Storia dei popoli del Nord-America – 13

A cura di Claudio Ursella
Tutte le puntate: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13 (ultima).


1492: IL CONTATTO ASIMMETRICO

Dal tentativo di ricostruzione del vasto mosaico di culture, modelli di sostentamento, forme di organizzazione sociale, presenti in Nord America prima dell’arrivo degli Europei, emerge un quadro estremamente variegato che mostra una sorta di grande laboratorio in cui coesistevano spesso l’uno a fianco all’altro i diversi stadi di quella che secondo l’impianto positivista del XIX secolo, veniva considerata l’evoluzione sociale umana.
Dalle forme più semplici dell’orda di individui legati da relazioni parentali e riunita intorno a capifamiglia, all’organizzazione di tipo tribale, con la strutturazione in clan, fino ai primi embrioni di stati teocratici e alle confederazioni di tribù e villaggi, ognuna di queste modalità di organizzazione umana aveva un senso.
E aveva anche una precisa ragion d’essere, in relazione ad un determinato contesto ambientale, che definendo l’ambito di risorse disponibili, determinava il modello di sussistenza e conseguentemente, il modello sociale più consono a quel modello di sussistenza.


L’arrivo di Cristoforo Colombo

Al di la dell’astratto evoluzionismo sociale, con cui per lungo tempo la cultura Occidentale ha guardato agli altri popoli del mondo, costruendo una sorta di gerarchia delle modalità di organizzazione sociale, al cui vertice ovviamente c’era proprio il modello dell’Occidente, in Nord America appare evidente che ognuna delle modalità con cui le tante comunità organizzavano la propria esistenza, aveva una precisa ragion d’essere in un determinato contesto ambientale, ed era la più adatta per la sopravvivenza in quello specifico contesto ambientale. Le società agricole del Sud-Ovest e quelle dei Popoli del Mississipi, che pure rappresentano le strutture sociali più complesse in Nord America, si differenziano proprio in ragione del diverso contesto ambientale, che in un caso obbliga a misurarsi con un ambiente difficile, indirizzando gran parte delle energie alla soluzione di problemi pratici, dall’irrigazione dei campi alla costruzione degli insediamenti, mentre nell’altro permette quel surplus di produzione agricola attraverso cui è possibile la differenziazione e la stratificazione sociale, e quindi l’investimento di energie nella costruzione delle piramidi di terra, che sono il simbolo del sistema di potere prodotto da tale stratificazione sociale: considerare l’una o l’altra delle due più “avanzata”, è possibile solo secondo una visione astratta, che prescinde dal fatto che ognuna delle due aveva un senso preciso, in quel preciso contesto ambientale. Lo stesso può dirsi delle culture dei popoli delle regioni desertiche, che per lungo tempo sono state considerate le più “primitive”, giungendo addirittura considerare i popoli del Great Basin al limite della condizione umana: in realtà la possibilità di vivere in un ambiente così ostile, prevedeva una tale quantità di conoscenze, senza le quali anche il membro della società più “evoluta”, sarebbe stato destinato alla morte.
Di fatto ciò che caratterizzava tutte le diverse culture precolombiane del Nord America, era il loro adattarsi ad un determinato contesto ambientale, piuttosto che prodursi nella alterazione di tale contesto ambientale, come invece accadde nel Vecchio Mondo, dove lo sviluppo dell’agricoltura stanziale e la nascita delle civiltà urbane, modificò l’ambiente in funzione delle esigenze umane. La prassi di spostare periodicamente i villaggi e di abbandonare una determinata area quando il terreno diveniva meno produttivo, aveva come conseguenza una attività agricola che incideva in misura marginale sul territorio; al contrario nel Vecchio Mondo, dove la presenza di animali domestici da nutrire, ebbe un ruolo nel promuovere la più semplice pratica di rotazione dei campi, quella che prevede un anno a coltura e un anno a pascolo e foraggio, con la conseguente concimazione animale del terreno a pascolo, un nuovo uso produttivo l’anno successivo, e quindi la permanenza stabile in un dato territorio, e il formarsi dei primi agglomerati urbani.


