Il fallimento del governo di Madero – La rivoluzione messicana

A cura di Angelo D’Ambra

Francisco Madero a cavallo
La rivoluzione messicana innescatasi con l’espulsione di Porfirio Díaz, iniziò con una complicatissima fase riformista. Il presidente Francisco Madero dovette sedare ben cinque diverse rivolte prima di soccombere, assassinato. Il primo a scagliarsi contro il governo fu Emiliano Zapata con il suo Plan de Ayala nel novembre 1911 perché fossero capovolte le strutture economiche e sociali del Paese. Questa rivolta non fu mai veramente spenta, ma mise in luce tutti i problemi della politica maderista.
Madero era nato nel ranch El Rosario a Coahuila. Suo nonno Evaristo e suo padre Francisco, avevano accumulato una fortuna grazie ai loro investimenti in cotone e bestiame.
Il giovane Madero avrebbe dovuto ereditare tutto e per questo ricevette un eccellente istruzione a Baltimora, a Parigi ed a Berkeley. Tuttavia tornato in patria prese ad interessarsi alla politica. Era convinto che i problemi dei contadini messicani derivassero dalla mancanza di democrazia nel paese. Quando il presidente Díaz simulò d’accettare elezioni libere, scese in campo. In risposta l’ottantenne dittatore lo fece arrestare, ma Madero fuggì all’inizio di ottobre in Texas da dove emanò il “Plan de San Luis”, un proclama col quale invitava i messicani ad insorgere contro la dittatura. Redatto con la consulenza di Federico González Garza, Roque Estrada, Juan Sánchez Azcona ed Enrique Bordes Mangal, il piano parlava solo di stabilire la democrazia nel paese, la legalità elettorale, le libere elezioni. Annunciava che ogni accordo stabilito dal precedente governo sarebbe stato rispettato, ma che dall’indomani si sarebbero favorite le aziende messicane piuttosto che quelle straniere.
Francisco I. Madero
Il 20 novembre 1910 Madero riattraversò il confine con il Messico e diede inizio all’insurrezione armata contro il Porfiriato, culminata con la presa di Ciudad Juárez il 10 maggio 1911.
All’appello di Madero, in vero, risposero i guerriglieri campesinos di Zapata. Costoro si illusero che Madero fosse interessato anche ad una riforma agraria, in realtà immaginava solo di ripristinare una legalità democratica. Zapata si rifiutò allora di disarmare i suoi uomini contro il nuovo governo e fuggì invece sulle montagne per continuare la sua lotta per la terra. Per combatterlo emerse il principale oppositore di Madero, il generale Victoriano Huerta.
Il problema di fondo era che, Madero, tutt’altro che disinteressato alle condizioni di vita della gente comune, era incapace di approntare ogni cambiamento sociale perché sostenuto dai proprietari terrieri e circondato da ex porfiriani.
Attraversato il Rio Grande a novembre, con un piccolo esercito discretamente armato, seppe che in tutto il paese già cominciavano rivolte locali. Cuchillo Parado nel Chihuahua era stata presa da Toribio Ortega Ramírez, Puebla dai fratelli Aquiles, Carmen e Máximo Serdán, avevano issato la bandiera della ribellione Pascual Orozco e Francisco “Pancho” Villa, gli anarchici di Magoni presero Mexicali, Tijuana San Quintín, a sud, i fratelli Figueroa nel Guerrero e Emiliano Zapata nel Morelos. Chi mancava era l’esercito. Ciò colpì molto Madero che decise di rinunciare all’impresa. La rivolta, però, si estese rapidamente in tutto il paese e l’esercito federale poco poté.
Díaz offrì 10.000 pesos a chi avesse consegnato Madero vivo o morto e dovette pure prendere il controllo personale dell’esercito federale dalla capitale. Uno degli scontri più importanti si svolse nel canyon di Mal Paso, dove i sostenitori maderisti dovettero ritirarsi dopo sei ore di combattimento, e, un paio di giorni dopo, dopo quattro ore e mezzo di lotta, riuscirono a prevalere.
Solo a febbraio, Madero, rifugiatosi a Zaragoza, a sud-est di Ciudad Juárez, al confine con gli Stati Uniti, decise di rientrare come capo delle forze ribelli, fu però sconfitto a Casas Grandes nel Chihuahua, e ciò arrestò ancora la sua marcia.


