Kit Carson contro gli indiani nella prima battaglia di Adobe Walls

A cura di Sergio Mura

La prima battaglia di Adobe Walls – svoltasi nel corso del 25 novembre del 1864 – fu molto importante e assai dibattuta dagli storici, specialmente quanto all’esito finale, con l’evidenza dei vincitori e dei vinti. Di particolare rilevanza è stata la partecipazione di Kit Carson anche se nei più disparati resoconti la sua presenza non viene quasi mai sottolineata. Di Kit Carson tutti conoscono la grande capacità di esploratore e Mountain man, le incredibili avventure con John Charles Frémont – famoso come il “Great Pathfinder” -, la sua partecipazione in California al conflitto messicano-americano e, infine, il suo ruolo nelle tragiche e sanguinose lotte contro i Navajos e gli Apache in Arizona e nel New Mexico.
Una delle motivazioni più probabili per la scarsa attenzione riservata alla presenza di Carson e alla stessa prima battaglia di Adobe Walls va ricercata nella contemporanea Guerra Civile Americana che assorbiva ogni risorsa ed ogni attenzione degli americani del tempo.
Carson aveva il comando dei suoi uomini ed essi erano veterani della guerra civile, uomini duri, esperti e pronti alla fatica e alla battaglia, tutti esperti di guerre indiane, avendo combattuto contro Apache e Navajo.
La sera antecedente alla grande battaglia era il 24 novembre 1864, un giorno qualunque che si stava concludendo con i soliti lavori nel campo e senza alcun segno che richiamasse l’imminente seconda festa nazionale del Ringraziamento (Thanksgiving Day). Alcuni avevano cominciato a mangiare la cena e proprio in quel momento fecero il loro ingresso nel campo i due scout che Carson aveva spedito di mattina a fare una verifica dei dintorni e proprio dagli scout venne a sapere che nei dintorni c’erano alcuni gruppi di guerrieri Kiowa e Comanche.


Guerrieri Comanche

Carson decise senza esitazioni di lasciare i carri al campo e di dividere le sue truppe: gli scout Ute e Jicarilla Apache si sarebbero unite al suo gruppo, l’artiglieria e le truppe a cavallo sarebbero andate avanti a tutti.
Gli scout, i cavalleggeri e i soldati a piedi con i due obici di montagna si prepararono velocemente ma accuratamente per la marcia notturna verso il fiume Canadian. Riempirono le bisacce di cibo da campo, si rifornirono di cartucce e presero con sé il vestiario occorrente.
Mentre si avvicinavano al fiume Canadian, i raggi di luce provenienti dalla luna mostrarono l’impraticabilità del passaggio attraverso le scogliere che scendevano a picco sul fiume e che si erano trasformate in precipizi nel corso dei millenni.
In quel punto il raggruppamento distava circa 10 miglia dal campo in cui era rimasto a riposare il resto degli uomini di Carson. C’erano circa 20 miglia di distanza, guardando a ovest, da Adobe Walls, dove Kiowa e Comanche dormivano nei loro tepee.
Carson ed i suoi scesero verso il Canadian River. attraverso un ripido passaggio e si incamminarono lungo un sentiero indiano che venne individuato dagli scout, giusto fino alla prima luce del nuovo giorno, momento in cui il comandante bloccò la colonna per prendere fiato. I soldati erano stanchi, non avendo dormito fin dalla notte precedente. Alla fatica si aggiungeva il divieto assoluto di parlare, di fumare o di accendere qualsiasi fuoco.


