L’insidia strisciante nel west: i serpenti

A cura di Domenico Rizzi

Quando si parla del West americano, delle difficoltà affronate dai pionieri e dei suoi colonizzatori, è inevitabile il riferimento agli Indiani, che oggi si chiamano nativi, quale minaccia mortale per tutti coloro che transitavano lungo le piste, addentrandosi nei loro territori. Poiché molto spesso vengono rievocati massacri, torture e rapimenti di donne e bambini, è diffusa l’opinione che le persone dirette al lontano occidente in cerca di fortuna cadessero spesso vittime delle incursioni di guerrieri selvaggi e scatenati.
Ad accreditare tale convinzione ha contribuito in larga misura il cinema western, che si è inventato più di una volta improbabili assalti agli avamposti militari della Frontiera, spazzati via spesso dalla furia pellerossa. In realtà, dopo i primi decenni del XIX secolo nessuna tribù riuscì più a conquistare una postazione dell’esercito, anzi non ci provò neppure perché avrebbe rischiato troppe perdite. L’ultimo episodio del genere che la storia ricordi rimane l’espugnazione di Fort Mims, in Alabama, compiuto dai Creek di Aquila Rossa (William Weatherford) nel 1813, con l’uccisione o la cattura di 527 miliziani, civili e schiavi che lo occupavano.
Altrettanto falso è che lungo le piste dirette all’Oregon, alla California o al New Mexico siano state uccise le migliaia di emigranti di cui narrano letteratura e cinema, perché risulta che su 10.000 decessi avvenuti durante le avventurose traversate fra il 1840 e il 1860, soltanto il 5% furono opera degli Indiani. Tutti gli altri, perirono a causa di stenti, malattie, epidemie, annegamento nel guado di fiumi e torrenti impetuosi o tormente di neve. Molti di essi furono uccisi da animali pericolosi quali il puma o l’orso grizzly, altri persero la vita in seguito al morso di scorpioni o di…serpenti a sonagli.

Pochi sono a conoscenza che ancora oggi nel mondo muoiono 125.000 persone all’anno proprio a causa del veleno dei rettili, che si tratti di cobra, serpente corallo, mamba, vipere o crotali. Questi ultimi, nel West erano particolarmente numerosi nelle zone aride e desertiche e costituivano un autentico ostacolo per le carovane e i convogli in transito. Al riguardo, nel mio recentissimo libro “La conquista delle terre selvagge” (2021) ho riportato alcuni brani ricavati da varie opere. In “Commerce of the Prairie”, pubblicato nel 1844, l’autore Gregg scrive che, seguendo la Pista di Santa Fè a sud del fiume Arkansas, “i serpenti a sonagli sono proverbialmente numerosi su queste praterie e siccome raramente è possibile trovare bastoni o pietre per ucciderli, è necessario mantenere un fuoco continuo con fucili e pistole fra le avanguardie per liberare il percorso da questi spiacevoli occupanti, affinchè non mordano i nostri animali…Non vorrei affermare che fossero migliaia, anche se probabilmente non sarei lontano dalla verità, ma almeno centinaia erano aggrovigliati o strisciavano in ogni direzione.” (Josiah Gregg, “Commerce of the Prairies”, Norman, University of Oklahoma Press, 1954, p. 66). In un altro libro, che parla della colonizzazione dell’Utah da parte dei Mormoni, uno storico descrive il territorio, prima che i pionieri vi si insediassero, come “il paradiso di lucertole, cavallette e serpenti a sonagli.” (Orson F. WHitney “History of Utah”, George Q. Cannon & Sons Co. Publishers, Salt Lake City, 1892, Vol. I, p. 325).
Dunque il crotalo, classificato come Crotalus Atrox – chiamato Rattlesnake in inglese e Serpiente de Cascabel in spagnolo – costituiva uno dei pericoli maggiori per la gente che attraversava le praterie e sovente con il suo morso ne determinava la morte. Il viperide, lungo da m. 1,20 fino a quasi il doppio e con un peso medio di 7 Kg., si annidava nelle buche e nei luoghi rocciosi, attaccava di preferenza animali di piccola e media taglia, ma fra le sue vittime vi erano anche cavalli, mucche e buoi, oltre agli esseri umani. All’epoca della conquista del West, fra il 1810 e il 1890, la sua diffusione si estendeva su gran parte del Nordamerica, sebbene fosse più raro incontrarlo nei posti dal clima troppo rigido.
