La battaglia del fiume Little Big horn – 25 giugno 1876

142° anniversario della battaglia di Little Big Horn (25-06-1876/25-06-2018)
A cura di Sergio Mura


La fase finale della battaglia di Little Bighorn
Il 25 giugno del 1876, nei pressi e lungo il fiume Little Bighorn, nel territorio statunitense del Montana, si svolse quella che è probabilmente la più conosciuta, studiata e famosa battaglia combattuta tra l’esercito degli Stati Uniti e una coalizione di indiani Sioux, Cheyenne e Arapaho. Essa va inserita nel contesto drammatico e più generale delle Guerre indiane, combattute a partire dal Settecento e fin tutto l’Ottocento tra i nativi americani e i coloni prima e successivamente tra i nativi americani e l’esercito statunitense poi.
Quelle Guerre Indiane che terminarono ufficialmente nel 1890 con la cosiddetta chiusura della frontiera e che segnarono la conquista completa degli spazi che una volta erano delle 500 Nazioni Indiane e in molti casi il completo annientamento o la decimazione dei nativi americani, e sono considerate uno degli eventi fondanti degli Stati Uniti per come li conosciamo oggi, e allo stesso tempo tra gli episodi più tragici della storia americana.
Al Little Bighorn gli indiani Lakota Sioux e i loro alleati – principalmente i Cheyenne e gli Arapaho, ma alla battaglia erano presenti guerrieri provenienti da altri raggruppamenti, attratti dall’idea di riprendere la vita libera di un tempo – combatterono con coraggio e determinazione e vinsero contro il 7° Reggimento di Cavalleria dell’esercito statunitense comandato dal tenente colonnello (ma veniva chiamato Generale) George Armstrong Custer, che morì con tutti gli uomini del suo distaccamento durante la terribile battaglia, diventata leggendaria grazie ai molti film, saggi storici, romanzi e fumetti che l’hanno raccontata cercando di coglierne l’essenza storica e nel contempo avventurosa.


Custer con alcuni ufficiali del 7° Cavalleria e famiglie

Negli ultimi anni, grazie ai notevoli progressi della scienza e della tecnica applicate all’archeologia, ricerche e studi hanno smontato e rimontato in parte il mito di Little Bighorn per come esso ha attraversato buona parte del XX secolo, rivelando alcuni errori tattici, ipotizzando certe inadeguatezze di Custer e arrivando persino a ridimensionare il mito del suo eroismo come comandante e nella battaglia. E’ pur vero che altrettanti studi, ben documentati e serissimi, pur confermando alcuni inevitabili errori di gestione commessi nel caos di una battaglia tremenda e in un territorio sconosciuto, sostengono che l’operato di Custer fu il più classico tenuto dai comandanti militari statunitensi nelle battaglie contro gli indiani e frutto di decisioni tattiche studiate a West Point, oltreché corroborate da una gran dose di esperienza diretta nelle grandi pianure. Proprio all’esperienza di Custer nelle battaglie contro gli indiani si deve la diffusa convinzione che gli indiani – appesantiti dalla responsabilità di difendere le proprie famiglie – tendessero a sfuggire il confronto diretto contro la cavalleria statunitense.
La battaglia di Little Bighorn è stata uno dehli episodi che compongono la cosiddetta Guerra delle Black Hills (le montagne ritenute sacre dagli indiani Lakota Sioux in quanto ospitavano i resti dei loro antenati) e loro principale e ricco terreno di caccia.
Alla guerra per le Black Hills si arriva attraverso un’altra guerra fatta da numerosi episodi di battaglia, ossia la Guerra di Nuvola Rossa, che prende il nome dal grande guerriero e capo dei Sioux che aveva guidato i guerrieri della sua nazione per difendere gli spazi vitali che gli appartenevano.


Il generale Custer

Quella guerra aveva portato alla firma di un importantissimo trattato tra i nativi americani e il governo degli Stati Uniti secondo cui, una volta marcati con precisione i confini della Grande Riserva Sioux, aveva anche stabilito che un’ulteriore ampia porzione di territorio sarebbe stata destinata agli indiani come immensa area di caccia non pretesa dal governo e nemmeno riconosciuta come parte integrante della riserva. Si trattava di uno spazio – affidato “per sempre” – in cui i nativi erano liberi di muoversi, accamparsi e cacciare, a patto che lasciassero ampio spazio di movimento e passaggio anche ai cittadini statunitensi che si spostavano lungo la frontiera. Nonostante questa disposizione fosse stata scritta in maniera sufficientemente chiara, la mancanza di regole ferree e di una reale volontà di mantenere fede agli impegni da parte del governo statunitense, oltre a mille interessi economici che si agitavano nel sottobosco delle comunità dei bianchi, portò a frequenti attriti e fraintendimenti sull’appartenenza e sull’utilizzo di questi territori.
I rapporti tra nativi e statunitensi peggiorarono drasticamente nel 1874, quando in seguito ad una ben strana missione esplorativa e “scientifica” guidata dal generale Custer si scoprì che nelle Black Hills c’era l’oro. In tanti hanno sostenuto che quella missione avesse ben altri scopi rispetto a quelli dichiarati e che dietro essa ci fosse l’intenzione di rintracciare un motivo per sottrarre le terre agli indiani.
Non ci volle molto dalla diffusione nel mondo della frontiera della voce del ritrovamento del prezioso metallo che prima centinaia e poi migliaia e migliaia di persone contagiate dalla febbre dell’oro entrarono nei territori della riserva per impossessarsi di lotti minerari e sfruttarli pur senza averne il diritto.


