I nativi dell’Edward Plateau

A cura di Gianni Albertoli

Un villaggio nei pressi del fiume
Fino alla metà del XVII secolo la Corona spagnola avrebbe avuto ben pochi interessi per il territorio oggi conosciuto come “Texas”. Le autorità avevano ottenuto varie informazioni ma ben poco interessanti per l’epoca, tali informazioni erano arrivate grazie alle spedizioni del Pánfilo de Narvaez (1527-1536), del Francisco Vazquéz de Coronado (1540) e dell’Hernándo de Soto (1541). I successivi sporadici contatti con i nativi dell’area si ebbero grazie alle “spedizioni” del Chamuscado-Rodríguez, del Castaño de Sosa e poi dell’Espejo-Luxán, tutte comunque dirette verso il Nuevo Mexico, e sicuramente non verso il Texas.
Sembra logico ricordare queste spedizioni, quella di padre Augustin Rodríguez e di Francisco Sanchez Chamuscado (1581-1582) avrebbe varcato il corso del Río Grande per entrare nel Nuevo Mexico; mentre l’Antonio de Espejo e il Diego Perez de Luxán (1582-1583) avrebbe riportato alcune importanti informazioni.


Un testo prezioso

L’Espejo sarebbe entrato in contatto con tre indiani Jumanos nelle aree del Toyah Lake, per poi visitare due “rancherías” di questa popolazione probabilmente sul basso corso del Toyah Creek.


Il percorso di De Soto

Indiscutibilmente la spedizione avrebbe visitato soltanto le aree occidentali dell’Edward Plateau, dove i Jumanos ben conoscevano il territorio circostante, specialmente presso la confluenza del Pecos con il Río Grande e, probabilmente, erano familiari nelle aree dei “canyon” del basso Pecos River. Stando a questa spedizione risulterebbe chiaro che i Jumanos vagavano in queste terre anche prima del 1580s. D’altronde, la regione nordorientale del Messico stava diventando un area dove si stabilivano i coloni spagnoli e, soprattutto, intere famiglie di indios Tlaxcaltecan; ricordiamo che gli insediamenti di Saltillo e Monterrey vennero stabiliti verso la metà del XVII secolo, mentre la “Villa de Almáden” (Monclova) venne fondata dal Luis de Carvajal y de la Cueva intorno al 1590.


Maria F. Wade

Come affermava la Maria F. Wade nella sua opera “The Native Americans of the Texas Edward Plateau, 1582-1799”, il testo da cui traggo le notizie, riportava chiaramente che, “la regione nordorientale del moderno Messico era stata attivamente colonizzata da famiglie spagnole… con la conseguente cacciata dei nativi”, però annotava che, “… ben poco sappiamo sui gruppi nativi che occupavano le aree di Monclova e le regioni a nord e a est della città”. Risultava evidente che i gruppi nativi dell’area – immediatamente a sud e a nord del Río Grande -, erano stati duramente ridimensionati causa le numerose spedizioni schiavistiche organizzate a partire dall’anno 1581 e, probabilmente, anche prima. Alcuni degli eventi accaduti, durante le spedizioni del Castaño de Sosa e dell’Antonio de Espejo, avevano fortemente avvertito gli indigeni della nuova situazione, soprattutto quelle delle zone lungo e a nord del Río Grande. Gli attacchi schiavistici nel Coahuila, e lungo il corso del Río Grande, erano numerosi, pericolosi e mai sanzionati dalla Corona spagnola, il tutto veniva coperto con una semplice “azione punitiva contro i ribelli nativi”.


Il Rio Sabinas

Per esempio, nel settembre 1607, il Francisco de Urdiñola guidava una ennesima spedizione nelle aree comprese tra il Río Sabinas e il Río Grande, era una chiara occasione per “punire” gli indiani Quamoquane; stando alle fonti a nostra disposizione, ricordate da alcuni partecipanti all’azione, “numerosi indiani vennero uccisi e molti altri imprigionati o inviati nei campi di lavoro delle haciendas e delle miniere di Saltillo, Parras e Patos”.


Caspar Castano De Sosa

Gli eventi in nostro possesso sono abbastanza numerosi infatti, nel marzo 1658, il capitano Miguel de Otalona, affiancato da truppe e cittadini, invitava gli indiani Babane e Jumano ad accettare la fondazione di un “pueblo” nelle loro terre. I Babane erano da tempo impegnati nella “Hacienda de San Ysidro de las Palomas” e, di conseguenza, facevano parte della “encomienda” dell’Ambrosio de Zepeda. Il sistema della “encomienda” rappresentava praticamente “la delega del potere reale di riscuotere il tributo e di utilizzare i servizi personali dei vassalli del re” (un chiaro riferimento agli indiani). Giuridicamente, il sistema della “encomienda” era caratterizzato “por un sistema de trabajo forzoso, sin contrato de salariado”. Alla morte del Zepeda, nel 1656 la moglie vendeva la “hacienda” familiare al capitano Diego de Montemayor proveniente da Monterrey; invece i Jumano facenti parte della “encomienda” del Pedro de Bega, erano originari del Coahuila. Questi indigeni avevano fatto visita al viceré “Duque de Albuquerque”, il Francisco Fernández de la Cueva (1619-1676), per presentare la loro richiesta, fu allora che il viceré ordinò di indagare sulla questione. Le testimonianze mostravano ampiamente che la richiesta avanzata dai Babane e dai Jumano accusava gli “encomenderos” di Saltillo di catturare i nativi del Coahuila per le loro “encomiendas”, e di imprigionare i figli dei lavoratori nativi per costringere i loro genitori a rimanere nelle “haciendas”, senza dimenticare che non pagavano neppure i nativi per il loro lavoro. Chiaramente, nella loro richiesta per stabilire un insediamento, questi nativi pregavano il viceré di fornire loro quindici famiglie di etnia Tlaxcaltecan in modo che entrambi i gruppi potessero stabilirsi ed essere cristianizzati insieme. Poco dopo gli indiani Tlaxcaltecan davano vita al “pueblo de San Esteban de Tlaxcala”, mentre vari gruppi nativi dell’area cercavano di stabilirsi permanentemente nel territorio; resta il fatto che i Babane interessati a stabilirsi erano ormai rimasti in sei-sette persone, con alcuni gruppi Jumano rappresentavano i soli sopravvissuti di un largo gruppo di “encomendados”, con loro vi era un non- nativo chiamato “Antonio Aleman”, un abile conduttore di muli che aveva lavorato presso la “encomienda” dell’Ambrosio de Zepeda dal 1654 al 1658.


