tra il dire e il fare…
Questa è la realtà, tuttavia in quel film ci sono parecchi altri spunti per la nostra chiacchierata.
Come dite? Non si collega a Tex? Avete quasi ragione. Solo quasi: il Texone in uscita a giugno 2019 si intitola proprio “Doc” e per quanto io non ne sappia più di voi, la copertina vede il Ranger raffigurato per l’appunto insieme ad un baffuto giocatore d’azzardo. Non ci vuole molto a fare due più due per capire a chi si riferisca il titolo.
Si deve però fare una premessa: la parola “daisy” da cui siamo partiti per questa digressione aveva più connotazioni nel linguaggio corrente del Diciannovesimo secolo, ovviamente nel West.
Si potrebbe avanzare l’ipotesi, senza pericolo di sbagliare molto, che costituisse l’equivalente moderno di “best”.
Ovviamente anche nel poker ricorre tale termine. La miglior mano, quella che si prendeva tutto il piatto, era solo “another (un’altra) daisy” per un gambler professionista.
Una delle frasi divenute iconiche nel film è pronunciata proprio da Doc, interpretato da Val Kilmer in quest’occasione. Prima di “mettere a dormire” un bandito, l’ex dentista provoca il suo nemico ridacchiando e sussurrando ironico: “You’re a daisy if you do!”.
Visti i presupposti adesso potremmo sostenere che la traduzione più vicina sia “Sei bravo se ce la fai!”, anche sapendo che viene pronunciata in risposta alla intimidazione di essere spedito all’inferno.
Avendo un tono volutamente sarcastico, la lingua parlata moderna sostituirebbe probabilmente la locuzione con “bring it on”, cioè “avanti” o, andando più a braccio, “fammi vedere cosa sai fare”, perdendo quella vena di ironia che invece l’espressione del vecchio West mantiene quel tanto che basta per irritare il nostro oppositore fino a spingerlo ad accennare una mossa, sostanzialmente quella sbagliata. Per lui.
Un Texano, senza la “i”, oggi direbbe “You’re the best in class” che ha in definitiva lo stesso significato: una sorta di spregiativo commento sul fatto che se si riesce a fare qualcosa si è il migliore del circondario.
Solitamente questa frase non promette niente di buono per chi se la sente dire poichè, come Aquila della Notte, Capelli d’Argento ed i loro lettori sanno fin troppo bene, il mondo è pieno di ottimisti che tentano di scavare loro la fossa ma che inevitabilmente finiscono per “sbattere il grugno con una cassa da morto” o per “procurarsi uno scomodo cappotto di legno”.

A questo punto sarebbe legittimo scuotere la testa: tutto molto interessante, ma è un film…
Sì, certo, il film ci consente di analizzare questi modi di dire nondimeno alcune ricerche che effettuo come sempre per evitare di rifilarvi baggianate, hanno confermato che la produzione di tale pellicola si è basata su fatti storicamente comprovati volendo ottenere un risultato non solo realisticamente plausibile ma il più possibile sovrapponibile ai fatti accaduti.
Forse ad esempio non tutti sanno che Wyatt Earp davvero si spinse allo scoperto in un guado per sparare a Curly Bill, un altro dei Cowboys tra i più “piacevoli”.
D’accordo, non serve sottolinearlo: probabilmente non allo stesso modo hollywoodiano di Kurt Russell che interpreta lo sceriffo.
Ma come diavolo si può essere sicuri di come andò la faccenda? Uno dei banditi sopravvisse allo scontro a fuoco anche se morì di lì a poco per le ferite riportate. Però prima di esalare l’ultimo respiro riuscì a riferire la “miracolosa” reazione del tutore della legge.
Questo è solo uno dei tanti “cross-roads”, cioè incroci, in cui la Leggenda non si discosta granchè dalla Storia. Proprio come piace a noi.
Stesso discorso per quelle che sul grande schermo si chiamano “one-liners” cioè quelle battute ad effetto che fanno andare in brodo di giuggiole gli appassionati. Il fatto è che c’è stato un tempo in cui quel genere di “battute” non erano solamente recitate.
Doc Holliday era davvero solito utilizzare quella che potremmo ribattezzare “la frase della margherita”: fonti accurate come giornali locali dell’epoca lo attestano.
Volendo essere precisi nel film c’è un’altra di similari espressioni da pelle d’oca che potrebbe interessare la nostra disamina, sempre pronunciata da Doc: “I’m your huckleberry”.
Dunque, “huckleberry” vuol dire mirtillo ma in questo caso è necessario leggere tra le righe andando proprio nell’ambito dello slang più stretto. Pare che fosse un’esclamazione molto diffusa negli Stati del Sud, Holliday era nato in Georgia, e nel giusto contesto aveva il significato di “Sono io il tuo uomo”. Vale a dire: se stai cercando guai, eccomi, sono qui.
