Il meglio di John Wayne

A cura di Domenico Rizzi

Speciale a puntate: 1) John Wayne, un gigante del cinema western 2) La lunga gavetta di John Wayne 3) John Wayne: la ripresa del western 4) John Wyane, attore ormai affermato 5) Altri film di John Wayne 6) Strada aperta per John Wayne 7) Il meglio di John Wayne 8) Strade diverse 9) Alamo, un trionfo a caro prezzo 10) Uomo d’azione 11) Eroe nell’ombra 12) Gli anni del cambiamento 13) Il lento declino 14) La solitudine dell’eroe

Sentieri Selvaggi – Nel ventennio che segue il secondo conflitto mondiale, il western riesce a raggiungere il suo livello più alto, per imboccare poi la fatale parabola discendente, una tendenza che sarà invertita dall’apparizione del filone italiano prima e dall’effimera rinascita del revisionismo più tardi.
Comunque, il 1956 è un anno veramente d’oro per il genere, che occupa una percentuale superiore al 30 % dell’intera produzione hollywoodiana e immette sul mercato appassionanti racconti quali “La tortura della freccia” di Samuel Fuller, “L’ultima carovana” e “Vento di terre lontane” di Delmer Daves.
Non si è ancora spenta la viva impressione suscitata da “Via col vento” di Victor Fleming, “Ombre rosse” di John Ford e “Il Fiume Rosso” di Howard Hawks, che George Stevens presenta “Il cavaliere della valle solitaria” nel 1953, offrendo al pubblico la complessa immagine di Shane, una figura itinerante che diventerà il prototipo del cavaliere solitario sempre pronto a correre in soccorso dei deboli e degli oppressi, materia preferita dagli autori di “pulp fictions” e fumetti. La caratteristica comune di tali personaggi è di non sentirsi legati ad una casa o ad un luogo definito, per potersi muovere, liberi da gravami familiari, nelle sterminate praterie del West. Anche il cinema, che già agli albori aveva lanciato questo clichè, spesso nelle vesti di intrepidi cow-boy impersonati da Harry Carey o Tom Mix, lo riproporrà più volte, con pellicole quali “C’era una volta il West” (1968) “Io grande cacciatore” di Anthony Harvey (1979) e “Il cavaliere pallido” di Clint Eastwood (1985).


La locandina di Sentieri Selvaggi

Il monolitico personaggio a cui John Ford attinge per il suo “Sentieri selvaggi” si discosta vistosamente dai modelli positivi dei romanzi popolari e delle “dime novels”, tracciando il carattere di un uomo conflittuale dal tormentoso passato. Lo spunto proviene da “The Searchers” di Alan Le May, che contiene la storia di Amos Edwards, un vagabondo del Texas che ritorna a casa dopo una lunga assenza, durante la quale ha probabilmente combattuto sempre dalla parte dei perdenti. L’anno in cui inizia la vicenda è il 1868, lo scenario quello desolato delle praterie meridionali degli Stati Uniti. Il nemico da combattere sono i Nowyeki, una sottotribù dei Comanche, guidati da un imprendibile “Scar” (Cicatrice) che nella versione cinematografica italiana diventerà “Scout” (Esploratore).
Come al solito, Ford ambienta la sua storia prevalentemente nell’amata Monument Valley, un luogo improbabile per ospitare fattorie e coloni, ma la natura aspra ed inospitale serve a dare un’impronta più marcata alla solitudine dei protagonisti. Alcuni scorci saranno girati nel Colorado meridionale, altri ad Edmonton, nel Canada.
John Wayne ha 48 anni suonati ed è quasi all’apice della sua ascesa, nonostante alterni da tempo grandi affermazioni a pellicole meno convincenti. Dopo “Hondo”, che non possedeva i requisiti del grande film, è apparso in 4 film, fra i quali “Il conquistatore” (1955) prodotto da Howard Hughes sotto la regia di Dick Powell, un autentico fallimento commerciale bersagliato anche dalla critica. Il Duca ha vestito addirittura gli inconsueti panni di Gengis Khan, recitando una storia fiacca e scarsamente avvincente nel deserto dell’Utah, già teatro di esperimenti nucleari (il regista Powell morirà di cancro nel 1963 e proprio in quel periodo anche Wayne comincerà ad avere seri problemi di salute).
Negli ultimi anni, dopo la “trilogia militare” con Wayne protagonista, John Ford ha invece realizzato “Un uomo tranquillo”(1952) “Il sole splende alto” (1953) e “La lunga linea grigia” (1955) ed è convinto al cento per cento della scelta del copione di “The Searchers” come pure della conferma di Wayne dopo la brillante interpretazione di “A Quiet Man” insieme a Maureen O’Hara.
Nel nuovo film, Ford gli affianca la deliziosa Vera Miles (Laurie Jorgensen) Jeffrey Hunter (Martin Pawley) il granitico Ward Bond (reverendo Clayton) ed altri ottimi caratteristi, fra i quali Harry Carey junior (Brad Jorgensen) figlio del grande attore omonimo, Henry Brandon (Scar) e Dorothy Jordan (Martha Edwards). Il ruolo di Deborah Edwards (“Debbie”) adulta, personaggio intorno alla cui ricerca ruota l’intera trama, tocca alla diciassettenne Nathalie Wood, affermatasi un anno prima in “Gioventù bruciata” accanto all’idolo emergente James Dean.