Durante la mia escursione in Colorado, Wyoming, South Dakota e Montana, nel 2005, ricordo di essere stato esortato a fare attenzione soprattutto in alcune aree, avendo cura di non mettere piede nei prati con l’erba alta o nelle vicinanze di terreni rocciosi e corsi d’acqua. Le zone in cui il rettile si annidava ancora, mi venne detto, erano quelle intorno a Fort Laramie e Casper, nel Wyoming e alcune del Colorado, sebbene anche nel South Dakota sussistesse tale pericolo. In effetti mi incuriosirono nel cimitero indiano di Wounded Knee alcune buche ai lati delle tombe che, se non appartenevano a roditori tipo il cane della prateria ancora oggi molto diffuso, potevano ospitare qualche crotalo, come mi spiegò in seguito un amico scrittore di quelle parti. Per fortuna mia e dei miei compagni, non ci trovammo mai a a fare questo brutto incontro, ma una collega di lavoro in visita all’Arizona qualche anno prima mi raccontò di avere schivato il morso di un serpente a sonagli, mentre compiva un’escursione attraverso il Grand Canyon, grazie al tempestivo intervento di un Ranger del parco.
Il crotalo ha una particolarità che lo rende inconfondibile. Infatti si annuncia con il caratteristico rumore causato dal movimento dei sonagli posti sulla coda – segmenti ad anello composti di cheratina – e attacca la preda con un guizzo che lo proietta in avanti con una velocità sorprendente. Vive mediamente una ventina d’anni e genera, dopo una gestazione di 6-7 mesi, una dozzina di serpentelli, che si rendono indipendenti entro poche ore dalla nascita, perché possiedono già una quantità di veleno letale e sono in grado di procurarsi da soli il cibo. E’ dunque corretto quanto affermato nel best seller “True Grit” (“Il Grinta”) per bocca della protagonista Mattie Ross: “Le persone informate mi dicono che più è giovane il serpente e più è potente il veleno, che si attenua solo con l’età” (Charles Portis, “Il Grinta”, Neri Pozza Editore-Giano, Vicenza, 2011, p. 166).

I nemici del crotalo nel regno animale sono, oltre all’uomo, alcune specie di volatili rapaci, quali aquile, falchi e una varietà di poiane, che non temono la sua aggressività, ma sembra che anche il coyote sia capace di attaccarlo e ucciderlo senza riportare danni. Di norma, queste serpi vanno in letargo da ottobre fino alla primavera successiva, ritirandosi in anfratti, grotte o buche del terreno, ma possono essere destati da variazioni climatiche improvvise che causano un forte rialzo delle temperature.
Il morso del crotalo è mortale nella stragramde maggioranza dei casi, iniettando un veleno emotossico che può causare tanto l’arresto cardiaco quanto la necrosi dei tessuti, rendendo spesso impossibile la salvezza della sua vittima, anche nel caso di tempestiva somministrazione dell’antidoto. Oggi, come si è detto, la sua presenza è prevalentemente ristretta agli Stati medionali dell’Unione – California, Arizona, New Mexico, Texas, Oklahoma, Colorado, Kansas – e del Messico.
Non è mai stato calcolato il numero di pionieri, coloni e cowboy uccisi dai rettili, ma si suppone che sia stato abbastanza elevato ai tempi della conquista del West. Gli Indiani ovviamente lo temevano, ma sapevano anche come sopprimerlo o catturarlo: i Comanche e gli Shoshone, che venivano chiamati “Serpenti” da molte tribù delle pianure, ne riproducevano il disegno come simbolo, mentre altre tribù, fra cui gli Osage, ne utlizzavano la pelle per foderare i loro archi. Per la maggior parte dei popoli indigeni, il serpente a sonagli rivestiva un valore sacro e la sua presenza serviva a favorire la pioggia. La cerimonia tenuta nel mese di agosto dagli Hopi dell’Arizona, una suddivisione della famiglia dei Pueblo, è nota in tutto il mondo e necessita di una lunga e accurata preparazione. Nell’esecuzione delle loro danze propiziatorie, vengono impiegati, insieme ad altri rettili, serpenti della specie Crotalus Viridis Nuntius, presenti in buona quantità nei territori dell’arido Sud-Ovest, tenuti a bada con dei bastoni ai margini della pista. Si tratta di una sottospecie dalle dimensioni più ridotte – di lunghezza non superiore ai 60 centimetri – rispetto al più grosso Crotalus Atrox, ma dotata di ghiandole velenifere come il suo parente più grosso. Sembra che in origine anche i Cherokee possedessero una pratica analoga.