L’agricoltura prima dell’arrivo dei bianchi

Il tema del rapporto con l’ambiente è quindi certamente l’aspetto caratterizzante di tutte le culture del Nord America, oltre che uno dei punti critici, vista l’influenza che i cambiamenti climatici e ambientali potevano avere, determinando periodicamente crisi economiche e sociali, che potevano portare al collasso di intere culture. Di fatto in Nord America, dopo il primo impatto traumatico della presenza umana, al tempo dei Paleoindiani, quando la caccia ebbe un ruolo importante nell’estinzione di massa della megafauna del Pleistocene, la popolazione umana non modificò che in modo impercettibile e temporaneo, l’ambiente naturale. Sarebbe interessante chiedersi, in quale modo avrebbe potuto svilupparsi un sistema variegato di culture, il cui carattere comune era il minimo impatto ambientale, quanto le dinamiche demografiche sarebbero state condizionate da tale approccio, e quindi come la popolazione umana in Nord America avrebbe potuto continuare il suo sviluppo in modalità non invasive. Ma la fascinazione di un mondo in cui la specie umana vive tra le altre forme viventi, piuttosto che dominarle per il suo unico interesse, rimane sullo sfondo, a fronte dell’evento traumatico che interruppe brutalmente questa storia, e che dal punto di vista dell’Occidente, rappresenta il “vero” inizio della Storia, prima del quale vi era solo oscura barbarie. La “scoperta dell’America” apriva il Nuovo Mondo alla “civiltà”, e di fatto dava inizio allo sconvolgimento e alla devastazione di quel laboratorio ambientale in cui per millenni, l’uomo s’era mosso lasciando solo le leggere tracce del mocassino, senza nemmeno solcarne il terreno con l’aratro.
Dall’altra parte dell’oceano gli stessi umani da cui i nativi americani si erano separati oltre 40.000 anni fa, avevano prodotto un modello sociale diverso, al cui centro vi era la sottomissione dell’ambiente e di ogni specie vivente alle necessità della specie umana, la modifica dell’ambiente in ragione di tali necessità, lo sviluppo demografico senza limiti, che dal dominio e dalla trasformazione dell’ambiente derivava, e infine in tempi più recenti, l’evoluzione di tale ideologia dell’appropriazione, nella centralità dell’accumulazione, come motivazione prima dell’agire umano.
L’evento che in Occidente viene definito “scoperta dell’America”, fu l’incontro e il contatto, dopo molti millenni, di due popolazioni umane, che non solo non erano mai state in contatto, nemmeno indiretto, e che addirittura ignoravano l’una l’esistenza dell’altra, ma che oltretutto vivevano secondo due modalità radicalmente diverse nel rapporto con l’ambiente. Ma se per i nativi d’America il contatto fu un evento subito di cui certamente avrebbero fatto a meno, nel Vecchio Mondo proprio la modalità pervasiva di appropriazione ambientale che era a fondamento del modello culturale, stava ponendo le condizioni per il prodursi, in maniera sostanzialmente accidentale, di un evento la cui portata storica probabilmente non ha eguali, negli ultimi millenni della storia umana.
Tutto il Vecchio Mondo, Africa, Europa, Asia, era esistito come “un mondo” unico, dove conoscenze, risorse, manufatti, popoli, mantenevano una pur lontana connessione e reciproca, per quanto incerta, conoscenza. Malgrado il deficit di conoscenze geografiche, e la scarsità e la contraddittorietà delle notizie sui popoli più lontani, era noto nella percezione di mercanti, religiosi e politici, e nella concreta dinamica delle relazioni economiche, sociali e politiche, che a oriente del Mediterraneo vivevano altri uomini, di cultura, lingua e religione diverse, ma con cui si potevano avere relazioni di scambio, di alleanza o di conflitto; analoga convinzione esisteva a oriente, fin nella lontana Cina, dove si sapeva, prima dell’esistenza di un potente impero, l’Impero Romano, poi di un grande capo spirituale, il Papa di Roma, all’altra estremità del mondo. Fu certamente il viaggio di Marco Polo a rendere esplicita la relazione tra i due grandi poli culturali del Vecchio Mondo, quello del Mediterraneo e quello della Cina, ma tale relazione c’era sempre stata, fin da quando i popoli indoeuropei migrarono dalle pianure dell’Asia centrale, raggiungendo l’India e in varie ondate l’Europa; Alessandro Magno, con le sue conquiste, aveva unito in una effimera entità politica Oriente e Occidente, dal Mediterraneo ai confini dell’India; era stata la sconfitta degli Hiung-Nu contro l’impero cinese, a determinare la migrazione di popoli a occidente, gli Unni, che accelerarono la crisi e posero definitivamente fine all’Impero Romano; l’Islam estendeva la sua influenza politica e culturale, dalla Spagna all’India, fino ai confini della Cina; fu l’arrivo dei Turchi Selgiudichi dall’Asia, a determinare l’inizio delle crociate. Conflitti politici, scambi commerciali, trasmissione di conoscenze, diffusione di specie animali e vegetali, tutti questi elementi della relazione erano presenti e univano l’Asia, il Mediterraneo e l’Europa in un “mondo” unico e “condiviso”. L’Africa, che a sud del Sahara era marginale rispetto al sistema di relazioni euroasiatiche, era comunque nota, se non altro come terra di misteri e meraviglie, e quando fu chiaro che le leggende sul potente “Prete Gianni”, sovrano di un favoloso regno cristiano, non trovavano conferme in Asia, fu all’Etiopia che si rivolsero le curiosità e le speranze di quanti cercavano un interlocutore per allargare traffici, conoscenze e alleanze politiche.


