“Cavalcarono Insieme”, una lezione di realismo

A cura di Domenico Rizzi

Ogni volta che si parla di John Ford, si tirano in ballo soprattutto i film che gli diedero la celebrità, da “Ombre rosse” a “L’uomo che uccise Liberty Valance”, soffermandosi immancabilmente su “Il massacro di Fort Apache” e spendendo fiumi di parole per “Sfida infernale”, considerati fra i suoi capolavori.
In tema di revisionismo, le sue opere di maggior pregio sono ritenute invece, oltre al citato “Liberty Valance”, “Il grande sentiero”, che, insieme a “I dannati e gli eroi” rappresenta un atto di denuncia verso i soprusi subiti dalle razze considerate inferiori, come gli Indiani d’America e i “Negri”, chiamati oggi “Afro-americani”.
Fin qui è tutto pienamente condivisibile, a patto di non considerare “Sfida infernale” come la verità sulla vicenda dell’O.K. Corral che insanguinò la città di Tombstone nel 1881, opponendo i “virtuosi” fratelli Virgil, Morgan e Wyatt Earp e il loro amico John “Doc” Holliday a ladri e farabutti quali erano i fratelli Clanton, i Mc Lowery e i loro fiancheggiatori Curly Bill Brocius e Johnny Ringo. Al riguardo, senza tenere conto delle lodi sperticate di una critica poco amante della verità, si può soltanto osservare che alla storia John Ford preferiva senz’altro la leggenda e che comunque “Sfida infernale” è stato piuttosto sopravvalutato rispetto ad altre pellicole dello stesso regista. Una di queste, che purtroppo non venne pienamente apprezzata neppure da Ford, è “Two Rode Together” del 1961, esportata in Italia con il titolo di “Cavalcarono insieme”. Liberamente ispirato al racconto “Comanche Captives” (1960) del celebre scrittore Will Cook e sceneggiato da Frank Nugent (scenografia di Robert Peterson; fotografia di Charles Lawton jr.; musiche di Charles Duning) il film a colori di 109 minuti venne girato fra il 17 ottobre e il 16 dicembre 1960 e distribuito nell’estate del 1961 dalla Columbia Pictures.


La locandina del film

Dopo “Sentieri selvaggi”, Ford si congeda temporaneamente dalla consueta Monument Valley dell’Arizona, teatro dei suoi western più importanti. Il set di “Cavalcarono insieme” diventa l’Alamo Village, costruito nell’area intorno a Brackettville, contea di Kinney, Texas meridionale, con alcune riprese sul Rio Bavispe e a Fort Clark. E’ uno scenario decisamente diverso da quello usuale, nel quale acquistano risalto alcune belle inquadrature nel verde sbiadito della prateria solcata dalle carovane, sulla riva di un fiume dalle acque chiarissime, ai margini di uno stagno o all’interno di un campo indiano. La fotografia di Charles Lawton jr. si discosta nettamente dalle tonalità rosso-mattone che caratterizzarono le riprese de “I cavalieri del Nord-Ovest” facendo conquistare un Oscar a Winton Hoch. Qui l’impatto è molto più sfumato, pur lasciando inalterato il senso dello spazio che contraddistingue i migliori western di Hollywood. Le inquadrature, anche senza rifuggire dagli indispensabili primi piani, peraltro non troppo insistiti, che la lavorazione richiede, non mancano di fornire immagini esaurienti dei personaggi e delle loro caratteristiche fisiche e comportamentali. I contrasti fra i colori sono a volte accentuati – la chioma biondissima, quasi gialla, della prigioniera Frida; l’abbigliamento di Elèna, che indossa una casacca rossa sotto un mantello blu scuro – così come l’aspetto di Marty Purcell, il cui sex appeal è reso prorompente dai suoi calzoni attillati, mentre quello di Orso di Pietra diventa più truce con la criniera che spicca sul suo cranio rasato.
Anche il commento musicale del film ha un registro decisamente diverso da quello di molti lavori precedenti. Tralasciando che “Ombre rosse” si era aggiudicato un Oscar anche per la colonna sonora, nei film più classici di Ford è immancabile la presenza di motivi della tradizione western. Si pensi a “My darling Clementine” (“Sfida infernale”) “The Girl I Left Behind Me” (“I cavalieri del Nord-Ovest”) e all’onnipresente “Shall We Gather at the River”, accompagnamento corale di matrimoni e funerali. Per “Cavalcarono insieme” Duning ritaglia una musica venata di tristezza – soprattutto la parte sottolineata dalle note del banjo, mentre i carri avanzano nella prateria – che sembra preludere all’imminente tramonto di un’epopea.
Accantonando temporaneamente gli attori che avevano contribuito a rendere grandi le sue opere come John Wayne, Maureen O’Hara, Henry Fonda, Joanne Dru (Victor Mc Laglen era appena scomparso e Ward Bond sul punto di seguirlo) Ford preferisce affidarsi alla bravura del compassato James Stewart e del vichingo Richard Widmark per le parti di primo piano, affiancati da Andy Devine ed altri capaci caratteristi, ma mantiene nello staff tre figure importanti quali Woody Strode (protagonista de “I dannati e gli eroi”, 1960) Henry Brandon (“Sentieri selvaggi”, 1956) e Harry Carey jr. (“I cavalieri del Nord-Ovest”, 1949; “La carovana dei Mormoni”, 1950; “Rio Bravo”, 1950).


