La lotta di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo

A cura di Sergio Mura

Il governo americano si è sempre posto nei confronti dei popoli nativi in una maniera perlomeno ambigua. Da un lato non ha mai mancato di blandire quelle genti con un trattamento inizialmente gentile e persino sensibile. Dall’altro ha fatto di tutto per mancare agli impegni presi, ricorrendo sempre più spesso e violentemente alla forza. Funzionari del governo hanno a più riprese redatto trattati pomposi e ambigui attraverso i quali si garantivano piccole somme di denaro agli indiani in cambio della cessione delle loro terre (o di parte di esse) e quando quei trattati venivano di fatto stracciati con la prepotenza di chi invadeva le terre indiane, ecco che piuttosto che dover sostenere una guerra, i solerti funzionari di stato si rimettevano in moto con nuovi accordi o trattati che garantivano la proprietà delle terre restanti (ma che sottolineavano la perdita di altre…).
Era comunque un modo per sancire che la terra, in realtà, apparteneva gli indiani, dato che a loro si chiedeva di cederla!
I bianchi rispettavano la lettera dei trattati molto raramente ed ogni qualvolta essi ne rompevano uno, instillavano amarezza nel cuore delle genti rosse che, peraltro, erano certe di non aver diritto di vendere le terre, ritenendo che ne avessero solo disponibile l’uso. Gli indiani sostenevano che la terra appartenesse solo alla divinità, Manitou, Il Grande Spirito e gli esseri viventi non avevano diritto di vantarne il possesso; ci vivevano e basta. L’idea che la terra potesse essere ceduta era tipicamente dei bianchi e appartenente al loro modo di fare; gli indiani dovettero rassegnarsi ad accettare quella modalità solo ed esclusivamente per essere lasciati in pace.
Ci sono motivi che possono indurci a credere che anche Nuvola Rossa (Red Cloud), guerriero e capo di guerra dei Sioux, abbia potuto accettare un accordo con i bianchi solo ed esclusivamente allo scopo di mantenere il suo popolo al riparo dalle lotte con i bianchi. Il primo trattato che ebbe a firmare era molto semplice e sottolineava che i sioux erano e sarebbero rimasti padroni delle proprie terre per sempre. Così pure lo erano gli Arapaho ed i Cheyenne. Nessun bianco avrebbe mai potuto varcare il confine dei loro territori di caccia!
Nuvola Rossa
Le terre indiane erano comprese in una zona dalla bellezza ineguagliabile tra le Black Hills, le Montagne Rocciose e il fiume Yellowstone; in mezzo scorreva il fiume Powder.
Un certo giorno del 1866, però, Nuvola Rossa si trovava a cavallo su una cresta di un colle e gettò un’occhiata a valle, restando sgomento e colpito… Dal suo pony vide un forte in costruzione che presidiava una pista del suo territorio; era un vero e proprio forte dei soldati bianchi, pieno di vita e di gente. Era Fort Phil Kearny, appena edificato sulla Bozeman trail in un punto posto nell’attuale Wyoming settentrionale. Nuvola Rossa era colmo di rabbia e frustrazione perchè ancora una volta i bianchi non avevano tenuto fede ai patti e, in questa ultima circostanza, lo avevano fatto con grande superbia. I forti, infatti, erano una vera e propria sfilza, costruiti con la scusa di dover proteggere il passaggio dei cercatori d’oro bianchi diretti verso le nuove terre promesse dei campi auriferi scoperti in Idaho e Montana, aldilà dei territori di caccia dei Sioux. La strada scelta da questi cercatori era la Bozeman Trail, la più breve e facile, e alle tribù della zona venne subito proposto un nuovo trattato che prometteva la pace e la protezione delle tribù, in cambio del diritto a segnare e usare una pista attraverso i loro territori di caccia, affinché i bianchi potessero passarci tranquillamente.
Naturalmente i Sioux rifiutarono sdegnosamente una simile provocazione, anche perchè gli era ben chiaro che se solo avessero accettato una roba simile, si sarebbe ritrovati le loro terre invase dai coloni e loro, da padroni di casa, avrebbe finito per doversene andare.
La presenza della lunga fila di forti lungo la pista Bozeman servì allo scopo e favorì lo sciamare dei bianchi verso i campi auriferi.
Nuvola Rossa e i suoi Sioux presero a tormentare i soldati e gli addetti civili al forte in mille modi, rubandogli i cavalli, assaltando tutti i gruppi di lavoranti e boscaioli che si allontanavano dalla costruzione, derubando le scorte alimentari dai carri in arrivo al forte. Fecero, insomma, tutto quel che sapevano fare e credevano di dover fare per fare andar via i bianchi dalle loro terre, ma nulla sembrò essere in grado di raggiungere l’obiettivo. A quel punto fu presa la decisione di scatenare una guerra totale contro il forte e contro ogni altro insediamento militare nelle loro terre.
E mentre Nuvola Rossa decideva questo, guardando il forte dalla cima del colle, un giovane guerriero teneva strette le briglie del suo pony dietro di lui. Era Cavallo Pazzo, Crazy Horse, un Oglala Sioux che iniziava ad essere in vista tra la sua gente per la forza ed il coraggio di cui faceva mostra.
I capi indiani non sono mai stati importanti come ci hanno fatto credere i romanzi ed i film western… Nessuno era obbligato a lottare e nessuno poteva essere costretto a combattere e quasi tutto il sistema militare si badava sulla volontà individuale di accodarsi a qualche grande guerriero nei modi e nei tempi ritenuti adatti al proprio stile, ma anche a quanto stabiliva la propria “medicina”. Nessun guerriero osava avventurarsi in battaglia se pensava di non essere in giornata fortunata e nessuno pensava di biasimare chi decideva di restare al campo mentre gli altri andavano in battaglia. Poteva anche accadere che un capo di guerra partisse per un raid senza avere un seguito numeroso.