Un villaggio di nativi

Malgrado le immense differenze, di cultura, religione, concezione spirituale, tutto il Vecchio Mondo, aveva in comune alcuni elementi fondamentali, che permettevano la condivisione di un sistema di relazioni: l’idea che la terra, e le risorse che essa poteva offrire, fossero oggetto di proprietà, di un monarca o di un privato cittadino, di un aristocratico o di una società commerciale; la costruzione di entità statali, che su tale concetto di proprietà si producevano e che tale proprietà tutelavano; la pratica di assoggettamento e trasformazione del territorio, al fine di soddisfare la tendenza all’accumulazione e alla tesaurizzazione della ricchezza; il commercio come attività finalizzata alla massima valorizzazione delle proprie risorse, e al minimo riconoscimento di quelle altrui. Sulla base di questi elementi, riconosciuti, con diverse modalità, in tutto il Vecchio Mondo, nel corso dei millenni si era prodotto un unico percorso storico, in cui i temi della conquista territoriale, dell’accumulazione della ricchezza, dell’assoggettamento e del dominio di altri popoli, erano stati la motivazione comune della dinamica storica. In tal senso il Vecchio Mondo poteva definirsi un’entità unificata da Oriente a Occidente, attraverso le dinamiche della politica, della guerra e del commercio, il cui substrato ideologico era comune.
Fu in questo contesto unitario rappresentato dal Vecchio Mondo, e dalle relazioni e dalle comunanze che sempre vi erano state tra l’Oriente e l’Occidente, che va collocata la vicenda storica di cui furono protagonisti i navigatori europei a partire dal ‘400, e all’interno delle quali si colloca la “scoperta dell’America”. Quando le opportunità del commercio spinsero gli interessi del nascente capitalismo europeo, a cercare il profitto in terre lontane, il tema che si poneva non era quello di “scoprire” nuove terre, ma più semplicemente, quello di cercare nuove vie per raggiungere popoli e terre di cui da sempre si conosceva l’esistenza e con cui da tempo si era in relazione. E a motivare la ricerca di nuove vie, più che lo spirito romantico degli scopritori, potè il calcolo economico di quanti temevano di perdere merci e ricchezze lungo la “via della seta”, divenuta particolarmente pericolosa, e la concorrenza tra potenze economiche e commerciali, che cercavano vie diverse per l’Oriente, rispetto a quelle gestite in monopolio nel Mediterraneo dai mercanti genovesi e veneziani, che a loro volta subivano le imposizioni dei Turchi Ottomani, che controllavano la via per l’Oriente.
La scoperta da parte del navigatore portoghese Bartolomeo Diaz, del Capo di Buona Speranza, fu la risposta a questa necessità, aprendo la strada ai viaggi di circumnavigazione dell’Africa, grazie ai quali i mercanti europei potevano commerciare direttamente con le Indie, senza dover sottostare a pesanti intermediazioni. E’ in questo quadro di “scoperta” di nuove vie, piuttosto che di nuove terre, che si colloca l’iniziativa di Cristoforo Colombo, il “buscar el levante por el ponente”, che cercava una alternativa alla via aperta da Diaz pochi anni prima, e non metteva nel conto nessuna “scoperta” di nuove terre, ma solo di raggiungere il Catai, la Cina già conosciuta, e Cipango, il Giappone, della cui esistenza si sapeva almeno dai tempi di Marco Polo.