Il Presidente Madero seduto al centro

L’evento decisivo per la sua vittoria fu l’apporto massiccio fornito da Villa e Orozco che, disubbidendo agli ordini da lui stesso impartiti, attaccarono il presidio di Ciudad Juárez tra l’8 e il 9 maggio. Madero ne fu sconcertato ma, praticamente a vittoria ottenuta, avallò l’azione. Questa sconfitta e quella patita a sud, a Cuautla, per mano dei zapatisti, costrinsero Díaz a chiedere la pace. Il 17 maggio fu firmato un armistizio e, quattro giorni dopo, il trattato di Ciudad Juárez con cui Díaz accettò di partire per l’esilio e Madero gli subentrò, insediandosi ufficialmente come nuovo presidente dopo cinque mesi il 6 novembre, dopo aver vinto di larghissima misura alle elezioni presidenziali straordinarie di ottobre. Il risultato fu che la Rivoluzione Maderista fu fatta da gruppi armati che bramavano la riforma agraria, ma spinse al potere intellettualità moderate e transfughi conservatori.
Orozco, generalmente riconosciuto come protagonista della priva vittoria maderista a Pedernales, il 27 novembre 1910, e unanimemente indicato come uno dei protagonisti della presa di Ciudad Juárez, si ribellò contro Madero il 3 marzo 1912. Ripetutamente riuscì a sconfiggere l’esercito federale posto sotto il comando del ministro della Guerra, il generale José González Salas, poi Huerta, a Rellano, il 23 maggio 1912, ed a Bachimba, il 3 luglio, lo costrinse a rifugiarsi per qualche mese negli Stati Uniti. Nel frattempo, però, l’elité porfiriana voltava le spalle a Madero e lo spodestava. A guirdarla c’era nientedimeno che Huerta.
Sorte identica toccò a Francisco “Pancho” Villa. Si era unito a Madero per rovesciare il monopolio economico esercitato dalla famiglia porfirista di Luis Terrazas a Chihuahua, ma Madero non aveva alcuna intenzione di spodestare i Terrazas. Nominato governatore militare, Villa consegnò le mandrie dei Terrazas a basso costo al popolo, espropriò i beni della famiglia e ne consegnò le case ai suoi generali. Madero, invece, li fece rientrare in Messico pensando ad una pacificazione nazionale. Fu così che anche Villa si ribellò al governo che aveva contribuito a far nascere.
Madero comprese tardi che la questione agraria in Messico era preminente. Una volta scacciato Porfirio Díaz, pensò che fosse giunto il momento della riconciliazione nazionale, dell’unità e della messa da parte della violenza e delle rivendicazioni sociali.


Porfirio Díaz

Trascorse gran parte del suo tempo come presidente cercando di rassicurare i ceti possidenti ed ordinò il disarmo e la smobilitazione della base rivoluzionaria contadina senza rendersi conto che così indeboliva se stesso. Zapata non accettò questa richiesta, fu l’unico a non farlo, e Madero dovette recarsi più volte a Sud per incontrarlo. Il rivoluzionario gli precisò che bisognava dare la terra ai contadini e che fino ad allora la rivoluzione doveva considerarsi incompiuta. Madero si disse d’accordo, ma nel frattempo chi reggeva il governo in questa fase di transizione, Francisco León de la Barra, spedì a Morellos i federali guidati da Victoriano Huerta. Zapata allora riprese le armi e non servì un nuovo incontro con Madero per fargliele deporre. Il rivoluzionario esplicitò le sue richieste nel “Plan de Ayala”, un manifesto socialista diffuso il 25 novembre del 1911 col quale si accusava Madero di tradimento. Questi, ora presidente, rispose inviandogli contro le truppe di Arnoldo Casso López, Juvencio Robles e Felipe Ángeles. Così perse pure l’appoggio dei zapatisti. Pensò che fosse tale esacerbato radicalismo a minare il suo governo e non si rese conto che invece erano i proprietari terrieri e i porfiriani a tramare alle sue spalle.
L’unica concessione che Madero, assurto al governo, era disposto a fare era di assolvere tutti i zapatisti dall’accusa di ribellione e garantire l’immunità a Zapata qualora avesse deposto le armi incondizionatamente. Ai zapatisti ciò parve una beffa.
Il “Plan de Ayala” trasformava il motto di Zapata, “Reforma, Libertad, Ley y Justicia”, in un programma politico tangibile. Prevedeva la restituzione immediata di tutte le terre rubate ai contadini dai latifondisti sotto Díaz, proponeva la nazionalizzata di parte delle piantagioni e la redistribuzione di questa terra ai contadini poveri. Un’altra parte del piano prevedeva la nascita di cooperative rurali e altre misure di comunione agraria. Queste idee trovarono il sostegno di Orozco e i due rivoluzionari si unirono contro Madero, accusato d’essere stato sleale e di capeggiare un governo in continuità col modello oligarchico di Díaz. Dopo trentacinque anni di espropriazione violenta contro i contadini, era tutto da rifare. Madero non voleva dare la terra ai campesinos.