Il Guadalupe River

Alcuni anni dopo diversi gruppi di Babane, facenti capo al Don Marcos, e un altro Don Marcos, dei Jumano, richiedevano la creazione di un “pueblo”. Il Don Marcos era affiancato dal fratello Don Lacaro Agustín, e dall’omonimo Don Marcos dei Babane, alla fine non si giunse a nessuna conclusione, neppure quando altri gruppi nativi affiancarono i Jumano e i Babane, erano appartenenti alle nazioni “Bobole, Baia, Contotore, Tetecore e Momone”, altri due gruppi, stando alle fonti piuttosto consistenti, erano le nazioni “Gueiquesale e Tiltic y Maigunm”. Il Don Lacaro Agustín divenne ben presto il leader indiscusso, ma venne subito affiancato da un leader cristiano dei Gueiquesale, noto come “Don Esteban”, e da 28 indiani Bobole e Temmanar.


Un campo di indiani Bobole e Temmanar

Il Lacaro ricordava che la nazione Bobole poteva mettere in campo “trecento guerrieri” (?) e occupava il Coahuila da “desde tiempo ymmemorial”; poi continuando, riportava che avevano combattuto varie popolazioni e che nelle loro “rancherías” vi erano altri gruppi nativi. Il Lacaro aggiungeva che i Bobole erano sempre stati fedeli agli spagnoli, e sottolineava l’aiuto da loro dato dai durante la durissima battaglia che il don Fernando de Azcué aveva combattuto contro i Cacaxtles e i loro alleati (1665). Le informazioni fornite dalle testimonianze dei guerrieri partecipanti allo scontro differivano leggermente dalle informazioni fornite dal Juan Battista Chapa, tuttavia l’intervento di cinquanta guerrieri Bobole avrebbe dato la vittoria all’Azcué e avrebbe reso possibile punire duramente anche i Tetecore e i Contotore. Lo stesso Don Lacaro menzionava anche che un’altra nazione si era unita alla petizione. Chi erano? Probabilmente i Gueiquesale o Catujano, erano comunque indigeni dell’Est di cui non conosceva i confini delle loro terre. Ancora una volta gli indiani si dissero disposti a vivere in un “pueblo” e, soprattutto, ad abbandonare la “vita selvaggia”.


Una splendida veduta del Llano Canyon dell’Edward Plateau

Il 3 agosto 1673 il Lacaro si ripresentava con al fianco il Don Esteban – un capo dei Gueiquesale -, il Don Miguel – un capo dei Teimamare -, e un altro leader dei Bobole di cui non conosciamo il nome. Tutti chiedevano pace e tranquillità ma, alcune fonti riportavano che il Don Lacaro Agustín incitava alla rivolta vari gruppi nativi e che, inoltre, non era stato al fianco dell’Azcué nella sua campagna contro i Cacaxtlé.


Padre Manuel de la Cruz tra gli indiani Gueiquesale

Le richieste dei nativi furono comunque vane. Nel settembre 1673 padre Larios con venti nativi, si presentava a Guadalajara chiedendo pace per gli indiani, che vennero tutti battezzati; una ventina di giorni dopo poterono ripartire per le aree di Saltillo, al fianco del prelato vi erano altri due missionari noti come “Peñasco e Manuel de la Cruz”.
Mappa di alcune spedizioni
La situazione sarebbe poi migliorata quando il capitano Francisco de Elizondo si spinse nel Coahuila per prendere possesso di alcune terre per gli indiani Babane e i loro alleati, i gruppi “Tetecore, Huiquechale, Obaya e Contotore”, tutte popolazioni decise a stabilirsi in un nuovo “pueblo”. Comunque, il 29 dicembre, le truppe spagnole attaccarono duramente i ribelli del territorio, molti dei quali vennero deportati come schiavi; nello stesso periodo, specialmente in gennaio, padre Larios venne duramente impegnato nella sua opera di cristianizzazione dei nativi e, il 22 gennaio, entrava in una “ranchería” mista di indiani “Babane, Gueiquechale, Tiltic e Mayhuam”, con altri gruppi di minor consistenza. Questi indiani erano stanziati nel territorio compreso tra il Río Sabinas e il Río Grande, stavano soffrendo di vaiolo tanto che il Larios non voleva abbandonarli, rimase con loro, ma promise che appena l’epidemia si fosse calmata li avrebbe collocati nei “pueblos” per poi informare l’Elizondo.


Una splendida veduta della Real County, nelle aree dell’Edward Plateau

Tuttavia, quando il missionario seppe che l’Elizondo non aveva lasciato Saltillo, il Larios si spinse a San Ildefonso de la Paz, giungendovi il 23 gennaio; sarebbe stato raggiunto dall’Elizondo qualche giorno dopo. Il capitano venne incontrato da alcuni leader dell’area appartenenti ai gruppi “Gueiquechale, Bobole, Manos Prietas, Pinanaca, Obaya, Babaymare, Zupulame, Omomone e Xicocoge”; nello stesso periodo il Larios si incontrava con alcuni leader delle nazioni “Gueiquechale, Bobole, Xicocoge, Xiupulame, Manos Prietas, Bacorama, Omomone e Baniamamar”.


Gli effetti del vaiolo sui nativi

Molti di questi gruppi vagavano nelle aree del Río Grande, vivevano in capanne rotonde e cacciavano bufali delle grandi pianure. Il 29 dello stesso mese gli spagnoli conteggiarono gli indiani presenti, vi erano 543 donne adulte e bambini e 106 guerrieri, fra questi il Larios avrebbe battezzato 61 bambini. Il primo febbraio 1674 il capitano riportava che le terre lungo il corso del Río Sabinas erano occupate da indiani non certamente pacifici, poi annotava che nelle vicinanze, in direzione nord, vi era un’area conosciuta come “dove i Tetecores vennero uccisi”.


Spagnoli nella Jumano Country

L’integrazione degli indiani non fu certamente facile, infatti, il 9 febbraio 1674, veniva riportato che con padre Manuel de la Cruz vi erano soltanto 178 indiani Obaya e Bobole in quanto la bellezza di 512 Gueiquesale avevano lasciato il territorio dopo la diffusione di una violenta epidemia di vaiolo che afflisse questi indiani, “muy enfermos de biruelas”.