Kit Carson

Il gelo dell’alba calò sui soldati mentre essi sostavano accanto ai loro cavalli, redini in mano, per tutta la durata della sosta.
Le truppe ripresero il cammino dopo un po’ e marciarono lungo il canale nelle prime ore del mattino. Le canne erano così alte che il tenente George H. Pettis e Carson, che stavano cavalcando fianco a fianco, avevano persino difficoltà a vedersi nitidamente! La marcia continuò con gli scout e gli ufficiali in testa al gruppo. Metà dei cavalleggeri cavalcava dietro gli scout, a protezione del gruppo che accompagnava gli obici di montagna, mentre il resto della cavalleria si portò nella retrovia.
Non si trattò di momenti facili, visto il contesto in cui la marcia procedeva… Dopo aver marciato per circa due miglia, le truppe arrivarono alla fine delle scogliere, e il terreno si aprì su un tratto di tre miglia di colline basse e ondulate intervallate da valli e fiumiciattoli.
Quando si trovavano a metà strada attraverso l’enorme distesa, i soldati sentirono alcune urla: “Bene-ACÁ! Bene-ACÁ!-Vieni qui! Venite qui!” Erano i Kiowa che dal lato opposto del fiume avevano rotto il silenzio in cui procedevano le truppe. Senza esitazioni Carson ordinò al maggiore William McCleave, comandante della compagnia B della cavalleria della California, e al capitano Charles Deus, del 1° Cavalleria volontari del New Mexico, di attraversare velocemente il fiume e mettersi in cerca dei guerrieri Kiowa.
Dopo pochissimo tempo si sentirono distintamente dei colpi di arma da fuoco provenienti proprio dal punto in cui erano stati mandati i soldati di Carson e quei colpi si intensificarono con il passare dei secondi, fino ad assumere i contorni di una grossa sparatoria. Era iniziata la prima battaglia di Adobe walls.


Il campo indiano

Carson accelerò il passo del suo contingente fino a raggiungere una cresta sul fiume Canadian da cui era possibile vedere in lontananza per diverse miglia. Nel mezzo della pianura c’era un accampamento indiano di cui si potevano scorgere nitidamente le tende. Era il campo del capo Dohäsan che aveva scelto bene il suo campo invernale, al riparo dai venti gelidi del nord. Le pianure erano infatti completamente circondate da colline di sabbia a ovest, nord e est, con un solo lato sud aperto, quello verso il fiume. Appena a nord del villaggio, un ruscello scorreva intorno alla base di un piccolo colle.
Lo scontro iniziale tra le truppe alla guida di McCleave e gli indiani fu molto intenso e breve. Attraverso una successiva testimonianza dei Kiowa siamo riusciti a conoscere i dettagli dell’attacco. I giovani guerrieri Kiowa erano già rientrati nel loro campo quando intravvidero le truppe di McCleave in avvicinamento. Gli scout di Carson avanzarono decisamente alla maniera indiana, galoppando e urlando in modo da spingere alla fuga i pony dei Kiowa. I soldati seguirono gli scout cavalcando secondo il classico ordine militare. In quel momento la maggior parte dei guerrieri Kiowa erano lontani sul sentiero di guerra. I guerrieri che erano rimasti di guardia nel villaggio tennero a bada i soldati abbastanza a lungo, in modo da consentire alle donne, ai bambini e ai prigionieri di scappare verso le colline di sabbia poste a nord del campo.


Le truppe di Carson con i cannoncini

Una volta che le loro donne ed i bambini erano stati sistemati al sicuro, i guerrieri Kiowa si mossero rapidamente attraverso il tratto lungo quattro miglia che separava il Canadian River e Adobe walls. McCleave e la cavalleria si misero subito dietro loro cercando di riprenderli. Gli indiani conoscevano talmente bene la zona in cui si stavano spostando che non ebbero alcuna difficoltà a sgusciare dietro le colline sabbiose e ghiaiose a nord del fiume e da lì contesero ai soldati con una fitta sparatoria ogni metro di terreno.
Quando anche Carson arrivò sul crinale che dominava su Adobe Walls probabilmente riconobbe subito il vecchio forte di mattoni di adobe costruito da William Bent, così come il terreno circostante, dato che c’era già stato nel 1848. Nel frattempo il dottor George S. Courtright aveva allestito una postazione medica da campo all’interno delle mura del vecchio posto di scambio e lì stesso i soldati avevano sistemato i cavalli. Più in lontananza Carson vide gli indiani – centinaia di guerrieri – che caricavano senza sosta le truppe, restando ben nascosti nell’erba alta intorno ai piedi della collina.
Non appena il gruppo di Pettis raggiunse la cresta a nord-est di Adobe Walls, Carson urlò a Pettis di sparare con i cannoni sui 200 Kiowa e Comanche che cavalcavano come forsennati sparando sui soldati e sui cavalli. Dietro quegli indiani vi era una seconda linea di circa 1.200-1.400 altri guerrieri con numerosi capi di guerra che governavano l’attacco.


