La prigione di Yuma (1875 – 1909)

A cura di Angelo D’Ambra

All’interno della prigione di Yuma
Nell’immaginario western, alimentato da film e romanzi, la prigione di Yuma, in Arizona, è diventata l’inferno in terra, fatto di criminali recidivi ed efferati, manigoldi, scellerati banditi ancor più inviperiti dall’ impossibilità di fuga, guardie sadiche e più disumane dei detenuti, pronte a torture e pestaggi brutali. Scrittori e cineasti – pensiamo al classico “Quel treno per Yuma”, romanzo, film e remake, su tutti – hanno consegnato la prigione di Yuma al grande pubblico come una gabbia di supplizi e tormenti.
Ma era davvero così?
L’Ottava Legislatura Territoriale dell’Arizona, nel 1875, formulò la proposta di legge con la quale si chiedeva l’istituzione di questo penitenziario.


La mappa della prigione di Yuma

Lo si volle edificare nei pressi del Colorado, su una collina donata dal villaggio di Yuma. Fu l’abile esito delle manovre politiche del sindaco della città, Jose Maria Redondo, che, intuendo nella costruzione del carcere ampie possibilità di sviluppo per il villaggio, riuscì a sottrarlo all’iniziale sito: Phoenix.


La prigione di Yuma

La zona è l’ideale per un carcere. A est c’è il fiume Gila, a nord il Colorado, a ovest la città ed il deserto aspro a sud. L’imminente arrivo della Southern Pacific Railroad avrebbe poi garantito rifornimenti in caso di emergenza e Fort Yuma poteva essere un ulteriore deterrente a tentativi di fuga.
I primi detenuti arrivarono l’1 luglio 1876, il primo a mettere piede nella struttura fu William Hall. In tutto i prigionieri erano sette e furono impegnati nella costruzione dei loro alloggi, ancora non completi. Con quelli che li seguirono, oltre alle celle, contribuirono a costruire una cucina, una panetteria, un bagno, una galleria fotografica ed una biblioteca, ampi spazi, freschi e accoglienti per essere parte di un carcere di fine Ottocento.
In barba alla fama che Yuma avrebbe acquisito con film e romanzi, la prigione era una bomboniera. In particolare la biblioteca fu una vera novità nel sistema carcerario di frontiera. Lunga e stretta, aveva numerosi scaffali letteralmente stracolmi di volumi che i carcerati potevano richiedere senza troppi intralci.


Una delle celle con due pagliericci

L’intero edificio era il risultato di piano redatto da un architetto che aveva superato altri progetti in un concorso pubblico. Il vincitore ottenne 150 dollari! In effetti, secondo gli standard moderni, la prigione territoriale di Yuma potrebbe essere considerata disumana, ma all’epoca in cui fu costruita fu considerata una prigione modello: acqua corrente pompata dal Colorado, servizi igienici, sistema fognario etc non erano così diffusi nel Paese.
Nel 1885 vi arrivò l’elettricità grazie ad un generatore che illuminò anche la città di Yuma e ciò permise di installare anche dei ventilatori di grandi dimensioni.


La biblioteca della prigione di Yuma

Certe comodità del carcere mancavano persino ai residenti di Yuma. Essi erano liberi ma non avevano ventilatori, né biblioteche, né l’ospedale. Chiaramente i carcerati dovevano fare i conti con cimici, scarafaggi, scorpioni, ma la struttura era davvero una delle migliori d’America, addirittura giornali come l’Arizona Sentinel, del 13 luglio 1895, la inserivano come un luogo imperdibile per gli stranieri che visitavano Yuma e lodava sala da pranzo, cucina, biblioteca e la frescura degli ambienti. L’intero carcere, infatti, aveva pareti in mattoni o scavate direttamente nella roccia e pavimenti in cemento che contribuivano a rendere tutto fresco d’estate e caldo d’inverno. Inoltre, i detenuti avevano scavato un tunnel sotto la prigione in una soluzione ingegneristica innovativa che consentiva al Colorado di scorrere sotto le celle e contribuire a mantenerle fresche.
I detenuti erano impegnati a fabbricare scarpe e vestiti, parte di essi si adoperava nelle cucine, molti altri producevano piccoli lavori artigianali. Non mancavano però trattamenti diversi per condannati ritenuti ostinati: ad ospitarli c’era il “dark hole”, una caverna scavata in una collina di roccia, con una gabbia di ferro.


