Malattie e morte lungo le piste dei pionieri

A cura di Matteo Pastore


“Oggi non ci siamo mossi. I nostri malati non sono in grado di continuare. La malattia sulla rotta è allarmante, viene ritenuta fatale”. Così scrisse Lydian Allen Rudd nel 1852.
L’assistenza sanitaria nella frontiera era una scienza imperfetta a metà del XIX° secolo e il tasso di mortalità era a livelli altissimi. Molti bambini giungevano al termine del viaggio con meno famigliari o parenti rispetto a quelli con cui erano partiti.
Le malattie e gravi ferite erano, per un grande margine, la causa di morte di nove pionieri su dieci. Le difficoltà metereologiche, dieta sbilanciata ed esaurimento psicofisico rendevano i viaggiatori vulnerabili malattie infettive come colera, dissenteria, rosolia, tubercolosi, febbre tifoide e parotite che si trasmettevano molto velocemente negli accampamenti dei carri.
Gran parte dei pionieri, nel XIX° secolo, si recavano ad Ovest con la speranza di lasciarsi alle spalle le malattie dei grandi centri urbani dell’Est. Essi si aspettavano di trovare un territorio con aria e acqua pura ma invece, a causa delle migrazioni, l’ambiente fu gradualmente cambiato con l’arrivo degli stessi batteri e dei virus delle città.
Queste epidemie, che si abbattevano lungo le rotte verso l’Ovest, colpivano duramente sia i pionieri sia i nativi americani. Una tra le peggiori malattie fu il colera che colpiva duramente la via tra Oregon e California.

IL COLERA, IL DISTRUTTORE SILENZIOSO

Lungo le rotte dei pionieri l’opportunità igieniche (come farsi bagni o lavare bene i vestiti) erano gravemente limitate e avere acqua potabile in giuste quantità per tutti non era sempre possibile.
Gli scarti umani e animali, spazzatura e le carcasse erano molte volte in prossimità delle riserve di acqua.
Come risultato, il colera (detto il “distruttore silenzioso”), si diffondeva dall’acqua contaminata ed era responsabile per il maggior numero di morti, per malattia, lungo la via pionieristica dalla California all’Oregon.


Un avviso riguardante il rischio di contrarre il colera

I sintomi iniziavano con mal di stomaco che aumentava intensamente con i minuti. La malattia progrediva in modo rapido attaccando la mucosa intestinale producendo dolore addominale, diarrea, vomito e crampi.
Con il passare delle ore la pelle poteva diventare rugosa e assumere un colore bluastro o grigio (causato dalla disidratazione). Senza cure e trattamento adeguato si poteva morire entro 24 ore.
Si pensava che il colera fosse scoppiato, inizialmente, in India e si diffuse velocemente in tutto il mondo lungo le vie commerciali. Apparve in America nel 1832 e l’anno successivo si diffuse nei grandi centri abitati da St. Louis in Missouri fino a New Orleans lungo le rotte navali del Mississippi. Successivamente si diffuse verso ovest attraverso i battelli fluviali che navigavano il fiume Missouri. La città di St. Louis fu colpita agli inizi del 1849 dalla malattia e si stima che, alla fine dell’estate, persero la vita tra 4500 e 6000 persone.
Durante la Corsa all’Oro della California del 1849, i viaggiatori trasportarono con loro il batterio lungo la via di Santa Fe e altre rotte dei pionieri. L’epidemia prosperò grazie alle scarse condizioni igienico-sanitarie lungo le vie carovaniere e il maggior picco si verificò nel 1850 poiché fu alimentato dal grande numero di persone alla ricerca di fortuna che migravano verso Ovest.


Le malattie colpivano spesso le carovane di coloni

Il numero dei morti, lungo le rotte dei pionieri, è difficile da determinare, comunque, si stimano più di 5000 morti solo nel 1849. Le perdite nel 1850 furono di gran lunga superiori come suggerisce un quotidiano del Missouri che stima, a causa dell’allungamento dell’Overland Trail, la morte di 1 viaggiatore su 1000 a causa del colera.
“La corsa all’oro fu, per il colera, come il vento per il fuoco” sostiene lo storico George Groh.
Migliaia di viaggiatori lungo le Piste della California, Oregon e dei Mormoni morirono di colera tra il 1849 e il 1855. Molti furono sepolti in tombe senza nome in Kansas, Nebraska e Wyoming. Anche se parte della Pista dei Mormoni, la tomba della pioniera Rebecca Winters è una delle poche ad avere un nome ed è tutt’ora esistente.
La malattia era particolarmente mortale negli avamposti di frontiera. Nel 1855 il colera si diffuse a Fort Riley (Kansas) uccidendo l’ufficiale in comando, il maggiore E.A. Ogden, e altre 70 persone ovvero quasi tutta la guarnigione.
Uno dei più grandi focolai di colera si verificò lungo il fiume Platte. Ciò fu causato dalle acque salmastre del fiume e dagli accampamenti che sorgevano lungo le sorgenti di acqua che si riversavano nel Platte.


