Il grande Kirk – Intervista a Domenico Rizzi

Sul grande attore Kirk Douglas e sulla sua lunghissima e preziosa cavalcata nel mondo del cinema western abbiamo chiesto al nostro Domenico Rizzi, scrittore di storia del west ed autentico appassionato del genere western, di rispondere ad alcune domande. Le sue risposte ci aiutano a inquadrare Kirk Douglas nell’ambito della grande e classica cinematografia western in maniera precisa e nostalgica.
Domanda: Domenico, che peso ha avuto Kirk Douglas nel western?
Risposta: Notevolissimo. Basti ricordare che fu il più credibile Doc Holliday della storia del genere, per non parlare dei ruoli avuti in film quali “Il grande cielo”, “L’uomo senza paura”, “Solo sotto le stelle” e “L’occhio caldo del cielo”.
D: Però, dopo il necrologio dei telegiornali e qualche articolo di stampa, sembra che sia già finito nel dimenticatoio.
R: Questa è una grossa lacuna dei media di oggi. Un tempo, quando scompariva un attore o un regista di fama, lo si ricordava con una rassegna dei suoi lavori più significativi. Lo facevano sia la televisione italiana che quella svizzera ed altre in Europa. Oggi gli si dedicano poche pagine, mettendolo in evidenza magari per un solo film. Ci siamo accorti che di Douglas si è parlato specialmente per il suo ruolo in “Spartacus”, forse l’unico trasmesso in TV nei giorni scorsi? Anche le immagini che corredavano i vari articoli su Douglas lo ritraevano esclusivamente nei panni del famoso gladiatore…Dimenticati dunque Ulisse, Doc Holliday, Charles Tatum de “L’asso nella manica” e il trapper Deakins de “Il grande cielo”. Eh, la cultura ha fatto un passo indietro, ma questo purtroppo è un processo in atto da anni, in un mondo dominato dal talk show e dalla soap opera.
D: Perché avviene questo?
R: Perché la nostra società attuale è tutta impostata sul presente, sull’”usa e getta”. Come dire: “Il re è morto. Viva il re!” e ci siamo tolti il pensiero. Se chiedi, come ho fatto io per curiosità, a qualche giovane chi fosse Kirk Douglas, nella migliore delle ipotesi ti risponde: “Ah, si, quello che faceva Spartacus!”, perché l’ha appena letto sul suo smartphone. E basta.
D: Douglas era l’ultimo rappresentante di una vecchia guardia che ha occupato e un po’ monopolizzato il grande schermo per decenni. Perché riuscì a rimanere in sella così a lungo?
R: Né più nè meno di Gary Cooper, Burt Lancaster, John Wayne, Gregory Peck, James Stewart e di tanti altri – e ci metto anche quelli meno considerati, come Randolph Scott, Joel Mc Crea, Rory Calhoun e Audie Murphy – e di parecchie fra le loro partner migliori, come la O’Hara, Vera Miles e Angie Dickinson. E’ cambiato il gusto della gente, ma rimango convinto, con tutto il rispetto per Quentin Tarantino, che gli attori citati il western l’avessero nel sangue. Oggi il genere si presenta molto più artefatto, a caccia di violenze efferate e di storie che spesso oscillano fra il banale e l’improbabile. Come sai, di western moderni ne salvo pochi.
D: Per esempio quali?
R: Se ci riferiamo a qualche anno fa, “Appaloosa” di Ed Harris è un buon film, con una vicenda imperniata su una donna, la bellissima Renèe Zellweger, attratta da Viggo Mortensen, ma anche da qualcun altro. “Andrebbe con qualsiasi animale maschio che non sia castrato!” è il commento dello sceriffo Virgil Cole (Harris). Ad una buona dose di realismo, aggiunge un’ottima ambientazione e una sceneggiatura che non sconfina mai negli eccessi del western moderno, come spesso è accaduto. In tempi più recenti, citerei l’atipico “Hostiles” di Scott Cooper, che affronta il tema razziale con cruda imparzialità. Trovo invece molto scadente il remake de “I magnifici sette” diretto da Antoine Fuqua. Ecco, questa è un’altra caratteristica di oggi: i rifacimenti di film famosi del passato (da “The Alamo” a “Quel treno per Yuma” e al citato “I magnifici sette”) non producono più lo stesso effetto sul pubblico. Troppo elaborati, poco spontanei e spesso con un’insistenza quasi maniacale sulle scene di massacri, con tutto il rispetto per i loro interpreti, attori assai collaudati come Russell Crowe e Denzel Washington.
