La frontiera in fiamme: l’epopea di Pontiac

A cura di Pietro Costantini

Il grande Pontiac
Nel 1760, anche se i Francesi stavano combattendo ancora ostinatamente in mare, la Guerra Franco-Indiana era praticamente finita. Il Canada era stato ceduto agli Inglesi, e le bandiere inglesi sventolavano su Quebec. Le notizie della sconfitta non avevano ancora raggiunto le guarnigioni francesi sui Grandi Laghi. Nell’autunno del 1760 il maggiore Robert Rogers, con duecento rangers britannici, si imbarcò su quindici imbarcazioni per la caccia alla balena, per portare nell’interno la notizia della resa e prendere possesso delle fortezze francesi sui laghi. Questo era un compito alquanto pericoloso. Infatti, anche se non si doveva temere nessuna resistenza da parte dei Francesi, gli Indiani che erano loro alleati potevano non essere al corrente che le cose erano cambiate. In effetti, era dubbio se essi avrebbero acconsentito a parlamentare con i Britannici prima di attaccarli.
Rogers e i suoi uomini, comunque, costeggiarono le sponde del lago Erie senza problemi fino all’inizio di novembre.

L’incontro con gli Inglesi

Poi il tempo divenne così tempestoso e il lago così agitato che il comandante decise di scendere a terra e accamparsi nella foresta fino a quando la tempesta fosse passata. I rangers furono felici di sentire la terra solida sotto i loro e di trovare riparo dal vento e dalla pioggia. Tuttavia, si resero conto ben presto che la foresta non era priva di pericoli. Non erano a terra da molto quando una grossa banda di Indiani entrò nell’accampamento.
Questi dissero che Pontiac, capo degli Ottawa, li aveva inviati a precederlo per domandare agli inglesi come avevano osato entrare nel suo territorio senza il suo permesso. Prima di sera il famoso guerriero stesso si trovava in presenza del comandante inglese e dei suoi ufficiali e parlò in questo modo: «Inglesi, io sono Pontiac, più grande capo e guerriero degli Ottawa. Questa terra appartiene al mio popolo.


Un bel ritratto di Pontiac

Voi siete i nemici del mio popolo. Voi siete i nemici dei nostri fratelli, i Francesi. Perché hai portato guerrieri armati nel mio paese senza chiedere il mio consenso? Non puoi andare più lontano finché Pontiac non lascia libero il tuo percorso.»
A questo discorso altezzoso Rogers rispose: «Fratello, noi veniamo a dirvi che la guerra è finita. I nostri possenti guerrieri inglesi hanno fatto tremare di paura i tuoi fratelli francesi. Noi abbiamo ucciso i loro capi di guerra; abbiamo preso i loro forti villaggi. Essi hanno implorato la nostra misericordia. Essi hanno promesso di essere rispettosi e obbedienti bambini del re inglese se noi deporremo l’ascia di guerra e non combatteremo più contro di loro. Ci hanno dato le loro armi, i loro forti e tutta la terra del Canada. Sono venuto nel tuo paese per prendere Detroit. Io non combatterò contro i tuoi fratelli, i Francesi; non devo sparare a loro. Mostrerò al loro comandante una carta e lui ammainerà la sua bandiera, e con i suoi uomini verrà fuori dal forte per darmi i loro cannoni. Poi andrò con i miei uomini a issare la mia bandiera. Il re inglese è terribile in guerra. Poteva punire gli Indiani e farli piangere per chiedere misericordia, come ha fatto con i Francesi. Ma lui è gentile e offre ai suoi figli rossi la catena dell’amicizia. Se essi accettano egli è pronto a chiudere gli occhi sull’alleanza che c’era con i Francesi in passato e a proteggervi con il suo braccio forte.»
Pontiac ascoltò gravemente ogni parola detta dall’uomo bianco. Ma il suo viso scuro non diede nessun segno di che cosa stava passando nella sua mente. Ora, gli Indiani disprezzano la temerarietà, ed è loro abitudine deliberare tutta la notte prima di rispondere a qualsiasi domanda importante. Così, con la dignità di uno che non conosce la paura e non brama nessun favore, il più grande capo degli Ottawa rispose semplicemente: «Inglesi, io devo stare sul vostro sentiero fino a domattina. Nel frattempo, se tuoi guerrieri hanno freddo o fame le mani del mio popolo sono aperte per voi.» Poi lui e i suoi capi si ritirarono e silenziosamente scivolarono attraverso la foresta gocciolante di umidità verso il loro accampamento.