Per la sceneggiatura, Ford si muove sul sicuro, rivolgendosi ancora una volta a Frank S. Nugent, che gli ha già curato lo screenplay di molti successi precedenti, mentre direttore della fotografia è Winton C. Hoch, vincitore di un premio Oscar per “I cavalieri del Nord-Ovest”. Le musiche sono di Dimitri Tiomkin e si avvalgono di alcuni pezzi della più genuina tradizione western, quali “Shall We Gather At The River”, motivo composto da Robert Lowry nel 1864.
Naturalmente, il pezzo forte del nuovo film sarà il Duca, John Wayne, ormai popolare ed apprezzato da pubblico e registi, sebbene guardato con diffidenza da una certa critica.

Una storia cruenta – “The Searchers” anticipa per certi aspetti la crudezza dello “spaghetti western” e di molti film della revisione, insistendo a volte su particolari scioccanti, quali la scena delle “Indiane bianche” recuperate dalla cavalleria: povere ragazze che il dolore, le violenze sessuali immaginabili e le privazioni subite hanno spinto alla follia. La sequenza in cui Wayne assiste al delirio delle poverette rinchiuse in uno stanzone del forte, è una delle più realistiche e toccanti. L’espressione del suo volto anticipa ed ha il potere di vanificare qualsiasi commento successivo: Ethan è un uomo che ha abbandonato ogni illusione e sa misurarsi con le situazioni più scabrose. La visione delle prigioniere che lanciano strilli infantili strappandosi di mano una bambola di pezza rafforza la sua convinzione di uccidere Debbie non appena riuscirà a raggiungerla, perché pensa che la morte sia infinitamente preferibile ad una sorte come quella toccata alle sventurate che ha davanti. In realtà, la ricerca ossessiva della nipote obbedisce ad un’esigenza inconscia del personaggio di distruggere se stesso, come punizione per avere fallito la propria esistenza, sia sotto l’aspetto personale (le guerre perdute, la tragedia familiare che non è riuscito ad impedire) che dal punto di vista sentimentale (il mancato coronamento del suo amore con Martha).
La critica avrebbe stigmatizzato l’atteggiamento di Wayne, ritenendolo discriminatorio e razzista, ma si tratta di una valutazione che non tiene conto della complessità storica del problema. Probabilmente chi puntava l’indice contro Wayne e Ford non conosceva a sufficienza le drammatiche vicende di Cynthia Parker , Clara Blinn, Rachel Plummer e Anna Morgan e forse non aveva neppure sentito parlare di Ann White, Lucinda Eubanks eJosephine Meeker. La brutalità dei comportamenti dei rapitori – Comanche, Kiowa, Cheyenne, Apache o Ute che fossero – nei confronti di queste donne è comprensibile, seppure mai giustificabile, soltanto se si accetti la primitiva mentalità degli Indiani nomadi, che riservavano la stessa terribile sorte alle prigioniere pellirosse catturate alle tribù rivali. Ma si può aggiungere che Ethan Edwards riflette semplicemente, con i suoi gesti, il modo di pensare della gente della Frontiera, in un’epoca in cui il motto del generale Philip Sheridan – “l’unico Indiano buono è quello morto” – rappresentava una convinzione diffusa e largamente condivisa.