Anche nelle leggende raccontate dai Bianchi compare spesso il crotalo. Pecos Bill, il fantastico personaggio ideato da Edward O’Reilly, che ne pubblicò le prime storie su “The Century Magazine” nel 1923, non si limita a far roteare i puma nell’aria tenendoli per una zampa posteriore o a catturare svariati animali con il suo lazo, ma sfida addirittura il rettile in una gara di morsi, ovviamente senza riportarne alcun danno. In altri racconti dei cowboy durante le soste, il crotalo è un nemico implacabile da cui guardarsi con la massima attenzione: per tenerlo lontano, era infatti usanza – riportata nella riedizione del film “Il Grinta”– stendere al suolo una corda intorno al bivacco, credendo che il serpente non l’avrebbe oltrepassata. Scrive in proposito l’autore del romanzo: “Il Grinta…prese un lazo di crine di cavallo dalla sella e lo sistemò intorno al letto improvvisato. La Boeuf lo guardò con un sorrisetto di scherno: ‘I serpenti sono in letargo in questo periodo dell’anno’. ‘Non sarebbe la prima volta che si svegliano’ rispose il Grinta.” (Portis, op. cit., p. 93).
Tornando alla storia, un episodio curioso, riportato nei diari di viaggio di Lewis e Clark, accadde durante la celebre spedizione verso l’Oregon, nel 1805. Come racconta lo stesso capitano Meriwether Lewis, poiché Sacajawea – la ragazza degli Shoshone che faceva da guida alla missione – dovette affrontare un parto difficile e molto doloroso, l’interprete Jussome aiutò la giovane sedicenne somministrandole due anelli sminuzzati della coda di un serpente a sonagli, con l’aggiunta di una piccola quantità di acqua. “Venni informato” prosegue l’ufficiale “che dopo meno di dieci minuti da quando li aveva presi (Sacajawea) partorì.” Nella prosecuzione del viaggio, il tenente William Clark scampò per un pelo, mentre si aggirava nell’area della confluenza del fiume Musselshell con il Missouri, al morso di un crotalo.
Vi sono molti altri aneddoti che riguardano questo rettile insidioso.
Dee Brown, appassionato studioso e storiografo del West, ne riporta uno particolarmente interessante, premettendo che “di tutti i flagelli naturali, i più temuti eran i serpenti a sonagli…Nelle zone a clima più rigido… facevano la loro improvvisa e inattesa comparsa in autunno, quando si cominciava ad accendere il fuoco per scaldare la casa. In un freddo mattino di autunno, a Fort Rice (Dakota) Katherine Gibson stava scaldandosi davanti al fuoco quando vide un enorme serpente a sonagli avanzare ondulando verso il focolare seguito da un corteo di figli. Saltò fuori dalla più vicina finestra e corse a chiamare aiuto.” (Dee Brown, “Donne della Frontiera”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976, p. 158).
Le truppe americane di guarnigione negli avamposti del West si trovarono spesso faccia a faccia con questa specie di rettili, risolvendo quasi sempre la questione a pistolettate. Quelle di stanza nel Sud-Ovest dovettero difendersi anche dal morso di scorpioni velenosissimi: per impedire che si arrampicassero sulle loro brande, infilavano i piedi del letto in barattoli riempiti con un quarto di alcol, ma in qualche caso gli insetti precipitavno loro addosso dal soffitto delle camerate. Il morso dello scorpione o di alcune specie di aracnidi era comunque meno pericoloso di quello del crotalo e si poteva rimediare con abbondanti sudorazioni e la somministrazione di farmaci, sebbene potesse comportare ugualmente conseguenze negative per la salute.
Il cinema western ha fatto spesso ricorso a sequenze in cui compare il crotalo.