Bartolomeo Diaz

Di fatto uno degli avvenimenti più importanti della storia umana, fu il risultato di un errore, causato dalle scarse conoscenze geografiche dell’epoca, in base alle quali si ipotizzava una distanza molto minore tra le coste atlantiche dell’Europa, e quelle dell’Asia, e ovviamente non si prendeva neanche in considerazione che quel tratto di mare ignoto, che separava i due continenti, fosse occupato e diviso in due da un intero e immenso continente. Negli anni successivi alla “scoperta” dell’America furono in molti, a partire proprio da Cristoforo Colombo, a pretendere che non ci fosse alcun nuovo continente, e che le terre su cui era approdato erano isole antistanti la costa della Cina. Alla fine, i viaggi e le osservazioni di Amerigo Vespucci, che nel 1507 per primo affermò l’esistenza di un nuovo continente, la conquista del Messico da parte di Hernan Cortes, completata nel 1522, e il viaggio di Ferdinando Magellano degli stessi anni, che per primo effettuò la circumnavigazione della terra, scoprendo l’allora ignoto oceano Pacifico, dimostrarono senza alcun dubbio, che veramente si era di fronte alla “scoperta” di un Nuovo Mondo, abitato da genti totalmente sconosciute, fino a quel momento vissute totalmente al di fuori da ogni relazione col Vecchio Mondo.
La Chiesa Cattolica fu il primo soggetto a doversi misurare con l’importanza immensa dell’evento, dovendo inserire il nuovo continente e suoi ignoti abitanti, nella propria costruzione teologica, che essendo fondata sulla tradizione biblica, in alcun modo prevedeva l’esistenza di nuove terre ignote, e soprattutto di popoli a cui era stata negata, fino a quel momento, ogni possibilità di illuminazione divina. Fu comunque stabilito che gli abitanti del nuovo continente erano esseri umani a tutti gli effetti e come tali possessori di un anima, che andava salvata dal peccato, attraverso la conversione, da ottenere anche grazie all’opera del potere temporale dei sovrani cristiani, di Spagna e Portogallo in particolare, a cui fu “appaltato” il sostegno all’opera missionaria della Chiesa, in cambio del controllo politico, economico e militare delle nuove terre.
Fu poi la volta delle principali potenze nazionali europee, che preso atto che il Nuovo Mondo non era solo una terra con cui commerciare, aprendo relazioni con i sovrani locali, ma una terra totalmente vergine, da conquistare, dominare e colonizzare, decisero che non spettava al Papa di Roma distribuire i nuovi possedimenti, soprattutto mentre il Papa stesso era parte in causa in un drammatico e lungo conflitto con gli eretici protestanti di varia dottrina, sostenuti da più di un monarca europeo.
Così la scoperta del Nuovo Mondo, per le classi dirigenti europee, si risolse in ultima analisi, a questione di riassetto dei rapporti geopolitici mondiali, tra le potenze europee fra di loro in concorrenza e conflitto.
Più difficile è valutare quale fu l’impatto della scoperta, a livello di massa, nel senso comune e nella cultura popolare, e ciò a causa delle difficoltà di circolazione di informazioni e conoscenze, in un epoca in cui la stampa muoveva i primi passi, e la stragrande maggioranza della popolazione, non aveva accesso ad alcun circuito informativo. Progressivamente comunque, l’idea di una terra nuova e inesplorata, ricca, favolosa, in cui cercar fortuna o ricominciare una nuova vita, si affermò a livello di massa, dai primi avventurieri che si imbarcavano al seguito delle spedizioni spagnole, ai tanti esuli politici e religiosi tra il XVII e il XVIII secolo, fino all’imponente flusso migratorio continuato fino ai primi decenni del XX secolo.
Comunque, sia a livello di classi dirigenti, sia a livello popolare, il tema della “scoperta dell’America”, è in sostanza, il tema delle opportunità offerte da una nuova, immensa e ricca, estensione territoriale, di come essa può essere assoggettata e trasformata, secondo quel modello che nel Vecchio Mondo era l’unica modalità di relazione fra l’umano e il contesto ambientale: il dominio. Il tema dell’incontro con altri uomini, diversi, non si pose affatto, o fu derubricato a questione marginale o secondaria. Ad esclusione della meritoria eccezione di padre Bartolomè de las Casas, che incentrò tutta la sua attività sulla documentazione e la denuncia delle relazioni tra Spagnoli e i nativi nei Caraibi, e sul massacro che ne conseguì, l’incontro con uomini fino ad allora sconosciuti, con la loro cultura e i loro usi, non rientrava in Europa tra le questioni prioritarie conseguenti alla “scoperta dell’America”. L’idea che il Nuovo Mondo potesse essere un luogo in cui le comunità umane avevano sperimentato un’altra modalità di relazione con l’ambiente, non fu presa in considerazione neanche fra le menti più aperte dell’epoca, e si dovette aspettare il ‘700 e l’illuminismo, quando intorno al concetto di “buon selvaggio”, si iniziò per la prima volta a cercare nella cultura dei nativi americani, gli elementi di un’idealistica relazione armoniosa tra l’uomo e la natura.