Ora, non intendo affermare che i cowboys, membri di una banda o normali “vaqueros”, seguissero un copione o un manuale di istruzioni sul linguaggio, tuttavia il fatto è che sono proprio gli script di certi film a basarsi su frasi fatte e formule piuttosto comuni per allora ma “straordinarie” per i tempi che corrono. Anche perché andavano tutti in giro con un cannone infilato nella cintura e nel loro sangue circolava parecchio torci-budella.
D’altra parte abbiamo già scoperto che il whisky veniva affettuosamente chiamato “bottled courage” cioè “coraggio in bottiglia”, quindi a parte il fatto che non era insolito trovarsi davanti una canaglia senza scrupoli (al quale per lo meno si poteva rispondere per le rime), se mettete insieme tutti gli elementi, non dovrebbe suonare più così strano.
Anche questo termine aveva più sfumature. “A true huckleberry” poteva allo stesso tempo voler dire che un tizio era un vero fulmine, il vecchio Carson direbbe “un vero tizzone d’inferno”, ma anche avere un’impronta più dolce, se usato al posto di “darling” cioè “tesoro” quando ci si riferiva ad una donna. Non passò molto tempo prima che entrasse a far parte dei discorsi “tecnici” al tavolo verde, che nel Sud-Ovest non era obbligatoriamente verde perché bastava un tavolaccio di legno per farsi una partitina.
“I’m your huckleberry” non valeva sempre unicamente come epitaffio prima di impiombare qualcuno. Ho trovato un giornale del 1880, il “Detroit Free Press” in cui c’è uno stralcio di un articolo dove si parla di vacche. Per farla breve quando un cowboy riteneva di essere l’uomo giusto per un certo lavoro, come ad esempio il domare un mustang selvaggio o guidare una mandria, ricorreva alla medesima frase per dire che era “l’uomo giusto al momento giusto”.
Quindi non si può mettere la mano sul fuoco che venne realmente detta da Doc Holliday, in un saloon o prima di mandare all’altro mondo Johnny Ringo, ma allo stesso modo si può ragionevolmente affermare che se con una macchina del tempo potessimo fare un salto indietro “dalle nostre parti”, la udiremmo certamente.
La prima volta che venne associata al gambler malato di tubercolosi fu nella “novel” di Walter Noble Burns, edita nel 1927, dal titolo “Tombstone: an Iliad of the Southwest”.
Sembra che lo scrittore intervistò parecchi “oldtimers”, cioè chi aveva vissuto in prima persona i “vecchi tempi”, risiedenti nella Cochise County e che potrebbe aver ricavato quella citazione proprio dal racconto di alcuni di loro.
Ma è tempo di cambiare argomento, anche se si parla ancora di carte.
Chi di voi non ha mai sentito nominare “la mano del morto”? “Dead man’s hand” indicava la combinazione di assi ed otto, nel gergo dei giocatori professionisti ma non solo. Era la stessa sequenza che il celeberrimo Wild Bill Hickok aveva quando venne ucciso da Jack Mc Call in un saloon di Deadwood, Contea di Lawrence, in South Dakota, con un colpo alla nuca il 2 agosto 1876. Anche se c’è chi sostiene che la doppia coppia non fosse costituita da due assi e due otto ma da due Jack e due otto.
Una volta approdati alla parola “dead” cioè morto (a parte la cittadina appena nominata – “wood” vuole dire legno) ci si può sbizzarrire, dai casi più seri a quelli in cui si mescolavano ironia e consapevolezza che l’eventualità di fare il gran salto a quei tempi fosse maledettamente concreta nella vita di tutti i giorni.
“Dead line” era una linea che separava due territori nemici e suggeriva che non sarebbe stato quantomeno prudente avventurarsi oltre. In Texas era rappresentata dal letto del fiume Nueces, considerato una “sheriff’s deadline” visto che gli sceriffi non potevano inseguire i fuorilegge oltre quel confine naturale. Non è un caso se la valle del Nueces è il luogo di nascita di Tex.
Chiunque avesse fatto di testa sua rischiava di diventare “dead meat”, cioè “carne morta”, non serve aggiungere altro.
“Dead shot” stava, non letteralmente, per “goccetto di liquore”. Il nome da solo basterebbe ed ancora oggi si usa il termine “shot” (significa colpo) per lo stesso motivo.
Nel caso sentiste il bisogno di una cavalcata, il vostro purosangue avrebbe potuto avere qualcosa da ridire se aveste esagerato nell’affondare i “diggers”, letteralmente “scavatori”, come venivano chiamati gli speroni. Gli “spurs”, gli speroni per l’appunto, erano anche chiamati “gads” che significa “scalpelli”. Sareste stati giustificati solamente nel caso in cui fosse stata in pericolo la vostra pellaccia e vi foste trovati obbligati a dover mettere una certa distanza il più velocemente possibile tra voi e dei segnali di fumo, che solitamente preannunciavano tempesta.
Quando una tribù “dissotterrava l’ascia di guerra” c’era poco da stare allegri. “To dig up the tomahawk” era infatti il modo per indicare che si erano aperte le ostilità da parte dei pellerossa.
