La battaglia di Grand Coteau: Sioux contro Métis

A cura di Renato Ruggeri

Le relazioni tra i Sioux e i Metis durante il diciannovesimo secolo furono mutevoli, con periodi di pace alternati a periodi di guerra. Alexander Ross, un cacciatore e mercante di pelli, disse “Ogni anno vengono stipulati trattati tra i Metis e gli Indiani, e ogni anno sono regolarmente infranti”.
Mentre alcuni capi Sioux come, per esempio, Burnt Earth, commerciavano con l’Hudson Bay Company e erano in rapporti amichevoli con i Metis, altri si opponevano strenuamente all’annuale caccia ai bisonti che spingeva i Metis del Red River nelle terre dei Sioux.
John McLean, un mercante della HBC, scrisse nelle sue memorie “Gli Indiani delle pianure aspettano con preoccupazione e animosità l’arrivo della strana razza dei Metis nei loro territori di caccia. Sono sempre sul chi vive; attaccano i gruppi di cacciatori, bruciano la praterie nel periodo in cui i brules partono per la caccia e fanno fuggire la selvaggina”.
Durante la caccia estiva del 1840 alcuni cacciatori Metis guidati da Jean Baptiste Wilkie stavano viaggiando a sud del fiume Missouri. quando una banda formata da una ventina di Sioux uccise Louison Vallè, che si era allontanato dall’accampamento. In risposta i Metis inseguirono i Sioux e ne uccisero otto.
In luglio i Metis, mentre si trovavano vicino a Fort Union, incontrarono i Sioux di Burnt Earth. Il capo li accusò di crudeltà, otto Sioux erano stati uccisi come ritorsione per la morte di uno solo di loro. I Metis fecero una colletta e diedero il ricavato a Burnt Earth. Poi Metis e Sioux si separarono pacificamente.
L’armistizio non durò a lungo. I Metis tornarono verso casa e, alla fine di luglio, raggiunsero il fiume Sheyenne, in Nord Dakota. Nel frattempo alla spedizione si erano aggiunti 40-50 Ojibwas. Quando giunsero vicino a un piccolo villaggio Sioux gli Ojibwas, insieme a un Metis di nome Parisien, assalirono l’accampamento. Nello scontro che ne seguì, sette Sioux e tre Ojibwas rimasero uccisi e tre Sioux e quattro Ojibwas feriti. Il giorno seguente circa 300 Sioux armati “cap a pie” si avvicinarono al campo dei Metis e sfidarono gli Ojibwas a battersi. Al rifiuto degli Ojibwas, i Metis cercarono di negoziare e convinsero i Sioux a ritirarsi dando loro un risarcimento in beni materiali.


Carovana di Métis

Nell’agosto 1845 un gruppo di Sioux visitò Fort Garry, nell’odierno Manitoba. Un Ojibwa, il cui fratello era stato ucciso dai Sioux, sparò un colpo di fucile contro uno dei Sioux e lo uccise. La pallottola passò attraverso il corpo di un altro Ojibwa, uccidendolo, e ferì un Metis. L’Ojibwa fu processato per omicidio e impiccato nel settembre 1845. L’anno seguente un gruppo di Metis che stava viaggiando verso ovest, oltre le Turtle Mountain, incontrò una banda di Sioux che si era avvicinata mostrando segnali di amicizia. Mentre erano in corso negoziati di pace, il corpo di un Metis fu portato nel campo e la morte fu attribuita ai Sioux. Tre giorni dopo ci fu uno scontro, e otto Sioux rimasero uccisi.
Nel giugno 1851 due gruppi di Metis lasciarono la regione del Red River, in Manitoba, per l’annuale caccia al bisonte, poco preoccupati per la minaccia rappresentata dai Sioux.
Un gruppo proveniva dalla piccola comunità di Saint Francois-Xavier sul fiume Assiniboine, 32 km a ovest di Fort Garry, Era composto da 200 carri, 67 cacciatori e un numero imprecisato di donne e bambini. Tra le famiglie vi era quella di Gabriel Dumont, uno dei futuri leader dei Metis e il capo militare della ribellione del 1885.
Nel secondo gruppo, molto più numeroso, vi erano cacciatori da Saint Boniface e Pembina. I carri erano 1100, i cacciatori 318, in tutto 1300 persone.
Le due carovane si incontrarono il 19 giugno. Nell’occasione furono fissate le regole della caccia, eletti i comandanti e stabilito il percorso. Per ragioni di sicurezza si decise che i due gruppi si sarebbero mossi in parallelo, mantenendosi a una distanza di 30-50 km, in modo da non interferire con la caccia. Ci sarebbero stati continui contatti e, in caso di attacco Sioux, un gruppo doveva accorrere subito in aiuto dell’altro.
Compiute queste formalità, i Metis iniziarono il loro viaggio verso sud e ovest, entrando nel territorio Sioux.