Cannoncini Howitzer

Ci volle pochissimo tempo per caricare e puntare i cannoni. I due howitzer spararono le loro palle di ghisa da 12 libbre e queste fischiarono attraverso la pianura verso i cavalieri indiani. Gli indiani non avevano alcuna familiarità con i cannoncini e sentendo gli spari si drizzarono sui loro cavalli cercando di capire cosa stesse accadendo. Quando le palle li raggiunsero ed esplosero, scoppiò il caos, tra morti, feriti e cavalli che si imbizzarrivano. A quel punto i capi comandarono il ritorno immediato al campo base lungo il fiume.
Quando gli indiani fuggirono, Carson ritenne che la battaglia fosse ormai finita e vinta. Ordinò ai soldati di rientrare, sistemare le cavalcature e di farle bere in un ruscello ad ovest di Adobe walls. Le truppe riempirono le loro borracce e presero dai loro zaini le scorte che avevano portato con sé. Non toccavano cibo dalla sera precedente a Mule Creek, prima della notte di marcia e della battaglia del mattino.
Mentre le truppe prendevano fiato, Carson, sempre sul chi vive, si accorse che un gran numero di guerrieri si avvicinavano al galoppo, provenendo dal loro campo sul fiume.
Carson urlò ai soldati di disporsi a difesa e di armare gli obici. Gli uomini di Pettis si sistemarono ai pezzi di artiglieria tirandoseli fin sul crinale. I soldati sistemarono rapidamente i loro cavalli al riparo del forte di adobe prima di spostarsi per formare la linea di difesa contro l’assalto dei guerrieri indiani.
In pochi istanti una poderosa scarica di fucileria venne indirizzata contro i soldati che erano stesi a terra e che da quella stessa posizione replicarono contro i guerrieri. La batteria di artiglieria di Pettis tornò in azione, ma l’efficacia non fu quella del mattino, in quanto gli indiani avevano già capito di cosa si trattava ed evitarono di stare assembrati.
A metà pomeriggio Carson si rese conto della gravità crescente della loro situazione. Mentre guardava lungo il fiume, infatti, si avvide di altri gruppi di guerrieri che da circa 10 miglia si avvicinavano al campo di battaglia. Il numero di indiani coinvolti nello scenario di Adobe Walls era cresciuto per tutta la giornata, da circa 300 a ben oltre 1.000. Moltissimi di questi stavano arrivando a spron battuto da un accampamento di 350 tende posto a tre miglia a est rispetto alla posizione dei soldati.
Molti altri guerrieri indiani cercarono di raggiungere il gruppo di soldati che Carson aveva spedito a bruciare il villaggio (che di mattina era stato attaccato da McCleave) prima che i guerrieri potessero recuperare il loro bestiame e le loro merci. La maggior parte degli ufficiali voleva continuare ad avanzare lungo il fiume e distruggere il grande villaggio indiano, ma alla fine lo stesso Carson, presa in considerazione la situazione generale, gli uomini feriti e dopo aver consultato i suoi scout, decise di soprassedere per il momento.