Per restare in tema di battaglie sebbene meno sanguinose, non sarebbe stato inconsueto imbattersi in una “dog fight” che non era un combattimento tra cani ma un “normale” scambio di vedute a suon di sonori cazzotti. Il termine aveva assunto una connotazione dispregiativa: perché sporcarsi le mani e sbucciarsi le nocche quando con un buon “confetto” in mezzo alla fronte si poteva risolvere la situazione senza spandere una goccia di sudore?
So cosa state pensando ma la diplomazia aveva vita breve nel West. Al pari di chi non sapeva maneggiare a dovere il proprio ferro da tiro per difendersi o far valere i propri diritti.
Eppure anche in un mondo in cui era estremamente difficile diventare nonni, dietro l’angolo c’era sempre un simpaticone pronto a rifilarvi una fregatura. Questo accade anche oggi, soltanto che non lo si può più trattare a pece e piume come accadeva con i bari. Nella migliore delle ipotesi.
Avreste dovuto fare attenzione, se invece di cowboys foste stati i compratori del bestiame assembrato in un corral di uno dei tanti mercati, poiché non tutti erano trasparenti tra i mandriani. Un occhio esperto avrebbe notato se le bestie in vendita erano ben pasciute o “downers” cioè vacche che si reggevano a stento sulle zampe ma che erano state fatte abbeverare fino al limite subito prima della eventuale transazione al fine di farle sembrare grasse e quindi spacciarle per un affare.
Se vi foste accorti della truffa avreste avuto tutte le ragioni di costringere il furbone a filarsela.
“To drag his navel in the sand” (trascinare l’ombelico nella sabbia) voleva dire proprio andarsene a tutta birra, cambiare aria prima di fare una brutta fine.
Eppure anche in qualità di umile cowboy non sempre si schivava un guaio e si poteva commettere un errore. Non ve la sareste cavata solo con una sfilza di parolacce da parte del vostro boss ma sareste finiti per punizione a svolgere il compito di “drag rider”.
Anche secondo un’altra delle fonti che ho consultato come verifica delle mie nozioni, il sito “americancowboy.com”, la “cattle drive” cioè il lavoro che consisteva nel guidare una mandria, richiedeva diversi uomini con ruoli ben precisi.
Il “point man”, in alternativa chiamato “point rider” o “lead rider”, era colui che cavalcava alla testa della mandria determinandone la direzione, controllando l’andatura e fornendo alle bestie in cima al gruppo qualcosa da seguire. Le mandrie più grandi talvolta necessitavano di due o più point men. Era una posizione che ci si guadagnava, un lavoro riservato ai più esperti che tra l’altro dovevano conoscere alla perfezione il territorio nel quale ci si muoveva.
Gli “swing riders” cavalcavano ai lati della mandria, a circa un terzo della sua intera lunghezza, restando in vista del leader. Il loro compito era quello di mantenere le bestie unite e dovevano prestare attenzione nel caso qualche capo rompesse la formazione, andandolo a prendere e riportandolo insieme agli altri. Diventavano una sorta di secondo point rider quando la mandria doveva affrontare delle grosse curve lungo il percorso fungendo, come dire, da fulcro e dovevano anche essere pronti a sostituire o dare il cambio al leader in caso di problemi.
I “flank riders” erano quelli in terza fila, sempre ai lati. Guardavano le spalle ai “swing riders” ed avevano la responsabilità di evitare che la parte finale della mandria si disperdesse restando indietro per qualche motivo.
Da scongiurare assolutamente era uno stampede, cioè la inaspettata e pressochè improvvisa e precipitosa fuga dell’intera mandria o di buona parte di essa in seguito ad uno spavento da parte degli animali che poteva avere sia cause naturali quali un fulmine o molto più terrene come colpi di pistola, in caso di razzia.
Ed in fondo c’erano infine i “drag riders”. Dovevano incitare le bestie per farle muovere, spingendo gli animali più pigri e lenti. Era un lavoro terribilmente stancante oltre a non offrire un grande panorama né la possibilità di respirare alcunchè di diverso dalla polvere per l’intera giornata ed è facile comprendere perché fosse riservato ai novellini oppure a chi si era beccato una strigliata.
Rimane solamente il “wrangler”, cioè il responsabile della remuda, termine di derivazione spagnola, vale a dire la scorta di cavalli che in ogni trasferimento ci si portava appresso.
Doveva assicurarsi che venissero nutriti e strigliati e di solito viaggiava su un carro. Il suo compito secondario era quello di aiutare il cuoco ad esempio procurando la legna.

Non sempre andava tutto liscio ed il lavoro non era così schematico come potrebbe sembrare.
Oltre a mangiarla, la polvere (in inglese “dust”), la si poteva gustare anche in senso molto più letterale. “Dusted” cioè “impolverato” ma in questo caso “gettato nella polvere” era sinonimo di disarcionato.