Il Manitoba divenne provincia del Canada nel 1870

Il gruppo di Saint Boniface-Pembina, il più numeroso, seguendo una rotta più meridionale ebbe due incontri minori e senza conseguenze coi Sioux. Gli incidenti furono subito comunicati al gruppo Saint Francois-Xavier che stava procedendo, in parallelo, un po’ più a nord.
Secondo tradizione, L’annuale caccia al bisonte dei Metis era, sempre, accompagnata da un prete.
Con la carovana di Saint Francois-Xavier viaggiava il reverendo Louis Francois Lafleche , che sarebbe, poi, diventato l’Arcivescovo di Trois Rivieres. Al gruppo più numeroso si era, invece, unito padre Albert Lacombe arrivato, di recente, nel West e alla sua prima caccia al bisonte.
Sabato 12 luglio la carovana di Saint Boniface-Pembina raggiunse il Grand Coteau del Missouri, un pianoro elevato che divideva i bacini di drenaggio dei fiumi Missouri e Assiniboine.
Coteau è una parola francese che indica una “ butte”, una collinetta, oppure un altipiano o lo spartiacque tra due fiumi o due valli.
Il Grand Coteau era formato da una serie di collinette e colline intervallate da piccoli bacini lacustri, spaccature nel terreno e pantani. Si era formato circa 10000 anni prima in seguito al ritiro del ghiacciaio del Wisconsis e si estendeva per circa 900 km come una striscia irregolare in direzione nordovest, dal confine del Nebraska fino alla valle del fiume Saskatchewan.
Il 12 luglio il gruppo di Saint Boniface-Pembina raggiunse il Coteau 11 km a sudovest dell’attuale comunità di Butte, Nord Dakota, in prossimità di un’altura chiamata, allora, maison du chien, oggi Dogden Butte.
Il percorso parallelo delle due carovane poneva, in quel momento, il gruppo Saint-Francois-Xavier 30 km a nordovest, approssimativamente vicino all’odierna cittadina di Minot, Nord Dakota.
Nel pomeriggio di sabato 12 luglio 1851 alcuni esploratori del gruppo Saint Francois-Xavier, salendo in cima a una collina, videro un grande accampamento Sioux. Gli scout tornarono precipitosamente ai carri, che stavano procedendo nella pianura sottostante, e riferirono al capo carovana, Jean Baptiste Falcon, la scoperta.
Falcon non perse tempo e ordinò di disporre i carri in un circolo difensivo, ruota a ruota, con le stanghe in aria.
I luoghi degli eventi
Prese, poi, alcune misure supplementari. Fece spingere tra i raggi delle ruote i pali che venivano usati per seccare la carne, in modo da impedire lo spostamento dei carri. Merci, bagagli, pemmican, selle e finimenti furono impilati tra i carri, per completare la barricata, e furono scavate delle buche sotto i carri per proteggere le donne e i bambini. I cavalli e gli animali da tiro furono radunati al centro in un corral.
La più innovativa tra le misure prese, quel giorno, dai Metis fu lo scavo di alcune trincee all’esterno del cerchio difensivo. I Metis speravano, con questo ulteriore circolo al di fuori e intorno al perimetro dei carri, di impedire ai Sioux di avvicinarsi alla barricata principale.
Nel frattempo Falcon, mentre si attuavano le difese, inviò 5 esploratori con un cannocchiale su una vicina collina, per sorvegliare le mosse del nemico. I cinque uomini salirono sull’altura, ma poi decisero di cavalcare verso l’accampamento Sioux e furono, presto circondati.
Due Metis riuscirono a fuggire, ma tre, McGillis, James Whiteford e Baptiste Malaterre furono presi prigionieri.
Dopo la cattura degli scout e mentre i Metis stavano terminando la loro barricata, tre guerrieri si avvicinarono all’accampamento. Dieci cacciatori uscirono dal cerchio dei carri con lo scopo di incontrarli e impedire loro di osservare da vicino le opere di difesa. I Sioux si lamentarono per l’invasione del loro territorio, chiesero dei doni come compensazione e promisero di ritornare il giorno dopo, in pace, con i prigionieri.
Falcon, però, non si fidava dei Sioux e decise di inviare due messaggeri per chiedere aiuto al gruppo più numeroso, la carovana di Saint Boniface-Pembina, che si trovava a circa 30 km di distanza.
Durante la notte del 12 luglio Padre Lafleche, vestito con una tonaca nera, cotta bianca e stola, confessò coloro che si preparavano a morire il giorno dopo. All’alba il prete pronunciò alcune parole di incoraggiamento ricordando agli uomini che Dio era dalla loro parte. ”Combattete con coraggio, è Dio che vi ordina di difendere le vostre mogli e i vostri figli e di proteggere le loro vite”.