Indiani all’attacco

Alle tre e mezzo del pomeriggio del 25 novembre 1864 Carson ordinò di trasferirsi verso il villaggio indiano e dispose le sue truppe in posizioni strategiche tali da favorire il trasferimento nel villaggio dei Kiowa.
Gli indiani osservarono la manovra e compresero assai bene che se le truppe avessero raggiunto il villaggio, quello sarebbe stato incendiato, lasciandoli senza riparo e rifornimenti per l’inverno. Questo smosse i guerrieri in un attacco disperato. A ondate si gettarono addosso alla colonna di Carson, facendo temere ai soldati il peggio, ma ogni andata venne respinta, talvolta con grandi perdite per i guerrieri.
Gli indiani provarono allora ad incendiare la prateria in prossimità della retrovia dei soldati, confidando sul vento che avrebbe spinto il fuoco addosso ai militari, ma Carson reagì incendiando l’erba davanti a sé, in modo da poter far scorrere le sue truppe su campi già inceneriti, al sicuro dall’incendio.
Quando si trovavano ormai a circa 500 metri a est del villaggio, gli indiani cambiarono strategia, lasciarono perdere le truppe di Carson e si schierarono davanti al loro accampamento.
Nel frattempo Carson ed i suoi, senza più la minaccia dei guerrieri, si erano avvicinati alle dune sabbiose che circondavano il villaggio e mentre gli indiani erano impegnati a raccogliere più scorte e materiali possibili dalle loro tende, loro presero a bersagliarli con tiri di fucile sempre più precisi e micidiali.
Dopo un feroce scambio di fuoco e con l’aiuto degli obici, i soldati costrinsero gli indiani a spostarsi verso l’estremità del campo e mentre una metà dei soldati continuava a sparargli addosso tenendoli impegnati, l’altra metà procedeva velocemente nella distruzione di tutte le tende.
Mentre il sole scendeva velocemente all’orizzonte, il tramonto si faceva denso del fumo dell’incendio che stava devastando il campo indiano. In quel momento, con gli indiani disperati e in fuga venne sparato l’ultimo colpo di cannone contro un gruppo di guerrieri che stavano per attraversare il fiume. La battaglia era finita.


I soldati nel campo e l’incendio a distanza

La mattina del 27 novembre, Carson ordinò al suo comando di prepararsi a balzare in sella e ripartire verso Fort Bascom. Carson non prese la decisione avventatamente. Decise che, a causa delle circostanze, era impossibile per lui proseguire nell’opera di attaccare ulteriormente gli indiani. Considerava, tra l’altro, la condizione di stanchezza estrema dei suoi cavalli e dei soldati. Inoltre non sapeva se i Comanche dei villaggi lungo il fiume erano scappati o se si stavano piuttosto riorganizzando per attaccarli in forze.
La domanda su chi ha vinto la prima battaglia di Adobe Walls, Carson o gli indiani, ancora risuona. Carson scrisse: “mi compiaccio di aver inflitto una dura lezione a questi indiani; in futuro saranno molto più cauti di fronte ad una truppa di soldati regolari.”
Il comandante del distretto militare del New Mexico, il generale James H. Carleton, si espresse positivamente sull’esito della campagna militare quando scrisse a Carson: “Questa vicenda brillante aggiunge un’altra foglia verde alla corona di alloro che hai così nobilmente meritato nel servizio al tuo paese.”
Una valutazione più accurata della battaglia viene dalla testimonianza del Brig. Gen. James H. Ford, comandante del 2° Cavalleria del Colorado di stanza a Fort Larned in Kansas, che il 31 maggio 1865 scrisse: “Ho capito… Kit Carson lo scorso inverno ha distrutto un villaggio indiano. Aveva circa 400 uomini con lui, ma gli indiani lo attaccarono coraggiosamente come farebbero tutti gli uomini del mondo, caricando fino alle sue linee, e lui ha ritirato il suo comando…”


Una pittura indiana che rappresenta la battaglia

Le perdite causate dalla battaglia furono certamente inferiori per l’esercito che non per gli indiani. La tribù di Dohäsana era composta di povere persone con le famiglie al seguito e prima di ogni altra cosa dovevano pensare alle mogli e ai figli, mentre i soldati avevano le loro famiglie al sicuro a casa loro, lontano dalla guerra.
A causa delle gravi condizioni dei cavalli dell’esercito dopo la battaglia e della mancanza di soldati, Carleton non pianificò altre importanti spedizioni nel Panhandle del Texas.
Nel dicembre del 1865 Carson divenne comandante di Fort Union. Rimase lì solo pochi mesi prima di ricevere la nomina a generale di brigata dei volontari del New Mexico. Nella primavera del 1866, si trasferì a Fort Garland in Colorado, dove prestò servizio fino alla fine del 1867, chiudendo la sua carriera militare durante la quale aveva combattuto contro i confederati, gli Apache, i Navajo, i Comanche e i Kiowa.

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