Una volta constatato che il capitombolo non aveva comportato ferite se non nell’orgoglio, ci si poteva consolare con un po’ di “dynamite”, vale a dire il solito buon vecchio sorso di whisky per ritemprare lo spirito.
Se invece volete rimanere più legati ai classici, eccovi serviti. “Fire-water”, l’acqua di fuoco, era il nome con cui specialmente gli indiani chiamavano il whisky contrabbandato loro da venditori con due dita di pelo sullo stomaco che erano soliti impressionare i loro clienti gettandone una sorsata sul fuoco provocando una fiammata.
Altro genere di fiamme erano quelle che venivano sputate dalla pistola, che così si meritò il soprannome di “flame thrower” (“lancia fiamme”) e tutti i Texiani sanno che i Pards chiamano le loro Colt sputa-fuoco.
Quando si poteva fare baldoria si faceva “fandango”: una parola spagnola per designare una grande festa con balli, canti ed ovviamente bevute.
Non c’era solo il poker. Ad esempio si giocava a “Faro”: una specie di diminutivo per “Pharaon” che significa proprio faraone. Era il re di cuori nel mazzo regolare ed i giocatori scommettevano sull’ordine con cui si sarebbero presentare le carte fino a trovare quella determinata figura.
E’ strano trovare dei richiami ai pesci nella prateria ma ci sono anche quelli. “Fish” era lo spolverino, l’impermeabile che i cowboys più previdenti e… navigati, scusate non ho resistito, si portavano sempre dietro per far fronte ai temporali con tanto di violenti acquazzoni che potevano colpire senza nemmeno dare troppo preavviso durante i viaggi sulle piste delle pianure.
Si chiamava così per il fatto che il logo della marca di attrezzature che produceva tali indumenti era effettivamente un pesce.
Ma non pensate che ci fosse sempre solo voglia di scherzare tra gli uomini della Frontiera.
Per campare più a lungo si era costretti a mettere in pratica una miriade di trucchi.
Ve ne svelo uno: “five beans in the wheel”. Letteralmente significa “cinque fagioli nella ruota” ed i più smaliziati tra voi probabilmente avranno già intuito di cosa sto parlando. Così come non si doveva svuotare completamente il caricatore se non in caso di estrema necessità, era buona regola per ragioni di sicurezza, specialmente in caso di guardie notturne ad esempio, non inserire la pallottola nella camera del cilindro subito sotto il martello del cane.
Un accorgimento che, oltre a non farvi saltare un piede se mai foste stati agitati da troppi caffè, avrebbe anche potuto salvarvi la buccia se un malintenzionato durante una colluttazione si fosse impossessato della vostra arma ed avesse cercato di ringraziarvi premendo il grilletto. Questo è un espediente che chi usava le pistole come attrezzi del mestiere, metteva spesso in pratica.
Se posso permettermi un commento del tutto personale, ho inserito un tale trucchetto anche nel mio primo libro, a tema western, pubblicato nel dicembre 2018 (“Shadow: la prima missione”), per via del fatto che ricalca un reale modo di comportarsi, sebbene non sia particolarmente conosciuto da chi non è un aficionado del West.
Non richiede spiegazioni invece la parola “Forty-five”: tutti sappiamo cosa sia una “45”.
La Colt Single Action calibro 45, la “nostra amica” Peacemaker, revolver diventato icona del genere western.
Siamo nel 1873: i primi modelli della nuova Colt, nuova rispetto a quelli che l’avevano preceduta, montavano una canna di 7,5 pollici (il modello “Cavalry”) o 5,5 pollici (il modello “Artillery”), il castello in acciaio, il tamburo con le tipiche scanalature ed il calcio in legno.
Ma ben presto vennero introdotti altri calibri in modo da andare incontro alle esigenze della clientela, non solamente composta da militari. Infatti la Colt Single Action del ’73 insieme al Winchester sembra essere stata l’arma riprodotta con il maggior numero di calibri.
E forse è anche per questo che nacquero diversi soprannomi (Peacemaker lo abbiamo detto, Equalizer, Frontier per la pistola-sorella che però era di calibro 44 nonostante le differenze fossero ridotte ed in certi casi i termini siano impropriamente utilizzati come sinonimi sebbene si trattasse di due revolver diversi, o Yellow Boy per il fucile, tanto per dirne alcuni). Senza contare la comodità della interscambiabilità delle pallottole per certi calibri, come ad esempio lo stesso Tex enuncia al lettore nel ColorTex “E venne il giorno”.
Il peso variava a seconda delle modifiche tra il chilo ed il chilo e mezzo, quindi era stata ulteriormente alleggerita rispetto al passato. La tacca di mira compariva sul telaio superiore al tamburo sotto forma di una lieve incisura mentre il mirino era divenuto una lamina “in cima” alla canna. Giusto per completezza: il tamburo poteva ruotare solamente se il cane veniva mantenuto in posizione di sicurezza o mentre si caricava ma non quando era armato, bloccato da un gancio che impediva malfunzionamenti o spari involontari.