Caccia al bisonte dei Métis

Quella notte i Metis insieme a Padre Lafleche osservarono un’eclissi di luna. È questa eclissi che fissò la data degli eventi che seguirono: domenica 13 luglio 1851.
Il problema principale era il numero degli uomini. La carovana di Saint Francois-Xavier aveva iniziato il viaggio con soli 67 cacciatori e tre di loro erano ostaggi dei Sioux.
Vi erano, però, 13 ragazzi di età compresa tra i 13 e i 14 anni che potevano maneggiare un’arma. Gabriel Dumont, che aveva, da poco, compiuto 14 anni, era uno di questi. Il fratello maggiore, Isidore, a 17 anni, era considerato abbastanza maturo per combattere in prima linea, nelle firing pits, le trincee scavate all’esterno del cerchio dei carri.
Il padre, Isidore senior, non voleva esporre il figlio più piccolo a un pericolo così grande. Ma Gabriel, come tutti i membri della famiglia, era abituato alla dura vita nelle pianure. Era la terza volta di seguito che i Dumont partecipavano all’annuale caccia al bisonte. Isidore, alla fine, cedette alle insistenze del figlio minore. Dopo tutto, il ragazzo era abile con il fucile. Così, ora, vi erano 77 Metis nelle trincee a protezione delle donne, bambini, cavalli e bestiame che si trovavano all’interno della barricata.
Il quattordicenne Gabriel si trovava in prima linea all’alba del 13 luglio, quando vide arrivare i Sioux, dipinti con i colori di guerra, armati con archi, lance e fucili, che cantavano le loro canzoni nell’aria chiara e pura del primo mattino.
L’armata Sioux si fermò a una certa distanza dall’accampamento dei Metis e un gruppo di guerrieri, con in testa il loro capo, White Horse, avanzò verso il cerchio dei carri. Trenta cacciatori di bisonti uscirono dalla barricata per incontrarli.
I Metis offrirono a White Horse alcuni doni e gli chiesero di ritirarsi, ma i regali furono del tutto ignorati. White Horse disse che era venuto per prendere l’intera carovana, e che lo poteva fare con facilità. I suoi guerrieri avevano portato alcuni carri per raccogliere il bottino. Durante questo scambio di opinioni, McGillis, uno dei tre prigionieri, riuscì a fuggire e cavalcò fino al cerchio dei carri. A questo punto White Horse segnalò ai suoi guerrieri di avanzare e i 30 Metis si videro in grande pericolo. Spronando i cavalli si ritirarono in direzione della barricata mentre i Sioux tentavano di tagliare loro la strada. Ma i cavalli dei Metis vinsero la gara e raggiunsero un’apertura tra i carri che subito si chiuse dietro di loro, mentre i Sioux venivano respinti dalla fucileria dei Metis nascosti nelle firing pits.
I Métis attaccati dai Sioux
I Sioux ritornarono alla carica, guidati da un giovane capo, ma un nutrito fuoco di sbarramento proveniente dalle trincee esterne uccise il giovane capo, alcuni guerrieri e un certo numero di cavalli.
Durante la confusione della prima carica Whiteford, che si trovava ancora nelle mani del nemico, cercò di fuggire. Il suo guardiano, un Americano bianco che viveva tra i Sioux, gli offrì questa opportunità. ”Se hai un buon cavallo spronalo e salvati. I Sioux ti uccideranno”. Whiteford aveva un buon cavallo, e cavalcò a tutta velocità attraverso le file dei guerrieri che si stavano ritirando. Miracolosamente non fu colpito e raggiunse la barricata incolume.
Malaterre seguì Whiteford, ma non ebbe la stessa fortuna. Cavallo e cavaliere crollarono a terra colpiti da un nugolo di frecce e proiettili. I Sioux fecero a pezzi il corpo di Malaterre e infilarono alcuni pezzi sulle lance allo scopo di terrorizzare i Metis.
Dopo la prima carica, uno sciame di cavalieri Sioux circondò i Metis e proiettili e frecce iniziarono a cadere tra i difensori. Ma gli effetti furono minimi. Nessuno degli uomini in prima linea fu colpito, e i Metis risposero al fuoco nemico con molta più precisione. Guerrieri e cavalli caddero sul terreno e i Sioux furono costretti a ritirarsi. Poi, cambiando tattica, alcuni di loro iniziarono a strisciare nell’erba, cercando di avvicinarsi a distanza di tiro.
Le armi da fuoco, da entrambe le parti, erano fucili a canna liscia a colpo singolo e moschetti a pietra focaia, noti per la corta gittata e la poca precisione. Anche i tiratori Metis più esperti avevano difficoltà a colpire un uomo a 40-50 metri, sebbene una pallottola potesse essere letale anche a una distanza doppia. Colpire un Sioux montato su un cavallo da guerra era, spesso, più una questione di fortuna che di abilità, specie se il guerriero si aggrappava al lato più lontano del cavallo, la tecnica favorita dagli Indiani delle pianure. Non c’è da meravigliarsi se i moschetti dei Metis uccisero, quel giorno, più cavalli che guerrieri.
D’altro canto per un Sioux, sparare con un fucile dal dorso di un cavallo al galoppo poteva essere una cosa gratificante, ma poco di più. A differenza dei Metis, poi, i Sioux non sapevano ricaricare un fucile mentre cavalcavano e così, dopo ogni colpo, si dovevano ritirare per caricare nuovamente l’arma.