Shirley Jones

I ruoli femminili sono affidati a Shirley Jones (che proprio nel 1961 avrebbe ottenuto l’Oscar come miglior attrice non protagonista per “Il figlio di Giuda” di Richard Brooks) all’argentina Linda Cristal (nome d’arte di Marta Victoria Moya Burges) Olive Carey, Anna Lee, Jeannette Nolan e Annelle Hayes, alcune impiegate in parti minori o come semplici comparse. Una menzione particolare merita Mae Marsh, che appare in un’unica scena nella parte di un’anziana squaw catturata molti anni prima dai Comanche e decisa a rimanere con essi. L’attrice ha già alle spalle mezzo secolo di carriera, avendo lavorato in diversi film – fra gli altri, anche in “La nascita di una nazione” del 1914 – diretti dal pioniere del cinema David Wark Griffith.
Notevole soprattutto la performance di Stewart, la sua inimitabile mimica facciale durante il colloquio con Quanah Parker e nel nervoso confronto con il comandante del presidio, che gli contesta di essere un individuo abietto. Anche la timidezza dell’approccio di Gary con Marty Purcell, nettamente diverso da quello un po’ più rude di McCabe verso Elèna, possiede la poesia degli incontri romantici dei western vecchia maniera.
Fra le trovate più originali del film, quella del carillon che si mette a suonare giusto in tempo per far riconoscere la vera identità di Lupo Veloce, ma troppo tardi per impedirne l’esecuzione. Sergio Leone, sincero estimatore di Ford, userà le note del medesimo strumento quale leit motiv di “Per qualche dollaro in più”.

La trama

Intorno al 1880 il tenente James (“Jim”) Gary arriva a Tascosa, nel Texas, con un plotone di cavalleggeri di cui fa parte l’obeso sergente Darius Posey (Andy Devine). Il compito dell’ufficiale è di convincere Guthrie McCabe, suo amico personale e marshal della città, a seguirlo fino al forte, dove lo attende un delicato incarico che il maggiore Fraser intende affidargli: cercare di ottenere dai Comanche, ormai confinati in una riserva, la liberazione dei prigionieri bianchi catturati molto tempo addietro ed ora reclamati dai loro famigliari e parenti giunti da lontano con una carovana.
A Tascosa, McCabe conduce un’esistenza agiata e pressochè priva di rischi, trattenendo per sé una percentuale delle tasse dei cittadini e condividendo i proventi di un saloon con tale Belle Aragon (Annelle Hayes) che è anche sua amante. Ciò lo colloca nella posizione di poter chiedere all’esercito e ai privati che intendano riavere i loro cari una lauta ricompensa, considerando il rischio di doversi recare in un villaggio indiano. La venale richiesta disgusta sia Fraser che Gary, ma viene accolta, nella speranza che la missione vada a buon fine. Il tutore della legge e il suo amico ufficiale vestito in abiti borghesi si recano al campo di Quanah Parker, condottiero dei Qwahadi Comanche ed unico personaggio storico del film, offrendo una partita di fucili a ripetizione in cambio della liberazione degli ostaggi. Il capo accetta, ma mette in guardia i due dalla pericolosità di un capo-guerriero di nome Orso di Pietra, convinto che certe pratiche magiche possano fermare le pallottole dei Bianchi. McCabe e Gary riescono ad individuare soltanto quattro prigionieri dalla pelle bianca, di cui tre di sesso femminile, ma due donne si sottraggono allo scambio: la più giovane, di chiara origine scandinava per la sua chioma biondissima, si rifugia in una tenda, mentre l’altra, una donna matura, prega i due liberatori di non nominarla ai suoi famigliari quando torneranno al forte. Alla fine saranno due le persone che, contro la loro volontà, seguiranno Gary e McCabe fino al presidio militare. Uno è un ragazzo di 17 anni, Lupo Veloce (David Kent) catturato dieci anni prima e divenuto ormai un guerriero indiano che ripete insistentemente “Mi toka comancha!” non comprendendo altro idioma; l’altra è la messicana di alto lignaggio Elèna de La Madriaga, rapita da cinque anni.
Lungo il viaggio di ritorno, la coppia si divide e mentre il marshal e la donna rimangono ad aspettare la reazione di Orso di Pietra, il tenente Gary prosegue per il forte con il ragazzo indiano. Quella stessa sera il fanatico guerriero interpretato da Strode spunta dalle tenebre armato solo di un coltello perché convinto di essere invulnerabile e McCabe lo abbatte con la sua Colt.