L’incontro di Pontiac e Rogers – dipinto di Charles Yardey Turner

I rangers inglesi dormirono con i loro fucili a portata di mano quella notte. Conoscevano l’orgoglio, la forza e l’astuzia di Pontiac, e lo temevano. Si sentivano come se fossero in una trappola, con il mare in tempesta davanti a loro e la foresta viva con spietati selvaggi dietro. Ma non avevano bisogno di aver timore, perché il grande capo non aveva pensieri di massacro quella notte. Pensò agli Inglesi che erano pronti a vendicare il male fatto ai loro fratelli; della propria razza dipendente da uomini bianchi per rum, per wampum, per fucili, polvere e pallottole. Chiaramente gli Indiani devono avere amici tra i visi pallidi. I Francesi erano loro “fratelli”. Essi avevano dato loro regali, avevano sposato loro fanciulle, avevano commerciato, cacciato ed erano andati a combattere con loro. Gli Inglesi erano loro nemici. Ma erano tanti e forti. Avevano battuto i Francesi e preso le loro armi. Gli uomini rossi dovevano lasciar loro odio dormire per un po’. Essi avrebbero fumato la pipa della pace con gli Inglesi e avrebbero ricevuto loro regali: tabacco e rum, fucili e polvere. Avendo raggiunto questa conclusione, Pontiac e suoi capi tornarono all’accampamento di Rogers il mattino seguente. Lì fumarono il calumet con gli Inglesi e scambiarono regali e promesse di bontà e amicizia. Gli uomini che si erano incontrati come nemici si separarono come amici. Anni dopo, quando gli eserciti britannici stavano marciando contro gli Indiani i cui tomahawk erano rossi di sangue inglese, la fede di Pontiac nell’amicizia di Rogers rimase incrollabile. Quest’ultimo inviò al capo di una bottiglia di rum. Quando fu consigliato di non berlo per timore che esso contenesse veleno, Pontiac rispose: “Io non ho salvato dalla morte sulle rive del lago Erie un uomo che oggi per me sarebbe veleno”, e vuotò la bottiglia senza esitazione.


Calumet della pace (Nord-Est, XVII secolo)

Anche se un singolo Indiano e un singolo Inglese potevano in questo modo superare le loro diffidenze, i sentimenti delle due razze non potevano essere cambiati così facilmente. Gli Indiani guardavano gli Inglesi come rapinatori crudeli, il cui scopo era di cacciarli dalle loro case e di possedere le loro terre. Pensavano a loro come nemici troppo potenti per poter loro resistere apertamente con la forza e pertanto da battere solo con l’astuzia e l’inganno. Molti degli Inglesi guardavano i selvaggi come esseri ignoranti, sporchi e infidi, poco meglio di bestie feroci e pensavano che il mondo sarebbe stato migliore senza di loro. Ma al momento entrambi erano felici di essere in pace.
Gli indiani riscontrarono che il maggiore Rogers aveva detto la verità su Detroit. Quando videro la guarnigione francese arrendersi senza far resistenza si meravigliarono molto, tanto da osservare: «Questi Inglesi sono un popolo terribile. È un bene che abbiamo fatto amicizia con loro.» Nel “divenire amici” con gli Inglesi, gli Indiani non avevano alcuna intenzione di accettarli come maestri. I Francesi erano sembrati piacevoli vicini e amici preziosi. Quando essi occupavano il forte gli Indiani vi avevano sempre trovato un caldo benvenuto. Loro capi erano stati trattati cerimoniosamente e con grande sfarzo. Essi avevano ricevuto regali ricchi e grandi promesse. Si aspettavano che gli Inglesi mostrassero loro la stessa considerazione. Ma furono delusi. I nuovi padroni del forte avevano poca pazienza con i fannulloni indiani, che si facevano vivi nei momenti più scomodi nei posti più scomodi, sempre elemosinando e spesso scontrosi e insolenti. Essi frequentemente davano loro ordini senza che vi fosse tempo per eseguirli. I capi ricevevano sguardi freddi e brevi risposte nei posti dove avevano cercato lusinghe e regali.
Gli Indiani si risentirono per la condotta degli Inglesi, e quando Pontiac capì che essi avevano mire sulle terre della sua tribù, disse: «L’odio degli Ottawa ha dormito abbastanza a lungo. È tempo di svegliarlo e distruggere questi Inglesi che trattano l’uomo rosso come se non avesse diritto alla terra dove è nato.”