La tomba di Rebecca Winters

Poiché a migliaia utilizzavano gli affluenti del fiume per potersi lavare e bere acqua, queste sorgenti diventarono terreno fertile per la propagazione del colera. Alcuni morivano lungo le sponde del fiume senza venire seppelliti.
Dopo aver superato Fort Laramie, fortunatamente, i pionieri erano largamente salvi della malattia a causa delle quote elevate.
“Le persone ci passavano vicino con una fretta disperata per scappare dall’orribile epidemia” così scrisse Ezra Meeker circa l’epidemia di colera lungo la pista.
Anche le tribù di nativi del nord furono colpite dalla malattia come i coloni. Circa metà della comunità Pawnee e i due terzi di Cheyenne del sud soffrirono di colera tra il 1849 e il 1852. Alcune notizie dell’epoca raccontano che i Comanche non avevano più la forza di seppellire i loro defunti mentre alcune leggende Arapaho narrano di suicidi commessi da alcune persone piuttosto che continuare a soffrire.
In quegli anni i trattamenti migliori per assistere il malato o prevenire il morbo erano poco conosciuti. I medici potevano fare poco per trattare i pionieri e potevano solo prescrivere canfora o laudano che riducevano i dolori ma non facevano guarire dalla malattia.
L’arrivo improvviso del colera e della sua pericolosità stupì sia i medici bianchi che i guaritori dei nativi soprattutto per la difficoltà delle cure.


Ancora una carovana diretta verso la frontiera

Durante l’epidemia del 1849/1852 un medico di frontiera Andrew Still commentò in questo modo sui trattamenti locali effettuati alla Shawnee Indian Mission in Kansas: “I trattamenti utilizzati per combattere il colera utilizzati dai guaritori nativi sono ridicoli tanto quanti quelli dei nostri medici. Loro scavano due buche nel terreno a circa 50 centimetri di distanza. Il paziente viene disteso sopra queste due fosse dove può vomitare in una e defecare nell’altra. In caso di morte gli viene buttato sopra una coperta molto spessa. Qui ho assistito a crampi del colera spaventosi che dislocavano anche o torcevano gambe. Alcune volte ho dovuto ricollocare le anche all’interno dei corpi dei cadaveri per poterli posizionare nelle bare”.

LE ALTRE MALATTIE

I pionieri che si recano verso l’ovest dovevano far fronte con altri disturbi più o meno gravi come malaria, tubercolosi, rosolia, scarlattina, parotite, influenza, pertosse e altre infezioni.
Se erano nei pressi di una base militare potevano chiedere l’aiuto dei medici o chirurghi militari non sempre all’altezza per curare queste malattie. Molte volte prescrivevano mercurio e calomelano (un lassativo, cloruro mercuroso) sperando di far espellere l’infezione dai malati.
Molto più frequentemente i pionieri si affidavano ai loro compagni di viaggio che avevano una conoscenza medica limitata o addirittura soltanto in ambito di animali o sezionamento di carni ed ossa.

MALARIA
Una malattia dolorosa e molto aggressiva chiamata anche “fever and ague”. Aveva la reputazione di essere una malattia che scoppiava all’improvviso ed era molto diffusa. Poteva colpire moltissime comunità e famiglie. Viene trasmessa dalla puntura di una zanzara che trasporta il batterio; causa tremori, sudorazione, febbre e dolori addominali. Veniva utilizzato il chinino; chi sopravviveva sviluppava una malattia cronica con debolezza, febbre e tremori.

DISSENTERIA
Una gastroenterite che poteva risultare molto pericolosa. Gli altri sintomi includevano febbre e dolore addominale. Come il colera e il tifo ci si poteva ammalare consumando cibo o acqua contaminata da feci infette. Abigail Scott scrisse nel 1852 che la causa principale di queste infezioni era la consumazione di acqua presa da fosse scavate vicino ai fiumi o i piccoli acquitrini.

PIDOCCHI
Incredibilmente, questo disturbo, poteva essere mortale per i pionieri lungo le piste. Era molto comune tra le persone con scarsa igiene anche a causa della difficoltà di potersi lavare in acque pulite. Questo insetto causava irritazioni cutanee che potevano infettarsi inoltre poteva trasmettere il batterio del tifo che si diffondeva velocemente in comunità affollate e con scarsa igiene.