Tipiche punte degli indiani delle Davis Mountains

Questi indiani avrebbero però promesso di rientrare in marzo; i gruppi Obaya, e qualche Bobole, rimasti con padre Manuel, pur soffrendo terribilmente, si stabilirono nella nuova missione di Santa Rosa de Santa Maria, a sudovest del Sabinas. Il 15 settembre dello stesso anno padre Larios riuscì a stabilire altri due insediamenti missionari (“poblaciones”): San Ildefonso de la Paz e Santa Rosa de Santa Maria, tutte localizzate tra il Río Grande e il fiume Sabinas. Questi insediamenti dovevano servire per gli indiani Gueiquezale e Bobole ma, successivamente, vennero aggregati altri 32 differenti gruppi, di cui 22 provenienti dalla Nueva Vizcya e dalla Nueva Galícia. A San Ildefonso venivano censiti 512 Gueiquesale e altri 178 nativi appartenenti a gruppi diversi, fra i quali spiccavano gli indiani “Bobole, Obayo, Tiltique, Tiltiquimayo, Pinanaca e Mayhuam”; resta il fatto che informazioni tratte da vari documenti indicavano la presenza di indiani “Babane, Bobole, Gueiquesale, Obayo e Manos Prietas” a Santa Rosa e a San Ildefonso durante la primavera del 1674.


Una veduta del Big Bend Desert

I missionari riferivano che le condizioni nella sede della missione erano pessime, gli indiani avevano ben poco da mangiare e praticamente si sostentavano con “mescal” e altre radici, portavano vesti stracciate che li avrebbero presto costretti ad indossare pelli di bufalo e di daino. Lo stesso capitano Barbarigo riferiva tale situazione, ricordando che quando il carico di alimenti finiva, i nativi dovevano sostentarsi con “lechugilla e tule”.


Frati in cammino

Ricordiamo che la “lechugilla” era la “agave lechuguilla”, mentre il termine “tule” indicava una varietà di canna (“scirpus lacustris e scirpus acutus”) avente una radice tuberosa; un’altra pianta commestibile apparteneva alla famiglia dei gigli e somigliava ad una “yucca”. Come giustamente riportava la Maria F. Wade, “anche se è chiaro che le condizioni non erano buone, soprattutto per gli indigeni colpiti dal vaiolo, i resoconti dei frati sembrano riflettere più le loro difficoltà che quelle degli abitanti locali, soprattutto perché i gruppi indigeni effettivamente rifornivano di cibo i frati stessi”. Il 20 marzo i Bobole lasciavano l’insediamento per stabilirsi ad almeno dodici miglia di distanza, sarebbero stati raggiunti e convinti da padre Manuel a rientrare; poi, il giorno dopo, lo stesso missionario si spinse a nord attraversando il Río Grande per entrare nelle terre dei Gueiquesale. L’attraversamento del grande fiume fu particolarmente difficoltoso e, soprattutto dovuto agli animali a disposizione, cavalli e muli; dopo tre giorni di marcia in direzione est, giunsero presso le montagne che gli indigeni chiamavano “Dacate”, un termine che in castigliano significava “naso” (“camine al salir del sol dejando de iracia el norte y a los tres dias llege junto de una sierra q. los yndios llaman dacate q. en numero edioma es lo proprio q. narices”). Nel 1916 il Bolton suggeriva che l’area chiamata “Dacate” era da identificare con le Anacacho Mountains; la prima menzione apparve proprio nel 1674 con padre Manuel, il missionario parlava di un’area montuosa con colline, montagne e “arroyos”.


Le Anacacho Mountains, nella parte occidentale dell’Edward Plateau

L’anno dopo il nome riapparve come il territorio dove vivevano gli indiani Bagname e Siano; sempre nello stesso anno 1675, “Dacate” riapparve nelle documentazioni della spedizione del Bosque e del Larios, questi avrebbero attraversato la “sierra de Dacate” e, il 18 maggio 1675, avrebbero raggiunto il corso di un piccolo fiume (“puesto y riachuelo”) da loro chiamato “Dacate”.


Un soldato spagnolo

Nei pressi di queste aree di Dacate padre Manuel venne intercettato da un indigeno che lo avvertì di abbandonare quella pista visto che i Patagua-Ocane e i Catujane erano seriamente intenzionati a porre fine alla vita del prelato e dei suoi compagni. Stando alle fonti dell’epoca, a questi pericolosi indiani era apparso in forma visibile il “Diavolo” (“y me dijo q. dejase a quel camino porq. Los yndios Pataguas-Ocanes y Catujanes abisa dos de un demonio q. se les aparece en forma bisible”). Il missionario venne allora convinto e si spinse a nord “nascondendosi per tre giorni in un arroyo” e sostentandosi di radici di canne (“y despidiendose de mi bolbi a caminaracia a el norte y Escondido en un arroyo estube tres dias”). Nel frattempo il missionario inviava una guida di etnia Bobole ad perlustrare il territorio; al suo ritorno riferiva che i Bobole fuggiti da Santa Rosa erano accampati circa 6 leghe (15,6 miglia) a monte e verso nord sullo stesso “arroyo”. Padre Manuel riuscì comunque ad entrare nel campo dei Bobole, dove venne informato che il capo dei Gueiquesale era nelle vicinanze con la sua banda. Dalle fonti del missionario risultava chiaramente che i suoi alleati Bobole stavano da tempo combattendo i Catujane e il gruppo Patagua-Ocane.