L’arrivo nel Nuovo Mondo

Questo, in estrema sintesi, l’approccio Europeo al Nuovo Mondo.
Molto più difficile, se non addirittura impossibile, è cercare di immaginare quali abbiano potuto essere, tra i nativi del Nuovo Mondo, le immediate conseguenze del primo contatto, con genti sconosciute, diverse anche da un punto di vista esteriore, vestite di materiali sconosciuti, dotate di tecnologie inimmaginabili, con al seguito animali mai visti prima… l’effetto probabilmente non dovette essere diverso da quello di una odierna apparizione di alieni, amplificato dal fatto che tra i nativi la fantascienza era ignota, e nessuno aveva neanche mai visto un film o letto un libro, che trattasse di alieni.
Alieni, esseri giunti da un luogo ignoto, su immense canoe spinte dal vento, con i volti ricoperti da un pelo lungo e variamente colorato, il corpo rivestito da piastre luccicanti di un materiale ignoto, duro e resistente, lo stesso delle lunghe lame di cui erano armati, portando con loro bastoni in grado di produrre il potere del tuono e fulminare a distanza il nemico o la preda, e grandi animali mai visti, sul cui dorso essi viaggiavano e combattevano, animali che li servivano come fanno i cani, ma dieci volte più grandi e più forti di un cane.
Alieni, ma forse anche questa definizione è inadeguata, se pensiamo che per elaborare il concetto di “alieno” è necessario presupporre l’esistenza di un altro mondo, da cui essi provengono, ma non risulta che tra i nativi d’America, il concetto di “altro mondo”, facesse in qualche modo parte dell’elaborazione culturale o spirituale. Un concetto che in qualche modo definisce le modalità con cui i nativi diedero un una lettura razionale dell’arrivo dei nuovi venuti, può essere quello di “al di la delle grandi acque”, con cui spesso i nativi definivano il luogo d’origine dei bianchi. Significativa di quale potesse essere la percezione del concetto di “grandi acque”, è una testimonianza riguardante i Sewee, una piccola tribù stanziata nel ‘600 sulle coste del North Carolina, che decisa a spuntare un prezzo migliore per le proprie merci, cercò di commerciare direttamente con la terra da cui venivano i mercanti europei, evitando la loro intermediazione: gran parte degli uomini della tribù, riempì le canoe di pelli e altre merci e prese il mare in un viaggio da cui nessuno di loro fece più ritorno.
Altri indiani fecero la traversata dell’Atlantico, specialmente nei primi decenni dopo la scoperta, quando esploratori e mercanti non si facevano scrupolo di rapire e deportare i nativi, per esporli come souvenir esotici nelle corti europee. Anche quando pochi fortunati, riuscivano a far ritorno alla loro gente, i loro racconti e le informazioni che essi portavano, non furono in grado di permettere ai nativi, di farsi un’idea della realtà di un “mondo nuovo”, diverso e lontano dal loro. Di fatto le culture dei nativi, abitualmente mancavano delle condizioni per poter comprendere e inserire la coscienza dell’esistenza di un mondo altro, nella loro concezione della realtà. Ci vollero secoli, prima che i nativi riuscissero a concepire l’effettiva entità, la grandezza e la potenza, delle forze di cui esploratori, mercanti e coloni erano solo una esigua avanguardia. Di fatto la presa di coscienza dell’esistenza di un mondo altro, di vaste terre, di grandi popolazioni, fu ignorata e sostanzialmente rimossa, finchè ciò fu possibile, anche per evitare di dover prendere atto dell’immensità del trauma che si preparava. E proprio da tale ignoranza e rimozione, si produssero le forze per una resistenza eroica e determinata.