Nel campo indiano

La parte più drammatica della vicenda si svolge nel presidio, dove gli speranzosi coloni, accampati in attesa di buone notizie, ricevono un’amara delusione. Infatti, l’unico prigioniero che potrebbe essere ricollegato a qualcuno di loro è Lupo Veloce, che i soldati sono costretti dapprima ad imprigionare e poi a legare alla ruota di un carro per frenarne le violente reazioni. Quando, durante lo svolgimento di una festa di commiato, il giovane Indiano-Bianco sgozza con un paio di forbici la povera donna a cui è stato dato in consegna e che lo ha ingenuamente liberato, si scatena la furia dei coloni, che, dopo averlo giudicato sommariamente, lo impiccano. Poco prima che il linciaggio venga portato a termine, Lupo Veloce, attratto dal suono di un carillon azionato accidentalmente, cerca di impossessarsi dell’apparecchio, gridando disperatamente in lingua inglese: “E’ mio!” Troppo tardi si è venuto a scoprire che l’omicida è il figlio del giudice Edward Purcell (Paul Birch) e fratello di Marty (Shirley Jones) la ragazza in procinto di fidanzarsi con il tenente Gary. Intanto anche Elèna è stata accolta con velato disprezzo dalle donne del forte, che le rivolgono domande impertinenti (“Quanto tempo è stata la moglie di quel Comanche?” “Ha avuto dei figli?”) spingendola ad abbandonare la festa e ad auspicare addirittura di tornare fra gli Indiani, finchè McCabe non la induce a cambiare idea, stigmatizzando pubblicamente il conformismo intriso di discriminazione razziale della gente civile.
A questo punto il lieto fine è d’obbligo. Mentre Gary promette a Marty che le farà visita non appena otterrà una licenza, lo spregiudicato Guthrie scopre che in sua assenza a Tascosa è stato nominato un nuovo marshal e che Belle non ne vuole più sapere di lui. Perciò sale sulla diligenza che dovrà condurre Elèna in California, per iniziare una nuova vita insieme a lei.

La drammaticità

Il tema di “Cavalcarono insieme” è fra i più scabrosi affrontati dal cinema western. Riguarda infatti la questione delle persone catturate e spesso ridotte in schiavitù dagli Indiani, che interessò la storia della Frontiera americana fin dal periodo coloniale. Al tempo dei conflitti tra Francesi e Inglesi, prima della nascita degli Stati Uniti, il numero delle sventurate donne cadute nelle mani dei nativi sfiorava già le 2.000, contando solo quelle di origine europea di cui si avevano notizie certe, mentre è incalcolabile la quantità di prigioniere di sesso femminile sottratte ad altre tribù, una pratica che fra i Pellirosse esisteva da millenni, assai prima della scoperta di Colombo. Pertanto, la tesi sostenuta da qualche storico che tale comportamento fosse una reazione ai soprusi subiti da parte dei Bianchi non ha alcun fondamento. Il problema, trattato diffusamente anche dall’autore (Domenico Rizzi, “Le schiave della Frontiera” (MEF Editore, Firenze, 2003, Premio Letterario “L’Autore”, Firenze, 2001) è stato approfondito in varie pubblicazioni, fra le quali l’enciclopedico saggio “A Fate Worse than Death” di Gregory e Susan Michno “(Un destino peggiore della morte”,Caxton Press, Idaho, 2009) che in 530 pagine riassume le vicende delle centinaia di donne fatte prigioniere dagli Indiani dal 1830 al 1885.
John Ford aveva già trattato la questione nei suoi precedenti film “Rio Bravo” (“Rio Grande”, 1950) e “Sentieri selvaggi” (“The Searchers”, 1956) entrambi interpretati da John Wayne, ma in nessuno dei due aveva aggiunto, come componente indispensabile, il cinismo della gente civile, che mal giudicava una donna finita, seppure controvoglia, fra le braccia di un selvaggio. In tal modo la tragedia delle schiave liberate diventava ancora maggiore, perché oltre ad avere sopportato per mesi o per anni gli abusi sessuali dei loro padroni, dovevano chinare il capo di fronte allo sguardo inquisitore e insinuante delle donne “perbene” della società dei Bianchi, soprattutto quando avevano avuto dal marito indiano qualche figlio mezzosangue come toccò a Anna Brewster Morgan, finita poi in un manicomio, e a Cynthia Ann Parker, morta probabilmente di crepacuore.