Si possono ricordare, tra i film più noti, “L’ultima carovana” (1954) “Il Grinta” (1968) “Uomini e cobra” (1970) “The Missing” (2003) e la riedizione de “Il Grinta” (2010) ma in diverse altre pellicole il rettile ruba la scena ai protagonisti, mostrandosi in tutta la sua pericolosità. Ciò si riscontra fin dai tempi del cinema muto – ricordiamo in particolare il comico “Io e la vacca”, diretto e interpretato da Buster Keaton nel 1925 – e nel celebre “Il grande cielo” di Howard Hawks del 1952. Nel primo, Keaton decide di girare al largo dopo avere scoperto la serpe dietro ad un cactus; nel secondo Boone (Dewey Martin) uccide un crotalo che minacciava Jim Deakins (Kirk Douglas) trapassandolo con un coltello.
Ne “L’Indiana bianca”, diretto da Gordon Douglas nel 1953, un serpente sbuca da una roccia alle spalle dei soldati che stanno tendendo un agguato agli Indiani e per non rivelare l’imboscata al nemico con uno sparo, un sergente la allontana sputandogli ripetutamente sul muso saliva intrisa di tabacco. Il crotalo fa brevi apparizioni anche in alcuni film che hanno Audie Murphy come protagonista – “Il tenente Dinamite”, di Frederick De Cordova, 1953; “La terra degli Apaches”, di Jesse Hibbs, 1956 – e in “Catlow” di Sam Wanamaker (1971) assumendo un ruolo determinante ne “L’ultima carovana”, uno dei migliori western di Delmer Daves (1956) nel quale morde una donna che verrà salvata dal provvidenziale intervento di Comanche Todd (Richard Widmark) l’uomo cresciuto fra gli Indiani che si è assunto il compito di portare in salvo i superstiti di un convoglio distrutto dagli Apache. In questo caso si assiste non soltanto alla salvezza della malcapitata ragazza, ma ad un radicale cambiamento del suo modo di giudicare Todd, in precedenza discriminato per avere vissuto a lungo fra i Comanche. In “Cowboy”, sempre di Daves (1958) alcuni mandriani tirano un pessimo scherzo ad un collega, lanciandogli addosso il serpente che lo morde sul collo, uccidendolo.
Nel 1968 Henry Hathaway gira la prima versione de “Il Grinta”, interpretato da John Wayne (Oscar alla carriera) e la scatenate ragazzina Mattie Ross (Kim Darby) finisce addirittura in una buca in cui si annidano diversi serpenti a sonagli, uno dei quali riesce a morderla; la tempestività di Grinta-Cogburn (Wayne) riuscirà comunque a trarla in salvo, facendole conservare, a differenza di quanto narrato nel romanzo, la propria integrità fisica. Non altrettanto bene finisce per la Mattie (Hailee Steinfeld) del remake girato nel 2010 per la regia dei fratelli Joel ed Ethan Coen: infatti la giovane, recuperata dalla fossa dei crotali dopo essere stata morsicata su un braccio, ne dovrà subire l’amputazione.
Se in “Soldato Blu” di Ralph Nelson (1970) Cathy Lee (Candice Bergen) salva il cavalleggero ferito Honus (Peter Strauss) nascondendolo in una tana di serpenti a sonagli, dove uccide un rettile per usarlo come cibo, in “Uomini e cobra” – titolo del tutto inappropriato per “There Was a Crooked Man”, diretto da Joseph L. Mankiewitz nel 1970: infatti i cobra non c’entrano per niente! – il bandito Paris Pitman (Kirk Douglas) non trova di meglio, per nascondere il frutto di una rapina, di una tana di crotali; quando però, dopo essere evaso dal penitenziario, cercherà di sterminarli a colpi di pistola, per riappropriarsi dei dollari, verrà colpito a morte da uno di essi, celato all’interno della sacca del bottino. Il semi-serio “La ballata di Cable Hogue” di Sam Peckinpah (1970) offre serpi a volontà radunati in una buca: il protagonista Hogue ne scaglia un paio contro i suoi avversari per snidarli dal loro riparo; la stessa tecnica usa il mezzosangue apache Chato (Charles Bronson) nel film omonimo – regia di Michael Winner, 1972 – lanciando un crotalo addosso ad un nemico, che ne viene mortalmente colpito.
Anche le sequenze iniziali di “Quattro tocchi di campana”, di Lamont Johnson (1971) contengono un micidiale attacco del rettile al cavallo del pistolero Abe Cross (il cantante country Johnny Cash) in marcia verso la città in cui intende sfidare Will Tenneray (Kirk Douglas).

