James Addison Reavis, Il Barone dell’Arizona

A cura di Gian Mario Mollar


Ci sono truffe così ben congegnate da essere dei veri e propri capolavori dell’ingegno umano.
E ci sono truffatori che più che una punizione meriterebbero un riconoscimento per l’acume intellettuale che sono riusciti ad esprimere: i loro intenti saranno stati sicuramente poco onesti, ma è la raffinatezza dell’esecuzione a fare la differenza e a suscitare, se non indulgenza, almeno un po’ di ammirazione.
James Addison Reavis fa sicuramente parte di questi.
Dotato di un invidiabile paio di basette a scopettone, il segaligno “Barone dell’Arizona” è passato alla storia per avere confezionato uno dei più grandi inganni burocratici di tutti i tempi e per essere quasi riuscito in un’impresa che ha dell’incredibile: rivendere dodici milioni di acri di terra ai suoi legittimi proprietari.
Il futuro falsario nasce nel 1843 in Missouri, da una famiglia di umili origini. Il padre, di origini gallesi, possiede una piccola conceria, mentre la madre, fiera delle proprie radici ispaniche, contribuisce a far nascere in lui una passione per la letteratura spagnola che, come vedremo, gli tornerà utile in seguito.
Allo scoppiare della Guerra Civile, nel 1861, Reavis si arruola nell’esercito confederato, dove esordisce nella sua carriera di falsario producendo falsi permessi, che gli permettono di far visita alla madre spesso, scansando il più possibile la dura vita del soldato. I commilitoni, notando la frequenza dei suoi congedi, cominciano anch’essi a servirsi dei suoi documenti, fino a insospettire i superiori.


James Addison Peralta Reavis

Sul punto di venire scoperto, Reavis chiede un congedo per matrimonio ma, invece di sposarsi, approfitta della libera uscita per arrendersi all’esercito avversario, dimostrando così ben poco coraggio bellico ma molto buon senso.
Dopo aver militato tra le Giacche Blu fino alla fine della Guerra Civile, scompare in Brasile per qualche anno, dove completerà la sua formazione imparando perfettamente il portoghese.
Nel 1866 fa ritorno in Missouri, a Saint Louis, dove lo vediamo impegnato in vari lavori occasionali – conduttore di tram a cavalli, commesso viaggiatore, giornalista e addetto alle vendite in vari esercizi commerciali – prima di trovare un impiego come agente immobiliare. Esercitando questa professione, Reavis metterà a frutto il suo talento di falsario, raffinandolo. Talvolta, infatti, i documenti di vendita di case e terreni non sono completi, manca qualche dettaglio, una data, una firma, un giustificativo e il nostro diventerà un maestro nel crearli di sana pianta.
Nel 1871, bussa alla porta del suo ufficio un personaggio di dubbia fama, tale George M. Willing Jr: è un medico, ma anche lui nella vita ha fatto un po’ di tutto, dal venditore ambulante di farmaci miracolosi al ricercatore minerario.


La moglie del Barone dell’Arizona

Questi dichiara di aver ricevuto da un certo Miguel Peralta un land grant, una concessione terriera per un vasto appezzamento di terra in Arizona, in cambio di ventimila dollari in polvere d’oro più equipaggiamento da cercatore e due muli. La transazione – dice l’improbabile acquirente – è avvenuta nei pressi del Black Canyon, in Arizona, senza testimoni e senza il necessario corredo documentale: il contratto è stato scritto e siglato nel 1864 su un pezzo di carta unto e macchiato. Willing chiede la collaborazione di Reavis per far valere i propri diritti e riscuotere quel che gli spetta.
È così che ha inizio l’avventura, un’avventura che non ha per sfondo i canyon e gli scenari a cui ci hanno abituato i film western, ma tetri corridoi d’archivio, prosaiche scrivanie e sconfinate foreste di carta bollata.
Nel documento prodotto da Willing, i confini e l’estensione del terreno di Miguel Peralta non sono identificati in modo chiaro e così Reavis, in un paio d’anni, costruirà un mosaico di documenti che lo porteranno a reclamare dodici milioni di acri, un territorio enorme e ricco di giacimenti minerari, che si estendeva da Sun City a Silver City, nell’attuale New Mexico.


La “Baronia dell’Arizona”

Evidentemente, per accampare una richiesta del genere era necessario fornire motivazioni plausibili ed è a qui che il genio creativo di Reavis compie il proprio capolavoro: grazie alla sua inventiva, Miguel Peralta diventa il discendente squattrinato e decaduto di una nobile famiglia di origine spagnola.
Siccome né l’erede, né la famiglia erano mai esistiti, Reavis inventò di sana pianta l’intero albero genealogico e le gesta degli avi, suffragandoli con documenti falsificati. La sua ricostruzione abbonda di titoli roboanti, di complicati cognomi ispanici e di raffinati riferimenti. La storia iniziava oltre un secolo prima, nel 1708, in Spagna, con la nascita di Don Miguel Nemecio Silva de Peralta de la Córdoba , figlio di nobili spagnoli che, nel 1727, entrò al servizio del Re di Spagna, in qualità di tenente dei dragoni. Nominato visitador del rey, il fantomatico nobile spagnolo sarebbe stato inviato nel 1742 nel Nuovo Mondo, per una missione segreta a Guadalajara.
Di successo in successo, di onorificenza in onorificenza, Miguel Peralta, grazie all’abilità e all’inventiva del falsario Reavis, diventerà niente meno che Barone dell’Arizona e il proprietario di una fortuna sconfinata.
Alla morte del primo Barone, ne succederà un secondo: Don Jesus Miguel de Peralta. Attraverso le sue scartoffie, con un’inventiva degna di un romanziere, Reavis ricostruirà le sue lotte contro gli Apache per difendere la proprietà, sino a giungere all’ultimo discendente dei Peralta, il fantomatico Miguel, che avrebbe siglato il contratto con Willing.
I preparativi si protraggono per due anni: Reavis si reca in Messico, visita gli archivi della capitale e trova documenti, ritratti, fotografie che avvalorano le sue tesi.
Finita la preparazione, Willing deposita il lascito nel tribunale di Prescott e viene misteriosamente trovato morto nella sua camera d’albergo il giorno successivo.