Il “Dark Hole” o “Dark Cell”, ingresso


L’interno del “Dark Hole”

Era questo il luogo in cui finivano i prigionieri confinati in isolamento, alimentati solo a pane e acqua una sola volta al giorno. Durante l’incarcerazione in questa grotta, l’unica fonte di luce era un piccolo buco di ventilazione sscavato nel soffitto. I prigionieri erano nudi e nella grotta non mancavano della compagnia di serpenti e scorpioni.
Una enorme torre di guardia dominava l’intera struttura. Al di sotto di essa c’era il serbatoio riempito dalle acque del Colorado. Al Sallyport, il cancello principale, sul lato nord, di fronte al fiume Colorado, erano distaccate le guardie che controllavano le credenziali di tutti coloro che entravano o uscivano.


Una delle torrette di controllo della prigione

Intorno alla prigione si innalzava un muro imponente che definiva anche lo spazio di un cortile sovrastato da più torri in cima alle quali erano collocate le temibili Lowell Battery Gun, una mitragliatrice che sparava 600 volte al minuto con precisione perfetta.
I prigionieri appena arrivati venivano interrogati sulla loro nazionalità, sul grado d’istruzione, sul loro passato impiego e sulle loro credenze religiose. Venivano rasati e fotografati, lavati e vestiti con uniformi nero-grigie o nero-gialle. A loro era concesso un berretto, due paia di mutande, due fazzoletti, due asciugamani, un paio di pantaloni supplementari, due paia di calzini e un paio di scarpe, uno spazzolino da denti, pettine, fotografie, uno stuzzicadenti, libri, tabacco e biancheria da letto.


Galeotti ai lavori forzati

Durante la sua breve vita (1875-1909) questa prigione accolse uomini e donne provenienti da ventuno paesi, Stati Uniti, Cina, Messico, Russia, Irlanda, Galles, Scozia, Germania e Inghilterra. In tutto 3.066 prigionieri hanno scontato la pena a Yuma, ventinove dei quali erano donne, tenute in un’ala diversa da quella degli uomini. I loro reati includevano stupro, poligamia, rapina, omicidio, rapine alle diligenze, furto di bestiame, traffico di droga, vendita di whisky e furto di cavalli. Ci furono prigionieri giovani e vecchi, il più giovane fu Charles Smith, quindicenne, condannato a un anno per furto. In centodieci morirono in carcere, per lo più di tubercolosi, e furono sepolti nel cimitero della struttura.


Strumenti in uso a Yuma

Le donne ebbero trattamenti rispettosi per la loro condizione, la prima prigioniera fu Lizzie Gallagher entrata a Yuma nel 1878; nel 1889 la detenuta Manuela Fimbres diede alla luce suo figlio Luis. Tra le donne, la più nota fu Pearl Hart che a Yuma scontò cinque anni per assaltato alla posta col suo compagno Joe Boot. Boot a Yuma riuscì a guadagnarsi la stima dei dirigenti e appena poté ne approfittò per fuggire senza essere più trovato. La Hart, invece, usando la sua avvenenza, nonché approfittando del fatto che in quel periodo era l’unica donna, si guadagnò una cella più grande della media, dotata pure di un piccolo cortile. La liberazione di Hart arrivò sotto forma di grazia, nel 1902, concessa dal governatore dell’Arizona, Alexander Brodie. Il motivo di questo perdono non è ancora chiaro… si mormora di una sua gravidanza con chissà quale autorità del carcere.


La Gatling presente a Yuma

Ben più efferate furono altre donne del penitenziario. Anzitutto Elena Estrada, condannata a sette anni per omicidio preterintenzionale: aveva infatti pugnalato il suo fidanzato infedele e poi gli aveva tagliato il petto, tirato fuori il cuore e riversato tutto sul viso. Si ricorda pure Bertha Trimble condannata, col suo secondo marito Walter, per stupro di Bertha, la figlia da lei avuta col primo matrimonio.
Di qui passarono il fuorilegge Burt Alvord, il mormone poligamo William J. Flake, il famoso pistolero “Buckskin Frank” Leslie, il rivoluzionario Ricardo Flores Magón… Nel 1878 ci fu la prima fuga, quella del detenuto J. Lewis. In totale ventisei condannati fuggirono con successo da Yuma e non furono mai riacciuffati. Altri provarono, ma furono catturati o fucilati.


“Illustri” prigionieri ospitati a Yuma


Pearl Hart, in piedi a destra, a Yuma

Tutti dovevano lavorare, tutti avevano un po’ di tempo libero e, a chi non sapeva leggere, veniva pure proposto un percorso di apprendimento dell’inglese, dello spagnolo o del tedesco. Questa leggendaria prigione insomma non aveva particolari crudeltà nella disciplina, tuttavia c’è molto da lavorare per sfatarne il mito negativo.
Il 15 settembre del 1909, l’ultimo prigioniero lasciò la prigione territoriale per il nuovo complesso carcerario di Florence, sempre in Arizona.

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