A cavallo

Dunque Ford era consapevole, accettando di girare “quel maledetto film… con un copione orribile” solo per fare un favore ad un amico (Peter Bogdanovich, “Il cinema secondo John Ford”, Pratiche Editrice, Parma, 1990, p. 93) di rievocare una delle pagine più sconvolgenti del West, ma nel momento in cui rilasciò l’intervista citata all’amico Bogdanovich, aveva radicalmente mutato le proprie convinzioni riguardo agli Indiani – “Diciamolo, li abbiamo trattati molto male” (Bogdanovich, op. cit., p. 97) – tentando di risarcirli con un altro film, “Il grande sentiero” (“Cheyenne Autumn”, 1964) che purtroppo rappresenta il peggio della sua produzione. A questo punto il regista sembra essersi completamente dimenticato della tremenda sequenza di “Sentieri selvaggi” nella quale alcune ex prigioniere recuperate e ormai sull’orlo della pazzia lanciano strilli raggelanti nella stanza del forte in cui sono state portate dopo la liberazione: una scena eguagliata per intensità drammatica soltanto dal barbaro linciaggio di Lupo Veloce in “Cavalcarono insieme”.
La verità, a dispetto del tardivo ripensamento di Ford, era proprio questa. Valeva sia per le donne catturate dai Comanche, come pure per quelle finite nelle grinfie di Sioux, Cheyenne, Kiowa o Apache, delle quali la storia documenta le vicissitudini nelle biografie di Cynthia Ann Parker, Rachel Plummer, Olive Oatman, Lucinda Eubank, Fanny Kelly, Millie Durgan e di decine di altre malcapitate. Le romantiche infatuazioni di Alice Munro per il giovane Uncas sono per lo più invenzioni letterarie di autori come James Fenimore Cooper (“L’ultimo dei Mohicani”, 1826) che un ufficiale dell’esercito accusò di “non sapere nulla degli Indiani quando lasciavano le loro eroine alla mercè dei selvaggi” (Richard Irving Dodge, “The Plains of the Great West and Their Inhabitants” G.P. Putnam’s Sons, New York, 1877, p. 395).
Le statistiche dimostrano invece che, fra le moltissime donne liberate dalla loro condizione, soltanto il 3% scelse di rimanere o di tornare a vivere con i Pellirosse; fra queste, Millie Durgan, rapita quando aveva 18 mesi dai Kiowa e divenuta moglie del guerriero Goombi con il nome di Sain-to-hoodle (Uccise-Una-Mucca). Risposatasi altre due volte con uomini della tribù, ebbe 9 figli, ma la sua identità di donna bianca venne scoperta soltanto nel 1931, tre anni prima di morire. Naturale che Millie, che non conosceva nemmeno una parola di inglese, non mostrasse alcun interesse verso la società dei Bianchi, avendo conosciuto soltanto quella degli Indiani delle Pianure. Analogamente, il giovane Lupo Veloce del film, che, rapito all’età di 6 anni, ricorda la sua lingua d’origine nel momento più cruciale della sua esistenza, mentre sta per essere impiccato. Neppure la sedicenne e biondissima Frida, già madre di due marmocchi, sembra ricordare la vita trascorsa da bambina fra i Bianchi e alla vista dei suoi due liberatori, si rifugia nel teepee in cui ormai si è adattata a vivere da tempo. Chi ricorda bene il proprio passato è invece Hannah Clegg (Mae Marsh) che chiede addirittura notizie del marito e dei figli, supplicando però di non dire di averla ritrovata, perché si considera “morta”. Nella sua accorata preghiera vi è la consapevolezza di chi si rende conto di essere stata “sporcata” da un Indiano, cosa che la farebbe vergognare sia nel proprio contesto parentale che all’esterno.
Diversa anche la situazione di Elèna (Linda Cristal) catturata quand’era già adulta e la cui unica rèmora a seguire McCabe sembra essere il timore di una vendetta del marito Orso di Pietra, prima di scoprire quanto grande sia la perfidia della gente del forte nei suoi confronti. Nel film si accenna anche ad altre vittime di rapimenti, che probabilmente sono morte o sono state cedute dai Comanche quale merce di scambio ad altre tribù, ciò che avveniva frequentemente nell’epoca narrata. Per citare un esempio, le sorelle Olive e Mary Ann Oatman, rapite dagli Yavapai nel 1851, furono poi vendute ai Mohave, dove subirono privazioni di ogni genere: Mary Ann morì di stenti e Olive, liberata nel 1856, dovette difendersi per tutta la vita (si sarebbe spenta nel 1903 per un attacco cardiaco, all’età di 65 anni) dagli impietosi giudizi che alludevano al suo passato di squaw, non potendo celare i tatuaggi che i Mohave avevano impresso indelebilmente sul suo bel viso.
Dunque, il West che John Ford sembra sconfessare in un’intervista poco convincente – rappresentato appunto in “Cavalcarono insieme” – era proprio questo, intriso di violenza, sadismo e discriminazione soprattutto verso le sue figure più deboli.

I Comanche

La storia dei Comanche è caratterizzata per almeno due secoli da una serie infinita di scontri armati con altre tribù, incursioni negli insediamenti spagnoli ereditati poi dal Messico nel 1821 e in parte dalla repubblica indipendente del Texas (1836-1845) e dagli Stati Uniti dopo il 1845. Alcune loro bande vennero scacciate dalle Black Hills agli inizi dell’Ottocento dagli agguerriti Lakota Sioux, altre imperversarono nelle terre della Nuova Spagna – Messico settentrionale e centrale, Texas, Colorado e New Mexico – dal 1706 in avanti, mietendo centinaia di vittime e catturando una quantità indefinita di prigionieri, soprattutto donne e bambini.