Modifiche le subirono sostanzialmente tutte le parti, dalle canne ai materiali e divenne l’arma simbolo di un’Era.
La calibro 45 a parte i suoi coloriti nomignoli, “all’anagrafe” si chiamava “Colt Single Action Army 73”, mentre la “Frontier” era stata introdotta parallelamente alla presentazione del nuovo Winchester dello stesso anno, in modo che le munizioni fossero compatibili, e cioè come si è già riferito, calibro 44. La produzione effettiva di questa pistola iniziò qualche anno successivo al ’73, quando anche il fucile aveva visto nascere il suo “fratello maggiore”, la versione 76, con il castello della culatta non più in ottone, e quindi non giallo (“yellow”), ma in acciaio, grigio. “Colt Frontier Six-Shooter” era il nome completo di tale sei-colpi.
Cosa diavolo significa “azione singola” (in inglese “single action”)? E’ presto detto: per fare fuoco bisognava alzare il cane, che era stato integrato con il percussore. Ora non è più così però all’epoca il grilletto consentiva l’abbassamento del cane ma non il suo armamento.
Tutto questo parlare di armi vi ha messo a disagio? Niente paura, per farsi amici i “vicini di banco”, inteso come bancone del saloon, spesso era davvero sufficiente offrire da bere a tutti i presenti. Avendo i quattrini per poterlo fare, ovvio.
Una “general treat” era proprio l’espressione che si riferiva al classico giro di bevute pagato da un avventore particolarmente generoso.
E se volete buttare giù anche qualcosa di solido, che ne dite di un po’ di “fried chicken”? L’unica è che potreste ritrovarvi nel piatto qualcosa di ben diverso dal “pollo fritto”: era infatti così che i cowboys indicavano il lardo fritto che insieme ai fagioli costituiva una delle “pietanze” abitualmente presenti sul menù del cuoco durante i trasferimenti delle mandrie.
E proprio i fagioli erano detti “frijoles” quando non si voleva usare “beans” ma il corrispettivo messicano.
Abbiamo già sostenuto più volte che non era un gioco da ragazzi trovare qualcuno “politically correct” in quegli anni. Lo testimoniano alcuni appellativi tutt’altro che lusinghieri: a proposito di messicani, chi proveniva da oltre il Rio Grande veniva etichettato come “greaser”. Ma perché chiamarli “ingrassatori”? Probabilmente il termine dispregiativo deriva da una delle occupazioni considerate più infime ed affibbiate spesso proprio ai messicani: ingrassare gli assali dei carri. Inoltre ungevano le pelli che venivano portate in California dove erano poi caricate sulle navi per il commercio. Pare che tale nomignolo sia stato molto in voga tra le truppe statunitensi soprattutto durante la guerra tra USA e Messico del 1846-1848.
Non venivano risparmiate neanche le donne. “Girls on the line” (potremmo tradurlo come “ragazze in trincea”) era uno dei soprannomi con sui ci indicavano le prostitute.
“Grave patch” invece era sinonimo di cimitero, come “boot hill”: in questo caso gli stivali che restavano ai piedi quando si moriva, specialmente di morte violenta, da qui il termine (“boot” significa stivali e “hill” collina), non c’entrano. Era perfino considerato umoristico indicare il camposanto come “coltivazione di tombe”. Probabilmente finché non si diventava uno dei… germogli (“patch” non vuol dire solamente “rattoppo” ma ha svariate sfaccettature a seconda del contesto, da “brutto momento” a “zolla”).
Ma non stiamo sempre sul tragico. Prima di andare a guardare l’erba dalla parte delle radici poteva capitare di finire ad ammirarla dalla parte giusta, quando non anche a mangiarne un po’. Se si veniva sbalzati giù di sella si era stati “grassed” (“grass” sta per erba) ma visto che non esiste la parola “erbati” in italiano, diciamo che si svolazzava a spalmarsi sul terreno. Sebbene il termine inglese sia maggiormente, come dire, incisivo. E non solo perché con un ruzzolone del genere si rischiava di perderne uno.
Tanto per rimanere in tema di verde, dopo una rovinosa e sgraziata caduta, bisognava aspettarsi di sentirsi sbeffeggiati ed additati come “green horn” (letteralmente “corna tenere”): un, se vogliamo, cameratesco modo per dirvi che avevate fatto una pessima figura, apparendo maldestri ed inesperti. Quello che Tex considererebbe “un vero giuggiolone”.
Allo stesso livello di “simpatia” o a dire il vero anche leggermente più in basso nella classifica, troviamo il termine a noi maggiormente noto, vale a dire “piedidolci” che era proprio lo stesso anche sotto il cielo dell’Arizona, “tenderfoot”: in soldoni un imbranato senza un briciolo di spina dorsale ed esperienza, anche quando era rivolto ad un uomo solamente un po’ goffo o ben vestito, specie se proveniente dall’Est.