Medicine Bear (Ma-To-Ican). Guidò i guerrieri Sioux

Era diverso per gli arcieri. Erano estremamente precisi e erano in grado di piazzare una freccia dove volevano a una distanza di 80-100 metri, molto meglio di un moschetto. Ma una freccia era letale anche a una distanza doppia e un guerriero poteva scagliare una dozzina di frecce in un minuto. Una tecnica devastante era lanciare in cielo centinaia di frecce che poi ricadevano sul nemico. I Metis persero molti cavalli e buoi all’interno della barricata. Ma le frecce erano meno letali per i Metis e le loro famiglie nascosti nelle trincee.
I Sioux si scagliarono con impeto contro il perimetro difensivo, solo per cadere sotto il fuoco dei fucili quando si avvicinavano troppo. Frustrati e resi furiosi da un tipo di difesa che non riuscivano a capire, iniziarono a gridare e ululare in modo orribile, cercando di spaventare i Metis, ma ogni assalto veniva puntualmente respinto.
Il grande vantaggio dei Sioux risiedeva nel numero. Avrebbero potuto superare la sottile linea dei difensori con una carica in massa, irrompere tra i carri e massacrare tutti. Ma lo stile di guerra degli Indiani era individuale e poco disciplinato. I Sioux non vedevano alcun onore nella morte e non comprendevano le carneficine in stile Europeo.
Un campo degli indiani
La gloria si guadagnava col coraggio.
Al centro della barricata, Padre Lafleche, montato su un carro, con la stola bianca e un crocifisso in mano, pregava e incoraggiava senza sosta i difensori. Non era armato ma, a titolo precauzionale, teneva a portata di mano un’ascia affilata nel caso in cui i Sioux fossero riusciti a penetrare all’interno del cerchio difensivo. Anche il pacifismo aveva un suo limite.
Per 6 lunghe ore i Sioux assalirono i Metis. Poi, verso mezzogiorno, uno dei capi gridò “I Francesi hanno Manitou dalla loro parte. È impossibile ucciderli “. I Sioux imputarono il loro fallimento all’imponente figura di Padre Lafleche, e si ritirarono.
I cacciatori Metis uscirono dalle trincee e si guardarono l’un l’altro. Sembrava impossibile, ma nessuno era stato ferito. All’interno della barricata lo stesso. Tutti erano incolumi. Ma avevano perso 12 cavalli e 4 buoi uccisi dalle frecce. Mentre i Sioux stavano portando via i loro morti e feriti caricandoli sui carri che avevano portato per raccogliere il bottino, si scatenò un forte temporale, seguito da una fitta nebbia che rese impossibili ulteriori scontri per quel giorno.
I vincitori esaminarono il campo di battaglia. L’erba era macchiata da pozze di sangue, dove erano caduti i guerrieri. Trovarono il corpo di Malaterre trafitto da 67 frecce e 3 proiettili. Mancavano la testa e i piedi, il cranio era stato fracassato e il cervello sparso sulla prateria. Il povero Malaterre fu sepolto dove era caduto.