La spedizione nelle Black Hills, 1874

In qualche modo l’esercito degli Stati Uniti provò più volte a cacciare questa incredibile fiumana di gente oltre il confine della riserva, ottenendo di assembrare molte persone infuriate nelle cittadine di frontiera dove covava la rabbia contro gli indiani. Ma non si ottennero risultati importanti né, tantomeno, duraturi.
La crisi economica di quegli anni divorava patrimoni e cancellava prospettive di vita a moltissime famiglie che altro non desideravano che gettarsi a capofitto a ovest, nelle terre indiane, per provare ad agguantare una ricchezza che appariva facile e a portata di mano anche a causa dell’immensa e ignobile campagna di stampa che pompava la notizia del ritrovamento dell’oro. C’era dietro a tutto questo una enorme occasione di business per moltissimi e la solita opportunità di fare i “big money” per i pochi che muovevano i fili di tutto restando al sicuro in qualche città dell’est e dell’ovest.


Il corpo di spedizione nelle Black Hills, 1874

La fortissima pressione esercitata dai bianchi che si accalcavano ai confini della grande riserva dei Sioux, unita al sostegno dichiarato esplicitamente dalla politica locale, oltre alla reale impossibilità dell’esercito di bloccare il flusso di cercatori d’oro se non – cosa assolutamente impossibile, non voluta e non accettabile per i criteri di valutazione del tempo – sparando addosso alle persone per difendere gli indiani, imposero al governo USA di inventarsi la solita giravolta per non tenere fede ai trattati. Stavolta la soluzione prese forma di una inaccettabile (per gli indiani) proposta di cedere tutti i diritti sulle terre in cui si avventuravano i cercatori d’oro in cambio di una cifra che sembrava grande, circa 6 milioni di dollari, ma che era nulla rispetto al valore del metallo prezioso che da quella terra si sarebbe estratto. Inoltre, dobbiamo sottolineare che quella terra era rappresentata da una fetta enorme di territorio di caccia e delle amatissime Black Hills del Sud Dakota.
Non ci volle molto ai capi guerrieri più influenti e seguiti per diffondere tra i nativi una netta volontà di non accettare alcuna proposta di ulteriori cessioni di terre. Toro Seduto, Cavallo Pazzo e tanti altri capi che guidavano bande molto numerose e assolutamente legate al “vecchio stile di vita” comprendevano molto bene che la cessione dei loro territori avrebbe automaticamente cancellato tutta la loro storia e persino le prospettive di avere un futuro in linea con la loro cultura. Perciò si registrò una generale, ferma opposizione dei Sioux alla proposta del governo e non fu possibile trovare alcun accordo. Dobbiamo dire che anche tra i Sioux vi erano voci che pensavano di dover trattare con i bianchi e tra quelle voci vi era quella autorevolissima di Nuvola Rossa che ben conosceva la potenza dell’uomo bianco e del suo apparentemente infinito esercito. Tali voci però erano fortemente depotenziate anzitutto dal rischio che si correva di venir tacciati da vili e servili e dall’altro dallo stesso stile di vita dei Sioux che faceva molta presa sui giovani che all’interno di una riserva non avevano alcuna occasione di conquistare i meriti legati al coraggio e all’ardimento e che non volevano finire la propria vita chiusi in uno spazio angusto e umiliante.
Mentre si discuteva di impossibili acquisti continuava inarrestabile il flusso di persone che si dirigeva nelle Black Hills devastando il territorio e facendo scappare via la selvaggina… Si crede che una buona e seria stima sia di circa 15.000 persone (tra cercatori d’oro e avventurieri di ogni specie, compresi autentici banditi) presenti nell’area delle Black Hills in maniera illegale ad appena un anno dall’annuncio della scoperta dell’oro. Quelle persone, accampate in ogni modo, per il loro sostentamento tagliavano gli alberi, cacciavano ogni sorta di selvaggina, distruggevano l’ambiente con l’immondizia, inquinavano le falde acquifere con scorie di ogni tipo e richiamavano la voglia di vendetta degli indiani.