Cavallo Pazzo ed i Sioux all’attacco

Cavallo Pazzo decise comunque di organizzare una trappola per i soldati del forte e la propose ai guerrieri della sua banda.La mattina successiva il freddo era particolarmente pungente e la neve ricopriva ogni cosa come una rigida coperta ghiacciata. Era il 21 dicembre 1866 quando un gruppo di boscaioli lasciò il forte diretto verso i colli circostanti per fare legna. Al forte c’erano numerose famiglie di soldati ed occorreva veramente molta legna per riuscire a riscaldare i locali in cui civili e soldati passavano le giornate.
All’improvviso, dal bosco saltarono fuori numerosi guerrieri che piombarono senza esitazione sui carri che trasportavano i legnaioli, attaccandoli. L’attacco ai carri era la prima parte della trappola ordita dai Sioux che seguivano Cavallo Pazzo e non passò inosservata ai militari di stanza al forte. Gli spari e le urla rimbombarono nella valle silenziosa e spinsero a manovre concitate gli ufficiali di comando. In particolare, uno di loro, un giovane capitano di nome William Fetterman, si fece coraggiosamente avanti per guidare 80 cavalleggeri contro gli indiani che attaccavano i taglialegna. Alla vista dei soldati gli indiani voltarono loro le spalle e diedero l’impressione di voler scappare precipitosamente. La trappola era scattata!