Punte di lancia spagnole

Il Don Esteban aveva al suo seguito ben 98 guerrieri, tutti ottimamente riforniti di archi e frecce e con i corpi decorati e dipinti per la guerra, purtroppo, in quel periodo veniva anche segnalata una guerra in corso tra i Gueiquesale e gli Ervipiame. Indossavano un piccolo pezzo di pelle di cervo (“gamuça”) sopra gli organi sessuali e uno scudo di pelle (“adarga de cuero”), le loro braccia e il petto erano decorati con strisce rosse, gialle e bianche e sul capo avevano corone di foglie di “mesquite” e altre di foglie di “estofiate silvestre”, un’erba medicinale; inoltre, sopra le corone di foglie portavano bellissime piume. Quando i Gueiquesale giunsero all’accampamento dei Bobole, si sedettero tranquillamente e padre Manuel abbracciò il Don Esteban, il quale gli chiese il motivo della sua visita, “sono venuto a cercarvi e per sapere perché non siete ritornati a Santa Rosa”. Il capo non aveva problemi nell’affermare che la sua gente desiderava diventare cristiana, dichiarando che erano disposti a rientrare. Nel frattempo, gli esploratori riferivano che i nemici erano seriamente intenzionati a mettersi sulle tracce del missionari, ed avevano ben 180 guerrieri ottimamente armati. Gli indiani erano seriamente preoccupati e invitarono il missionario a restare nel “rancho” (accampamento) con le donne e i bambini mentre i guerrieri si preparavano all’ormai imminente scontro con i nemici. Padre Manuel, coraggiosamente rifiutò la loro offerta affermando che “non avrebbe abbandonato i suoi fratelli” così, ritenendola una prova della sua amicizia, dichiararono che avrebbero preferito morire piuttosto che abbandonarlo. Padre Manuel e il Don Esteban, con 147 arcieri lasciavano il “rancho” dei Bobole, intorno alle dieci del mattino, per spingersi nelle aree dove erano stati avvistati i nemici. La spedizione sarebbe entrata in contatto con gli avversari e dovettero riconoscere la loro superiorità numerica, fu allora che il missionario presentò una immagine di Cristo, si trattava di una croce, o probabilmente di una pittura, del Cristo sulla croce. I guerrieri prepararono i loro archi e attaccarono i nemici con grida di guerra, “incapaci di resistere, i nemici abbandonarono il campo” rifugiandosi sulle montagne circostanti, probabilmente le Dacate Mountains; alla fine i guerrieri Gueiquesale e Bobole avevano “ucciso sette uomini e catturato quattro donne e tre ragazzi”, tutti salvati dalla morte grazie al tempestivo intervento del missionario. Dopo lo scontro gli indiani fecero visitare il territorio al prelato, ricordandogli anche i nomi nativi degli “arroyos”, delle montagne e delle colline (“y muy allegre me llebaran por toda a quella tierra ensenando mela y diciendome los nombres de los arroyos, sierra y lomas”).


Il Blue Creek Canyon del Big Bend

Riuniti tutti i gruppi alleati, il missionario si spinse con loro nelle splendide praterie circostanti (“caminando dos dias por una seriosa lanadas”); in pratica raggiunsero il Río Grande dove avvistarono grandi mandrie di bufali, ma anche numerosi pesci, gamberetti e tartarughe nelle acque del fiume. Dalla “ranchería” dei Gueiquesale, dove le donne della tribù danzarono a lungo in onore del missionario, “tutti partirono”, si trattava di “733 anime, compresi bambini”; attraversarono poi il grande fiume in due “stages”, vista una “splendida isola con bellissime spiagge di sabbia” proprio nel mezzo del Río Grande. In un “arroyo” nelle vicinanze del fiume incontrarono “166 indiani Pinanaca e Tiltiqmaya” accampati nelle vicinanze poi, dopo questo felice incontro, il missionario si mosse nuovamente e, con i suoi, raggiunse un corso d’acqua che avrebbe chiamato “Río Nueces”, un nome riconducibile alla grande quantità di alberi di noci e nocciole presenti lungo le rive del fiume. Altri gruppi nativi vennero incontrati nei giorni successivi, tutti accolsero il missionario con grande simpatia, fra questi gli 82 indiani Babusarigame; infine, entrava in Santa Rosa dove l’attendeva padre Larios e il capitano Barbarigo. Il prelato avrebbe poi chiuso la sua lettera con un appello ai suoi superiori Francescani, chiedeva aiuto per ottenere rifornimenti e soprattutto, “una veemente richiesta di azione contro gli encomenderos” che non volevano lasciare liberi gli indigeni di stabilirsi nelle loro terre. Il missionario riportava un incidente appena accaduto, “due indigeni e due indigene avevano lasciato l’Hacienda de Patos”, di proprietà del Don Agustin Echeberz y Subiza, il futuro primo “Marques de Aguayo”. Gli spagnoli inviarono tre “persone” (?) per dar la caccia ai fuggitivi come se fossero schiavi (“como se fueran esclavos fugitives”). Comunque, avrebbe concluso dicendo che, se non si poneva fine alle azioni degli “encomenderos”, tutta la loro opera missionaria tra le popolazioni indigene “sarebbe andata perduta”.


Il Santa Elena Canyon

Qualche tempo dopo, nel maggio 1674, un altro missionario, padre Peñasco si mosse da Guadalajara per entrare in Santa Rosa, il suo compito era quello di intercettare gli indiani Manos Prietas, incontrati a nord del Río Grande a circa 130 miglia dalla missione. Gli indiani lo accolsero benevolmente e gli offrirono carne di bufalo, che “hanno in grande quantità”, poi gli riferirono la vicinanza di un altro gruppo noto come “Giorica” (Yorica) e posizionato verso l’interno (“mas adentro”). Gli Yorica non erano assolutamente intenzionati ad abbandonare il ricco territorio dove vivevano e, “q. no querian salir a parte alguna por allarse mui bien en aquella tierra, adonde no les faltaba la comida, y sustento necesario”. Un terzo inviato del missionario ebbe invece un miglior risultato. Gli Yorica trattarono il terzo ambasciatore con più affetto rispetto ai primi due, e diedero loro un ragazzo di etnia Quezale (Gueiquesale) tenuto prigioniero, dicendo inoltre che nell’arco di due giorni si sarebbero presentati a padre Peñasco, sarebbero stati di parola. Le fonti riportavano che i Manos Prietas, con “i corpi addobbati a festa, incontrarono gli Yorica lungo la pista”, per poi “tenere una danza in segno di pace, con il successivo scambio di archi e frecce per consolidare l’impegno di pace” (“una danza, o baile, q. es señal de paz, y troncarono unos con otros arcos y fleches para maior firmeza de la pace”). Il dono del ragazzo segnava un’occasione particolare ed era anche accompagnato da un elaborato ricevimento preparato dai Manos Prietas per gli indiani Yorica, una popolazione ben nota nel territorio. Chiaramente, la cura posta nella preparazione del ricevimento implicava il fatto che questi due gruppi non fossero certamente amici e neppure in buoni rapporti prima di questa data. Questa ipotesi è rafforzata proprio dall’offerta di archi e frecce da parte dei Manos Prietas; inoltre, l’offerta del ragazzo costituì un gesto particolarmente amichevole per cancellare i conflitti precedenti, ma anche una astuta mossa politica, indicando che gli Yorica erano a conoscenza dello stretto rapporto esistente tra i Manos Prietas e i loro nemici Gueiquesale, ed anche tra questi gruppi e gli spagnoli. La danza ritualizzata, lo scambio di archi e frecce e l’offerta del giovane ragazzo implicano che entrambi i gruppi riconoscessero e accettassero simili rituali di ospitalità e amicizia. Persuasi dalle intenzioni di padre Peñasco, circa trecento indiani Yorica partirono con lui e i Manos Prietas per Santa Rosa; ma una settantina rimase indietro per prendersi cura di alcuni dei loro malati, con la consapevolezza che non appena si fossero ripresi si sarebbero uniti ai loro parenti. Stando a padre Peñasco a Santa Rosa vi erano all’epoca concentrati circa 3.200 nativi appartenenti a diversi gruppi e stanziati nelle aree vicine.


