Harder they fall

A cura di Gian Mario Mollar

La locandina del film
Forse succede anche voi: appena vedo l’ombra di un cappello a tesa larga e di una colt nel desertico panorama western di questi anni, mi ci butto a capofitto. A volte va bene, più spesso va male ma è più forte di me: se c’è un western disponibile, devo assolutamente vederlo il prima possibile.
Così, quando ho notato “Harder they fall” nel palinsesto Netflix, la mia mano è corsa più veloce del fulmine alla fond… ehm, al telecomando. Questa volta non sono rimasto deluso. Anzi.
Il film si apre con un avvertimento: “sebbene gli eventi di questa storia siano frutto di fantasia. Queste. Persone. Sono esistite”. Tenetelo a mente, ne riparleremo tra poco.
Poi arriva un campo largo su una chiesetta e una casa, immerse in biondi campi di grano. Il reverendo Love si appresta a benedire il pasto, con la moglie e il figlio riuniti a tavola. La preghiera, però, viene interrotta. Qualcuno bussa alla porta e si fa strada fino al tavolo, dove estrae due pistole dorate. C’è un uomo con lui: ha uno scorpione tatuato sulla mano sinistra. Tiene fermo il piccolo Nat, mentre l’altro uccide a sangue freddo la madre e il padre. Poi, l’uomo impugna un rasoio e incide una croce sulla fronte del bambino.
Stacco. “Qualche tempo dopo”, a Salinas, in Texas. Di nuovo una chiesa, persa tra il blu del cielo e il giallo della terra. Nat Love è ormai un uomo, un’ombra massiccia genuflessa all’altare. Aspetta l’uomo con lo scorpione tatuato, e lo fredda senza pietà.
Nel frattempo, però, l’uomo che l’ha sfregiato, Rufus Buck, riesce ad evadere durante un trasferimento dal carcere di Yuma, grazie all’aiuto di una banda di tagliagole capeggiata dall’insidiosa Trudy Smith.

Nat Love e la sua gang di fuorilegge che rubano ai fuorilegge cavalcheranno verso la vendetta, lungo una strada di sangue e pallottole.
Fin qui, la trama di “Harder they fall” è simile a quella di decine di altri film western. Ma c’è un dettaglio che ho omesso: nel film non ci sono bianchi. Sono neri i buoni, neri i cattivi, neri i protagonisti e nere le comparse.
Oltre che essere “all black”, il cast di questo film è anche “all star”. Il regista e cantautore londinese Samuel Jeymes ha messo insieme una line up scintillante: il protagonista, Nat Love, è impersonato da Jonathan Majors (che abbiamo avuto modo di conoscere grazie alla serie Lovecraft Country), il super cattivo, Rufus Buck, è il grande Idris Elba (The Wire, Luther, Mandela), la ex (o quasi) fidanzata del buono, Stagecoach Mary, è Zazie Beetz, la vicina di casa di Joaquim Phoenix in Joker, ma anche la Domino di Deadpool 2. Poi c’è Regina King, che ha un curriculum troppo lungo per raccontarvelo, nei panni della tremenda “Treacherous Trudy”, c’è Delroy Lindo, un habitue dei film di Spike Lee, che impersona lo sceriffo Bass Reeves, e tutta una serie di attori più giovani ma non da meno: Lakeith Stanfield, che da rapper in Straight Outta Compton si trasforma nel pistolero Cherokee Bill, Danielle Deadwyler che diventa Cuffee, un (o una?) buttafuori dal pugno facile, ed Edi Gathegi nei panni del velocissimo Sam Beckwourth. La lista sarebbe ancora lunga, ma fermiamoci qui.
Girare un film western con soli afroamericani ha chiaramente un significato politico: significa prendere il toro per le corna e sovvertire un genere che è da sempre conservatore nei suoi tratti distintivi. Il western, in genere, lo fanno gli uomini. Bianchi. Qui ci sono solo neri, e anche le donne… beh, non sono “le donne di una volta”. Certo, il processo di “revisionismo del West” era già iniziato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, con film come “Piccolo Grande Uomo”, Soldato Blu, ecc… che decostruivano il mito della “conquista dell’America”. In quel caso, però, lo sguardo era puntato soprattutto sui Nativi Americani, che si trasformavano da selvaggi sanguinari in buoni e valorosi guerrieri, ma la comunità afroamericana rimaneva ai margini del discorso, un po’ come la Mami di Via col Vento. Come spiega il regista The Bullits (nome d’arte di Jeymes) in un’intervista al Los Angeles Times: “Sono stato innamorato dei western per tutta la vita, ma sono sempre incentrati sull’uomo bianco. Ogni volta che mostrano una donna nei western, bianca o nera, è asservita a una figura maschile. E quando mostrano persone di colore, sono trattate come meno che umane. Così ho voluto ampliare la narrazione […] Hollywood ha semplicemente imbiancato tutto quel periodo”.