L’attacco a Fetterman

La vista degli indiani in fuga fu lo stimolo che mancava al giovane Fetterman che decise precipitosamente di dare l’affondo ai fuggitivi, disobbedendo però agli ordini del suo diretto superiore, il colonnello Henry Carrington comandante del forte, che gli aveva raccomandato di non inseguire gli indiani. Carrington era esperto di vita di frontiera e conosceva molto bene i trucchi dei guerrieri indiani; Fetterman aveva maturato una bella esperienza nella guerra civile, ma non conosceva nulla di indiani.
Gli indiani che fingevano la fuga seppero stuzzicare a fondo Fetterman, facendogli credere di averli in pugno e lo spinsero ad avventurarsi oltre un crinale da cui non era più in vista del forte. Quando tutti gli 80 soldati erano arrivati nel luogo convenuto, centinaia di guerrieri Sioux, Cheyenne ed Arapaho uscirono dalla foresta circostante ed aggredirono i cavalleggeri, ingaggiando una feroce battaglia che si trasformò rapidamente in un corpo a corpo mortale che durò nemmeno mezz’ora. Al termine, la neve si era colorata di rosso e non un solo soldato era sopravvissuto; il campo era disseminato di frecce.
Da quel momento in poi quell’episodio venne chiamato dai bianchi “il massacro Fetterman”, mentre gli indiani si riferivano ad esso parlando della “battaglia dei cento uccisi”.
Fetterman Memorial
In quella notte si potè registrare anche un altro atto eroico, ossia la grande corsa dello scout John “Portugee” Phillips che partì in piena bufera di neve verso Fort Laramie a chiedere soccorso per il Forte Kearny, dato c’era motivo di credeva che i Sioux l’avrebbero attaccato. Portugee Phillips divorò letteralmente le 236 miglia di strada che separavano Fort Kearny da Fort Laramie, nonostante le condizioni del tempo fossero le peggiori che si potesse immaginare con un vento blizzard che imperversava rendendo complicato anche il semplice ragionare. Phillips raggiunse Fort Laramie la notte di Natale e interruppe i festeggiamenti, informando il comando di quel che era successo ai soldati guidati da Fetterman. Appena due giorni dopo un forte contingente di soldati lasciò Fort Laramie per dirigersi verso Fort Kearny, percorrendo il lungo tratto di strada con temperature che oscillavano tra i 25 ed i 45 gradi sotto lo zero. Ci vollero ben tre settimane per completare il viaggio!
L’arrivo dei rinforzi servì a salvare il forte dalla caduta, ma non lo salvò da un lungo accerchiamento.
Dopo circa otto mesi Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa decisero di lanciare un duro attacco al forte e si scagliò contro le palizzate con 2.000 guerrieri urlanti e ben armati. Ma i soldati del forte erano stati riforniti di nuove armi a retrocarica dal caricamento rapido, i fucili Springfield, e con quelle tennero i Sioux ed i loro alleati alla larga dal perimetro protetto.
Il maltempo non consentì altri tentativi e gli indiani arretrarono, limitandosi a mantenere il controllo sulle vie d’accesso e di fuga.
Lo stato d’assedio e il costante stillicidio di incursioni durò ancora un anno e nell’agosto 1868, stanti le difficili condizioni di vita, Fort Kearny venne abbandonato. I guerrieri si limitarono ad osservare con soddisfazione la lunga colonna di soldati, civili e famiglie dei militari che abbandonavano mestamente il forte e quando questi erano a distanza, gli diedero fuoco. Non restò in piedi una sola asse di legno!
Nuvola Rossa continuò con la sua coalizione a combattere duramente contro i soldati e contro i bianchi che invadevano le terre dei Sioux, finchè nel novembre del 1868 non venne firmato un nuovo importante trattato che, di fatto, riconosceva la vittoria militare e tattica degli indiani di Nuvola Rossa.


Uno scorcio della Bozeman Trail

Due anni dopo, il capo dei Sioux venne invitato a Washington dal governo americano e potè conoscere Ulysses Grant e la grandezza della neonata potenza statunitense. Nonostante tutto, Nuvola Rossa continuò a mal sopportare le genti bianche, ritenendole menzognere, dannose e completamente inaffidabili. “Mi hanno fatto tante promesse – ebbe a dire una volta – che neppure riesco a ricordarle tutte. Ma ne hanno mantenuto una sola. Avevano promesso di prendersi le nostre terre e l’hanno fatto!”
Ma gli anni successivi riservarono alla coalizione delle pianure sopratutto dolori e lunghissimi anni di guerra, quasi senza interruzione e senza un vero e proprio periodo di pace. La lunga guerra di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo, quella che aveva condotto Sioux, Cheyenne e Arapaho ad ottenere o smantellamento dei forti della Bozeman Trail divenne un ricordo sempre più sbiadito, finché non ci fu l’ultima fiammata del Little Big Horn. Ma la fine di tutto era ormai arrivata per la cultura delle praterie libere.

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