La scoperta dell’oro e la deportazione dei Cherokee

A cura di Angelo D’Ambra

La deportazione dei Cherokee
Dal North Carolina i cercatori d’oro si riversarono in Georgia, invadendo territori sotto il controllo dei cherokee. Tutto ciò portò al il “Cammino delle Lacrime”, una vera e propria deportazione dei nativi.
Quando il 3 ottobre del 1831 i georgiani votarono per il loro nuovo governatore, lo stato era mutato, l’oro vi aveva portato ricchezza e nuovi cittadini, tuttavia restava un problema: la maggior parte delle miniere erano su terreni di proprietà della nazione cherokee e non dello stato della Georgia. Fu così che il vincitore della competizione, Wilson Lumpkin, pretese di estendere le leggi dello stato sulle terre dei nativi, le fece sequestrare, dividere in appezzamenti e mettere all’asta.
Questi lotti erano di 40 acri e furono concessi a qualsiasi georgiano maggiorenne e residente nello stato da almeno tre anni, fosse stato in grado di pagare 10,00 dollari. Il problema era che i cherokee non avevano mai ceduto quella terra. A che titolo dunque la Georgia la distribuiva?
Wilson Lumpkin
La questione fu portata dai cherokee davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti che con stabilì che i cherokee non erano una nazione sovrana e indipendente, e quindi rifiutò di discutere il caso, invece, in un’altra causa, intentata nel 1832 dal reverendo Samuel Worcester, missionario del popolo cherokee, la Corte decise che la Georgia non poteva imporre leggi sul territorio cherokee, perché solo il governo nazionale – e non il governo dello stato – aveva l’autorità sugli Affari Indiani. Si trattò di una vittoria per i nativi, ma effimera perché nel frattempo, con l’Indian Removal Act del 1830, il Congresso aveva conferito al presidente Andrew Jackson l’autorità di negoziare degli accordi di allontanamento degli indiani.
Jackson era un eroe della guerra del 1812 ed aveva già lavorato a nove trattati con gli indiani prima di diventare presidente nel 1829. Come parte della sua zelante ricerca per procacciare nuovi territori a Washington, appena eletto spinse per far adottare il Removal Act, sfidando la dura opposizione congressuale di chi, come il deputato del Tennessee Davy Crockett, considerava il provvedimento incostituzionale. Figlio del suo tempo, Jackson riteneva gli indiani una razza inferiore che ostacolava il progresso economico americano.
Andrew Jackson
Si trattò di una radicale alterazione delle politiche sino ad allora adottate dal governo degli Stati Uniti. Il congresso, infatti, aveva sempre incoraggiato l’integrazione dei nativi, in particolare quella delle cosiddette “Cinque tribù civilizzate”, cherokee, chickasaw, choctaw, creek, seminole, che abitavano la Georgia, il Tennessee, l’Alabama, la Carolina del Nord e la Florida. George Washington e Henry Knox permisero loro di rimanere nelle terre d’origine, incoraggiando la totale assimilazione della cultura anglosassone, la conversione al cristianesimo, l’uso della lingua inglese, l’adozione della proprietà individuale di terra. L’integrazione funzionò, molti cherokee ebbero persino schiavi. Stavolta però la scoperta dell’oro cambiava tutto, gli indiani dovevano andarsene. I choctaw, nel 1831, furono i primi ad essere rimossi con modalità vergognose che portarono circa cinquemila nativi alla morte per fame, malattia e freddo. L’anno dopo furono chiamati a firmare un accordo di trasferimento anche i cherokee.
Il governo cercò di negoziare un trattato col capo John Ross il quale chiese 5 milioni di dollari per i cherokee, la cittadinanza col diritto di voto, la possibilità di assumere incarichi politici e di testimoniare in tribunale. Ciò fu ritenuto inaccettabile, allora Ross chiese 20 milioni di dollari per il completo e volontario trasferimento dei cherokee in Oklahoma. Si sarebbe trattato di dare poco meno di 1200 dollari a persona, circa 4,34 dollari per acro, tuttavia, sebbene quella cifra fosse di molto inferiore al valore della terra, il governo rifiutò sancendo invece un accordo con una piccola fazione cherokee capeggiata dal giovane capo Major Ridge. Questo patto, che prese il nome di Trattato del New Echota, dalla località in fu siglato, non fu approvato né dal Consiglio Nazionale Cherokee, né dal capo John Ross. Privi d’ogni legittimazione ad agire in nome del loro popolo, i firmatari avevano accettato di abbandonare le terre cherokee nel giro di due anni, in cambio di cinque milioni di dollari e di nuove terre nel territorio dell’Oklahoma che sarebbe dovuto restare per sempre loro. La maggioranza dei cherokee considerò il trattato un vero imbroglio e, nel febbraio 1836, il Consiglio Nazionale Cherokee votò per respingerlo. Capo John Ross presentò pure una petizione, firmata da migliaia di cherokee, esortando il Congresso ad annullare l’accordo, ma il Senato, con un solo voto di scarto, ratificò il trattato il 1° marzo 1836.