D: Torniamo a Douglas. Perché ritieni la sua interpretazione di Doc Holliday superiore a quelle precedenti e successive presentate dal cinema?
R: Mi pare evidente. Il Doc impersonato da Kirk non si mette a recitare sfacciatamente Shakespeare in pubblico come Victor Mature (“Sfida infernale”) né a tentare di salvare la bella Chihuahua (Linda Darnell) con interventi chirurgici che il dentista tubercolotico non era in grado di compiere e neppure a scimmiottare Johnny Ringo come fa Val Kilmer (“Wyatt Earp”) giocherellando con un bicchierino di latta; infine non si presenta malridotto e barcollante come il Dennis Quaid di “Tombstone”, perché il personaggio storico non era affatto così. Quanto a Stacy Keach (“Doc”, Frank perry, 1971) è ben lungi dal possedere la credibilità di Douglas: insomma, appare un Holliday un po’ travisato. La figura interpretata da Kirk in “Sfida all’O.K. Corral” ha lo stampo del vero aristocratico del Sud, orgoglioso e ancorato ai valori dell’onore e dell’amicizia, consapevole di essere condannato a morte dalla sua malattia, che sfida ogni giorno bevendo e fumando smodatamente. E’ un rassegnato che va incontro ad un inesorabile destino con grande dignità. Memorabile la sua frase, mentre si rivolge febbricitante all’amante Ketty Fisher: “Noi non si doveva neppure nascere.”
D: A parte questo, quale altro western preferisci di Douglas?
R: “Solo sotto le stelle”, di David Miller. E’ la storia di un uomo, come recita il titolo italiano – traduzione appropriata dell’originale inglese “Lonely are the Brave” – anticonvenzionale e solo, ostile al progresso che limita la libertà del cowboy indipendente e disposto a sostenere fino all’ultimo un’impari lotta che serve a farlo sentire ancora vivo. Dunque, un emarginato, un orfano del vecchio West che ha come compagnia un cavallino un po’ lunatico e come ricordo il bacio rubato ad un’amica. Come ammette lo stesso protagonista Jack Burns, “L’unica persona con cui riesce a stare un solitario è se stesso”. Nessun solitario dello schermo – da Alan Ladd a Clint Eastwood – lo è mai stato più di Kirk in questa pellicola.
D: Insomma, un duro che ha dei sentimenti…
R: Esatto. Duro, a volte spietato, ma anche sentimentale. Douglas è sempre e comunque un uomo vero, che mette in ogni sua azione il cuore e l’anima.
D: Oggi però non troverebbe facilmente una collocazione, perché il western cinematografico è cambiato parecchio.
R: Senza dubbio. D’altronde, chi vedrebbe un John Wayne in un film di Tarantino o di Alejandro González Iñárritu (“The Revenant”)? Il western classico non aveva bisogno né di una violenza eccessiva, né di imbrattare di sangue o di materia cerebrale la polverosa Main Street di una qualsiasi cittadina del West. Bastavano le scazzottate, le sparatorie, le sfide all’O.K. Corral e soprattutto le espressioni degli attori che ne erano protagonisti. Vale per tutti “Ombre rosse”, dove gli sguardi e gli ammiccamenti degli interpreti a bordo della diligenza esprimono assai di più delle parole. Ma mi rendo conto che ormai stiamo parlando di preistoria e che le mie considerazioni possano farmi apparire un nostalgico. Prima che me lo dica qualcun altro, lo ammetto: ebbene sì, sono un nostalgico!
D: Che cosa manca oggi, in definitiva?
R: Secondo il mio punto di vista – ripeto, da nostalgico – i soggettisti del calibro di A.B. Guthrie, Alan LeMay, James Warner Bellah, i registi come Ford, Hawks e Sturges, gli sceneggiatori come Borden Chase e Dudley Nichols, le attrici come Claire Trevor, Maureen O’Hara, Vera Miles e Joan Crawford. Gli attori…Beh, direi proprio che mancano anche quelli come Kirk Douglas.

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