James Addison Reavis in divisa da galeotto

Rimasto unico erede dell’inesistente fortuna dei Peralta, giudicata però inconfutabile dalla corte, Reavis inizia a reclamare i diritti sulle terre, basandosi su una clausola contenuta nell’Accordo di Gadsden, stipulato tra Messico e Stati Uniti nel 1854. Con questo trattato, il Messico vendeva agli USA la parte meridionale dell’Arizona e Nuovo Messico, lasciando però la possibilità di reclamare il territorio a eventuali proprietari terrieri spagnoli che potessero documentarne il possesso.
Proprio grazie a questa clausola, Reavis riuscirà a reclamare il possesso delle terre della famiglia Peralta: non gli interessa sfrattare gli attuali occupanti, ma richiede un indennizzo in denaro. Il gioco gli riesce bene con i grandi proprietari, quali la ferrovia o i ricchi gestori di miniere: questi, pur di non perdere tempo e denaro in una battaglia legale dagli esiti incerti, preferiscono accondiscendere alle richieste del truffatore, coprendolo letteralmente d’oro. La compagnia Southern Pacific, infatti, gli offe cinquantamila dollari e la miniera Silver King venticinquemila. Parallelamente, Reavis inizia a negoziare con il governo federale una liquidazione di ben venticinque milioni di dollari!
I piccoli proprietari terrieri, invece, non avendo abbastanza denaro per ricomprare il loro fondo, decidono di lottare con ogni mezzo, ma Reavis sembra aver ragione: avvocati rinomati hanno esaminato il lascito, giudicandolo veritiero.
Per legarsi ulteriormente all’eredità dei Peralta, e avvalorare le proprie richieste, il geniale truffatore escogita un altro espediente: durante un viaggio in treno incontra un’avvenente messicana di sedici anni, un’orfana di nome Sophia, che lavora come donna di servizio. Reavis la convincerà di essere l’ultima discendente della stirpe dei Peralta e, dal momento che la ragazza non ha documenti, si occuperà personalmente di “ricercare” le sue vere origini, “scoprendo” così che si tratta in realtà di Doña Sophia Micaela Maso Reavis y Peralta de la Córdoba, terza Baronessa di Arizona. Reavis sposerà la ragazza, diventando così a sua volta erede della fortuna di famiglia.


Uno scritto originale sul Peralta Grant

Una volta sposati, i due partiranno per un viaggio di nozze in Spagna: nei mercati delle pulci di Madrid, Reavis troverà foto e documenti per cesellare ulteriormente la sua storia.
Gli auto-proclamatisi baroni dell’Arizona conducono davvero una vita da nobili: viaggiano continuamente e hanno diverse case, a Washington DC, a Saint Louis e addirittura una casa in Spagna. Le chiacchiere e la sicumera di Reavis incantano tutti.
Un vecchio adagio sostiene che le bugie abbiano le gambe corte, ma l’architettonico inganno di Reavis durò piuttosto a lungo. A svelare la truffa fu l’Ispettore Generale Royal Johnson, che, dopo aver studiato per anni i documenti presentati da Reavis, dimostrò che si trattava di falsi svolgendo un’indagine filologica. Dalle sue ricerche emerse che le carte di Reavis non erano state vergate a penna d’oca, ma con pennini metallici, che nel Settecento dovevano ancora essere inventati. Anche la grafia e le intestazioni risultavano diverse da quelle di altri documenti del medesimo periodo e lo spagnolo in cui erano scritti era piuttosto incerto e pieno di errori, cosa inammissibile per documenti prodotti dalla casa reale di Spagna. Anche la carta su cui erano stampati proveniva da una cartiera in Wisconsin, che aveva iniziato la propria attività soltanto nel 1870.
Reavis, probabilmente, si era immedesimato troppo nel ruolo di Barone dell’Arizona: anziché darsela a gambe, decise addirittura di denunciare il Governo degli Stati Uniti, innescando così il processo che lo portò alla rovina. Nel 1895 venne dichiarato colpevole e i suoi aristocratici vestiti furono sostituiti da un pigiama a righe; la condanna, però, fu piuttosto clemente: due anni nella prigione di Santa Fe, dal 1896 al 1898, di cui tre mesi scontati per buona condotta, e una multa di 5000 dollari.


Un’immagine del film dedicato al Barone dell’Arizona

Finiva così il regno del Barone dell’Arizona: tornato libero, il carisma e la persuasione che l’avevano contraddistinto erano svaniti per sempre, così come le sue ricchezze. Morì in povertà nel 1914 a Denver, in Colorado.
Un film del 1950, con un magnetico Vincent Price nei panni di Reavis, celebra le sue gesta.

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