L’importanza del generale Robert E. Lee

A cura di Angelo D’Ambra

La grandezza di Lee è oggettiva. Nel periodo precedente le dimissioni di Lee dall’esercito, William H. Seward si era vantato che il Sud avrebbe potuto essere conquistato in novanta giorni, invece con Lee per tre anni riuscì a tener testa ad un esercito superiore in numero, mezzi di sussistenza ed armamento. Lee per tre anni dette speranza alla Confederazione contro un avversario più forte sotto il punto di vista dello sviluppo industriale e della logistica. Si stenta a credere che la guerra sia potuta durare tanto a lungo. Ciò fu dovuto proprio alle doti e alla guida del generale confederato.
Robert E. Lee è indiscutibilmente uno dei leader militari più rispettati nella storia americana. Non credeva nella schiavitù, credeva invece nel suo paese, la Virginia, e nel dovere e onore di difenderlo, così si dimise dall’esercito degli Stati Uniti.
La notorietà del generale Robert Edward Lee si può dire addirittura antecedente alla Guerra Civile giacché Winfield Scott, comandante delle forze americane durante la guerra messicano-statunitense sottolineò più volte che quel conflitto era stato vinto grazie all’ingegno di Lee, allora capitano. Ancora nel 1861 quando fu chiesto a Scott chi fosse il migliore ufficiale rispose che era Lee e aggiunse che “se mai ne avrà l’opportunità, si dimostrerà il più grande capitano della storia”. Questo giudizio era in realtà diffuso. Lo stesso Abrahm Lincoln, nell’aprile del 1861, offrì a Lee il comando supremo di tutte le forze dell’Unione. Il generale però rifiutò, la sua virtù fu la lealtà al suo stato, al suo paese, la Virginia.

Al termine del conflitto il giudizio fu unanime e internazionale. Lee era stato scoperto dai britannici, dai francesi, dai prussiani, era entrato nelle lodi del colonnello Chesney, di Von Moltke e di Bismarck, sia per le capacità militari che per le doti umane. Il generale Garnet Wolseley, comandante in capo degli eserciti della Gran Bretagna, inviato in Canada, scrisse: “Il suo giudizio chiaro e sano, il coraggio personale, la sua instancabile attività, l’intelligenza bellica, l’assoluta devozione al suo Stato, lo contraddistinguono come uomo pubblico, come un patriota che sarà sempre ricordato da tutti gli americani. La sua amabilità, l’empatia per coloro che soffrono o sono addolorati, il suo amore per i bambini, il bel senso dell’onore e la sua cortesia, lo rendevano caro a tutti i suoi amici. Non dimenticherò mai il suo sorriso dolce e rassicurante, né i suoi occhi puliti e onesti che sembravano guardare nel tuo cuore mentre ti interrogavano la mente. Ho incontrato molti dei grandi uomini del mio tempo, ma solo Lee mi ha impressionato con la sensazione di essere in presenza di un uomo fatto d’uno stampo e d’un metallo diverso da quello di tutti gli altri. È impresso nella mia memoria come separato e superiore a tutti gli altri in ogni modo, un uomo come nessuno di quelli che ho conosciuto e pochi di quelli di cui ho letto. Quando tutti i dispiaceri saranno accantonati e sepolti con quelli di quando fu scritta la Dichiarazione di Indipendenza americana; quando gli americani guarderanno con pacata imparzialità la storia della loro ultima grande guerra, credo che tutti ammetteranno che il gen. Lee torreggiava su tutti gli uomini su entrambi i lati del conflitto. Credo che sarà considerato non solo la più importante figura della Confederazione, ma il più grande americano di del diciannovesimo secolo, la cui statua è degna di stare in piedi su un piedistallo uguale a quello di Washington e di cui la memoria è ugualmente degna di essere custodita nei cuori di tutti i suoi concittadini”.
