Kirk Douglas, l’ultimo gigante del western

A cura di Domenico Rizzi

Si è spento in sordina, a 103 anni compiuti nella sua casa di Beverly Hills, dopo essersi ritirato completamente dalle scene nel 2008, quando fece la sua ultima apparizione televisiva.
Kirk Douglas è stato e resterà sempre un personaggio indimenticabile nella filmografia hollywoodiana e particolarmente in quella western. Era un uomo che veniva dalla gavetta, nato ad Amsterdam (New York) l’8 dicembre 1916, figlio di immigrati ebrei dell’Ucraina: infatti il suo nome vero era Issur Danielovitch Demski, prima che assumesse lo pseudonimo americano che l’avrebbe reso famoso in tutto il mondo.
Douglas era stato l’interprete dell’omerico Ulisse, del gladiatore ribelle Spartaco, del chiassoso Ned Land di “20.000 leghe sotto i mari”, dello spregiudicato giornalista Charles Tatum in “L’asso nella manica”, del colonnello Dax di “Orizzonti di gloria”. Versatile e convincente in ogni parte recitata, aveva iniziato in teatro a Broadway dopo la seconda guerra mondiale, combattuta da arruolato in marina. Nel 1946 il suo esordio nel cinema con “Lo strano amore di Martha Ivers” al fianco di Barbara Stanwick e l’anno successivo in “Le catene della colpa”, insieme a Greer Garson e Robert Mitchum, un altro campione dello schermo.
Per gli appassionati del western, Douglas rimane l’impareggiabile protagonista di “Sfida all’O.K. Corral” di John Sturges (1957) nel quale indossa i panni del dentista tisico John “Doc” Holliday (1851-1887) con il memorabile doppiaggio, nella versione italiana, della sabbiosa voce di Paolo Stoppa. Per chi si intenda sia di cinema che di storia del West, questa rimane l’insuperata interpretazione di una figura storica quale fu Holliday.


Sfida all’O.K. Corral

John Ford (“Sfida infernale”, 1946) ci aveva provato con l’attore Victor Mature, proponendo un personaggio che del celebre dentista-pistolero non aveva praticamente nulla neanche fisicamente; George Pan Cosmatos ci riproverà molti anni dopo (“Tombstone”, 1993) con il “bello” Val Kilmer, per niente somigliante al personaggio autentico e Lawrence Kasdan con il “relitto” Dennis Quaid, ma l’impronta di Douglas è tale da non poter essere mai più cancellata nei film successivi. Nonostante la differenza di età fra l’attore e il personaggio storico – al tempo della sfida all’O.K. Corral, Holliday era poco più che trentenne, mentre Douglas ne assume la parte a 40 anni suonati – Kirk resterà l’unico, indiscutibile “Doc” del cinema western: glaciale, cinico, spietato, a volte collerico e violento anche con la sua donna, leale nei confronti dei fratelli Earp (soprattutto verso Wyatt) da lui definiti “gli unici amici che io abbia mai avuto”.
Douglas aveva lavorato nel suo primo western nel 1951 in “Sabbie rosse”, sotto la regia di Raoul Walsh. Dopo “Il tesoro dei Sequoia” (1952) film poco conosciuto di Felix E. Feist, lo stesso anno impersona l’allegro spaccone Jim Deakins ne “Il grande cielo” di Howard Hawks, – tratto dal romanzo omonimo di A.B: Guthrie jr. – una pietra miliare nel lungo percorso del western leggendario e una perfetta rievocazione del mondo dei trapper del primo Ottocento lanciati alla conquista delle selvagge terre del Nord-Ovest.
Nel 1955 Kirk è il personaggio principale in “L’uomo senza paura” di King Vidor, storia del cowboy solitario Dempsey Rae che insegnerà al giovane Jeff Jimson il difficile mestiere del mandriano in un mondo che si sta rapidamente trasformando, nel quale il filo spinato sta per mettere fine ai pascoli liberi e sconfinati. Meno impegnato apparirà al fianco della “squaw” Elsa Martinelli ne “Il cacciatore di Indiani” di Andrè De Toth, un film modesto peraltro assassinato da un doppiaggio discutibile, che colloca i Sioux nell’Oregon (quando mai!) confondendo inoltre quel territorio con la Pista dell’Oregon e chiama “Sciscioni” gli indiani Shoshone.
Dopo “Sfida all’O.K. Corral” e lo spettacolare “I Vichinghi” (Richard Fleischer, 1958) nel quale l’attore è l’aggressivo e bellicoso Einar, Douglas aggiunge un’altra taccia alla sua Colt con “Il giorno della vendetta” di John Sturges (1959) rivaleggiando con un mostro di bravura che risponde al nome di Anthony Quinn.