E’ pur vero che nel film vengono mostrate anche le efferatezze commesse dai Bianchi, quando la cavalleria distrugge il villaggio dei Comanche uccidendo l’incolpevole Look, una ragazza presa in moglie per errore dall’ingenuo Martin Pawley (Hunter) o nella scena in cui Ethan infierisce sul cadavere di un Indiano, ma il severo giudizio sulla figura di Scar (Brandon) il capo della banda di razziatori, mentre fa esibire agli ospiti gli scalpi delle sue vittime, fa pendere nuovamente la bilancia dalla parte dei colonizzatori. Il West viene mostrato per quello che è veramente: un’avventura terribile, nella quale ciascuno si abbandona ad eccessi di ogni genere, sebbene sia l’Indiano a portarne il peso maggiore. Seguendo questa logica, Ethan assume la veste del giustiziere, anche se non spetterà a lui uccidere il feroce capo dei Nowyeki, né liberare la ragazza rapita, Deborah Edwards (Nathalie Wood).
Forse è ravvisabile, nelle battute finali del film, una sorta di pentimento di Ford, che solleva il suo protagonista da un fardello troppo pesante, impedendogli di sopprimere la nipote ritrovata. Lo scrittore Le May si dimostra molto più spietato del regista irlandese, facendo soccombere Amos Edwards (Ethan) per mano di un’anonima squaw durante l’assalto al campo indiano.
L’Ethan di Ford sopravvive invece come l’emblema della solitudine, destinato ad una vita errabonda, dopo la sua uscita di scena alla fine della vicenda. Il film era iniziato con il suo arrivo alla fattoria Edwards e si conclude con l’espressione bonaria (o rassegnata) di Wayne che volge le spalle al ranch degli Jorgensen, allontanandosi sotto il sole.
L’uomo solitario riprende la sua strada che non conduce da nessuna parte, spinto dal proprio impulso a vagare senza mèta, mentre la colonizzazione avanza alle sue spalle inesorabilmente. Affiorano qui le analogie di Ethan con il personaggio di Shane (“Il cavaliere della valle solitaria”) perchè entrambi si lasciano sicuramente dietro qualcosa, come toccherà anche ad Armonica (“C’era una volta il West”) parecchi anni dopo.
Ognuno di essi porterà con sé l’immagine di una donna da dimenticare, o più probabilmente da conservare per sempre nel cuore.

Il protagonista – Edwards è un uomo taciturno, dal passato misterioso ed equivoco.
Dopo la resa della Confederazione di Robert Lee, nelle cui file ha militato senza fortuna, si è messo al soldo dell’imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo, subendo un’altra cocente delusione quando gli insorti di Benito Juarez hanno fucilato il monarca a Querètaro nel 1867, liberandosi dalla dominazione straniera.
Giunto nel Texas, alla fattoria del fratello Aaron, egli ritrova l’antico amore della cognata Martha, che lo abbraccia e non cessa di guardarlo con trepidazione, ma il film lascerà l’episodio avvolto nel dubbio, realizzandolo in maniera molto sfumata. “Pensavo fosse abbastanza ovvio” dirà Ford in un’intervista con Peter Bogdanovich “che la moglie di suo fratello era innamorata di Wayne. Non lo si poteva giurare, ma penso che fosse chiaro per qualsiasi persona con un briciolo di intelligenza” (Bogdanovich, “Il cinema secondo John Ford”, Parma, 1990, p.90). D’altronde il cinema degli Anni Cinquanta non poteva essere troppo esplicito su un argomento come questo: era appena passata la bufera del maccartismo ed una severa censura non tollerava che si mostrassero sullo schermo relazioni incestuose o storie che potessero offendere la morale, tanto più che il western veniva considerato un genere “pulito”, destinato soprattutto ai ragazzi.

Il personaggio di Le May è dunque un mercenario, un uomo che non sa mettere radici, l’antitesi del colono laborioso e timorato di Dio che determina la civilizzazione del West. John Wayne, con la sua imponenza fisica e l’aspetto falsamente bonario, appare subito a Ford come l’attore ideale per rivestire i panni di Edwards. La sua recitazione è per la seconda volta, dopo “I cavalieri del Nord-Ovest” (la terza, considerando anche “Il Fiume Rosso” di Hawks) degna dell’Oscar, ma la critica si guarderà bene dall’assegnargli il premio, incerta se la presenza di Wayne sia più detestabile nella finzione cinematografica o nella realtà quotidiana.
Nel film Ethan Edwards è un uomo deluso che muove alla ricerca della nipote con l’unico obiettivo di sopprimerla, per impedirle di diventare la moglie di un Comanche. Un individuo scontroso ed irascibile che discrimina il nipote acquisito Martin per la sua parte di sangue cherokee e massacra i bisonti per ridurre alla fame gli Indiani…
Come talvolta accade agli uomini di cinema e di teatro, la grandezza dell’attore e la complessità delle sue interpretazioni saranno comprese molto più avanti, quando Wayne avrà già ingaggiato il suo fatale duello con la morte.