Cercatori d’oro nelle Black Hills

La situazione era ormai scivolata nel caos, con imboscate degli indiani contro i cercatori, ma anche dei bianchi contro chiunque avesse la pelle rossa, quando il governo statunitense giocò la carta che a detta di parte degli studiosi era la vera e unica decisione prese fin dal 1874, ossia la cacciata degli indiani dalle terre ricche della immensa zona delle Black Hills. Seguì perciò l’ingiunzione a tutti gli indiani che ancora si trovassero, a qualsiasi titolo, fuori dai confini delle riserve, di farvi immediato rientro, lasciando liberi quei territori che secondo l’ultimo trattato sottoscritto non appartenevano né agli indiani né agli Stati Uniti. Il termine ultimo contenuto nell’ingiunzione a rientrare nella Grande Riserva Sioux era fissato inderogabilmente entro l’inizio del febbraio del 1876. A nulla valsero le proteste degli indiani e persino di parte dei bianchi che agli indiani volevano bene. Eppure tali proteste erano ampiamente motivate; ci si trovava immersi nella stagione invernale che da quelle parti inizia piuttosto presto e che nella sua rigidità impone alle tribù di trovare un riparo e di restare ferme fino all’arrivo della primavera.
Perciò possiamo ben dire che l’ultimatum era assolutamente pretestuoso, parte di una ben congegnata strategia e persino impraticabile per i motivi citati e anche per l’impossibilità di avvertire per tempo tutte le bande indiane, specialmente quelle più lontane.
Ormai era chiaro a tutti (e lo è diventato ancor più oggi, a ragion veduta) che il vero obiettivo era di iniziare e vincere una nuova e definitiva guerra ai nativi chiamati non a caso “ostili” per sottrarre loro i territori in cui erano presenti i cercatori d’oro.
Passarono i mesi nel silenzio e mentre qualcuno osava pensare che quel silenzio potesse forse significare il disimpegno del governo rispetto alle minacce, nella realtà lo stato maggiore era al lavoro e aveva organizzato ben tre diverse, immense colonne di soldati che in primavera, a ultimatum ormai scaduto, si sarebbero mosse da tre diverse postazioni geografiche (il Montana, il North Dakota e lo Wyoming) per convergere verso le Black Hills con l’intento di costringere con la forza gli indiani a rientrare nelle riserve.
La decisione dei politici e gestita dai militari aveva alcuni difetti per così dire “strutturali”. Mancava infatti di conoscenza vera del territorio in cui i soldati si stavano muovendo e difettava di precisione nel calcolo del numero degli indiani “ostili” circolanti fuori dalle riserve. In tal senso a nulla erano servite le spiate provenienti da indiani delle riserve vicini al governo che osteggiavano i guerrieri disposti a tutto per difendere il vecchio stile di vita.


Cavallo Pazzo all’attacco di Fort Laramie nel 1864

Gli indiani “ostili”, infatti, non erano composti solo da quelle bande che erano fuori per l’inverno e che non accettavano l’esistenza della riserva né di andarsi a chiudere dentro, come quelle al comando di Cavallo Pazzo o Toro Seduto, ma erano affiancati da moltissimi altri, anche di altre tribù che da ogni luogo si erano messi in viaggio per raggiungere quelle bande di indiani liberi. Quindi non si parlava di circa 800 guerrieri, ma di un numero molto più elevato. E tale numero cresceva man mano che ci si addentrava nella primavera e gli spostamenti erano agevolati dal clima più mite!
Tutta quella gente subiva il fascino di Toro Seduto, Cavallo Pazzo e tanti altri guerrieri noti per il loro coraggio e per il loro attaccamento alla tradizionale vita nomade e libera. I guerrieri erano certamente alcune migliaia e i raggruppamenti iniziavano ad essere veramente imponenti per via della presenza delle famiglie. Immaginate che il campo disposto lungo il fiume Little Bighorn si stima (racconti e calcoli alla mano) fosse lungo alcuni chilometri e una tale massa di persone aveva comunque necessità di grandissimi spazi e di nutrimento per gli uomini, ma anche per gli animali, perciò gli spostamenti erano costanti.
Le colonne erano in marcia verso il punto concordato.
La colonna guidata dal generale Crook, un uomo di enorme esperienza e sapienza militare, subì una bruciante e inattesa sconfitta a metà di giugno, nei pressi del fiume Rosebud, a seguito di un impressionante attacco condotto dai guerrieri di Cavallo Pazzo insieme a guerrieri Cheyenne. Da quel momento la colonna detta “del Rosebud” si bloccò e arretrò in attesa di nuovi ordini.


La partenza del 7° Cavalleria

I comandanti delle altre due colonne ovviamente non erano a conoscenza – date le distanze e l’impossibilità di conoscere tempestivamente le notizie – di quanto accaduto al generale Crook e decisero di incontrarsi e fare il punto della situazione. Erano il colonnello John Gibbon e il generale di brigata Alfred Terry. Quest’ultimo era partito da Fort Lincoln, nel North Dakota, e comprendeva il famosissimo 7° Cavalleria del “generale” Custer.
Custer era divenuto generale durante la Guerra di Secessione ed era giustamente considerato un eroe per i suoi grandi successi in molte battaglie. Dopo la guerra civile aveva mantenuto il grado di tenente colonnello ed aveva continuato, inarrestabile, la sua carriera militare a suon di vittorie (alcune anche molto discusse) contro gli indiani delle pianure, fino ad un momento in cui era entrato in contrasto con il Presidente degli USA a causa di una denuncia per malversazioni a danni degli indiani, compiute da persone vicine al presidente all’interno delle riserve indiane. In quel momento la sua stella iniziò a splendere meno. La missione verso le Black Hills era la sua opportunità per riscattarsi, conquistare fama imperitura e – dice qualche studioso – forse per candidarsi alle successive elezioni presidenziali in veste di eroe delle guerre indiane.
Il generale Terry
Nonostante il contrasto da parte del Presidente e del suo staff, Terry riuscì a convincere tutti dell’importanza di portare Custer in battaglia, impegnandosi piuttosto a tenerlo ben serrato nei ranghi ai suoi ordini. Terry lasciò a Custer il comando del 7° Cavalleria e dopo aver compiuto una parte del viaggio assegnato alla sua colonna, dopo aver ricevuto certi report da parte degli scout, gli ordinò di spostarsi con i suoi uomini verso sud per rintracciare e aggirare l’accampamento dove si credeva che i nativi si stessero concentrando in grandi forze, la valle che correva a fianco al fiume Little Bighorn, nel Montana.
Terry aveva il progetto di superare il campo indiano con il 7° cavalleria e poi di stringerlo in una morsa (secondo i dettami più elementari della strategia militare del tempo) con la colonna di fanteria guidata da Gibbon che avrebbe avuto l’incarico di bloccare la ritirata dei nativi che si dava per scontata. A quel tempo, infatti, i soldati erano convinti che i guerrieri indiani riuniti alle loro famiglie, una volta che incappavano nei soldati ben armati tendevano sempre a sfuggire in attesa di tempi migliori.
Il generale John Gibbon
Tale convinzione era vera in parte, ma la condizione che si stava creando all’immenso campo del Little Bighorn era diversa da qualunque altra accaduta in passato.
Per via della già accennata scarsa conoscenza dei luoghi e per la mobilità delle bande indiane, gli ordini impartiti da Terry non erano di facile esecuzione, tanto che lui stesso nel raccomandare a Custer di eseguirli meticolosamente, aveva aggiunto una frase in cui riconosceva a Custer il diritto di comportarsi come meglio avesse ritenuto, qualora si fosse trovato di fronte a emergenze.
E’ importante anche ricordare che vanno considerate le grandissime distanze da coprire per completare la manovra di aggiramento, in un territorio molto difficile anche dal punto di vista orografico.
Nel 7° Cavalleria c’erano molti soldati giovanissimi e una parte di loro era composta da novizi, mentre la restante parte era composta da uomini di esperienza, temprati dalle guerre indiane.