Gli indiani

Nelle regioni a nord del Rio Grande furono contrastati soprattutto dagli implacabili Ranger, un corpo di polizia a cavallo istituito fin dal 1823 da Stephen Austin, ma dopo l’ingresso dello Stato nell’Unione anche da parte dell’esercito statunitense, che tuttavia non colse mai vittorie definitive fino al 1875. Particolarmente efferata, fra le loro razzie, quella compiuta nel 1836 a Fort Parker, dove oltre ad uccidere 5 coloni rapirono Cynthia Ann Parker, Rachel Plummer, Elizabeth Kellogg e altre 2 persone. Più avanti catturarono, nel corso di nuove scorrerie, Mathilda Lockart, Rebecca Fisher e la messicana Martina Diaz, ma l’elenco è assai più lungo.
Cynthia, che aveva 8 anni all’epoca del rapimento nel maggio 1836, venne cresciuta come una squaw e ribattezzata Naudah per andare in sposa a Peta Nokona, capo dei Kwahadi Comanche, dal quale ebbe 3 figli. Uno di essi fu Kwana o Tseeta (Aquila) nato probabilmente nel 1845 e destinato a diventare un famoso condottiero con il nome di Quanah Parker. Di bell’aspetto e spiccata intelligenza, dopo avere combattuto invano contro gli Americani invasori, si convinse della necessità, per il bene del suo popolo, di convertirsi alle usanze civili. Per questo si adoprò fino alla sua morte, avvenuta nel 1911, affinchè il suo messaggio venisse recepito dalle tribù di lingua comanche, creandosi qualche inimicizia con altri leader che difendevano i costumi tradizionali, Fra costoro, che tentarono talvolta di tornare alla vita nomade nelle praterie, vi fu nel 1876 Cavallo Nero, presto sconfitto e ricondotto alla riserva dell’Oklahoma. Non è dunque infedele il ritratto che John Ford traccia di questo capo, deciso a rispettare la pace imposta dai trattati ma contrastato nel suo ambito tribale dal focoso e fanatico Orso di Pietra, personaggio di fantasia. E’ possibile anche vedere un accostamento di quest’ultima figura e quella dello sciamano Isa-tai, che nel 1874 indusse una banda mista di Comanche, Kiowa, Cheyenne e Arapaho ad assaltare la postazione di Adobe Walls, nel Texas, difesa da 28 cacciatori di bisonti. I guerrieri partirono all’attacco con la promessa dello stregone di essere immuni dalle pallottole, ma ben presto sul terreno lasciarono 15 cadaveri: il 16° guerriero venne abbattuto, usando un fucile Sharps da bisonti, dal giovane Billy Dixon, ad una distanza di 1.400 metri. Forse anche questo insuccesso fece riflettere Quanah Parker, presente alla battaglia, sull’inutilità di continuare la lotta contro i Bianchi e lo spinse ad arrendersi con i suoi 400 seguaci il 2 giugno 1875.
Al termine delle guerre, la tribù dei Comanche risultò una delle più decimate: se il numero dei suoi componenti era stato stimato in 12.000 nel 1846, nel 1884 ne rimanevano complessivamente 1.382 confinati a Fort Sill, in Oklahoma (E.Wallace-E. Adamson Hoebel, “I Comanche. Signori delle Pianure Meridionali”, Mursia, Milano, 1988, p. 34).
Quanto a Cynthia Parker, recuperata alla società civile nel dicembre 1860 in seguito ad un raid condotto congiuntamente sul Pease River dai Ranger del capitano Sullivan Ross e dalla milizia texana, visse i suoi ultimi anni come un’emarginata sociale, morendo in una data ancor oggi oggetto di disputa da parte degli storici, collocabile fra il 1864 e il 1871.
Rachel Plummer, parente di Cynthia, ottenne la liberazione dopo 21 mesi di prigionia, ma morì non ancora ventenne per le complicazioni seguite al parto di una bambina che non le sopravvisse più di due giorni. Matilda Lockart, liberata nel marzo 1840 in condizioni pietose per le torture e le privazioni sopportate, sarebbe deceduta nel 1843 quando non aveva neppure 18 anni. Secondo quanto aveva raccontato alle autorità del Texas, insieme a lei vi erano altri 13 prigionieri di razza bianca, di alcuni dei quali si sarebbero perse definitivamente le tracce.
L’ottimismo di John Ford riserva una sorte ben più benevola alla bella Elèna de la Madriaga, benchè non vi possa essere alcun accostamento fra quest’ultima e le figure storiche della Parker, della Plummer o della Lockart.
Gli unici tre Indiani di sesso maschile che rivestono ruoli di rilievo sono invece Quanah Parker (Harry Brandon, abbonato al personaggio di capo comanche) Orso di Pietra (Woody Strode) e Lupo Veloce (David Kent).
Il primo, come si è detto, è un personaggio attinto dalla storia. Ford lo presenta come un condottiero ormai impotente a frenare l’impulsività di un suo sottocapo che aspira ancora alla rivolta contro gli Americani, fondando il suo credo sul magico potere che gli viene dagli spiriti e su un’illusoria invulnerabilità che era già stata causa della morte di Naso Aquilino a Beecher’s Island nel 1868, quando un colpo ben assestato di Sharps o di Winchester aveva stroncato la vita e la leggenda del più famoso guerriero fra i Cheyenne.
Nella realtà, Quanah fu molto più determinato e meno timoroso delle minacce dei suoi rivali indiani, abbandonando il tradizionale teepee per andare a vivere in una casa di legno di 12 stanze insieme alle sue 7 mogli e ai numerosi figli che esse gli avevano dato. Imparò la lingua inglese, diventò giudice nella sua riserva, esperto di pratiche agricole e amico del presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, con il quale ebbe l’onore di andare a caccia. Gli altri due co-protagonisti, Orso di Pietra e Lupo Veloce, rappresentano invece il West destinato a scomparire, quello della gente che, non riuscendo ad adattarsi alla nuova realtà imposta dal progresso, soccombe in maniera violenta. Per la verità, il giovane Indiano-Bianco che finisce appeso ad una corda è soltanto un disadattato che le circostanze non consentono di recuperare, come avvenne invece storicamente per Herman Lehmann, un figlio di immigrati tedeschi rapito dagli Apache nel 1870 all’età di 11 anni e poi passato a vivere con i Comanche di Quanah Parker. Ritornato fra i Bianchi dopo il 1878, visse per alcuni anni nella loro società, sposandosi due volte, ma nel 1900 decise di tornare fra gli Indiani in Oklahoma, dove rimase fino al 1932, data della sua morte. L’avventurosa storia della sua vita è raccolta nel libro autobiografico “Nine Years Among the Indians, 1870-1879”, pubblicato ad Albuquerque nel 1927. Nonostante tutti i tentativi di trasformarlo nuovamente in un uomo civile, conservò sempre un forte attaccamento alla vita libera e selvaggia che aveva trascorso nelle praterie, ma almeno la sua sorte fu meno cruenta di quella toccata al personaggio del film di Ford.