Sono rimasto stupito nell’apprendere che un’altra espressione che spesso abbiamo letto tra le pagine dei fumetti, nello specifico più volte pronunciata da Carson, non è un’invenzione. “Fulmine lubrificato”, in lingua originale “greased lightning” veniva proprio associato a qualunque azione particolarmente rapida, quindi anche a chi sapeva estrarre con eccezionale velocità.
Stesso discorso per “gut warmer” cioè “riscaldatore di gola”: il classico bicchiere per scaldarsi e sciacquarsi il gargarozzo.
E cosa c’è di meglio di una bella gara di tiro per decidere chi deve offrire da bere?
Sia come tecniche diciamo “sportive” sia in situazioni molto meno leggere si potevano distinguere per lo meno due categorie di tiratori. Uno era il “taking his time man” cioè “quello che si prendeva il suo tempo”. Abbiamo già disquisito sul fatto che nella realtà storica nei duelli non contasse unicamente la rapidità nell’impugnare la sei-colpi ma anche l’avere una buona mira. Chi seguiva questa “corrente di pensiero” si prendeva il tempo necessario (ovviamente non sto parlando di ore ma neanche di minuti, tutt’al più un secondo) per mirare e centrare il bersaglio.
Mentre poi c’era il “gun fanner”, lo “sventagliatore” che solitamente era un tipo più impulsivo e che si faceva prendere dalla fretta. Sparare così voleva dire farlo in maniera “imponente” ma anche approssimativa contando più sul volume di fuoco che su quella sola pallottola ben piazzata.
Va da sé che esistevano le eccezioni. Sono tutti concordi infatti nell’affermare che Buffalo Bill, mica un pellegrino qualunque, fosse abituato a sparare con la tecnica del “fanning”. In pratica, consisteva nell’armare il cane con il taglio della mano non dominante e premere il grilletto con quella con la quale si impugnava la pistola. Proprio come succede in molti duelli cinematografici.
Lo “sventolamento” consente un fuoco per così dire semi-automatico con la Single Action.
Dice la leggenda che Buffalo Bill si divertisse ad esplodere due colpi in rapida successione: uno che staccasse una mela da un albero ed il successivo che la facesse andare in pezzi. E non credo che si trattasse di una semplice diceria.
Rimane il fatto che questo metodo poteva ottenere risultati efficaci solo se eseguito da un veterano della Frontiera, dalla mira sicura e dalla mano ben ferma.
A voi scegliere come giocarvi la pelle, nel caso aveste deciso di intraprendere il mestiere di “gun-man”, del pistolero il più delle volte prezzolato.
Occhio però perché avreste potuto inciampare in qualcuno più svelto di voi, il cosiddetto “gun shark” (“shark” vuol dire squalo): uno veramente bravo, che ci sapeva fare. Oggi invece di squalo diremmo che è un tizio è un “drago” nel maneggiare la sua pistola.
Senza contare che c’era ovviamente chi non giocava pulito.
Come per i revolver anche le fondine hanno avuto una loro evoluzione parallela allo sviluppo delle diverse armi da fuoco e ve ne erano di moltissime forme e fatture.
Una suddivisione a grandi linee potrebbe essere fatta tra le fondine in dotazione ai militari, con una lingua di pelle che andava anche a coprire il calcio della pistola, quelle per i gentiluomini di città o le donne, che dovevano contenere pistole di calibro più piccolo come le Derringer ed eventualmente adattarsi ai vestiti per nascondere l’arma, basti pensare alla fondina ascellare di un detective dell’Est ad esempio, fino a quelle per un’estrazione rapida, la cosiddetta “quick draw”, le quali divennero protagoniste di veri e propri rimaneggiamenti nel corso degli anni al fine di garantire una salda presa e movimenti più fluidi possibile. Molti pistoleri adattavano personalmente le proprie fondine addirittura ungendo di grasso l’interno per assicurarsi un’estrazione agevole (agevole nella realtà storica non va meramente sovrapposto all’idea della necessità di afferrare repentinamente il calcio dell’arma ma è più da accostare alla fluidità e comodità del movimento) ed in diversi Stati vi erano tecniche differenti per realizzarle, da quelle che lasciavano scoperto il calcio ed il grilletto fino addirittura ad alcuni modelli che venivano sagomati sulla forma dei vari tipi di pistola e che lasciavano libera anche una parte del tamburo.
C’era inoltre chi preferiva l’estrazione incrociata e teneva la pistola sul lato opposto alla mano con cui la impugnava.
I cowboys ad esempio erano soliti utilizzare un occhiello di pelle che veniva fissato attorno al cane per impedire che l’arma saltasse via della fondina durante le cavalcate.
Alcuni preferivano portarle alla vita leggermente più basse della cintura del pantaloni mentre altri se le procuravano fornite di una cordicella di cuoio da passare attorno alla coscia al fine di evitare che la sputa-fuoco restasse impigliata nella fondina stessa all’atto dell’estrazione, specialmente se il gesto doveva avvenire rapidamente.