Crook alla battaglia del fiume Rosebud

L’età media dei giovani era di circa 22 anni e un certo numero tra loro proveniva direttamente dall’Europa e talvolta si riscontravano problemi di comprensione della lingua inglese. Così era, ad esempio, per l’italiano Giovanni Martini, naturalizzato “John Martin”, trombettiere del 7° Cavalleria che non parlava molto bene l’inglese.
Sotto il diretto comando di Custer – secondo i dati aggiornati al 22 giugno 1876 – erano circa 647, ovviamente non tutti militari. Erano infatti aggregati alcuni giornalisti, osservatori e altri ancora. Nel conto sono inclusi 31 ufficiali, 566 soldati di truppa, una dozzina di addetti ai muli e impiegati del quartier generale e infine 35 scout indiani, di cui sei erano Crow e i restanti prevalentemente Arikara. Il comando di Custer era organizzato in dodici compagnie, ciascuna delle quali era assistita da un “treno” di muli carichi di provviste.
I soldati erano chiaramente provati dal lungo e stancante viaggio compiuto fin lì dal North Dakota. Nulla, comunque, di così serio da rallentare Custer che era partito per la sua missione comandata da Terry il 22 giugno e che con un’avanzata per tappe forzate si era portato assai vicino al grande campo indiano di cui, però, nulla sapeva. Capì di essere vicino perché le guide indiane Custer avevano iniziato a segnalare avvistamenti di piccoli gruppi di indiani che secondo la loro interpretazione potevano indicare una fuga del grande campo, mentre la realtà è che si trattava di costanti nuovi arrivi di gruppi di guerrieri.


Custer avanza verso il fiume Little Bighorn

Guidato dalle guide indiane, Custer fermò i suoi soldati in un punto favorevolmente riparato dagli sguardi indiscreti e con loro si recò sulla cima di un vicino promontorio. In lontananza gli fu fatto notare il campo degli “ostili”, ma lui non fu in grado di vedere bene, mentre gli indiani – che avevano gli occhi assai allenati a vedere in lontananza – erano riusciti a cogliere la dimensione anche attraverso il gran numero di cavalli che essi vedevano al pascolo; inoltre erano riusciti a intuire il grandissimo numero di persone che lo abitavano in quel momento, tanto che misero il loro comandante in guardia dall’attaccare senza attendere l’arrivo delle colonne attese da un giorno all’altro.


Uno scorcio del grande villaggio indiano

Custer era un comandante di grande esperienza e pur fidandosi di quanto gli veniva detto dalle guide indiane, in particolare da Bloody Knife (Coltello Insanguinato, un Arikara) a cui era molto legato, riteneva che gli indiani fossero troppo prudenti e attendisti. Sopra ogni cosa lo inquietavano le continue segnalazioni di piccoli gruppi di indiani che parevano essere in fuga. In quegli indiani vedeva il rischio di far fallire l’intera spedizione. Nella sua testa rimbombavano le parole di Terry che, in fondo, lo autorizzavano a decidere autonomamente di fronte alle emergenze.
Perciò, sebbene non avesse una chiara idea della posizione effettiva e delle dimensioni dell’accampamento (una parte del quale era completamente nascosta alla vista dei soldati), Custer decise di non attendere l’arrivo di Terry e Gibbon e di attaccare subito.
Frederick Benteen
Fece riposare alcune ore i suoi soldati e poi divise il 7° Cavalleria in quattro colonne allo scopo di procedere con la classica manovra a tenaglia contro l’accampamento Sioux, Cheyenne e Arapaho e, ipotizzando di mettere in fuga gli indiani, con lo scopo di bloccare tale tentativo.
A Frederick Benteen affidò 115 uomini, altri 141 andarono sotto il comando di Marcus Reno e 128 uomini finirono sotto Thomas Mower McDougall con il compito di custodire il treno di muli caricati con le munizioni e i viveri, mentre mantenne sotto il suo comando 211 uomini.
Deciso l’attacco e sulla scorta delle informazioni visive di cui disponeva, trovandosi a circa 10 miglia dall’ansa del Little Bighorn che ospitava gli indiani, Custer, pur non conoscendo bene le condizioni del terreno, dispiegò la sua strategia:

  • ordinò a Benteen di guidare la sua colonna verso sud, predisponendosi ad attaccare chiunque gli venisse incontro e anche a coprire la sua avanzata.
  • a Reno ordinò di guadare un piccolo affluente del fiume Little Bighorn e di attaccare frontalmente e senza esitazione il campo indiano, garantendogli un appoggio in caso di necessità.
  • Custer si separò dalla colonna di Reno e proseguì verso un fianco del campo con la sua colonna, convinto di poterlo attaccare passando attraverso alcune piccole alture.
  • la colonna con le munizioni e le vettovaglie restava indietro a debita distanza, pronta a sostenere l’attacco.