D’altra parte, al contrario degli Europei, la priorità dei nativi non fu tanto quella di interrogarsi sul “mondo nuovo” a loro ignoto, ma quella di misurarsi con un nuovo popolo, che malgrado l’assoluta esiguità numerica del tempo dei primi contatti, era in grado di produrre immediati e traumatici sconvolgimenti. Se gli Europei potevano permettersi di considerare l’incontro con una umanità fino ad allora ignota, come un semplice incidente nel quadro di un evento ben più rilevante, che era la scoperta di una terra ignota, per i nativi l’evento fu proprio l’incontro con questa umanità ignota e (soprattutto) incomprensibile e pericolosa.
A ciò va aggiunto che a differenza di quanto accadeva in Europa, dove nel giro di pochi anni la scoperta del Nuovo Mondo, fu un evento condiviso, almeno a livello delle elites politiche, economiche, intellettuali e religiose, tra i nativi il “trauma del contatto” si ripetè a più riprese, man mano che gli Europei esploravano le coste e si spingevano nell’interno, e ancora agli inizi dell’800, dopo secoli di conflitti e commerci, gli esploratori Lewis e Clark, incontrarono indiani Shoshone alle sorgenti del Missouri, che ignoravano l’esistenza dei bianchi e fuggirono alla loro vista intimoriti dai loro volti barbuti.
Di fatto il contatto tra nativi ed Europei, fu quindi un contatto “asimmetrico”, in cui i primi si misurarono con l’incontro di nuove genti, mentre i secondi privilegiarono il contatto con il nuovo ambiente. E’ da questo dato che emerge il carattere strutturalmente subalterno della relazione tra i due gruppi umani e le due culture. I nativi da subito dovettero misurarsi con altri uomini, che per quanto fossero crudeli e aggressivi, oppure assolutamente incapaci a sopravvivere nel nuovo ambiente, erano comunque l’oggetto di un’attenzione e di una curiosità, che è l’elemento che caratterizza la dimensione umana. Da ciò l’atteggiamento ambivalente, e spesso giudicato dagli Europei come ambiguo e inaffidabile, che portava gli indiani ad alternare lunghi periodi in cui erano gli stessi indiani a cercare relazioni con i nuovi venuti, a periodiche e spesso inattese esplosioni di violenza. Per secoli i nativi, cercarono di inserire i nuovi venuti, all’interno del loro sistema di relazioni economiche e sociali, utilizzando quanto i nuovi venuti portavano di novità in termini di innovazione tecnologica, accettando le nuove modalità dello scambio commerciale, probabilmente nella convinzione più o meno cosciente, che come era accaduto per secoli e millenni, anche i nuovi venuti si sarebbero adattati ad un contesto ambientale immutabile, dove i fiumi, i monti, le foreste, definivano il quadro del possibile. Questa comprensibile strategia di “gestione del contatto”, ebbe un qualche successo all’inizio, grazie al fatto che i nativi dominavano il contesto ambientale, in cui tale sistema di relazioni si applicava, e che era invece ignoto ai nuovi venuti.