I Carrizos

Le autorità spagnole si trovavano di fronte a grandi difficoltà di approvvigionamento e, inoltre, come riportava il Barbarigo, parecchi “encomenderos” continuavano a schiavizzare gli indigeni. Così, nel tardo luglio, o all’inizio del mese successivo, la missione-insediamento di Santa Rosa veniva razziata e distrutta dagli indiani, con i missionari che, nonostante la critica situazione, rimanevano nell’area. Nel settembre 1674 padre Larios individuava alcune terre dove posizionare altri insediamenti per i nativi, erano quelle di “Mapimi, San Lorenzo, San Pedro e Cuatro Cienegas”. Il 31 ottobre dello stesso anno padre Larios venne raggiunto da altri due missionari, erano Dionisio de San Buenaventura ed Esteban Martinez, a Santa Rosa avrebbero trovato la missione abbandonata e distrutta, con circa 600 nativi vaganti nelle aree circostanti.


La piazza di un paese

Quando il Don Antonio de Balcarcel divenne “alcalde mayor” del Coahuila, a Monclova venne accolto anche da una delegazione composta da sedici nativi appartenenti ai gruppi “Bobole, Yorica, Xicocole, Gusiquesale (Gueiquesale), Catujano e Jacafe” poi, l’8 dicembre 1674, ristabiliva la missione-insediamento conosciuta come “Nuestra Señora de Guadalupe”, con il “pueblo” nativo di San Miguel de Luna che, successivamente, divenne la casa degli indiani Bobole e Gueiquesale con i loro alleati. L’anno dopo i missionari furono nuovamente all’opera, alla ricerca dei Gueiquesale, ancora a nord del grande fiume e dei Catujano; sarebbero entrati in contatto (20 dicembre 1674) con il Juan de la Cruz (Bobole), il Francisco (Gicocoge) e un leader non-cristiano degli Yorica di cui conosciamo il nome. Il 30 dicembre, padre Larios elencava ai suoi superiori i gruppi nativi contattati, ma dimenticava che a Santa Rosa erano però rimasti ben pochi indiani, con il Don Esteban dei Gueiquesale era soltanto il Don Marcos dei Babane. Il Don Esteban era seriamente malato, e sembra che il don Marcos e alcuni dei suoi, soprattutto ladini, fossero responsabili della distruzione di Santa Rosa, dove avevano preso tutte le cose dalla sagrestia e dato fuoco al “jacale” (capanna d’erba) dei frati. Ricordiamo che il termine “ladino” è stato spesso frainteso e addirittura considerato una designazione di gruppo nativo. In effetti, il nome “ladino”, come utilizzato nei documenti d’archivio spagnoli, denota qualsiasi nativo che parlava fluentemente, o era in grado di parlare altre lingue, in particolare lo spagnolo.


Cerimonia lungo il corso del Guadalupe River

Inoltre denotava anche un nativo che, avendo vissuto tra gli spagnoli, conosceva i loro modi culturali ed era relativamente acculturato nei loro confronti; grazie a queste particolarità, divennero influenti tra gli altri nativi proprio perché comprendevano i costumi degli europei e parlavano la loro lingua. Allo stesso modo, divennero pericolosi per gli spagnoli perché furono usati come interpreti, corrieri e informatori, e così vennero a conoscenza di informazioni che potevano usare contro gli stessi spagnoli. Erano proprio un nemico interno.


Il corso del Cedar Creek, Texas

Al contrario, il termine “bozale” si riferiva ad un nativo che non parlava spagnolo e neppure un’altra lingua, come per esempio il “messicano”, comprensibile al suo interlocutore; e che non aveva vissuto tra gli spagnoli o, avendo vissuto con loro, non erano considerati sufficientemente acculturati. A volte, questo termine “bozale” veniva applicato ad un particolare gruppo indigeno in senso dispregiativo e generico, ma non come designazione etnica. Il Larios spiegava anche perché i gruppi indigeni si spostavano così frequentemente e, soprattutto, perché i missionari erano costretti a seguirli. Inoltre afferma che, essendo molto numerosi e vivendo di radici e animali cacciati, nell’arco di quindici giorni impoverivano la zona dove erano accampati, e quindi venivano costretti a spostarsi in altre zone. Pertanto, i frati non potevano erigere abitazioni permanenti e rimanere con i gruppi nativi nello stesso luogo. Erano “indiani molto zingari” non aventi alcuna abitazione permanente (“en quince dias atalan la tierra donde se hallan de rayces y luego les es fuerça levanter su ranchería y andarse a otro paraje, y desta suerte no nose s possibile hacer mansion en parte alguna con ellos, porque son como gitanos q. no tienen vivienda situada”).


Un murale del Garcia

Nella sua “Memoria” (1674) il Larios elencava la coalizione, i loro leader ed anche gli appartenenti tribali alla coalizione. Quella dei Bobole, sotto la guida del Juan de la Cruz, includeva i veri e propri Bobole, affiancato da gruppi noti come “Xicocosse, Jumane, Bauane (Babane), Xupulame, Yorica, Xiancocadam, Yergiba e Bacaranan”; inoltre, pur non essendo elencati come facenti parte della coalizione Bobole, il missionario elencava i gruppi alleati nel 1675, ovvero gli indiani “Bagname, Bibit, Geniocane, Gicocoge, Jumee e ancora Yorica”.