In altri film il serpente a sonagli fa una fugace comparizione. Ne “Gli avvoltoi hanno fame” di Don Siegel (1970) viene decapitato da Clint Eastwood fra le rovine di un convento abbandonato; in “A viso aperto” di George Seaton (1973) subisce la medesima sorte dopo avere ucciso con il suo veleno – come nel film di Johnson – un cavallo. Nell’era del secondo revisionismo, le scatenate ragazze di “Bad Girls”, diretto da Jonathan Kaplan nel 1994, uccidono un rettile, lo scuoiano e lo mettono ad arrostire sul fuoco per la colazione.
Il quadro – che rimane comunque incompleto, data la quantità di western in cui figura il pericoloso essere strisciante – non può non comprendere “The Missing”, di Ron Howard, nel quale i serpenti a sonagli sono stati legati al ramo di un albero da un brujo apache, termine spagnolo per definire uno stregone che pratica la magia nera, ma l’esperienza del protagonista Samuel Jones (Tommy Lee Jones) che ha vissuto a lungo fra i Chiricahua, sventa l’insidia.
Infine, trasferendosi nella lontana regione degli Everglades della Florida fra i cui acquitrini è in corso un’operazione militare contro i Seminole – “Tamburi lontani”, di Raoul Walsh, 1951 – il capitano Quincy Wyatt (Gary Cooper) uccide appena in tempo un rettile velenoso che si sta calando lungo il tronco di un albero per attaccare un ufficiale di marina: non si tratta di un crotalo – che risulta essere un pessimo arrampicatore – ma di una specie altrettanto pericolosa. E’ noto che durante la campagna dell’esercito contro i Seminole di Osceola, nel 1835, diversi militari perirono a causa di malattie, incidenti e morsi di rettili, quando non finirono in pasto agli alligatori. Il più temibile abitatore delle paludi floridiane è il serpente corallo, dal morso fatale, classificato in zoologia come Micrurus Fulvius, lungo circa 1 metro e 20 centimetri e diffuso anche nel Messico nord-orientale. Come se non bastasse questo tipo di insidia, gli specchi d’acqua della penisola caraibica erano infestati – come lo sono tuttora – di coccodrilli della specie Alligator Mississipiensis, lungo da 4 a 6 metri, presente in notevole quantità in tutta l’area compresa tra la foce del Mississippi, in Louisiana, e la costa sud-orientale dell’Atlantico.
Oggi, sebbene il numero dei crotali si sia sensibilmente ridotto rispetto al lontano passato, il pericolo non è del tutto scongiurato, soprattutto per chi si addentra nelle praterie e nelle zone semi-desertiche dell’area centro-meridionale degli Stati Uniti, fermo restando, come si è già precisato, che il rettile si può incontare anche molto più a nord. Nel film biografico “Indian – La grande sfida”, diretto da Roger Donaldson nel 2005, il neo-zelandese Burt Munro (Anthony Hopkins) giunto negli Stati Uniti per partecipare con la sua moto-siluro ad una tradizionale competizione nel deserto del lago Bonnevile, nell’Utah, sfugge per un pelo all’attacco di un crotalo mentre sosta in compagnia di una vedova vicino alla tomba del marito di lei. Con aria serafica, ammetterà: “In Nuova Zelanda non ce ne sono!”, affermazione che risponde alla verità, perché quest’isola, ricca di tartarughe giganti e sfenodonti, è una delle poche regioni della Terra a non ospitare rettili velenosi.
In California esistono numerosi cartelli che avvisano della presenza dei serpenti a sonagli, invitando le persone alla massima cautela. Proprio in questo Stato, nel 2017 si è verificato un episodio che mette i brividi: un crotalo si è avvicinato ad un motoscafo nel lago Folsom, cercando di salire bordo e soltanto la prontezza di uno degli occupanti, che ha acceso il motore facendo partire il natante, ha permesso di liberarsi dell’ospite indesiderato.
Dunque, se la furia devastatrice dei colonizzatori portò il castoro e il bisonte sull’orlo dell’estinzione, a distanza di oltre un secolo il West conserva ancora molte delle sue caratteristiche naturali.
Ovviamente, non sempre le più gradite.

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