Una cosa è non fissarsi sul dover estrarre in modo “solo” celere ma soprattutto sapendo ciò che si fa, un’altra è rimanere con il ferro incastrato alla cintola mentre grandina piombo.
In questa sede abbiamo già discusso in merito alle differenze tra la veridicità storica sulle “holster” (fondine) che si discosta un po’ da ciò che poi è stato ammantato dal velo della leggenda ed affrontato i dubbi sul fatto che in realtà i classici “last stand duels” cioè i duelli al termine dei quali uno solo dei due avversari restava in piedi fossero meno frequenti di quello che siamo portati ad immaginare, ma questo non significa che fosse pieno di immacolati chierichetti, là dove la nostra fantasia si mescola alla Storia. E di sicuro le fondine erano parte integrante “dell’abbigliamento” di chi viveva in America e non solo nel Diciannovesimo secolo. Insomma ce n’era per tutti i gusti.
Ed esistevano anche espedienti che agli occhi di chi vi parla appaiono piuttosto vili.
Diavolerie come la “Swivel Holster”, vale a dire la fondina con un cardine che permetteva di ruotare la pistola senza estrarla, semplicemente facendola girare su se stessa all’altezza del tamburo grazie ad un meccanismo a perno, posto al fianco del cinturone. Si poteva così fare fuoco impugnando la Colt (o un revolver di altre marche, beninteso) senza sfilarla, grazie al foro sul fondo della fondina stessa. E’ chiaro che ciò dava la possibilità di guadagnare secondi preziosi, che significavano quasi sempre morte certa per l’avversario.
Era uno sporco trucco ma non esistevano leggi che vietassero l’utilizzo di tale sotterfugio.
E’ proprio quello che ho appena descritto, il tipo di fondina che il meticcio Ruby Scott usa nel suo duello contro Tex nell’albo numero 99 della serie.
Mandate giù un goccio di brucia-budella perché dopo lo scoop che vi sto per rivelare vi farà bene.
Questo è il solo confronto che Tex perde!
Ok, vi lascio un attimo per dare fondo al bicchiere. (Visto che serviva un goccetto?)
Adesso che vi siete ripresi vediamo di analizzare la faccenda: Tex perde lo scontro perché l’antagonista non combatte lealmente. E la parola lealtà è intrinseca nel concetto stesso di duello.
Così come quella dannata fondina è diversa dalle altre ordinarie.
Non è la sola volta in cui il Ranger fa un errore che può costargli caro, sebbene accada per lo più negli albi precedenti o da giovane quando si sta ancora facendo le ossa, ma, altra caratteristica ammirevole e da imitare, se ne esce con la pelle intatta, si dice: “Tanto peggio, che mi serva da lezione”.
Tex non affronta nessun pericolo sotto gamba e non sottovaluta mai nessun avversario.
E’ apparentemente invincibile anche perché fa tesoro delle esperienze, riesce a reagire, a risolvere la situazione ed a prevalere con la forza interiore oltre che con i pugni, più duri del calcio di un mulo, o con le pistole. Vince senza compromessi né ostentando superiorità.
Tutto ciò, secondo Bonelli e Galep, il suo ideatore ed il suo creatore grafico, aveva lo scopo di sottolineare ancora una volta l’altezza morale rispetto al sotterfugio ed all’inganno, la nobiltà d’animo rispetto alla bassezza più ignobile.
E più la situazione sembra disperata più viene applicato il detto “aiutati che il Ciel t’aiuta”: l’importante è lottare, sempre, a maggior ragione sapendo di essere nel giusto, poiché siamo noi stessi i primi a dover affrontare gli ostacoli sul nostro cammino e “morire per morire, è meglio farlo da uomo con un’arma in pugno” piuttosto che vivere tutta la nostra esistenza immersi nella paura.
Indubbiamente la buona stella di Tex va in suo aiuto parecchie volte, magari ad esempio sotto forma di tromba di cavalleria che udita in lontananza fa fuggire gli indiani ribelli che sono ad un passo dal prendergli lo scalpo o in questo caso facendo in modo che i proiettili invece di centrargli la zucca lo colpiscano solamente ad una spalla e di striscio alla tempia tramortendolo.
Parliamoci chiaro, Aquila della Notte non è uno sprovveduto che si affaccia al mondo fiducioso sperando nella bontà delle altre persone, né è così facile metterlo nel sacco. E’ anzi un “satanasso” come direbbe Carson, che ne sa una più del diavolo stesso. Basti pensare per esempio al fatto che nella main street di Silver Bell, location dell’episodio, sorprende alle spalle il suo nemico, non serve affermare che non gli spara a tradimento ed aspetta che quest’ultimo si volti affinché lo scontro sia regolare, piazzandosi con il sole dietro di sè, riuscendo perciò a ribaltare la situazione e ripagando l’avversario che aveva cercato di raddoppiare il proprio vantaggio, con la stessa moneta. Senza questa furbizia probabilmente non avrebbe avuto scampo dal momento che è proprio il sole negli occhi ad aver fatto sbagliare mira al killer, permettendo al Ranger di uscirne con qualche buco nella carcassa, però mantenendo l’anima attaccata alla pelle. Inutile dire che il bieco individuo che ha usato quella spregevole scorciatoia per “vincere” non avrà molto tempo per vantarsi del suo successo, quando costretto a battersi ad armi pari.