DIFTERITE
Nonostante fosse una malattia dell’infanzia, la difterite poteva infettare anche gli adulti. Si propagava attraverso acque o cibi contaminati soprattutto in mancanza di buone condizioni igienico sanitarie. Era considerata la versione più dolorosa della diarrea, mortale per bambini e gli anziani ma il tasso di mortalità si attestava tra il 5/10%. I bambini al di sotto dei cinque anni erano i più vulnerabili. Non esisteva nessun trattamento medico per curarla e si limitavano a riposarsi e ad assumere molti fluidi; uno dei rimedi bizzarri era l’olio di castoro.

POLMONITE
Era comune tra persone che vivevano in condizioni sanitarie scarse o che si esponevano a cambiamenti climatici molto drastici. Causava mal di testa, tosse e dolori muscolari. Curata con trementina, aceto e whiskey.

INFLUENZA
Era una malattia molto temuta da centinaia di anni. Anche se oggi la mortalità è bassa, grazie alle cure e ai progressi fatti, nei secoli passati era una malattia che uccideva dal 7 al 8% degli infettati.

FEBBRE DELLE MONTAGNE ROCCIOSE
Problemi intestinali, mal di testa, rash cutaneo, febbre e difficoltà respiratorie erano i sintomi più comuni. Non sempre era fatale e veniva trattata con il chinino.

MORBILLO
Questa infezione virale era altamente contagiosa e si diffondeva velocemente. Nel XIX° secolo non era il morbillo in sé che poteva portare alla morte ma tutte le complicazioni collegate come bronchite e polmonite. Era comune tra i bambini ma gli effetti più disastrosi si verificavano tra gli adulti.

SCORBUTO
Una malattia dolorosa e aggressiva. Era causata dalla mancanza della vitamina C nella dieta dei pionieri. Indeboliva e deteriorava le condizioni del corpo e poteva causare emorragie interne e gonfiore e sanguinamento gengivale.

TUBERCOLOSI
Conosciuta all’epoca anche come consunzione. Una delle malattie respiratorie più mortali e con molti sintomi che colpivano varie parti dell’organismo, poteva essere silente per alcuni anni. Era molto comune nelle città e tra i pionieri, nessuno possedeva trattamenti efficaci per curarla al meglio. Le cure più particolari erano le seguenti: fumare foglie di tabacco, bere olio di fegato di merluzzo o mangiare una grossa cipolla bollita oppure uno spezzatino di essa.

MALATTIA DELL’ESTATE
Si pensava fosse l’interferenza del caldo con la digestione mentre invece era un avvelenamento del cibo. L’infezione gastrointestinale si presentava con diarrea soprattutto tra i neonati e i bambini durante il periodo estivo. Si credeva potesse essere curata assumendo un cucchiaino di polveri non ben conosciute.

SIFILIDE
Una malattia venerea il cui trattamento, per secoli, era il mercurio. Durante la spedizione di Lewis e Clark molti uomini si ammalavano. Minatori, cacciatori di pelli e commercianti, già infettati, avevano relazioni con donne native e in questo modo la malattia si propagava anche nelle comunità dei nativi. A metà Ottocento alcuni presunti medici proponevano cure a base di arsenico come cura alternativa.

FEBBRE TIFOIDE
Era molto presente nei pressi di acque contaminate. Uno dei sintomi più comuni era una temperatura corporea molto elevata, diarrea che poteva durare parecchie settimane seguita da debolezza e perdita di appetito. Era altamente contagiosa e il tasso di moralità era altissimo, tra il 10 e il 20%. La malattia era comune nei mesi più caldi. Le cure comuni erano a base di lattuga selvatica anche se ciò era inefficace.

LA MEDICINA ED I TRATTAMENTI DEL TEMPO

“Passate attraverso St. Joseph nei pressi del fiume Missouri. Acquistate la nostra farina, formaggi e medicine, non continuate per questa strada senza aver con sé i propri kit medici poiché potreste rischiare di contrarre la malattia dell’estate. Ogni famiglia dovrebbe avere con sé una scatola con medicinali, un quarto di olio di castoro e di rum. Inoltre portate una grande quantità di fiale con essenza di menta piperita” così scrisse Elizabeth Dixon Smith.
I pionieri erano incoraggiati a portare con sé i kit medici per curare le malattie o trattare le ferite.
Questi kit includevano medicinali, olio di castoro, rum o whiskey, olio di menta piperita, chinino, corno di cervo in polvere per i morsi di serpente, acido citrico contro lo scorbuto, oppio, morfina, calomelano e tintura di canfora.