Il discepolo del diavolo

Mentre “Il discepolo del diavolo” diretto da Guy Hamilton nel 1959 è una pellicola ambientata durante la guerra di indipendenza americana, da molti considerata la Vecchia Frontiera, “L’occhio caldo del cielo” di Robert Aldrich (1961) è un western in piena regola, un dramma psicologico nel quale Kirk ha come comprimari Rock Hudson, Dorothy Malone e la giovane Carole Lynley. Essendo il tema piuttosto scabroso – l’incesto fra l’ignaro fuorilegge Brendan O’Malley (Douglas) e la propria figlia naturale Missy, interpretata dalla Lynley – la censura stenta a licenziarlo, ma alla fine esso costituirà un passo importante nella maturazione del genere, ancora ritenuto da molti critici cinema d’evasione fondato essenzialmente sull’avventura.
“Solo sotto le stelle” di David Miller (1962) è un piccolo capolavoro del contemporary western, nel quale lo scenario è quello moderno, a cui il cowboy Jack Burns male si adatta, lottando contro le auto degli sceriffi e abbattendo un elicottero della polizia con un perfetto colpo di Winchester. Questa volta Douglas finisce per soccombere, travolto da un camion mentre attraversa un’autostrada sotto la pioggia battente, per non abbandonare il suo giovane cavallo. E’ un altro aspetto del West della tradizione ormai cancellato dal progresso e Kirk ne è l’incorreggibile testimone e la vittima.
Sul finire degli Anni Sessanta, l’attore comincia a rivestire ruoli non sempre simpatici al pubblico, che tuttavia confermano il suo talento: è il caso di “La via del West” di Andrew V. McLaglen (1967) da un altro celebre romanzo di Guthrie, nel quale il senatore Tadlock (Douglas) tiranneggia una carovana di emigranti pur di raggiungere la mèta.


Uomini e cobra

In “Uomini e cobra” di Joseph L. Mankiewitz, con il western in piena fase revisionista, Kirk è il detenuto Paris Pitman che mette a soqquadro il penitenziario, sottovalutando l’opportunismo del direttore Lopeman (Henry Fonda) e l’oscura trappola che il destino gli tende facendolo mordere da un serpente a sonagli. Assai meno brillante, senza nulla togliere alle capacità dell’attore, “Carovana di fuoco”, girato nel 1967 insieme a John Wayne sotto la direzione di Burt Kennedy. Segue nel 1971 “Quattro tocchi di campana” di Lamont Johnson, nel quale l’attempato e baffuto pistolero Will Tenneray (Douglas) sostiene la sua ultima sfida con il rivale Abe Cross (il cantante country Johnny Cash) soccombendo alla maggiore abilità di quest’ultimo. E’ un altro film crepuscolare, un necrologio del West e dei suoi personaggi, che svaniscono insieme alla loro leggenda.
Nel 1975 Douglas si accinge alla regia con “I giustizieri del West” che, a parte la spettacolarità di alcune sequenze, rivela modeste pretese. Divertente e spiritoso è invece “Jack del Cactus” del 1979, diretto da Hal Needham, in cui lavorano la bella Ann-Margret e “Mister Muscolo” Arnold Schwarzenegger, ma l’impegno di Douglas nel western è ormai agli sgoccioli. La sua ultima parte nel genere è ne “L’uomo del fiume nevoso”, di ambientazione australiana ma con molte caratteristiche del classico genere americano: un discreto lavoro, che sembra concludere degnamente una carriera ricca di allori. Ancora una volta Douglas recita il ruolo di allevatore egocentrico e padre dispotico, ma la bravura di un attore risiede soprattutto nell’adattabilità alle parti più detestabili e talvolta impopolari. Restano comunque, come ricordo delle sue interpretazioni western, quelle di uomo duro, sanguigno e pronto, quando necessario, al sacrificio.


Jack del Cactus

Kirk Douglas è stato l’ultimo a scomparire di una schiera di attori che per tutta la vita avevano rivaleggiato per le grandi qualità personali. Ora, nei Pascoli del Cielo, cavalca insieme a Gary Cooper, John Wayne, Robert Mitchum, Gregory Peck, James Stewart, Henry Fonda, Glenn Ford e Richard Widmark accompagnati, quasi certamente, da splendide attrici quali Maureen O’Hara, Claire Trevor, Barbara Stanwyck, Jennifer Jones, Virginia Mayo, Debra Paget, Cathy O’Donnell, Vera Miles, Dorothy Malone e tantissime altre. Al gruppo si saranno aggiunti anche i vari Buffalo Bill, Wild Bill Hickok, George Armstrong Custer, Doc Holliday, Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Geronimo, nonché la mascolina Calamity Jane e la dolce Monahseetah, quelli che la Frontiera la vissero veramente sulla propria pelle.
La speranza è che un giorno anche i loro cantori – storici, cronisti, biografi, scrittori di romanzi, racconti e recensioni western, come l’autore di questo commento – possano, con la dovuta deferenza, accostarsi a loro, partecipando a lunghe e piacevoli dissertazioni sulla fantastica epopea del West.

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