Osages all’attacco nel Territorio dell’Arkansas

A cura di Renato Ruggeri

Un war party degli Osage
Il “massacro” del Blue River avvenne nel 1823 nel Territorio dell’Arkansas (odierno Oklahoma meridionale) che ospitava a quel tempo gruppi di indiani del luogo, Cherokees venuti dall’est e “canaglie” bianche che cercavano di trarre vantaggio dalla rivalità che esisteva tra le diverse tribù sul controllo dei territori di caccia.
Alcuni di questi “ruffians” si erano uniti ai Cherokees in una serie di razzie dirette contro i villaggi Osage. Una, nel 1817, era stata particolarmente cruenta. I Cherokees avevano assalito il villaggio del capo Claremont mentre la maggior parte dei guerrieri era a caccia e avevano ucciso 14 uomini e 69 donne e bambini.
In ritorsione al proditorio attacco, il figlio di Claremont, Skitok, conosciuto anche come Mad Buffalo – Bisonte Pazzo o Irascibile – guidò una serie di incursioni contro i Cherokees e i cacciatori bianchi.
Nel novembre 1823 sul Blue River, un tributario del Red River, circa 140 miglia a sudest di Fort Smith, Territorio dell’Arkansas, una banda di 80 guerrieri condotti da Skitok si avvicinò a due gruppi di cacciatori, uno guidato da un mercante Francese, Antoine Barraque, composto da una dozzina di uomini, quasi tutti mezzosangue Quapaw, e dal suo schiavo di nome Ben, e l’altro formato dal Maggiore Curtis Welborn, accompagnato da tre cacciatori bianchi, Lester, Deterline e Sloan e dai tre figli di quest’ultimo. I due gruppi si erano riuniti.


La mappa degli eventi

A mezzogiorno del 17 novembre gli Osages si avvicinarono al bivacco dei cacciatori. Una sentinella Quapaw li avvistò e gridò loro che i cacciatori erano amici e non avevano rubato nulla agli Osages. Indicò una bandiera americana che sventolava sull’accampamento, un segnale concordato per distinguerli dai nemici degli Osages.
La vista della bandiera non sortì alcun effetto, i guerrieri caricarono e uccisero il Maggiore Welborn, Lester, Deterline, Sloan e lo schiavo Ben.
I figli di Sloan e alcuni Quapaws furono feriti ma riuscirono a fuggire. I morti furono scalpati, mutilati e decapitati.
Gli Osages catturarono un Quapaw e stavano per ucciderlo quando il cacciatore gridò che era loro fratello. Lo risparmiarono, ma gli presero il cavallo e gli dissero di diffondere la notizia del massacro e di avvisare i bianchi di non entrare nel loro territorio. Dopo aver radunato i cavalli e il bottino, gli Osages se ne andarono.


Fort Smith

Quando Barraque – che al momento dell’attacco non si trovava nell’accampamento – raggiunse Fort Smith, informò dell’accaduto il comandante del forte, il colonnello Matthew Arbuckle. Dichiarò di aver perso 4000 $ in beni, tra cui 32 cavalli e centinaia di pelli. “Nutro seri dubbi che questa dichiarazione sia veritiera” scrisse Arbuckle ai superiori.
Un ufficiale era stato ucciso e l’esercito era chiamato a rispondere.
Arbuckle fu presto informato che Skitok aveva guidato i razziatori e ne chiese conto al padre, il capo Claremont.
Nel giugno 1824, cercando di fare del suo meglio per placare i bianchi, Claremont restituì, a Fort Gibson, i cavalli e consegnò il figlio e i guerrieri Little Eagle, Little Bear, Caddo Killer e Little Rattlesnake che avevano partecipato alla razzia. Furono incarcerati a Little Rock, in attesa del processo.
“Sono convinto della loro colpevolezza. Bisogna dare un esempio”, scrisse il Governatore del Territorio dell’Arkansas Robert Crittenden al Ministro della Guerra Calhoun.
Antoine Barraque
Skitok e i prigionieri Osage avevano poche chance nel sistema giudiziario dei bianchi che svalutò la loro testimonianza mentre i superstiti dipinsero una storia a senso unico.
Nel processo a ottobre, celebrato nella Corte Superiore del Territorio dell’Arkansas, Skitok affermò che i suoi guerrieri avevano assalito i Quapaws credendoli Caddos, mentre Little Eagle ammise di aver ucciso un cacciatore che gli chiedeva la restituzione del cavallo.
“La loro colpa è stata ampiamente provata”, scrisse l’Arkansas Gazette il 26 ottobre. Skitok e Little Eagle furono condannati all’impiccagione. La data dell’esecuzione fu fissata per il 21 dicembre. Gli altri tre, che non avevano proferito parola, furono assolti.
Quando il giudice gli chiese di dire qualcosa a sua discolpa per evitare la pena capitale, Skitok affermò di non aver partecipato all’attacco, ma di essere rimasto nelle retrovie a fumare e a pregare il Grande Spirito.
“Ha ricevuto la sentenza di morte con grande compostezza e senza dimostrare alcuna emozione”, scrisse il Gazette. Mad Buffalo non voleva, però, morire con una corda intorno al collo e cercò di uccidersi. Si pugnalò al torace con un temperino ma la lama, troppo corta, non raggiunse organi vitali.
Quando gli fu chiesto di fornire una simile difesa, Little Eagle rispose che non era un oratore e ascoltò la sentenza in totale silenzio.
I due Osage avevano, però, i loro difensori.


Skitok – Mad Buffalo

Il Colonnello Arbuckle,che aveva parlato con tutti i bianchi coinvolti, disse “Credo che i fatti non siano stati raccontati in maniera corretta”. Riuscì a far rinviare due volte l’esecuzione e espresse speranza nella clemenza del Presidente James Monroe.
L’Agente per gli Osages, Alexander McNair, scrisse a Monroe “Sarebbe molto più opportuno e vantaggioso perdonare i due uomini”.
Il Governatore Crittenden era invece un fervido sostenitore della pena di morte. Dopo tutto Skitok aveva guidato la razzia e Little Eagle era un individuo spregevole. “Il loro eventuale rilascio garantirà alla tribù future impunità”.
John Quincy Adams, il successore di Monroe, non fu d’accordo con lui e perdonò i due Osage nel marzo 1825, come atto di compassione verso i suoi “red children”, figlioli rossi.

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