Un’immagine del territorio della Kerr County con l’Oak Spring Trail nel Big Bend texano

La coalizione dei Gueiquesale era guidata dal Don Esteban e includeva i gruppi “Hueyquetzale (Gueiquesale) veri e propri, Manos Prietas, Bacoram, Pinanacam, Cacaxte, Coniane, Ovaya, Tetecora, Contotore, Tocaymamare, Saesser, Teneymamar, Codam (Oodam?), Guiguigoa, Eguapit, Tocamomon, Huhuygam, Doaquioydacam, Cocuytzam, Aquitadoyda-cam, Babury, Dedepo, Soromet e Teymamare”. Una terza coalizione veniva ricordata sotto il Don Fabian e includeva i gruppi “Mayo, Babusarigame, Bamarimamare, Cabesas, Bauiasmamare, Colorado, Pies de Venado, Igoquib, e Toque”, ricordiamo che quest’ultima coalizione riconosceva l’autorità del Don Esteban.


Un’immagine dell’Oak Spring Trail

La quarta e ultima coalizione era guidata da un leader noto come “Capitán Miguel” e appartenente alla nazione Catujani; questa era rappresentata dai gruppi “Catujano veri e propri, Bahanero, Chacahuale, Toarma, Masiabe, Madmeda, Mabibit, Milihae, Ape, Pachaque, Tilyhay, Xumez, Garafe e Mexcale”. Comunque, la lista del Larios pubblicata dall’Alessio Robles e dal Griffen differisce dall’originale, infatti alcuni termini hanno chiari e differenti nomi e, inoltre, gli indiani Xumez non sono ricordati nella coalizione dei Catujano. Dagli eventi accaduti tra il 1658 e il 1673 sembra risultare chiaramente che questi gruppi erano alleati prima dell’arrivo del Balcarcel. In effetti, la lista del Larios includeva gruppi nativi che non avrebbero omaggiato le autorità spagnole e, inoltre, il Don Fabian non appariva come leader di una coalizione nelle successive liste.


Occasioni di incontro tra Spagnoli e Jumanos

Il Don Esteban annotava fra i suoi seguaci i gruppi “Manos Prietas, Bocora, Siaexer, Pinanaca, Escabaca, Cacaste, Cocobipta, Cocomaque, Oodame, Contotore, Colorado, Babiamare e Taimamare”. Il “capitán Miguel”, annotato come un Catujano cristiano, appariva con il suo gruppo e rappresentava anche le nazioni alleate degli indiani “Tilijae, Ape, Jumee, Pachuque e Toamamare”; più tardi lo stesso Miguel includeva anche i gruppi “Bajare, Pachaque e Jumee”. Inoltre appare che i primi alleati del don Marcos, i Babane, erano tutti membri della coalizione dei Gueiquesale eccetto i Babane veri e propri, membri della coalizione dei Bobole. Il 18 gennaio il Balcarcel dava il benvenuto al Francisco, un capo dei Bagname accompagnato da diciotto guerrieri e tre donne; poi al capo dei Bagname di nome “Mapo”, e “Yosame carboan” della tribù Siano. Il capo dei Bagname riportava che la sua gente viveva su una montagna chiamata “Dacate” nella sua lingua. Come diceva la Wade, vi erano due parole conosciute della lingua parlata dai Bagname, erano “mapo” e “dacate”; così, se gli indiani Siano erano i ben noti indiani Sana, “il che appare altamente probabile”, allora “Yosame carboan” era un nome personale dei Sana. Questa ipotesi sembra confermata dai dati linguistici, vale a dire la “y” iniziale della parola, la presenza della “r” e del morfema “ame”.


Un’immagine della Mason County, nel cuore dell’Edward Plateau

Il 26 gennaio il Balcarcel riceveva la visita del capo dei Manos Prietas di nome Pablo, era accompagnato da otto membri del suo gruppo, ovvero i “Gueiquesale, Bapacora-Pinanaca (Bacopora e Pinanaca) ed Espopolame”. Poi, il 22 aprile 1675 il comandante riceveva la visita del Don Salvador, un capo dei Babosarigame, era accompagnato dal Don Bernabe (Contotore) e dal Don Esteban, quest’ultimo chiamato “el capitán Grande” da altri nativi.


Alcune armi spagnole

Le varie delegazioni native avrebbe dato modo alle autorità spagnole di ottenere varie informazioni riguardanti le relazioni di potere, e le varie coalizioni, all’interno del mondo nativo. L’ordine di apparizione prima del Balcarcel era il seguente e presentava i “Gueiquesale e i loro alleati, i Catujano e i loro alleati, i Contotore, i Bagname e i Siano, e i Manos Prietas come alleati dei Gueiquesale”, e con anche due gruppi alleati noti come “Bacora e Pinanaca”. I Manos Prietas erano affiancati dagli Espopolame, un gruppo non menzionato all’interno della coalizione del Don Esteban, ma registrati (dicembre 1674) come “Xupulame”, membri della coalizione dei Bobole. Indiscutibilmente i Manos Prietas avevano alleanze, o comunque legami di amicizia, con gruppi appartenenti alla coalizione dei Gueiquesale, ed anche con le “macrosfere di influenza” dei Bobole; ciò indicava un’alleanza primaria (“micro- sociale”) con gli Xupulame e, probabilmente anche con altri gruppi, senza dimenticare un’alleanza con i Bobole a “livello macro-sociale”. Lo stesso varrebbe per l’alleanza esistente tra i Bacora e i Pinanaca (“micro-sociale”) e quella tra i gruppi Bacora, Pinanaca e Guiquesale (“macro-sociale”). Stando alla Wade, “molto probabilmente, queste alleanze erano limitate a determinate sfere di interazione sociale ed economica”. Le successive delegazioni misero le autorità in contatto con i Catujano e i loro alleati, subito seguiti dai Bobosarigame, accompagnati dal Don Esteban e dal Don Bernabe dei Contotore. Quest’ultimo si era unito ai gruppi dell’Esteban mentre i Bobosarigame, che nel dicembre 1674 seguivano il Don Fabian, ora accettavano la supremazia dell’Esteban grazie all’interessamento dei capi dei Contotore.


L’area di studio di Horn Shelter con la ricostruzione del busto di un nativo

Tale situazione implicava una chiara relazione tra i Bobosarigame e i Contotore (“micro-sociale”), e una alleanza tra questi gruppi e i Gueiquesale a livello “macro-sociale”. I Catujano erano seguiti dai gruppi “Ape, Bajare, Jumee e Pachaque”, soltanto la rappresentativa dei Toamare, annotati come alleati dei Catujano in gennaio, non si sarebbe presentata davanti al Balcarcel. Inoltre, ricordiamo che i Catujano non erano accompagnati da leader dei Gueiquesale e dei Bobole, il che significava che la loro coalizione era indipendente dalle altre due.