Non mancavano certo gli imbroglioni o i curatori da quattro soldi

Alcuni viaggiatori portavano con sé dei manuali, molto popolari all’epoca, per curare o riconoscere malattie o medicare le ferite. Esempi sono “The Family Nurse”, “Gunn’s Domestic Medicine” e “The Family Handbook”.
Certe volte le carovane avevano a disposizione un medico ma a partire dalla seconda metà dell’Ottocento molte persone iniziarono a non fidarsi più di loro poiché chiunque poteva dichiararsi medico anche se non lo era perciò tanti uomini senza esperienze o conoscenze mediche si professavano come tali.
Questo grave problema era a conoscenza di tutti e successivamente numerosi Stati cessarono di dare libera licenza di medico ma veniva consegnata soltanto a chi lo era e aveva comprovate competenze medico chirurgiche.
Nonostante ciò la medicina non era paragonabile ai livelli odierni, molti medici non avevano conoscenze specifiche in ambito di germi e infettivologia. Potevano infettare, senza rendersene conto, i loro pazienti semplicemente non sterilizzando i loro strumenti, non lavandosi le mani dopo aver trattato altri malati o anche attraverso i loro vestiti macchiati di liquidi biologici.


Uno studio medico di frontiera

Anche i medici più esperti erano impotenti contro certe malattie infettive e i rimedi più comuni erano i lassativi o i farmaci emetici poiché si pensava che la malattia potesse venire espulsa attraverso il tratto gastrointestinale.
Un altro evento a sfavore dei medici era l’assenza di reali strumenti chirurgici lungo le piste migratorie che venivano sostituiti da comuni coltelli da macellaio, seghe da carpentiere o punteruoli dei ciabattini.
Numerosissime testimonianze circa i fallimenti dei medici sono giunte fino ai giorni nostri. Un esempio è il racconto di Edward Bryant “What I Saw in California” pubblicato nel 1848.
“Un bambino di otto o nove anni si spappolò la gamba cadendo da un carro e venendo investito dalle sue ruote.
Un medico del vecchio west
Quando raggiunsi la tenda in cui si era radunata la famiglia trovai il bambino disteso su alcune assi che avrebbero dovuto servire come tavolo operatorio. Mi venne detto che l’incidente e la frattura erano capitati ben nove giorni prima e che un finto medico aveva avvolto la gamba del bambino in della biancheria creando una specie di scatola dove la gamba era confinata. In questo modo era impossibile medicare la ferita fino a quando la notte precedente il bambino si accorse che qualcosa non andava. Controllando l’arto ho scoperto una gangrena in atto e la gamba era piena di larve! Dopo aver esaminato al meglio ho notato che la frattura era molto grave e la profonda ferita non era mai stata medicata. La gangrena era compresa dal piede al ginocchio…tutto ciò causato dalla negligenza del falso medico.”
Alla fine la gamba venne amputata con un coltello e una sega, nonostante ciò il bambino morì per l’infezione. La pratica di interventi chirurgici senza validi anestetici e la non osservanza di protocolli igienici/antinfettivi erano alla base delle morti per infezione post operatoria.
Più frequentemente ci si affidava alle più gentili e familiari “nonne della medicina”, donne che si incontravano lungo i percorsi. Queste guaritrici proponevano erbe e ricette particolari che erano state tramandate di generazione in generazione.


Studentesse di medicina a San Francisco

Le loro cure potevano essere efficaci per curare le malattie più leggere o le ferite non gravi ma neppure loro potevano contrastare le epidemie. Una delle ricette più famose era a base di olio di menta piperita che curava tutti i dolori poiché causava una sensazione di calore quando veniva applicato sulla cute; un’altra si basava sull’uso degli asparagi per curare i reni oppure si curavano i morsi di serpente con piante dalle radici simili ai rettili.
Migliaia di pionieri morirono per varie malattie o ferite durante i loro viaggi. Alcune volte ottenevano degna sepoltura mentre altre, a causa della fretta, venivano letteralmente abbandonati. Con l’allontanarsi dall’est sempre più persone morivano e i cimiteri erano meno frequenti.
Uno tomba sull’Oregon Trail
Purtroppo, tantissimi malati terminali venivano abbandonati lungo le piste dove morivano di stenti in solitudine.
Migliaia di tombe anonime sorgono lungo le vie carovaniere come testimonianza della durissima vita dei pionieri durante l’espansione verso Ovest.
“Abbiamo passato cinque tombe. È così difficile morire così lontano da casa e dagli amici, essere seppelliti nelle nuda terra senza un semplice sudario o una bara e magari diventare cibo per gli animali selvaggi…” così termina il suo racconto Esther McMillan Hanna nel 1852.

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