I gialli western di Tony Hillerman

A cura di Angelo D’Ambra

Misteriose ombre si allungano su canyon scoscesi e desolazioni di sabbia e arenaria dalle infinite sfumature, dando vita a delitti avvolti nelle cupe credenze navajo. Questo è Tony Hillerman, il padre dei poliziotti navajo Joe Leaphorn e Jim Chee.
Il primo romanzo di Hillerman è “Il canto del nemico”, che è pure il primo racconto che porta alla ribalta un poliziotto navajo, il primo giallo etnico completamente ambientato in una riserva indiana. Il successo colse l’autore assolutamente impreparato. In una intervista, rimediabile anche in italiano, egli quasi si mostrò incapace di coglierne le ragioni dicendo che la scelta di questa peculiare ambientazione fu dovuta al fatto che era cresciuto da bambino a pieno contatto con gli indiani e che ciò avrebbe garantito ai suoi scritti delle descrizioni realistiche e coinvolgenti capaci anche di nascondere una trama debole. Eppure la trama di questo racconto non è affatto debole.
Il poliziotto Joe Leaphorn se la vede con un giovane ricercato, uno stregone-lupo, un omicidio ed un gruppo di sequestratori in un intreccio di leggende navajo e omicidi.
Si resta affascinati da questa catena di misteri immersi nella spiritualità nativa. I romanzi sono così infarciti di cultura navajo, hopi e zuni che chi ne è all’asciutto potrebbe finire col perdersi. Indubbiamente ci sono alcuni aspetti paesaggistici che danno spessore alle storie fondendosi con lo stile stesso della narrazione. Uno su tutti è dato dal clima e dai cambiamenti stagionali del New Mexico che contribuiscono notevolmente al senso di mistero dei gialli. Le ricerche interminabili in paesaggi desertici immensi, l’immagine del vento, della sabbia, del terriccio arido, dei canyon.

Per esempio ne “Il popolo delle tenebre”, del 1980, Jim Chee, un altro poliziotto navajo invenzione della mente di Hillerman che debutta proprio in questo libro, resta bloccato in una parte remota della riserva con la sua ragazza ed è costretto a passare la notte in un anfratto con ossa umane per proteggersi da una bufera di neve, in pieno deserto! Egual cosa si dica per la religiosità nativa con tutte le sue credenze e cerimonie perché danno al racconto un profilo evocativo e criptico, ma è lo sviluppo dei personaggi e delle loro vite interiori che dà successo alle storie.
I personaggi di Hillerman hanno tutti problemi identitari, sicuramente vivono contrasti interiori. Metti Joe Leaphorn così titubante, scettico, un uomo che ha già maturato la sua sfiducia, la sua insicurezza. Metti poi Jim Chee, ottimista e più legato alle tradizioni, destinato a diventare un cantore per le cerimonie navajo, ma poi travolto dalla crisi quando la sua ragazza “bilagana” non vuole seguirlo tra i navajo. Uomini che appaiono piccolissimi in ambiente vasto, selvaggio e misterioso, con tante ombre, incertezze, fantasmi reali e fantasmi metaforici.
Questa crisi è sempre toccata dalla contestazione, dalla lotta politica. Hillerman in questo si rivela, oltre che un ottimo scrittore (ed un antropologo autore di un paio di libri mai arrivati in Italia), anche un profondo conoscitore del mondo delle riserve, soprattutto dei Seventies. Ne esplora il disagio giovanile oltre che la dimensione collettiva di una spiritualità che si andava perdendo.

Hillerman descrive alla perfezione i particolari della vita quotidiana navajo, zuni e hopi, persino la costruzione dell’hogan, e fa ben comprendere come funzionano le riserve, la Polizia Tribale, i consigli tribali. Sono volumi assolutamente necessari, poi, per chi volesse provare a capire che fine abbiano fatto gli indiani nell’America dei nostri tempi. Per esempio, in “La maschera del Dio parlante”, uno dei romanzi in cui compaiono sia Joe Leaphorn che Jim Chee, solleva la questione morale dell’esposizione e catalogazione dei resti umani dei nativi nei musei in un momento storico-politico particolare in cui parecchie tribù chiedevano la restituzione dei resti dei loro antenati, contestando lo Smithsonian.
A l di sotto della superficie di un romanzo poliziesco, i libri di questo autore sono porte che si aprono sul mondo dei nativi delle riserve di fine Novecento in cui i drammi comunitari spesso assumono la forma di angosce esistenziali individuali. Le ambientazioni sono raccontate con dettagli e con un buon lirismo, gli usi dei nativi sono descritti come si fa con un argomento di cui si ha veramente padronanza, i colpi di scena, con indizi sparsi nei punti giusti, ne fanno gialli di successo.

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