La scoperta dell’oro nella terra dei Cherokee

L’idea originaria che stava alla base dell’Indian Removal Act era di promuovere un spostamento volontario dei nativi in territori ad ovest del fiume Mississippi. Così si sarebbe ottenuta l’acquisizione delle aree di estrazione dell’oro, invece di volontario ci fu ben poco. Gli indiani non erano intenzionati ad andarsene e non se ne andarono. Martin Van Buren, eletto presidente nel 1837, determinato più del suo predecessore a portare avanti il trasferimento dei nativi, attese la scadenza dei due anni e poi dispose l’impiego dell’esercito per costringere i cherokee ad andar via. Il generale John Wool rassegnò le dimissioni per protesta, ritardando l’azione, ma il generale Winfield Scott, che lo seguì, accettò gli ordini. Scott giunse a New Echota il 17 maggio 1838, al comando di 7.000 soldati e, per prima cosa, distrusse la tipografia in cui veniva stampato il giornale Cherokee Phoenix scritto con il famoso alfabeto inventato da Sequoya. Le truppe di Scott, a volte sostenute dalla Guardia della Georgia sotto il comando del colonnello William Lindsey, nel giro di due settimane, catturarono, uccisero o misero in fuga ogni cherokee nella Georgia del Nord, nel Tennessee ed in Alabama. Le famiglie indiane furono riunite a punta di baionetta e messe in marcia verso una quindicina di forti, veri e propri campi di concentramento. Erano luoghi pieni di sporcizia, infestati da ratti, freddi e con poco cibo. I cherokee vi patirono malattie e violenze per un periodo dai tre ai cinque mesi, in attesa di essere trasferiti a nord, verso i punti di imbarco di Ross’s Landing, ora Chattanooga, in Tennessee, e Gunter’s Landing, ora Guntersville in Alabama. Era l’inverno 1837-1838 e solo alcuni sparuti gruppi di cherokee riuscirono a sottrarsi a quella che di fatto era un rastrellamento, sfuggendo ai soldati e andando a rifugiarsi in North Carolina dove ancora vivono i loro discendenti. C’erano circa dieci sentieri, alcuni per certi tratti si sovrapponevano. Spesso i tragitti furono costellati di scontri con i coloni, disturbati dalla comparsa di quelle lunghe file di indiani nelle loro città, perciò molti gruppi furono costretti a cambiare rotta.


Indian Removal Act

Il percorso più noto iniziò presso l’Agenzia Cherokee, vicino a Rattlesnake Springs, e si dipanò verso nord-ovest sino alle vicinanze di Nashville, in Tennessee, quindi a Hopkinsville, in Kentucky, poi in Ohio, a nord-ovest della confluenza del fiume Tennessee, a sud-ovest, attraversando il Mississippi, ed a sud-sud-ovest attraverso l’altopiano di Ozark fino al Territorio dell’Oklahoma. Il trasferimento vero e proprio iniziò solo nella primavera del 1838, con continui traffici di chiatte e battelli a vapore lungo il fiume Tennessee, e si concluse durante l’estate dello stesso anno con gravi perdite umane. John Ross fece allora un appello urgente a Scott ed ottenne di poter lui guidare il suo popolo ad ovest. Fu così che Ross assunse l’organizzazione del trasferimento formando piccoli gruppi di cherokee, liberi di muoversi separatamente e cercare cibo. Furono progettate dodici traversate, ciascuna di circa mille persone, condotte dai capi tribali, ciascuna con medici e interpreti, lungo sentieri diversi. Tali misure contribuirono a ridurre notevolmente il numero di morti nonostante pioggia, fango e neve persistenti. La maggior parte dei nativi viaggiò a piedi nudi per circa cento chilometri.


Il doloroso trasferimento forzato dei Cherokee

Le sofferenze furono inenarrabili e ad esse si sommarono le tragedie causate dai banditi che frequentemente assaltavano i carri delle famiglie di cherokee lungo la pista. Circa sedicimila uomini, donne e bambini dovettero abbandonare la loro terra. L’inedia, il gelo, il cibo avariato, le malattie ed i maltrattamenti fecero contare all’incirca 4.000 morti. Tutto questo prese il nome di Trail of Tears, il “Cammino delle Lacrime” e costò morti anche alle nazioni choctaw, creek e seminole.
Major Ridge, incolpato per la tragedia della deportazione, fu assassinato nel 1839 da cherokee che vollero vendicarsi. La stessa sorte toccò ad altri sostenitori del trattato, provocando un’ondata di violenza all’interno della nazione cherokee.

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