Bastò partire dal luogo in cui si trovavano per scoprire che la natura del terreno intorno al Little Bighorn era abbastanza accidentata e costringeva i soldati erano a passare in percorsi tortuosi nei quali era notevole il dispendio di energie di uomini e cavalli che erano già provati dalle tappe forzate imposte da Custer nei giorni precedenti.
Fatti i debiti conti il maggiore Reno impiegò quasi sessanta minuti per percorrere poco più di due miglia, ossia lo spazio che lo separava dal primo contatto con i guerrieri indiani. L’attacco venne portato attraversando il fiume intorno alle tre del pomeriggio. Con Reno c’era anche il fedelissimo scout di Custer, Bloody Knife, probabilmente per supportarlo nell’attacco.


La mappa degli eventi – clicca per INGRANDIRE

Il generale Custer – dopo aver garantito a Reno un supporto in caso di bisogno – in quello stesso istante stava risalendo uno dei crinali che si frapponevano lateralmente rispetto al campo indiano e stava già constatando le prime difficoltà del suo piano di attacco.
Quando fu arrivato sul colmo del crinale riuscì per la prima volta a vedere quasi per intero il campo indiano e certamente restò sbalordito per la sua grandezza. I guerrieri indiani erano certamente molti più di quanto aveva creduto. In quel momento, mentre cercava il punto giusto per scendere a valle e attraversare il Little Bighorn per attaccare l’accampamento nella ipotizzata manovra a tenaglia, iniziarono a sentirsi gli intensi colpi di fucileria provenienti dal gruppo di Marcus Reno che aveva iniziato l’attacco frontale al campo.
Maggiore Marcus Reno
Si trattava di un impressionante crepitio di spari perfettamente udibile da quella posizione e, tutto sommato, suonava anche rassicurante in quanto al generale parse che tutto stesse andando per il verso giusto. Era anche possibile intravvedere parte dell’attacco.
Nella realtà, il distaccamento di soldati al comando di Reno si era trovato a dover attraversare un tratto di fiume non semplice e questo aveva consentito alle avanguardie dei guerrieri di avvisare tutto il campo dell’arrivo dei soldati. In brevissimo tempo i primi guerrieri si gettarono con tutta la rabbia di cui disponevano contro il 7° Cavalleria, mentre alle loro spalle si susseguivano le ondate di altri guerrieri che arrivavano in supporto dal campo. In un attimo centinaia di frecce riempirono il cielo in direzione dei soldati e Reno subì quasi impotente quelle, la fucileria e l’assalto degli indiani che, tra l’altro, erano assai più ben armati del prevedibile, dato che disponevano anche di fucili a ripetizione di ottima fattura e nuovissimi.


Bloody Knife, la guida Arikara prediletta da Custer

I soldati venivano colpiti senza avere la forza di reagire e lo stesso Bloody Knife venne colpito in piena testa mentre era a fianco di Reno. L’ufficiale venne colpito dal sangue dello scout indiano e, forse anche per questo, perse la calma e preoccupato dalla forza del contrattacco indiano, gridò ai soldati di fermare la carica a cavallo, di arretrare e formare una prima linea di difesa a piedi, al riparo dei cavalli, mantenendo il fiume alle spalle. Mentre per gli indiani era abbastanza normale sparare mentre galoppavano, per i soldati non era così, perciò il comportamento di Reno aveva un senso pratico, anche se lo allontanava moltissimo da quella che era l’idea di Custer di sfondare le prime difese indiane. D’altra parte Reno era abbastanza sicuro di ricevere in breve tempo l’aiuto garantito dal suo comandante. I soldati di Reno erano già smontati da cavallo e provavano a replicare all’attacco furioso dei guerrieri indiani che erano ormai in numero soverchiante e provenivano sempre più numerosi da ogni settore del campo. Circa un quarto dei soldati era in quel momento impegnato a mantenere fermi i cavalli per evitare che scappassero terrorizzati dagli spari e dalle urla incessanti degli indiani.
Nel frattempo, il campo era ormai in allarme e gli ordini dei capi erano stati già impartiti. Toro Seduto si era preso l’incarico di condurre in salvo le donne ed i bambini. Al tempo della battaglia il grande guerriero aveva un età in cui talvolta era consentito non partecipare alle prime fasi di uno scontro. A combattere erano stati inviati capi famosi come Gall e Cavallo Pazzo.
Nei pressi dell’affluente del Little Bighorn Reno ed i suoi soldati erano ormai impantanati e i morti e feriti non si contavano. In più gli indiani erano passati oltre le loro linee e gli sparavano addosso da ogni dove.