Emiliano Zapata

In buona sostanza Zapata fece saltare ogni illusione di e su Madero, incrinò quel difficile equilibrio tra rivoluzione e pacificazione lungo il quale l’uomo di Coahuila voleva muoversi in un lento e complessivo piano riformistico. Da un lato ora Zapata, e Villa e Orozco, sobillavano contadini, proletariato e larghe masse di diseredati, dall’altro la grande borghesia fondiaria esigeva una risposta netta, un attacco frontale contro i ribelli. Madero, però, non era un nuovo dittatore e non voleva saperne di spegnere nel sangue le rivolte contadine. Col tempo, ciò spinse la maggioranza della classe dirigente conservatrice ad optare per un percorso apertamente controrivoluzionario, attraverso il golpe guidato da Victoriano Huerta.
A ben guardare, l’intera posizione di Francisco I. Madero era piuttosto debole. Le elezioni che lo posero al governo del Messico, nell’ottobre 1911, gli valsero appena 20.000 voti, una percentuale pari appena allo 0,1% della popolazione. Ciò era l’esito di una ingiustizia intrinseca nella macchina statale, era l’espressione della natura profondamente antidemocratica del sistema politico, basato sull’esclusione dei contadini. Il Messico aveva bisogno di una vera rivoluzione. E mentre i distaccamenti zapatisti attaccavano avamposti, conquistavano villaggi ed aree rurali e consegnavano la terra ai contadini degli stati di Tlaxcala, Guerrero, Puebla, Oaxaca e Michoacán, i porfiristi si organizzavano nell’ombra attorno ai generali Bernardo Reyes e Félix Díaz.
Nato nello stato di Oaxaca, figlio del generale Félix Felipe Díaz Morí, fratello del dittatore Porfirio, Félix Díaz Prieto fu console in Cile, capo della polizia di Oaxaca e, senza aver partecipato ad alcuna campagna, ottenne il grado di generale di brigata. Nella prima fase dell’ascesa maderista, era governatore di Oaxaca, poi si dimise. Fu lui il capo di una ennesima rivolta antimaderista. Dal novembre 1911, Madero aveva combattuto Zapata, Bernardo Reyes e Orozco. Félix pensò di sfruttare tanta instabilità e, insieme a suo cugino, il colonnello José Díaz Ordaz e Agustin Migone, pianificò un colpo di stato che avrebbe dovuto mobilitare gli ampi settori porfiriani dell’esercito e della società civile. Tutto sarebbe dovuto partire da Veracruz per poi espandersi sino a Città del Messico. Il piano prevedeva di prendere il porto di Veracruz col supporto delle forze del 21° Battaglione di Fanteria. Félix Díaz lanciò un manifesto alla nazione, accusando Madero di aver trascinato il Messico nel disordine, raccolse diversi consensi nell’alta borghesia e negli uffici di Veracruz che gli permisero di poter prendere facilmente il porto, il 16 ottobre 1912, ma non gli diedero la forza sperata. Madero gli spedì contro il generale Joaquín Beltrán che lanciò l’offensiva contro i punti occupati dai ribelli il 22 ottobre e, quasi senza sparare, i controrivoluzionari si arresero. Félix Díaz fu catturato. Portato come prigioniero a San Juan de Ulúa, fu condannato a morte per tradimento.
Se non era stato capace di mobilitare con le armi i settori più conservatori della società veracruzana, Félix da arrestato fu però capace di sollevare un grande polverone contro Madero. Scoppiò, infatti, una profonda costernazione tra le classi alte ed una campagna diffamatoria dei giornali che costrinsero il presidente a commutare la sentenza di morte in ergastolo. Díaz sarebbe poi scappato dal carcere di Lecumberri durante “La decena trágica”.
Victoriano Huerta
La rivolta di Félix Díaz era stata anticipata a dicembre da un’altro sollevamento controrivoluzionario durato appena undici giorni. A guidarlo era stato il generale Bernardo Reyes che si era poi arreso ed era stata relegato nelle prigioni di Santiago Tlatelolco a Città del Messico. Sebbene in carcere, i due riuscirono a mettersi in contatto, pianificando un nuovo tentativo di colpo di stato che avrebbe dovuto coinvolgere anche il generale Victoriano Huerta. Questi rifiutò, ma aveva altri programmi, non poteva accettare di rovesciare Madero per poi consegnare il potere a Félix Díaz.