Solitari e anti-eroi

Il personaggio dell’anti-eroe è presente nelle opere di Ford fin dai primissimi film dedicati al West, così come quelli dell’uomo o della donna ormai redenti dopo una vita dissoluta o moralmente esecrabile. Il Ringo Kid impersonato da John Wayne in “Ombre rosse” ne è un prototipo: un fuorilegge ricercato che porta in salvo la diligenza senza rinunciare alla propria vendetta finale. Neppure l’ex prostituta Dallas (Claire Trevor) o il medico alcolizzato Josiah Boone (Thomas Mitchell) rifuggono da tale condizione iniziale, riscattando il proprio passato con atti di nobiltà e altruismo.
I “redenti” presentano anche un’altra caratteristica: sono uomini e donne destinati all’emarginazione sociale e quindi alla solitudine, prima che le loro esistenze subiscano un drastico mutamento. Infatti, il dottor Boone aiuterà la signora Lucy Mallory a partorire e Ringo Kid se ne andrà alla fine insieme a Dallas con la seria intenzione di crearsi una famiglia.
Un irriducibile solitario è soltanto l’Ethan Edwards (John Wayne) di “Sentieri selvaggi” il quale, una volta compiuta la missione di liberare la nipote Debbie dai Comanche, si allontana nel deserto da dove era arrivato. Per lui sembra calzare a pennello la frase che il cowboy Jack Burns (Kirk Douglas) pronuncia davanti ad un’amica: “L’unica persona con cui riesce a stare un solitario è se stesso” (“Solo sotto le stelle” di David Miller, 1962).
In “Cavalcarono insieme” i solitari diventano due.


Due protagonisti

Guthrie Mc Cabe, pur avendo una donna (Belle) è sostanzialmente da solo, perché sa di non poterci contare, essendo il suo un rapporto di convenienza in cui predominano gli affari. Infatti, al ritorno dalla sua lunga assenza scopre di essere stato rimpiazzato da un altro, ma è scontato che, dopo avere conosciuto Elèna, la sua strada sia già decisa. Mc Cabe è anche un venale senza scrupoli, che non esita a farsi promettere 1.000 dollari da un commerciante in cambio della consegna di un giovane Indiano qualsiasi, pur di far felice la moglie a cui il figlio è stato rapito dai Comanche. Non si limita tuttavia a questo, pretendendo dai pionieri che ciascuno versi una quota in cambio dei suoi servigi, perché il compenso garantitogli dall’esercito – 80 dollari – è troppo misero. McCabe è un uomo che conosce bene i Comanche (forse per averli combattuti, ma Ford rimanda tutto all’immaginazione dello spettatore, mentre per l’Ethan Edwards di “Sentieri selvaggi” lascia almeno intendere che sia stato un combattente sudista sconfitto e un avventuriero al servizio di Massimiliano d’Asburgo, imperatore del Messico nel 1864-67) le loro usanze e la lingua quanto basta a farsi comprendere. L’impresa compiuta e la liberazione di Elèna faranno di lui un uomo nuovo, cancellando con un colpo di spugna il suo discutibile passato: è il classico “pentito” che Ford ama più degli eroi senza macchia e senza paura. Anche la scelta di James Stewart al posto del solito Wayne non è casuale, in primo luogo perché l’allampanato attore prediletto da Anthony Mann (“Winchester 73”, “Là dove scende il fiume”, “Lo sperone nudo”, “Terra lontana”) sa essere più cinico del monumentale e a volte troppo bonario Duca; secondariamente, perché meglio gli si addicono rispetto a Wayne le storie d’amore, prima con un’avventuriera come lui (la perfida Belle che nasconde un coltello nella giarrettiera, pronta ad usarlo) e poi con la dolce e sottomessa Elèna.
La scheda di Jim Gary differisce alquanto dalla sua. L’ormai attempato tenente, che dovrebbe avere fra i 37 e i 40 anni nella finzione cinematografica (Widmark ne aveva già 45 suonati ed era stato protagonista di importanti western quali “Cielo Giallo” di William Wellman e “La battaglia di Alamo” di John Wayne) è soltanto un uomo che probabilmente ha fatto del dovere l’unico scopo della propria esistenza almeno fino a quando non è incappato nella bionda e deliziosa Marty, che gli prospetta un avvenire di coppia.
Il tenente Gary non è sicuramente un anti-eroe, perché non ha alle spalle un passato dubbio, nè possiede la scaltrezza e la sfrontatezza dell’amico McCabe, ma è comunque stato, per buona parte della sua vita, un ostinato solitario.

Le donne

La figura femminile che campeggia su tutte nel film è senz’altro quella di Elèna de la Madriaga, interpretata dalla bella attrice Linda Cristal, che con il western (e con i Comanche!) ha già qualche dimestichezza, avendo recitato ne “La saga dei Comanches” e “Una storia del West”, entrambi diretti da George Sherman, “Duello a Forte Smith” di Gordon Douglas e “La battaglia di Alamo”. La sua interpretazione successiva nella serie televisiva “Ai confini dell’Arizona” nel 1967-71 le farà ottenere il Golden Globe quale miglior attrice.