I soldati di Reno corrono verso la boscaglia

A questo punto il maggiore ordinò ai soldati di correre e trovare rifugio in una boscaglia che si vedeva lì vicino. Poi, ormai preso dalla più totale confusione, comandò ulteriori spostamenti che nella convulsione dell’attacco esposero i soldati ad essere colpiti di spalle. In questa fase della battaglia quasi la metà dei soldati del comando di Reno era già morta ed i feriti erano numerosi. L’assedio al boschetto fu tragico.


Reno e i suoi in fuga verso il promontorio

I soldati erano senza comando e dovevano agire solo per difendere la propria vita. Poi, quando tutto sembrava perduto Reno fuggì con tutti quelli capaci di seguirlo verso un promontorio poco distante, oltre il fiume, ove trovò riparo e da cui non si mosse più fino all’arrivo delle truppe di Gibbon. Alcuni suoi soldati restarono intrappolati nel boschetto e tentarono la risalita verso la cima dove si trovavano i camerati durante la notte. Gli indiani tennero bloccato il gruppo di Reno fino all’indomani.
Custer era impegnato nella discesa verso il fiume e pur avendo visto l’inizio dell’assalto guidato da Reno, nulla sapeva con certezza dell’esito infausto.


Cooke consegna il biglietto per Benteen a Martini

Preoccupato dalla dimensione del campo chiamò il trombettiere Martini e gli fece consegnare un suo messaggio (scritto a mano dall’attendente William W. Cooke) diretto a Benteen affinché raggiungesse rapidamente il campo di battaglia portando le munizioni. Martini corse via e fu l’ultimo uomo bianco a vedere vivo Custer.


Il biglietto autografo di Cooke con il testo di Custer

Nella sua corsa verso Benteen fu inseguito da alcuni indiani che riuscirono anche a ferire il suo cavallo. Toccò poi agli scout Crow e Arikara al seguito di Custer. Il generale li liberò dall’impegno di seguirlo in battaglia e alcuni tra essi andarono via. Tra quelli che andarono via c’era il giovanissimo Curley, un Crow che fu l’ultimo in assoluto a vedere il generale vivo.
Il generale Custer trovò finalmente il varco giusto nelle rocce e sbucò con i suoi sulla riva del fiume e vide perfettamente il campo: uno spettacolo immenso. Notò che pareva disabitato; questo perché quasi tutte le donne ed i bambini erano stati allontanati sotto la guida di Toro Seduto e perché il grosso dei guerrieri si era gettato contro Reno ed i suoi pensando che fosse quello il fronte dell’attacco. Da questo punto di vista, la decisione di Custer di dividere le sue forze per realizzare la manovra a tenaglia appare essere stata corretta.


Toro Seduto

Purtroppo per lui lungo il fiume c’erano delle donne che forse lavavano i panni ed erano vigilate da alcuni guerrieri. Questi si accorsero di Custer e presero a sparargli addosso mentre tentava l’attraversamento del Little Bighorn verso il campo. Gli spari e le urla di allarme richiamarono un numero notevole di guerrieri che rinforzarono la difesa del campo sul lato di Custer. Da questo momento in poi le sorti di Custer si decidono in un lasso di tempo abbastanza breve e alcune mosse non sono certe. Ad esempio, c’è chi sostiene che sia riuscito ad attraversare il fiume e persino a toccare terra lungo la riva dell’accampamento, per poi essere ributtato in acqua dalla furia degli indiani. C’è anche chi sostiene che la fucileria degli indiani lo convinse a ritornare sulla riva da cui era partito per poi provare a passare più a monte lungo il fiume, mentre veniva inseguito dai guerrieri.


Il campo indiano

Il trombettiere John Martin, intanto, galoppava a spron battuto verso Benteen seguendo il percorso che i soldati avevano fatto all’andata, quasi tre ore prima. Benteen, a sua volta, non sapendo alcunché di Custer o di Reno, stufo di girovagare senza trovare il campo aveva comandato di muovere con la sua colonna verso nord. Reno e Benteen si incontrarono dopo circa 25 minuti dalla partenza del trombettiere con le disposizioni di Custer. Benteen aveva appena saputo delle enormi difficoltà in cui si trovava il maggiore Reno, che era circondato dagli indiani che gli sparavano addosso anche da posizioni dominanti. Perciò stabilì di tralasciare il richiamo di Custer e agire secondo priorità andando rapidamente in soccorso di Reno e dei suoi, raggiungendolo successivamente sul promontorio dove erano rimasti bloccati.
Da questo momento in poi la storia della battaglia del fiume Little Bighorn, ossia il “last stand” di George Armstrong Custer e del suo contingente diventa pura opera di ricostruzione. Una ricostruzione basata in parte sui racconti dei guerrieri indiani e in parte sul ritrovamento dei corpi dei soldati e delle armi e dei proiettili.
I racconti dei guerrieri indiani furono molto complicati da interpretare perché nessuno di loro aveva avuto a disposizione l’intero schema di battaglia e ciascuno era intervenuto in una porzione di essa. Inoltre, i racconti risalgono al tempo in cui ogni eco della battaglia era spento, gli indiani erano stati chiusi nelle riserve e l’argomento veniva trattato malvolentieri e talvolta nascondendo parti preziose di verità per timore di essere puniti.