Busto raffigurante un nativo

I due altri gruppi che visitarono il comandante erano rappresentati dai Bagname e dai Siano, da qualche tempo accampati con i Bobole, ma questi, non sembra che considerassero i Gueiquesale loro amici o che avessero stretto un’alleanza con loro; la loro relazione con i Catujano, se vi era effettivamente, potrebbe essere avvenuta tramite i Bobole. Essendo abitanti della zona di “Dacate”, come affermavano, allora erano stati probabilmente schiacciati dai gruppi della coalizione del Don Esteban, come indicano le dichiarazioni degli indigeni incontrati dalla spedizione Bosque-Larios. Resta il fatto che alcuni gruppi affiliati con i Catujano – come gli indiani “Ape, Jumee e Bibit o Mabibit” -, avevano una vera e propria relazione amichevole con i Bobole, soltanto però tramite gli interessamenti degli Yorica. Questa serie di legami interconnessi a vari livelli strutturali e all’interno di “micro o macro-coalizioni” riflettono le particolari e tempestive preoccupazioni di ciascun gruppo; molto probabilmente tali preoccupazioni andavano a determinare la durata di specifici accordi di coalizione e i membri di tali accordi. Il processo di aggregazione attraverso coalizioni e alleanze era già stato notato tra i Tlaxcaltecan pre-ispanici. Sebbene per questi indiani si faceva riferimento a “clan” e “tribù”, veniva sottolineato che la struttura politica era organizzata attorno ad un individuo visto come l’espressione suprema della comunità e, conseguentemente, “il più anziano dei più forti in campo politico e militare”. Questo individuo stabiliva stretti rapporti con altri “capi” dello stesso gruppo etnico o, in alternativa, stabiliva alleanze con lo scopo di dar vita ad una ampia coalizione per difendere la vitalità etnica e territoriale del gruppo.


La mappa della Sierra del Carmen

Processi simili erano in atto anche in California prima del contatto, infatti, strutture di alleanza si trovavano in tutta l’area californiana prima del contatto da ovest a est e da nord a sud. Discutendo le questioni del multilinguismo, il Silver e il Miller affermavano che, “le tribù erano fortemente collegate tra loro da legami sia formali che informali, e il commercio stabile e le alleanze militari spesso coinvolgevano comunità che erano membri di vari gruppi linguistici”. Dobbiamo inoltre ricordare che vi erano comunità che fungevano da “centri di interfaccia tra tribù”, coinvolgendo talvolta “diverse centinaia di miglia a diverse migliaia di persone in un’intensa interazione sociopolitica ed economica”. Sfortunatamente per noi, “questi autori forniscono soltanto fonti generali per suffragare questi commenti, rendendo difficile il confronto tra gruppi e casi specifici” (Maria F. Wade).


Una ricostruzione del Frank Weir raffigurante indiani del Texas meridionale

Resta importante notare che il Balcarcel era stato inizialmente visitato dai principali leader di queste coalizioni, e tutti parlavano a nome dei loro membri; solo dopo il primo contatto hanno iniziato a presentare al Balcarcel alcuni degli altri leader dei gruppi membri della coalizione. Questo processo “può indicare una catena gerarchica di responsabilità, anche se non necessariamente ruoli di leadership classici come normalmente concepiti per gruppi aventi un’organizzazione sociale tribale o segmentaria” (Maria F. Wade). Nell’aprile 1675 il capo Pablo, dei Manos Prietas, venne inviato dal Don Esteban per contattare padre Larios. L’Esteban era a San Ildefonso dove seppe che gli Ervipiame (Yrvipias) avevano ucciso cinque indiani della coalizione dei Gueiquesale. La risposta fu immediata e i Gueiquesale attaccarono il campo nemico uccidendo il loro capo e altri otto Ervipiame, e giungendo a liberare tre donne prigioniere di etnia Yorica e Bapocora. La sequenza dei vari conflitti tra i Gueiquesale, e i loro alleati, e gli Ervipiame era un problema esistente da vario tempo, infatti padre Manuel aveva annotato uno scontro fra loro accaduto l’anno precedente. Qualunque fossero i problemi in questione, non erano stati comunque risolti. Se gli Ervipiame avevano tentato di invadere il territorio dei Gueiquesale e dei loro alleati, non vi erano ancora riusciti, ma se la situazione fosse stata invertita, allora i Gueiquesale non sarebbero riusciti a spodestare gli Ervipiame. Sembra, però, che i Gueiquesale avessero preso il sopravvento; comunque, indipendentemente dall’esito finale del conflitto, i gruppi più piccoli e deboli nell’area dovevano per forza stabilire alleanze con una delle principali coalizioni. Nonostante le azioni degli spagnoli, che possono o meno aver contribuito ai vari conflitti, l’idea di “popolazioni statiche e stabili a nord o a sud del Río Grande prima dell’invasione degli Apaches” non deve essere assolutamente presa in considerazione. Nell’aprile 1675 veniva inaugurate la “Nuestra Señora de Guadalupe”, mentre i missionari Peñasco e Dioniso de San Buenaventura annotavano gli indiani presenti nella “San Miguel de Luna”, si trattava di 182 adulti, 78 donne e 135 ragazzi-ragazze di ogni età. Con la fondazione di quest’ultimo “pueblo”, la leadership venne assegnata ai Bobole e ai Gicocoge, con gruppi di Ape e Gueiquesale loro affiliati; il 29 aprile giunsero anche i Manos Prietas del capo Pablo, si trattava di 232 indiani, di cui 120 guerrieri, 65 “indios grandes” (adulti) e 47 giovani di entrambi i sessi.