Gli autori volevano dimostrare che il Ranger è un uomo, non un supereroe invulnerabile, e che può essere ferito, ed ogni volta che si trova ad affrontare un combattimento non dà nulla per scontato mettendo in gioco la cotenna.
La cosa importante è infatti l’atteggiamento di Tex, subito dopo essersi ripreso: non si nasconde a leccarsi le ferite ma torna alla carica, senza lamenti, senza esitazioni.
Intendiamoci, non si ripresenta di fronte al sicario che sta festeggiando al saloon la sua vittoria credendolo ormai finito, animato solamente da desiderio di vendetta.
Il gun-man senza scrupoli rappresenta la viltà che vuole incutere panico spacciandolo per rispetto, è lo spettro della sconfitta che proprio perché inferta in modo irregolare non deve paralizzare ma anzi dare ulteriore stimolo per rimettersi in piedi ed il suo baldanzoso atteggiamento non è valore ma un’insopportabile superbia che si regge indubbiamente su un certo grado di capacità nel maneggiare le armi ma che fa principalmente leva sull’inganno e che cerca di offuscare e distruggere la lealtà ed il vero coraggio.
Forse per noi semplici cowboys è un concetto di non immediata comprensione ma, se ha la possibilità di impedirlo, un uomo giusto non può consentire al male di trionfare, un uomo retto non può permettere che degli innocenti vengano minacciati.
Ed un uomo come Tex Willer non può lasciare che l’onestà venga sbeffeggiata impunemente.
In una situazione del genere vi sareste trovati proprio con i capelli nel burro. No, non sono impazzito, ma “to have hair in the butter” stava a segnalare una situazione estremamente delicata e ben poco divertente. Proprio come quando si ha una Colt puntata addosso.
Magari però siete fortunati ed il vostro avversario non è un gran tiratore o voi avete i riflessi pronti quindi ci va di mezzo solamente il vostro “hair case” cioè il “porta capelli”, vale a dire il vostro Stetson. Ed un buco nel cappello è sempre meglio che un buco qualche centimetro più in basso.
Per citare una celebre frase: “Dio ha creato gli uomini diversi. Samuel Colt li ha resi uguali”.
In effetti non bisognava guardarsi solo dai duri o da chi aveva un atteggiamento pericoloso e quindi di per sé costituiva un eventuale deterrente: chiunque avesse una pistola poteva aprirvi una nuova asola nella camicia. Anche un “half pint size” cioè uno in “formato pezza pinta” cioè una mezza cartuccia o mezza calzetta, come preferite.
In definitiva nel West, ma purtroppo bisogna farlo anche adesso, era buona norma andare in giro tenendo gli occhi aperti: se nel deserto un serpente poteva strisciare fuori all’improvviso facendo impennare il nostro cavallo, in una cittadina “civilizzata” di serpenti a due gambe se ne trovavano (e se ne trovano) ad ogni angolo di strada per cui la ricetta ideale era sempre la stessa: fanali spalancati, nervi a posto e dita non troppo distanti dal calcio dell’artiglieria.
Per oggi siamo nuovamente giunti al termine della nostra chiacchierata.
Durante future pause per far rifiatare il vostro ronzino, se vorrete scolarvi un boccale oppure infilare le gambe sotto un tavolo per zavorrarvi lo stomaco con qualcosa di caldo prima di rimettervi in marcia, avremo modo di riprendere la conversazione.
Ma non temete, non sarò così monotono da rifilarvi sempre solamente approfondimenti in merito al linguaggio che si parlava, quando non veniva lasciato spazio ai “concerti per clarinetto”. Continueremo sicuramente a percorrere questo binario sulla falsa riga della vecchia rubrica presente in seconda copertina di vecchi volumi di Tex, “Nel West dicevano così…”, da cui come avrete notato mi sono comunque più volte discostato sfruttandola francamente soltanto come modello, ma nel frattempo toccheremo altri argomenti, sempre impregnati di storia e realtà, all’ombra del Mito.
Farò del mio meglio continuando a consultare fonti e testi, incrociando dati e raccogliendo prove che indichino la verità dei fatti con la stessa perseveranza di un agente della Pinkerton o qualcun altro direbbe con la stessa cocciutaggine di un dannato ficcanaso. Facciamo un po’ entrambe le cose.
Per ora vi saluto e vi ringrazio.
E’ stato un piacere, amigos! Hasta luego!
Alla prossima!

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