Linda Cristal nei panni di “Signora Orso di Pietra”

Nei panni della “Signora Orso di Pietra”, come viene malignamente additata dalle donne del presidio militare dopo la sua liberazione, offre una dimostrazione eccellente delle sue capacità di recitazione drammatica. Il suo ruolo di moglie sottomessa al volere di un marito padrone quale è il capo indiano che l’ha posseduta presenta un elevato livello di credibilità, discostandosi nettamente dalle improbabili protagoniste di altri film impiegate in parti analoghe, qualcuna delle quali sembra aver vissuto, anziché la tragedia dello stupro continuato, soltanto una disavventura in discoteca. Indimenticabile la scena in cui, dopo l’uccisione di Orso di Pietra, si inginocchia sul suo cadavere sollevando con le mani manciate di polvere che lascia ricadere sul corpo esanime, salmodiando un canto di morte nella lingua uto-azteca dei Comanche: la lunga prigionia ha dunque lasciato il segno su di lei. Della sua tragedia durante gli anni di matrimonio coatto non racconta nulla, se non che – in una pacata risposta alla maliziosa domanda della rispettabile consorte di un ufficiale – non ha avuto alcun figlio. Mc Cabe aggiungerà, attaccando il vergognoso comportamento delle donne durante la festa, che non si è suicidata perché, essendo cattolica, ciò era contrario alla sua religione. In questo travaglio Elèna si mostra dignitosa e controllata, anche quando nessun ufficiale della guarnigione accetta di ballare con lei durante una festa, comportamento che scatena l’ira non soltanto di McCabe, ma anche del tenente Gary, pronto a misurarsi in duello con uno dei suoi colleghi. Il suo futuro di donna finalmente libera, benchè segnata da un’orribile esperienza, rimanda a quella parte di ex prigioniere degli Indiani – Olive Oatman, Fanny Kelly, Sarah C. White, Josephine Meeker – che trovarono la forza di ricominciare a vivere nella società dalla quale erano state sottratte.
Marty Purcell, la bionda ragazza che fa innamorare il tenente Gary, è l’attrice Shirley Jones, anch’essa del 1934 ma originaria della Pennsylvania, che ha al suo attivo una sola interpretazione di film western in “Oklahoma!”, di Fred Zinneman (1955). E’ una figura tradizionale di questo genere: la donna seria e morigerata, di buona famiglia, alla quale forse il ricordo del fratellino perduto – diventato poi Lupo Veloce fra i Comanche – ha impedito di avviare una relazione stabile con un uomo; oppure Marty è rimasta fatalisticamente nubile in attesa del principe azzurro, che le si rivelerà in uno sperduto presidio di Frontiera.


Ancora Shirley Jones, nei panni di Marty Purcell

La sua marginalità nella vicenda, almeno fino al momento drammatico dell’impiccagione del famigliare, dipende in gran parte dalla maggiore centralità del personaggio di Elèna, non certo dall’opinione espressa provocatoriamente da Ford a proposito delle figure femminili nelle pellicole western: “Le donne giocarono un ruolo poco importante nella colonizzazione del West” precisando tuttavia: “Alcune attrici tuttavia hanno saputo creare personaggi importanti.” (Franco Ferrini, “John Ford”, La Nuova Italia, Firenze, 1975, p. 3). Il regista alludeva nell’intervista a Claire Trevor (“Ombre rosse”) e Jane Darwell (“Jesse il bandito”, “Via col vento”, “Furore”) ma rimane sottinteso che anche Linda Cristal – se non la stessa Shirley Jones e poco più tardi, Vera Miles in “L’uomo che uccise Liberty Valance” – rientrino in questa cerchia.