Le moderne regole internazionali che regolano la condotta delle forze armate durante il combattimento, codificate nelle Convenzioni di Ginevra del 1949, non esistevano durante la guerra, ma Lee si distinse e si fece amare per il suo impegno nella protezione della proprietà e dei civili. Non attuò mai la politica della “terra bruciata”, neppure oltre i confini della Confederazione. Proibì ai suoi uomini di saccheggiare o distruggere i villaggi mentre li attraversavano, esattamente il contrario di quanto fece l’Unione col maggiore generale William T. Sherman. Lee non attuò mai pratiche di terrore, né rappresaglie, pur rendendosi conto che l’esercito unionista non faceva altrettanto, e, in entrambe le sue campagne nel nord, tenne le sue schiere su una linea di condotta impeccabile, punendo tutti i soldati arrestati per furto.
A questa grande umanità Lee unì qualcosa da cui l’esercito americano ha tratto grande insegnamento ovvero l’uso del terreno, il ruolo delle informazioni, quello dell’artiglieria, la grande attenzione alla difesa… Così, non manca chi ritiene che buona parte degli studi militari e delle campagne dell’esercito americano siano ancora debitori degli insegnamenti del generale confederato. Non a caso Dwight D. Eisenhower affermò: “Il generale Robert E. Lee era, secondo me, uno degli uomini più capaci che la nostra nazione ha prodotto. Credeva fermamente nel fondamento costituzionale della sua causa, era premuroso ma esigente con i suoi ufficiali e soldati, rispettava i nemici catturati, ma in battaglia era ingegnoso, implacabile e coraggioso, non fu mai scoraggiato da un rovescio o da un ostacolo. In tutte le molte difficoltà che incontrò, restò altruista quasi fino alla colpa e solido nella sua fede in Dio. Nel complesso, era nobile come capo e come un uomo, e puro, mentre leggo le pagine della nostra storia”.
Senza retorica è possibile affermare che Lee era un simbolo, un’icona, l’incarnazione degli ideali e dei valori del suo esercito e della stessa Confederazione. Joseph B. Mitchell racconta che appena prima della disfatta di Appomattox, Lee abbia chiesto al generale di brigata Henry Wise cosa avrebbero pensato di lui i suoi uomini dopo la resa. Wise, ex-governatore dell’amata Virginia, rispose: “Non sa che lei è l’esercito… Qui non c’è paese. Non c’è stato nessun paese, per un anno o più. Lei è il paese per questi uomini”.
Dopo un primo coinvolgimento in Virginia assolutamente negativo, appena aveva assunto il comando, il 1 giugno del 1862, circondato dalle critiche e dalle perplessità, aveva impegnato i suoi uomini in lavori di sterro, costruendo terrapieni e fortificazioni necessari per la difesa di Richmond. Si guadagnò la reputazione di uomo più interessato a trincerare ed innalzare fortificazioni che a portare la guerra al nemico e sconfiggerlo, ma si trattò invece di lavori fondamentali per sventare i diversi tentativi del Nord di impadronirsi della capitale confederata. Il fraintendimento fu grande. Lee, al contrario, aveva una concezione della guerra offensiva molto spiccata.
Il suo obbiettivo, fu poi evidente, fu sempre quello di negare al nemico la possibilità di dettare l’azione. Ancora pochi giorni dopo la battaglia di Gettysburg, fu chiesto a Lee quale fosse la sua idea d’azione ed il generale rispose: “Penso e lavoro con tutte le mie forze per portare le mie truppe nel posto giusto al momento giusto”. Questa breve frase conferma l’essenza del pensiero militare di Lee. La sua attenzione e la sua capacità decisionale era completamente volta al terreno di scontro, sapeva quando e dove combattere, se e come accettare battaglia, in che punto del fronte concentrare le sue energie per ottenere il successo.

Riteneva importante per i confederati mantenere l’iniziativa perché l’Unione aveva le risorse per bloccarli e sopraffarli. L’unico modo per evitare questo destino era contrattaccare e cercare di sconfiggere gli unionisti sul loro campo, ed è quello che fece. Con la sua capitale al sicuro, Lee marciò verso nord alla fine di agosto 1862 ed ottenne una straordinaria vittoria nella seconda battaglia di Manassas (o Bull Run), poi cercò di sfruttare il suo successo portando la guerra a Nord. Il 17 settembre 1862, ritirandosi dal Maryland dopo la battaglia di Antietam, chiuse tre mesi che riscrissero momentaneamente le sorti della guerra, rianimando i confederati, infiacchendo le certezze dell’Unione e spostando il conflitto da Richmond alla frontiera del Potomac.