Un film discusso – “Sentieri selvaggi” è il titolo che “The Searchers” (I cercatori) ebbe nel doppiaggio italiano. La distribuzione francese lo ribattezzò invece “La prisonnière du Dèsert”, giudicandolo un mediocre tentativo di Ford di seguire le tendenze innovative e rimpiangendo i precedenti western del regista. Un famoso critico italiano scrisse in proposito che “Ford è caduto nella trappola della novità a tutti i costi e ci ha messo il pepe delle scene di violenza…e le turbe psichiche dell’eroe. Talmente sottolineate da rendere il personaggio incomprensibile.” (Jean-Louis Leutrat, “Sentieri selvaggi di John Ford”, Genova, 1995, p. 75).
Neppure negli Stati Uniti la pellicola, proiettata per la prima volta nel maggio 1956, aveva avuto un’accoglienza trionfale, riconoscimento che le sarebbe stato tributato più tardi, tanto che nel 2008 l’American Film Institute la classificherà al 12° posto assoluto fra i 100 migliori film statunitensi di tutti i tempi, dopo che il regista Martin Scorsese lo aveva definito una delle opere cinematografiche più significative di ogni epoca.
Forse la maggior parte dei detrattori non riuscì a comprendere subito che John Ford aveva diretto il lavoro più drammatico della sua carriera, imperniandolo su un personaggio discutibile, i cui comportamenti erano ai limiti della morale corrente. “Sentieri selvaggi” non rasentava il romanticismo di “Ombre rosse” e non conteneva gli idealismi di “Sfida infernale”, così come il personaggio di Ethan non aveva nulla in comune con il Ringo Kid (Wayne) della diligenza diretta a Lordsburg, né con il Wyatt Earp interpretato da Henry Fonda nel successivo film. Per la prima volta, invece, il regista irlandese presentava un uomo profondamente emarginato e senza possibilità di redenzione, al quale il destino avrebbe tolto anche quel poco che gli era rimasto.

Ethan Edwards si mostra anticonvenzionale e selvaggio, refrattario a qualsiasi regola e poco incline alla pietà, spesso più crudele degli stessi Indiani che combatte. In poche parole, è un “frontiersman” assai lontano dalle figure mitizzate proposte sovente dal western ed è proprio questo aspetto che alcuni critici non riescono a comprendere, bollando il protagonista come l’incarnazione del peggior conquistatore. Con una maggiore obiettività e un’adeguata conoscenza storica non sarebbe stato difficile riconoscere a Wayne una delle più elevate espressioni della sua lunga carriera cinematografica, condivisibile ex aequo soltanto con quella de “I cavalieri del Nord-Ovest”. Per citare le parole di Aldo Viganò, “Ethan rappresenta il ruolo più grande e più appassionante fra i tanti interpretati da John Wayne. Del classico eroe del West possiede l’autosufficienza, la prontezza di decisione e il tragico comportamento del solitario. Egli sa di appartenere ad un gruppo sociale, ma in questo non è mai completamente integrato” (“Western in 100 film”, Genova, 1994, p. 112). In effetti, Wayne sa essere grande nell’azione come negli atteggiamenti ribelli, perfino nell’odio verso gli Indiani, ma appare immenso nel gesto finale del perdono, quando, prendendo fra le braccia la nipote ritrovata, le dice: “Andiamo a casa, Debbie!”.
Wayne si immedesima a tal punto nella figura di Ethan – secondo quanto raccontò Harry Carey jr. nel suo libro “Companies of Heroes” – da comportarsi come lui anche durante le pause della lavorazione. E non è certo casuale che ad uno dei figli nati nel 1962 dal suo terzo matrimonio con Pilar Palette, il Duca abbia imposto proprio il nome – Ethan – del protagonista di “Sentieri selvaggi.”

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