Comunque sia, si ritiene abbastanza corretto credere che Custer ordinò l’attacco contro l’accampamento dei nativi, portandosi avanti con due squadroni guidati dal capitano George Wilhelmus M. Yates dalle alture in cui si trovavano verso il fiume che sarebbe stato guadato (come dicevamo poco sopra), fino a trovarsi di fronte al primo gruppo di indiani. Nella zona c’erano alcuni guerrieri che rallentarono enormemente l’avanzata dei cavalieri di Custer e Yates. C’è chi dubita che Custer fosse realmente lì in quel momento, ma è difficile credere diversamente studiando la sua vita. L’uomo era ardimentoso e si metteva sempre davanti ai suoi soldati.
Questa fase della carica, iniziata dopo le 16.30, fallì completamente ed i soldati dovettero rientrare sul crinale, inseguiti da orde di guerrieri furenti che gli sparavano addosso decimandoli rapidamente. Ciò che restava del 7° Cavalleria era a quel punto inseguito da vicino da centinaia di indiani. L’impossibilità di dare ordini ben udibili da tutti e il pericolo imminente, la confusione, le urla degli indiani, il rumore degli spari… tutto portò i soldati a dividersi, sparpagliandosi al riparo di alcune forre. Questo è ciò che risulta dallo studio approfondito della posizione dei corpi e anche immaginando la scena. Probabilmente Custer tentò una manovra disperata per arroccarsi e difendere i soldati ancora in vita organizzando il quadrato difensivo con al centro i cavalli. Gli indiani lo stavano attaccando dal basso in numero sempre crescente.
E’ qui che sappiamo esserci stata la manovra indiana che chiuse definitivamente il sipario.


Custer Last Stand

Cavallo Pazzo, infatti, osservata la scena da una certa distanza e vista la posizione finale mantenuta da Custer, radunò un grosso gruppo di guerrieri e aggirò la posizione del generale e dei suoi soldati arrivando loro addosso da nord, chiudendo Custer tra due fuochi nemici. Il tempo ormai correva e il numero degli indiani era talmente grande che ogni tentativo di difesa fu vano: i soldati e Custer furono uccisi tutti in poco meno di 20 minuti.
Un ultimo dubbio ha sempre arrovellato gli storici, ossia se Custer fu tra quelli che visse fino all’assalto finale o se non fosse piuttosto già morto. Il dato di fatto è che il suo corpo fu trovato ammassato tra quelli del quadrato difensivo finale nel luogo che venne chiamato “Custer Last Stand”.


Gli istanti successivi alla fine della battaglia

Subito dopo la fine di Custer e dei suoi, iniziò il passaggio delle donne che spogliarono i cadaveri e portarono via moltissimi oggetti, lasciando in terra il denaro di cui non sapevano che farsene. Ai corpi vennero inflitte severe mutilazioni e i cosiddetti “tagli rituali” che servivano ad identificare la tribù indiana. Venne levato lo scalpo a molti soldati.


Gli indiani festeggiano la vittoria sui soldati

Reno e Benteen, pur essendo assediati sulla collina, sentirono distintamente i colpi di arma da fuoco provenienti dal luogo in cui stava combattendo Custer e tentarono di raggiungerlo, soprattutto per opera di un fedelissimo ufficiale del generale, il capitano Weir, che alla fine, dopo una discussione animata, prese l’iniziativa, ma senza alcun successo a causa della barriera di spari provenienti da parte indiana, il che impediva di fatto di muoversi. Reno aveva in ogni caso ben poca scelta operativa, trovandosi a gestire ben 53 feriti, senza disponibilità di acqua fresca, senza un vero riparo, con pochissime munizioni e un gruppo consistente di indiani che lo tenevano inchiodato sparandogli da posizioni più elevate. Quando finalmente arrivò la colonna di soldati di McDougall con i rifornimenti, Custer era già morto con tutti i suoi.

Fatti accaduti dopo la battaglia del fiume Little Bighorn

Nel corso della drammatica battaglia del fiume Little Bighorn morirono 268 militari del 7° Cavalleria. Il numero dei caduti tra gli indiani non è certo, anche se dalle diverse testimonianze indiane si è riusciti a ricomprenderlo tra 36 e 130. Gli indiani portavano via i loro morti e nessun corpo indiano venne ritrovato all’arrivo di Terry e Gibbon che raggiunsero il luogo del disastro il giorno successivo. Trovarono invece Reno e Benteen con i loro soldati e tutti erano in condizioni abbastanza misere. Con loro iniziò il difficile compito di identificare i caduti del 7° Cavalleria.


Un tipico esempio di mutilazioni inflitte dagli indiani

Il caldo era soffocante ed i corpi, completamente denudati, che già erano stati straziati dal passaggio delle donne indiane che praticavano mutilazioni e tagli rituali, erano anche in via di decomposizione, tanto che ci vollero quasi quattro giorni per riconoscerli, sia pure senza la totale certezza, e seppellirli nel punto in cui erano stati ritrovati. Le lapidi con l’indicazione del nome e del grado, insieme a quelle che indicano alcuni guerrieri indiani (apposte successivamente) sono ancora lì sul promontorio e nei dintorni del fiume Little Bighorn.


Le prime tombe ed alcuni resti

La morte di Custer e dei suoi uomini, la sconfitta patita da quelli che la gente chiamava “selvaggi” suscitò la durissima reazione del governo degli Stati Uniti. La grande riserva Sioux fu sottoposta alla legge marziale, ma venne anche imposta la consegna di tutte le armi e di tutti i cavalli in possesso agli indiani e – cosa che costituiva l’obiettivo principale di tutta la campagna militare – fu impedito l’accesso e la caccia nei cosiddetti “territori non ceduti”.