Tornò all’azione con l’identica strategia. Se fosse rimasto in Virginia, Lee sarebbe stato costretto a reagire ai movimenti dell’Unione, non poteva permetterselo, così invase la Pennsylvania perché il nemico, senza potersi riorganizzare, fosse costretto a coprire Washington. Puntò a sbilanciare le forze dell’Unione occupando un terreno che l’avrebbe costretta ad attaccare. Mancava di notizie sull’esercito unionista, ma contò sulla sua abilità a livello operativo per manovrare il nemico in una posizione a lui favorevole. Sperava di mantenere il suo esercito sul suolo degli Stati Uniti per gran parte dell’autunno, non con l’intenzione di mantenere quel territorio, ma con l’obiettivo di ottenere specifici e risolutivi risultati prima di tornare in Virginia con l’arrivo dell’inverno.
Lee è famoso per la sua gestione delle battaglie. La tattica gli garantì la vittoria in diverse occasioni tra il 1862-1863 e gli permise anche un’ottima difesa. Si focalizzava sui movimenti per colpire ai fianchi e sulla divisione dell’esercito, lì dove la dottrina militare raccomandava di non dividere mai le proprie forze di fronte ad un nemico superiore. Durante la seconda battaglia di Bull Run, per esempio, creò grandi difficoltà all’esercito del generale Pope, inviando l’ala di Jackson “Stonewall” nella parte posteriore dell’Unione e poi scagliando l’ala di Longstreet sul fianco esposto di Pope. A Chancellorsville costruì la “battaglia perfetta” contro Joseph Hooker che gli era superiore numericamente di cinque a due e rese evidenti i limiti di Howard e Stoneman, ma anche di Sedgwick, purtroppo perse Thomas J. “Stonewall” Jackson a causa del fuoco amico. Ad Antietam, nuovamente in inferiorità numerica, riuscì a trattenere la potenza dell’Unione, infliggendo più perdite, prima di ritirarsi in Virginia.
Le sue debolezze furono tutte nell’incapacità di capire quanto la tecnologia avesse cambiato la natura della guerra. Il Nord aveva armi più avanzate, anzitutto gli Spencer Repeating. Il suo fucile Springfield modello 1861, con una portata effettiva di 200-400 iarde, poteva uccidere a una distanza di 1.000 iarde o più. Il moschetto rigato e la pallottola Minié, estendevano il raggio delle armi delle fanterie ed erano molto più precise. Davanti a queste armi, gli assalti frontali erano destinati a fallire perché esse fornivano un enorme vantaggio contro la fanteria, soprattutto poi se trincerata, o la cavalleria che si esponevano nell’attacco. Così in diversi campi Lee si mostrò troppo aggressivo. Viene in mente la carica di Pickett a Gettysburg del luglio 1863. Lee inviò 12.000 uomini in un campo aperto nel cuore delle forze e dell’artiglieria dell’Unione e la divisione Pickett finì distrutta. Eppure tanta aggressività era controproducente: Lee perse il 20,2% dei suoi soldati in battaglia e inflisse solo il 15,4% di perdite ai suoi avversari.
La prima battaglia di Lee come comandante dell’esercito, fu la battaglie dei Sette Giorni, che pose fine alla disastrosa campagna della penisola di George B. McClellan. Lee prese due terzi del suo esercito sul fiume Chickahominy ed attaccò il grosso dell’esercito nemico che era lì isolato. Per una settimana, con grandi perdite, incalzò l’esercito dell’Unione costringendolo a continue ritirate e ricacciandolo dall’area di Richmond e riportandolo al fiume James. La vittoria strategica di Lee lo rese un eroe per il Sud che stava perdendo battaglie sulla maggior parte degli altri fronti. Così passò all’offensiva.