Falcon, Padre Lafleche e i cacciatori si riunirono per decidere il da farsi. I Sioux si erano momentaneamente ritirati, ma sarebbero ricomparsi. I due messaggeri inviati alla carovana Saint Boniface-Pembina in cerca d’aiuto, erano stati costretti a ritornare, inseguiti dagli scout Sioux. Quella mattina, però, due giovani Metis erano riusciti a passare. Forse ce l’avrebbero fatta. Nel frattempo cosa si doveva fare? Mantenere la posizione o ritirarsi ? Si decise di rimanere sul posto per la notte e poi tentare una ritirata il mattino successivo, una manovra particolarmente pericolosa.


I Sioux in marcia

La mattina seguente (14 luglio 1851) i Metis disposero i loro carri in 4 colonne. in modo da poter formare rapidamente il circolo difensivo, e la carovana iniziò a muoversi. Quattro pattuglie furono mandate in avanscoperta, 1 km avanti, un’altra dietro e due, alla stessa distanza, su entrambi i lati del convoglio. Il segnale di pericolo stabilito erano due cavalieri che si incrociavano su un’altura.
Il campo si era mosso da circa un’ora, quando il segnale arrivò dalla retroguardia. I Sioux stavano ritornando. Approfittando dell’esperienza del giorno precedente, i Metis chiusero la loro barricata con una doppia fila di carri, poi scavarono velocemente alcune trincee a una distanza di circa 60 metri dai carri. Con questo perimetro difensivo esteso, per i Sioux sarebbe stato più difficile avvicinarsi a corta distanza e scagliare le frecce contro cavalli e buoi. I Metis dovevano proteggere questi animali, senza di loro non ci sarebbe stata più speranza.
I Sioux caricarono un’altra volta e frecce e proiettili iniziarono a piovere, ma con minor efficacia rispetto al giorno precedente. Probabilmente i guerrieri erano meno numerosi, e anche meno convinti.
La battaglia continuò per tutta la mattinata poi, dopo 5 ore, un capo Sioux si fece avanti per parlamentare. Chiese di poter entrare nell’accampamento. Quando i Metis dissero che doveva allontanarsi, se voleva salva la vita, il capo affermò che la battaglia era giunta alla fine e che i Sioux si sarebbero ritirati e non avrebbero più fatto guerra ai Metis.
Improvvisamente l’intera armata Sioux si lanciò, a galoppo sfrenato, contro i difensori. I guerrieri cavalcarono intorno ai Metis in singola fila, lanciando un nugolo di frecce e proiettili, come mai prima. I cacciatori, nascosti nelle trincee, risposero al fuoco nemico con tranquillità e disciplina, e tennero il campo con fermezza. Dopo questo ultimo assalto, i guerrieri salirono su una collina e si dileguarono. La battaglia era finita.
I Metis erano certi di aver subito perdite in questa ultima carica, ma solo tre di loro, incluso Isidore, il padre di Gabriel Dumont, erano stati feriti, in modo leggero. Nessun animale era stato ucciso.
Un’ora e mezza dopo giunsero i cacciatori del gruppo più numeroso, la carovana Saint Boniface-Pembina, accompagnati da 300 Saulteaux, nemici tradizionali dei Sioux. I due giovani Metis erano riusciti a passare. Ora vi erano 700 uomini pronti a combattere. Alcuni tra loro avrebbero voluto inseguire il nemico, ma si scatenò un altro violento temporale e si decise di non fare nulla e di continuare la caccia.