La resa della tribù di Cavallo Pazzo

Battaglia dopo battaglia, agguato dopo agguato, con la complicità del terribile generale inverno, i soldati americani costrinsero tutte le bande e le tribù “ostili” alla resa.
Fu quello il destino anche di Cavallo Pazzo e della sua tribù e lo stesso grande guerriero venne ucciso l’anno successivo a Fort Robinson.


Gli ultimi istanti di vita di Cavallo Pazzo – clicca per INGRANDIRE

Toro Seduto, invece, riuscì a fuggire in Canada dove visse tra alti e bassi per un certo periodo.
L’intera area delle Black Hills e molti altri preziosi territori lungo il confine occidentale della Grande Riserva Sioux vennero interamente trasferiti sotto la giurisdizione del governo statunitense.
Custer, già acclamato eroe, divenne ancor più famoso, anche e specialmente grazie all’instancabile opera della moglie Elizabeth che ne difese la memoria e che lungamente attaccò il comportamento tenuto da Benteeen e Reno.
Pur nella difficoltà a esprimersi in maniera difforme dal comun sentire, non mancarono le voci dissenzienti che ritennero Custer colpevole della sconfitta e della morte dei suoi soldati. In particolare, Custer venne criticato per aver rifiutato l’aiuto di quattro ulteriori compagnie provenienti dal 2° Cavalleria, ritenendo che il suo reggimento, così ben addestrato, sarebbe stato sufficiente.

Custer aveva ideato una sua particolare modalità di contrasto degli indiani ed essa consisteva nel rendere i soldati più liberi da impicci possibile, in modo da essere quasi simili, quanto a mobilità, ai guerrieri. La sua convinzione era che non si doveva dare tregua agli indiani, inseguirli ovunque ed approfittare dei loro punti di debolezza, prevalentemente consistenti nella stagione invernale (che li costringeva alla quasi completa immobilità), nella presenza delle famiglie e nel fortissimo individualismo che rendeva difficoltoso il loro coordinamento.
Perciò non ci si deve stupire di scelte che potrebbero apparire quantomeno stravaganti, quali il gran rifiuto di tirarsi dietro le terribili armi pesanti, come le mitragliatrici Gatling o i cannoncini.


La Gatling

Le analisi archeologiche e storiche, oltreché storiografiche, non hanno portato neppure ad una conclusione univoca quanto alla morte del generale. Il suo corpo, assolutamente non offeso dopo la morte, aveva due ferite inflitte da proiettili, una sotto il cuore ed una nella tempia sinistra. Non gli era neppure stato levato lo scalpo, cosa che subirono moltissimi dei suoi soldati. In verità, stando alle testimonianze degli indiani, nessuno lo aveva davvero identificato, anche perché si era tagliato i capelli poco prima di partire per il Little Bighorn.
Custer fu dapprima sepolto come tutti gli altri sul campo di battaglia, ma successivamente venne riesumato e seppellito nel cimitero di West Point, a New York, nel 1877.

Cronologia della battaglia del fiume Little Bighorn

  • 12.00: Custer divide il reggimento
  • 13.20: Custer e Reno continuano verso il villaggio. Benteen lascia la pista e comincia a esplorare l’area a sud.
  • 14.15: Custer ordina a Reno di trottare verso il villaggio, che è ancora a circa 4,5 km di distanza, e attaccare
  • 14.53: Reno attraversa il fiume e dispone le truppe per l’attacco
  • 15.03: Custer sale sul crinale a nord del villaggio. Reno comincia la carica, Benteen abbandona l’esplorazione e decide di riunirsi al reggimento.
  • 15.15: Benteen raggiunge il sentiero percorso dal reggimento. Custer e Reno sono passati per questo punto circa un’ora prima.
  • 15.18: Reno, preoccupato dal numero degli indiani davanti a lui arresta la carica e ordina alle truppe di combattere a piedi.
  • 15.28: Custer, dalle colline, osserva Reno impegnato dagli indiani
  • 15.32: Reno si ritira tra gli alberi, McDougall raggiunge la pista, 15 minuti dietro Benteen
  • 15.34: Custer ordina a John Martin di raggiungere Benteen
  • 15.53: Reno lascia il riparo degli alberi dirigendosi verso un’altura
  • 16.00: Benteen incontra John Martin con gli ordini di Custer
  • 16.06: Benteen vede Reno assediato sull’altura
  • 16.16: Custer manda il Cap. Yates con due compagnie verso il villaggio e aspetta sulle colline
  • 16.20: Benteen si ricongiunge con Reno
  • 16.27: Custer scende dalle colline per raggiungere Yates (evento controverso, basato su ipotesi)
  • 16.46: Custer si ricongiunge con Yates (evento controverso, basato su ipotesi)
  • 16.55: Custer scambia intensa fucileria con i nativi (probabilmente è un segnale per Reno e Benteen)
  • 17.05: Il Capitano Weir, di sua iniziativa lascia Reno e Benteen e con la sua compagnia, si avvia verso il rumore della fucileria.
  • 17.10: Ultimi colpi sparati dal comando di Custer.
  • 17.22; Reno e Benteen si mettono in marcia per ricongiursi con Weir, ma, attaccati dagli Indiani sono costretti a tornare indietro.
  • 17.25: McDougall raggiunge Reno e Benteen. Custer e il suo comando sono già morti da alcuni minuti.

Ed ecco il film completo “Son of the Morning Star” da tutti ritenuto il più fedele alla realtà storica per come essa è ormai conosciuta.

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