Con l’aiuto di McClellan, che ritardò l’invio di rinforzi a Pope e tenne venticinquemila truppe dell’Unione lontane dal campo di battaglia, Lee ottenne forse la sua più grande vittoria nella Seconda battaglia di Bull Run (o seconda battaglia di Manassas). L’attacco di Longstreet al fianco sinistro di Pope fu determinante. Nel giro di una settimana l’avanguardia dell’Armata della Virginia Settentrionale avrebbe varcato il fiume Potomac per la Campagna del Maryland con cui intendeva far piombare la popolazione del nord nella disillusione in modo da spingere il governo Lincoln a chiedere la pace. L’idea era determinata dalla grave carenza di cibo, davanti alla quale Lee capì l’importanza di un movimento nelle regioni agricole incontaminate del Maryland e della Cumberland Valley in Pennsylvania. Inoltre, posizionato a nord-ovest di Washington, Lee avrebbe pure potuto costringere l’esercito dell’Unione a restare bloccato tra lui e la loro capitale, liberando così la Virginia e l’intero Sud dalla pressione dei nordisti. Tutto ciò sarebbe avvenuto mentre erano in corso, nel Nord, le elezioni autunnali e ciò avrebbe profondamente influenzato il loro esito. Ecco i risultati che voleva conseguire, non intendeva affatto tenere occupato il territorio.
Tuttavia, catturati più di undicimila soldati dell’Unione ad Harpers Ferry, finì in trappola a Sharpsburg, presso un piccolo corso d’acqua chiamato Antietam, e in quella battaglia sfidò un esercito più di due volte maggiore in numero. Neppure allora sfigurò: nonostante la superiorità numerica McClellan non riuscì ad aver ragione di Lee che spostava le sue truppe respingendo ogni assalto.
Dopo essersi ritirato in Virginia, il generale Lee subì gli attacchi di Fredericksburg e, combattendo da posizioni trincerate per la maggior parte della giornata, inflisse quasi tredicimila vittime ad Ambrose Burnside. Qui avrebbe potuto accorgersi che la tattica nemica, ovvero quella dell’assalto frontale, spesso non era saggia, ma non avvenne. Ma un altro errore dovette commettere: invadendo la Pennsylvania, privò gli eserciti sudisti in altri teatri dei rinforzi disperatamente necessari. Da quella sconfitta si arrivò alla perdita di Chattanooga ed al tracollo della Confederazione ad Occidente.
E vennero i tre giorni di Gettysburg.
Lee aveva dato tutto se stesso e i suoi uomini lo sapevano. Così salutò il suo esercito dopo Appomattox: “Dopo aver servito in condizioni difficilissime per quattro anni, dando prova di coraggio e fortezza mai sorpassati, l’Armata della Virginia Settentrionale è stata costretta a cedere al nemico enormemente superiore di numero e di mezzi. E’ inutile che io dica agli eroici sopravvissuti di tante dure battaglie, i quali sono rimasti saldi nei ranghi fino all’ultimo, che io non ho certo accettato questa soluzione per sfiducia in loro. Ma comprendendo che il valore e la dedizione non avrebbe potuto realizzare nulla che valesse le perdite causate dalla continuazione della lotta, ho deciso di impedire l’inutile sacrificio di coloro che i passati servigi hanno reso cari ai propri concittadini. In base all’accordo stipulato con il nemico, ufficiali e soldati potranno ritornare alle proprie case e rimanervi… Porterete con voi la soddisfazione che nasce dalla coscienza del dovere fedelmente adempiuto; ed io prego con fervore che Iddio Misericordioso voglia benedirvi e proteggervi. Con ammirazione sempre più grande della vostra fedeltà e devozione al vostro paese, ed un grato ricordo del vostro gentile e generoso affetto per me, do a tutti voi un affettuoso saluto”.
Ancora una volta si mostrava per quello che era, un uomo di alta morale, ligio ai doveri e con nel cuore fortemente radicato in un senso di onore e appartenenza.

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