La critica

“Cavalcarono insieme” non venne accolto favorevolmente dalla maggior parte dei critici americani ed europei. Qualcuno lo definì addirittura “noiosissimo” quanto “privo di azione”, ma ciò non deve destare meraviglia. Il regista e attore francese François Truffaut contestò la superficialità di simili giudizi: “John Ford era capace di far ridere il pubblico e di farlo piangere; la sola cosa che non sapeva fare era di annoiarlo.” (François Truffaut, “Les film de ma vie”, Flammarion, Parigi, 1975, p. 88).
L’altra accusa, della mancanza di azione, denota una concezione oratoriale del western che lo vuole caratterizzato prevalentemente da inseguimenti, sparatorie e sfide in mezzo ad una strada o nei saloon. “Cavalcarono insieme” contiene una scazzottata, un Indiano ucciso con una pistolettata, una donna assassinata con un paio di forbici e un giovane Pellerossa linciato dalla folla. Che l’abbattimento del capo indiano avvenga senza la teatralità del duello all’arma bianca rispetta in pieno le convinzioni del regista, decisamente contrario alle sfide inventate dal cinema western senza alcun fondamento reale.
Pochi anni prima anche “Sentieri selvaggi” (“The Searchers”) di Ford era stato stroncato impietosamente, considerandolo un film “lento e sconnesso” che corre dietro alle nuove mode, recitato addirittura da un “personaggio incomprensibile” (John Wayne). Tutti giudizi finiti peraltro, con il trascorrere degli anni, nel bidone della spazzatura, nonostante fossero stati espressi da critici e registi autorevoli quali Tullio Kezich e Jean-Luc Godard. Infatti il film diventò in seguito il simbolo stesso dell’epopea del West, tanto che nel 2008 venne inserito al 12° posto fra i migliori 100 film americani di ogni epoca. Martin Scorsese e Steven Spielberg lo considerano tuttora una delle massime espressioni della cinematografia, non solo di marca western.
Non altrettanto fortunato questo prodotto, che per tanti aspetti si può considerare una continuazione ideale di “The Searchers”, non foss’altro che per il tema trattato.
Su “Cavalcarono insieme” sono piovute osservazioni di ogni genere, molte delle quali dimostrano una conoscenza molto approssimativa della storia da parte dei recensori. Alcuni hanno ritenuto che la scelta di Widmark fosse sbagliata per il solo fatto che l’ufficiale – con le insegne di primo tenente sulle spalline, ma trasformato in “capitano” nella versione italiana – era troppo anziano sia per il grado ricoperto che per corteggiare una ventenne. E’ invece noto a qualunque storico del West che durante le campagne indiane le carriere furono lentissime, non essendo mai stato dichiarato dal governo un vero e proprio stato di guerra contro i Pellirosse. Per citare un esempio reale fra i tanti, Frank D. Baldwin, combattente nella Guerra Civile e insignito per due volte della Medaglia d’Onore del Congresso, portò le spalline di tenente fino al dicembre 1876, allorchè venne finalmente avanzato, a quasi 36 anni, al grado di capitano.


Nella prateria

Quanto al divario anagrafico che separa Jim dalla ragazza, non è maggiore di quello che Gary Cooper ha nei riguardi di Grace Kelly (22 anni di differenza) in “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinneman, o di Kirk Douglas verso Carol Lynley, che scopre poi essere addirittura sua figlia. (“L’occhio caldo del cielo”, di Robert Aldrich). Chi avanzò l’obiezione non conosceva evidentemente neppure la vicenda del colonnello Henry B. Carrington, comandante di Fort Philip Kearny nel 1866-67: rimasto vedovo nel 1870, all’età di 47 anni l’ufficiale si risposò con la ventiseienne Frances Courtney Grummond, che aveva perso il marito nel massacro della colonna Fetterman.
Neppure merita di essere preso in considerazione il rilievo che a Woody Strode non si addica la parte del fanatico Orso di Pietra, perché si tratta di un attore afro-americano trasformato in Pellerossa con una finta “criniera da Mohicano” al centro della testa. In realtà tale uso, anziché la lunga chioma raccolta in trecce laterali, era diffuso fra parecchie tribù, sia di ceppo algonchino (come gli Abenaki) che irochese (Uroni) caddo (Pawnee) o uto-azteco (Ute, Comanche). Spesso si trattava infatti di una scelta individuale, non di un’acconciatura adottata da tutti in un ambito tribale.
Ma la questione più scottante che ha mosso la critica a disprezzare il film riguarda soprattutto i contenuti.
Molti fra coloro che peroravano la causa degli Indiani annientati o sfruttati dai colonizzatori non accettarono, relegando la storia in un angolo, che venisse mostrata la crudeltà del Pellerossa verso le donne rapite; altri, di ispirazione revisionista, bollarono il film come razzista e discriminatorio, invocando a giustificazione dei comportamenti inumani i crimini commessi dagli Americani contro i nativi. Al solito, il riferimento è all’eccidio di Sand Creek, dove nel 1864 i volontari del colonnello Chivington trucidarono circa 150 Cheyenne (tanti ne testimoniarono gli stessi Indiani, non i 500 di cui insolentemente si vantò Chivington) violentando le squaw catturate prima di ucciderle barbaramente. Il paragone non può comunque far passare sotto silenzio le indicibili sofferenze patite dalle innumerevoli vittime femminili finite nelle mani degli Indiani, che si trattasse di Comanche, di Sioux, Cheyenne o Apache. Se è negazionismo fingere che la strage di Sand Creek non sia mai avvenuta, lo è pure il non riconoscere le torture fisiche e mentali subite dalle donne da parte degli Indiani.
Piuttosto, ciò che è sfuggito a parecchi critici è il significato simbolico della vicenda narrata in “Cavalcarono insieme”.
Ford, che dice di non amare il suo film, è riuscito invece a tracciare un’immagine spietatamente vera dell’epilogo del West che difficilmente sarebbe stata ripetuta dai suoi successori con altrettanta intensità. I pionieri che se ne tornano a casa dopo il crollo delle loro illusioni, gli Indiani relegati alla monotona vita delle riserve, l’ufficiale che vagheggia il suo futuro accanto ad una bella moglie e probabilmente ad una nidiata di figli, l’ex marshal che abbandona la città per seguire la vocazione del cuore ed anche le povere donne bianche indianizzate ormai rassegnate alla loro sorte – Frida, Hannah e molte altre – che trascorreranno il resto dei loro giorni in un accampamento di tende ricoperte di pelle di bufalo, mentre i venti autunnali soffiano sulla prateria, spazzando via la storia per lasciare spazio alla leggenda…
Tutto ciò ha il sapore malinconico, se non addirittura nostalgico, di un’epoca che si sta dissolvendo.

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