Il primo trattato tra i nativi ed i padri pellegrini

Gli Europei al contrario, almeno in Nord America, intervenirono direttamente sul contesto ambientale del Mondo Nuovo, senza alcun interesse a relazionarsi con i nativi. Il diritto di proprietà della terra, assolutamente ignoto ai nativi, fu la base con cui venne legittimata ogni violenza e ogni abuso, e la fonte di ogni equivoco e incomprensione tra i due mondi; definendo proprietà e confini, gli Europei modificavano l’ambiente in termini definitivi, occupandolo stabilmente e stabilendo le basi per nuove acquisizioni, al contrario di quanto facevano i nativi, che occupavano un territorio temporaneamente e senza alcuna pretesa di proprietà. Il principio di ospitalità sulla base del quale spesso gli Europei trovavano accoglienza nelle nuove terre, e che dal punto di vista dei nativi era la base su cui produrre relazioni e interazioni, per gli Europei si trasformava in diritto acquisito per sempre, e presupposto per negare quelle stesse interazioni e relazioni, con l’esclusione e la cacciata dei nativi dalle terre che consideravano proprie. Il commercio in aggiunta, fu il modo in cui gli Europei modificarono il contesto ambientale che non potevano occupare direttamente, il “territorio indiano”, che nella società dei nativi era la fonte di approvvigionamento di valori d’uso, cibo, vestiario, utensili ecc…, un contesto nel quale le risorse venivano colte con il minimo dell’impatto ambientale; al contrario per gli Europei quello stesso territorio era una immensa fonte di valore di scambio, pelli in particolare, che doveva essere prosciugata fino a esaurimento per alimentare con costanza e abbondanza i mercati d’oltre oceano. Trasformando l’ambiente in cui l’indiano viveva, quasi senza nemmeno accorgersene, gli Europei, minavano le strutture fondamentali delle società dei nativi, costruivano nuovi sistemi di valore, determinavano il prodursi nuove leadership, e quindi progressivamente dominavano gli indiani; un dominio che era solo parte del più generale dominio che essi progressivamente imponevano sull’intero contesto ambientale, sul Nuovo Mondo che erano determinati a conquistare. Le Guerre del Castoro, che insanguinarono tra il 1625 e il 1701, tutta al vasta regione intorno ai Grandi Laghi, furono probabilmente uno degli eventi più distruttivi e meno conosciuti della storia moderna, e i popoli nativi che ne furono protagonisti, vi furono coinvolti come bambini invitati a partecipare ad un terribile gioco d’azzardo, gestito da bari professionisti.
Almeno in Nord America, la naturale asimmetria tra popoli ancora quasi al livello del Neolitico, e una società già strutturato intorno al dominio del Capitale, non è misurabile solo sul piano quantitativo, per tecnologie, conoscenze e ricchezza, ma proprio sul piano qualitativo laddove una parte si misurava con il contesto ambientale considerato come oggetto della trasformazione dell’assoggettamento, mentre l’altra considerava tale ambiente come una realtà immutabile, a cui non potevano non adattarsi anche i nuovi venuti. Al contempo gli Europei consideravano i nativi come parte del contesto ambientale da assoggettare e trasformare, mentre i nativi, faticavano anche a concepire il mondo da cui l’uomo bianco veniva e di cui era il prodotto. Secoli di interazione conflittuale tra mondi, che non si riconoscevano reciprocamente, con gli Europei che tendenzialmente consideravano irrilevante l’esistenza dei nativi, e i nativi che rimuovevano fin quando era possibile l’esistenza del mondo da cui gli Europei provenivano, e faticavano a concepire il mondo che essi si apprestavano a costruire. In questa reciproca e asimmetrica ignoranza e indifferenza, a cui spesso si aggiungeva il reciproco disprezzo, l’unica occasione in cui ognuno doveva fare i conti con l’altro, era nelle crisi, che periodicamente si producevano, quando la violenza dei nativi obbligava gli Europei a fare i conti con loro, o quando la potenza militare, tecnologica e infine demografica dei bianchi, si imponeva con violenza sui nativi.


Relazioni difficili fin dall’inizio

La guerra è di fatto la più autentica tra le relazioni che l’incontro tra queste due umanità ha prodotto… tutto il resto sono le malattie che massacrarono le popolazioni native già al contatto, le parole vane dei trattati di pace, le riserve in cui ancora oggi l’America moderna ignora l’esistenza dei nativi… e infine la determinazione dei nativi, latente ma resistente ai secoli, a non accettare quel mondo dei bianchi come l’unico possibile.

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