Campo di cacciatori Métis

Quando i Metis se ne andarono, lasciarono una lettera attaccata a un palo nella prateria. Le parole, scritte in Francese, la lingua franca dei commerci nelle pianure, sono andate perdute, ma da quel momento in poi, ad eccezione di qualche sporadico incidente, non ci fu più guerra tra i Metis e i Sioux.
Quanti Sioux morirono?Padre Lacombe, che non fu presente durante la battaglia, affermò 18. Per altri testimoni furono 80, con molti più feriti. Probabilmente la verità sta nel mezzo.
Un gruppo di 79 Metis, uomini e ragazzi, avevano sconfitto i potenti Sioux, gli stessi guerrieri che 25 anni dopo avrebbero annientato 5 compagnie del Settimo Cavalleria. Sebbene i racconti contemporanei alla battaglia stimino il numero dei Sioux tra 2000 e 2500, gli storici pensano che questa cifra sia esagerata. Ma anche se i guerrieri fossero stati la metà, 1200 per esempio, il vantaggio numerico di 15 a 1 avrebbe dovuto garantire loro la vittoria. Ma non andò così.
E a Grand Coteau il giovane Gabriel Dumont visse un drammatico rito di passaggio all’età adulta. Trentaquattro anni dopo fu il grande comandante dei Metis a Batoche, quando il suo popolo scese in guerre per difendere i propri diritti.
Il circolo difensivo dei carri fu una spontanea invenzione dei Metis adottata, nello stesso periodo, dalle carovane che attraversavano le pianure americane, e dai Boeri al Blood River e in altre battaglie contro gli Zulu.


Métis in caccia

Louise Dumont, la madre di Gabriel e Isidore, ringraziò Dio per averli risparmiati. A Batoche, 34 anni dopo, i Dumont non ebbero la stessa fortuna. Gabriel , il leader, fu ferito, ma riuscì a fuggire, Isidore fu ucciso nello scontro.

NOTE FINALI

Ho preso la maggior parte delle informazioni di questo articolo dal libro “Frontier Farewell” di Garrett Wilson, un testo che racconta la storia dell’ovest canadese dai primi esploratori fino al 1881, l’anno in cui il capo Sioux Toro Seduto si arrese agli Americani e il capo Blackfoot Crowfoot riportò in Canada il suo popolo affamato. Un intero capitolo, il nono (pag 123-132) è dedicato alla battaglia di Grand Coteau.
Ho tratto ulteriori notizie da due altri libri “Living with strangers. The nineteenth century Sioux and the Canadian-American borderlands” di David McCrady e “A people on the move. The Metis of the western plains” di Irene Gordon, e da due articoli trovati online “The battle of the Grand Coteau: July 13 and 14 1851” di William Morton, e “The Sioux-Metis wars” pubblicato sul numero di autunno 2007 della rivista Metis Voyageur.

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