Il periodo conosciuto come “Decena Trágica” è indubbiamente tra i più bui della storia messicana. Il 9 febbraio 1913 il generale Manuel Mondragón liberò Reyes dal carcere ed insieme a lui marciò sul Palazzo Nazionale. Prima che potesse entrare nell’edificio, Reyes fu ucciso e con lui caddero quattrocento suoi sostenitori. I ribelli, entrati in possesso dell’arsenale, furono schiacciati da Victoriano Huerta. Con Díaz morto, finalmente Huerta poteva trattare coi cospiratori per porsi alla loro guida.
L’aspetto centrale del colpo di stato fu il coinvolgimento degli Stati Uniti. L’ambasciatore statunitense in Messico, Henry Lane Wilson, partecipò attivamente al complotto per rovesciare Madero. Porfirio Díaz aveva protetto e garantito concessioni e privilegi al capitalismo yankee per sfruttare le risorse petrolifere, principalmente a nord dello Stato di Veracruz ed a sud dello Stato di Tamaulipas. Henry Lane Wilson sapeva bene che la rivoluzione poteva minare i vantaggi raggiunti in quegli anni e volle sostenere un golpe reazionario. In quei giorni, Henry Lane Wilson si incontrò presso la sede diplomatica degli Stati Uniti con i golpisti Victoriano Huerta e Félix Díaz per firmare il “Pacto de la Embajada”. I giochi erano fatti. Il governo maderista era già finito e Madero non lo sapeva. Improvvisamente s’era trovato tutti contro, la ribellione contadina con le sue istanze socialiste, la borghesia terriera che non voleva perdere il suo potere, l’esercito porfiriano ed anche la diplomazia americana.
Dopo i combattimenti di Città del Messico, Huerta mostrò il suo vero volto. Fece catturare Madero e il vicepresidente José María Pino Suárez ed annunciò la fine del governo. Secondo il Pacto de la Embajada, i due sarebbero dovuti essere spediti in esilio. Non andò così.
Per salvare le apparenze ed ottenere l’immediato riconoscimento diplomatico internazionale, Huerta fece assumere la presidenza al ministro degli Esteri Pedro Lascuráin il quale a sua volta nominò Huerta segretario agli Interni. Dopo meno di un’ora in carica, Lascuráin si dimise e lasciò la presidenza a Huerta. Il congresso fu circondato dall’esercito e dovette accettare tutto.
Pino Suárez
Intanto la controrivoluzione iniziava a tingersi di sangue. Il fratello e consigliere di Madero, Gustavo, fu rapito, torturato e ucciso. L’ex presidente e Pino Suárez furono tenuti sotto sorveglianza nel Palazzo Nazionale, poi la sera del 22 febbraio fu detto loro che sarebbero stati trasferiti in carcere. Alle 23:15, i giornalisti li videro uscire sotto una scorta pesante comandata dal maggiore Francisco Cárdenas. Un corrispondente del New York World si stava avvicinando alla prigione quando sentì una raffica di spari. Madero e Suárez erano a terra, esanimi. Cárdenas disse che un gruppo armato aveva attaccato la sua vettura e i prigionieri erano scappati verso i loro salvatori, finendo così uccisi nel fuoco incrociato.
Madero era durato appena quindici mesi al potere. Aveva deluso tutti durante la sua breve presidenza. Aveva affrontato una lunga serie di ribellioni, era divenuto nemico di chi lo aveva aiutato a prendere il potere rovesciando Díaz, non aveva saputo rispondere alla fame di terra del popolo, né alla voglia di stabilità e pacificazione dei ceti possidenti. Aveva tentato di portare avanti sempre una posizione moderata, una linea politica conciliante con gli uni e gli altri, fallendo. I conservatori e gli ex-porfiristi lo ritennero troppo vicino ai rivoluzionari, questi lo giudicarono invece alleato dei loro nemici. Non solo la rivoluzione era rimasta incompiuta, ma non era stato avviato neppure un timido piano riformatore.

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