Un’opera di Fredrick Richard Petri raffigurante un guerriero Lipan

Però, stando al Balcarcel, i Bobole del Juan de la Cruz non erano assolutamente interessati a stabilirsi nell’area senza l’arrivo del grosso degli alleati Gueiquesale. L’alleanza tra i Bobole, i Gueiquesale e gli spagnoli avrebbe mantenuto l’equilibrio di potere e fu la chiave per la pace che tenne a bada gli altri gruppi nativi. Dobbiamo ricordare che i coloni spagnoli, timorosi della presenza di così tanti indigeni, erano fuggiti dalla zona, proprio mentre il Balcarcel riconobbe rapidamente il potenziale di un eventuale conflitto se a tutte queste genti fosse stato permesso di rimanere a San Miguel de Luna. Il 30 aprile, lo stesso Balcarcel dichiarava che, a causa della richiesta di soluzione avanzata dal capitano Pablo dei Manos Prietas, dalle popolazioni della zona del Río Grande, dal capo Francisco del Bobosarigame, e da quello dei Siano – ma anche altri -, chiedevano pace e tranquillità, ma preferivano visitare i gruppi indigeni nelle loro terre. Quello stesso giorno si mosse l’alferez Fernando del Bosque, subito affiancato da padre Juan Larios, loro intenzione era quella di recarsi dal Río de Nadadores alla Sierra Dacate, e ad altre zone che poteva essere conveniente visitare a beneficio sia della Corona che degli indigeni. Alcune riflessioni sono logiche. La richiesta di accordo del 1658 non cadde nel vuoto. I Babane e i Jumano, che erano stati portati a Saltillo per lavorare come “encomendados”, avevano visto il loro numero diminuire drasticamente così, di fronte alla decimazione dei loro parenti, i restanti Babane e Jumano – chiaramente con i loro alleati – tentarono di raggiungere un accordo con le autorità che potesse concedere loro privilegi simili a quelli di cui godevano i Tlaxcaltecan. Infatti, nel 1673 il Marcos, capo dei Babane, ci riprovò e fece appello alla “Audiencia de Guadalajara”, senza comunque alcun esito positivo. In generale, la malleabilità e la resilienza degli accordi di coalizione dipendevano da:
1. i portavoce nativi influenti e persuasivi;
2. la competenza dei “ladini” nativi nella cultura del colonizzatore;
3. la capacità dei “ladinos” di funzionare nell’ambiente nativo, nonché il loro coefficiente di carisma tra i vari gruppi di cacciatori e raccoglitori.


Un’opera del Miguel Cabrera riguardante i famosi “indios gentiles”

Le spedizioni esplorative del Peñasco e del Manuel de la Cruz, a nord del Río Grande, permisero agli spagnoli di conoscere vari territori del Texas e, inoltre, ottenere informazioni importanti inerenti ai vari gruppi e alle varie alleanze tribali, con specifiche locazioni dei gruppi e delle risorse native. Padre Manuel annotava le locazioni degli indiani Bobole e Gueiquesale nella parte sudorientale dell’Edward Plateau, e on i Manos Prietas a sud e a ovest di queste genti, vaganti a nord del grande fiume. Tutti questi gruppi erano costantemente in collisione con altre popolazioni, e fra questi dobbiamo annotare proprio i Bobole e i Gueiquesale, i quali risiedevano in grandi “rancherías” a nord del Río Grande e combattevano per l’occupazione e le risorse di un determinato territorio, loro grandi avversari erano i gruppi “Catujano, Ervipiame, Ocane e Patagua”. In effetti, il controllo di determinati territorio permettevano di poter usufruire di notevoli risorse in determinati periodo e, notoriamente, in aree dove abbondavano le risorse vegetali e le mandrie di bisonti. Per esempio, sappiamo che i Manos Prietas attraversavano il corso del Río Grande per cacciare i bufali ma, le fonti riportavano che poi velocemente, lo riattraversavano per rientrare nel Messico. Nel marzo-aprile 1674 gli Ervipiame venivano segnalati nelle aree dell’alto corso del Dry Devils River e del West Nueces River, e a nordest delle aree comprese tra le “rancherías” dei Gueiquesale e dei Bobole. Ricordiamo che in quel periodo gli Ervipiame stavano combattendo sia i Bobole che i Gueiquesale mentre, l’anno dopo (1675), guerreggiavano contro i gruppi “Ape, Bacopora, Bobole, Gueiquesale e Yorica” e, presumibilmente, mantenevano rapporti di amicizia ed alleanza con i Patagua e gli Ocane.


Le Davis Mountains

Non possiamo escludere che lo scontro cui assistette padre Manuel potesse essere il risultato delle dispute sul controllo delle aree dei bionti; infatti, il Don Esteban riportava che i nemici Ervipiame chiedevano la presenza del missionario per impedire agli stessi Gueiquesale e Bobole di attraversare il Río Grande. Se la battaglia venne combattuta per queste ragioni, allora i Bobole e i Gueiquesale potevano essere considerati dei gruppi del Coahuila spintisi a nord, nel Texas.


Le Guadalupe Mountains

Indiscutibilmente, nel 1674, gli Yorica vivevano a nord del Río Grande dove, avrebbero stipulato una duratura pace con i Manos Prietas e i Gueiquesale, ma anche con i Bobole. Non possiamo escludere che il loro avvicinamento a questi gruppi sia stato dovuto ai loro seri problemi con gli Ervipiame nel 1675 e, di conseguenza, gli Yorica cercavano alleati per fronteggiare la potenza degli Ervipiame e dei loro alleati. Il quadro che emerge dalla documentazione d’archivio spagnola – relativa a questo flusso di eventi -, indica che “la maggior parte dei gruppi coinvolti avevano popolazioni considerevoli, ed erano organizzati in ampie coalizioni multietniche che li portava a controllare anche sofisticate reti di informazione”. Le prove in nostro possesso indicano anche “alcuni gruppi nativi che controllavano e difendevano aree geografiche specifiche ed anche la raccolta delle risorse all’interno di queste aree”. Molto probabilmente in quel periodo era in corso una sorta di rimpasto e un tentativo di controllo di alcune di queste aree e delle loro risorse.


Nel cuore dell’Edward Plateau

Questo riallineamento, che sembra essere stato una delle principali fonti di conflitto tra i gruppi delle coalizioni, “venne causato in parte dalle politiche di colonizzazione spagnola e talvolta dal lavoro ben intenzionato dei missionari”. Indiscutibilmente l’influenza degli “encomenderos”, e la persistenza del sistema della “encomienda” come “sistema di lavoro non libero” sono dimostrati in tutti i documenti d’archivio. Indipendentemente dalle leggi promulgate, la pratica sarebbe continuata perché le “haciendas” e le miniere richiedevano una notevole forza-lavoro a basso costo per prosperare. Chiaramente, questi bisogni sovvertivano, e talvolta cooptavano, gli intenti dei missionari. Il dato importante era comunque rappresentato da pratiche di una forma di “schiavismo allo stato puro”.

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