Il regista, così, ha dato vita a un universo narrativo “parallelo” di contrasto, fatto di città con l’intera popolazione afro-americana (a parte White City, lì tutto è bianco e candido, comprese le case, a testimoniare simbolicamente l’operazione hollywoodiana). “E la verosimiglianza storica?” viene da chiedersi. Ricordate la frase di apertura? La trama è fittizia, ma le persone raccontate no. Quelle sono esistite. Grazie alla fantasia, “Harder they fall” riesce condensare e fare interagire un vero e proprio esercito di persone di colore realmente esistite, ma ben poco conosciute. Eroi (ed eroine) del west dimenticati, ma con molto da raccontare.
Nat Love (1854-1921), ad esempio fu davvero un cowboy e un campione di rodeo. Scrisse persino una biografia, e incontrò Pat Garrett e Billy The Kid. Di recente è tornato alle luci della ribalta grazie a un eccezionale romanzo di Joe Robert Lansdale, “Paradise Sky”, trasformato poi in un gran bel fumetto dalla coppia Mauro Boselli/ Stefano Andreucci per i tipi di Bonelli.
Ma non c’è solo lui: anche la sua ex-fidanzata (o quasi) Mary Fields (1832-1914) è esistita davvero. La chiamavano “Stagecoach”, perché fu la prima “postina” di colore degli Stati Uniti: aveva un mulo di nome Moses e una Smith & Wesson calibro 38 sotto il grembiule, per difendere le sue consegne dai banditi e dai puma.
Anche Rufus Buck è esistito realmente, ed era davvero a capo di una gang di tagliagole che nel 1895 commise diversi misfatti tra Arkansas e Oklahoma, prima di finire arrestato e impiccato. Così lo sceriffo Bass Reeves (1838-1910), che fu il primo vice-Marshal di colore e, nel corso della sua lunga carriera, arrestò più di tremila criminali, uccidendone 14 per legittima difesa.
Anche Cherokee Bill, Bill Pickett e Jim Beckwourth sono altrettanti personaggi “bigger than life”, che forse vengono un po’ compressi nella trama del film, ma che trasudano fascino e carisma da tutti i pori. Dopo un film del genere, spero che qualcuno scriva un libro per raccontarli tutti e tutte come si deve.
Il regista, però, si rifiuta di catalogare il film semplicemente come “Western Nero”: “Harder they fall”, spiega, “è solo una storia su queste persone nel loro mondo, proprio come ‘Rio Bravo’ è una storia su John Wayne e Dean Martin nel loro mondo o come ‘Unforgiven’ è una storia su Gene Hackman e Clint Eastwood nel loro mondo. Questi non sono western bianchi o film bianchi, sono solo film”.
E i meriti di questo film, in effetti, vanno al di là del colore della pelle dei suoi attori. È un film divertente, colorato come un fuoco d’artificio, con costumi sontuosi e scenografie così accurate e immersive che sembra di stare giocando a Red Dead Redemption. Ci sono la violenza e l’ironia di Tarantino, ma senza la tediosa verbosità dei suoi dialoghi. C’è una colonna sonora incredibile, così potente da trasformarlo, a tratti, in un musical. Il fantasma di Ennio Morricone incontra Jay-Z (che non a caso è un coproduttore del film) ed entrambi sembrano divertirsi un sacco. Non posso certo definirmi un fan dell’hip hop o dell’R&B e fino a ieri non pensavo che un’alchimia del genere fosse possibile o anche solo immaginabile: ebbene, sono contento di essermi sbagliato. Di tanto in tanto, durante la visione, ci si trova come teletrasportati in una Bollywood western, con i cavalli che si muovono a tempo e gli attori che cantano. C’è addirittura una parentesi, quando Stagecoach Mary incontra Rufus Buck nel saloon di Red City, che è così surreale da far pensare al Satyricon di Fellini.

E poi, ovviamente, arriva lo showdown, la resa dei conti finale: le pistole fanno bang, ci sono duelli e sparatorie, qualcuno morde la polvere e qualcuno no, ci sono sorprese e rivelazioni e, quando il film finisce, si è frastornati come quando si scende da una giostra.
Non so se questo film segnerà una rinascita del western (anche se lo spero, è ovvio!), quello di cui sono sicuro è che ne sentirete parlare ancora. La scena “cliffhanger” finale, poi, ci fa sperare in un seguito…
Buona visione!

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