Giovinezza di Pontiac

Gli Americani amano il loro paese principalmente perché il suo governo permette la libertà politica. Quando studiano la sua storia, la vita dei suoi eroi e le lotte che hanno fatto per la libertà, il loro patriottismo si accresce. Anche Pontiac amava la sua terra, ma in un modo più semplice e personale, come si capirà dalla lettura dell’infanzia e della giovinezza dell’orgoglioso capo. Pontiac conosceva la foresta meglio degli uccelli che la abitavano. Quando era un bambino piccolo, sua madre, come tutte le squaw, lo impacchettava in mezzo alle pelli, lo legava per portarlo sulla schiena quando andava a raccogliere la corteccia dei giovani tigli per farne spaghi. Anche se la forte e giovane squaw sfrecciava lungo lo stretto sentiero, correndo sui suoi mocassini, il bambino sulla schiena era ben saldo. Anche se si sentiva sballottato il movimento regolare lo faceva contento; il verde fresco della foresta lo rilassava; il dolce profumo dei pini lo calmava; e il dolce mormorio del vento nelle cime degli alberi lo cullava facendolo in breve addormentare. Quando la madre si arrampicò sopra il tronco di un grande albero che era caduto attraverso il sentiero e il piccolo fu svegliato si soprassalto, egli non pianse. I suoi occhietti neri seguivano ogni randagio raggio di sole, ogni traccia di coniglio o gli uccelli, sempre con grande meraviglia e di gioia. Quando sua madre cominciò il lavoro, mise la sua rudimentale culla accanto a un albero, da dove lui potesse guardare, al sicuro. Portare lui era ben poca fatica, e lo prendeva sempre con lei quando andava per staccare la corteccia di cedro, raccogliere giunchi per stuoie ed erbe per i coloranti, a prendere le fascine per il fuoco, o per raccogliere la linfa dell’albero di zucchero. Così accadde che quando Pontiac crebbe non riusciva a ricordare un tempo in cui l’ oscura foresta non gli sembrasse come la sua casa.
Appena fu abbastanza grande da essere in grado di capire le parole, udì sua madre ridere con le sue vicine degli uomini del villaggio che stavano accanto ai loro wigwam come donnicciole.


Villaggio di wigwams delle foreste del Nord Est

Egli pensava che una loggia wigwam o una capanna di corteccia fossero un posto molto piacevole. La stanza piccola, scura, a forma di forno, fumosa e disgustosa, con il suo odore di pesce e di sporco, era la sua casa — il pavimento di fango, diventato liscio e duro con l’uso, era cosparso di stuoie e pelli che servivano come sedie e letti. C’era un camino al centro, e sopra esso una griglia su cui affumicare il pesce, appeso fuori dalla portata dei cani lupo, che stavano accucciati lì vicino rosicchiando vecchie ossa. Era solitamente secca col tempo umido, calda col freddo, asciutta e fresca quando il sole era caldo. Era il posto dove andava a cercare il cibo quando aveva fame; era dove dormiva su morbide stuoie di bisonte e pelli di orso quando era stanco; era dove ascoltava buone storie, e, meglio di tutto, era dove sua madre trascorreva la maggior parte del suo tempo. Ma prima che Pontiac invecchiasse troppo, capì che il wigwam era posto per le donne e i bambini, e che era una vergogna per un uomo il non seguire il cervo nella foresta e non andare sul sentiero di guerra. Si rese conto che se un uomo restava a casa e amava gli agi e le comodità, la sua squaw lo avrebbe sgridato con lingua stridula. Ma se lui se ne andava a caccia, era diverso. Poi, quando tornava casa per breve tempo, poteva oziare su una pelle di orso mentre la sua squaw lavorava duramente per renderlo felice, cucinava i pasti, attingeva acqua limpida dalla sorgente, e vestiva le pelli che lui aveva portato dalla caccia. A Pontiac piaceva guardare sua madre mentre lei lavorava alla tessitura di giunchi bagnati per farne stuoie al fine di coprire la casa in estate, o mentre si sedeva sul pavimento con i piedi incrociati sotto di lei, fabbricando i cestini di steli d’erba o ricamando con aculei vivacemente colorati. Ma se egli mostrava il suo piacere o si offriva di aiutarla, diventava severa e scuoteva la testa, dicendo: «Vai nei campi e corri; così sarai rapido quando sarai un uomo». Oppure: «Vai nella foresta e colpisci i conigli con le frecce del tuo piccolo arco, così un giorno sarai un grande cacciatore come tuo padre».

Tutto ciò rese sicuro il piccolo Pontiac che le grandi praterie e foreste erano suoi per il divertimento finché lui era un ragazzo; suoi per le sue attività quando sarebbe diventato uomo. Capì, inoltre, che la sua vita dipendeva molto dalle foreste che amava. Egli non poteva mai dimenticare i crudeli giorni d’ inverno, quando chiedeva in continuazione a sua madre carne e pesce, e lei gli rispondeva di essere ancora in attesa della carne che suo padre avrebbe portato dalla foresta. E lui aveva atteso a lungo con sua madre, che aveva gli occhi incavati, accovacciato davanti al fuoco debole, patendo la fame. Egli aveva teso le orecchie verso la grande foresta bianca solo per sentire il lamento dei venti e l’ululato dei lupi. Ma alla fine sicuramente avrebbe sentito il guaito dei cani, e poi i cacciatori mezzo congelati sarebbero apparsi, trascinando il cervo sopra la neve indurita.
Il padre di Pontiac era un capo di guerra. Ma da questo non discendeva automaticamente che Pontiac sarebbe diventato un capo. Egli avrebbe dovuto dimostrarsi forte e valoroso, buon cacciatore e buon guerriero, o la sua tribù avrebbe scelto come leader qualcun alto più abile di lui. Pontiac, come la maggior parte dei ragazzi piccoli, prese il padre per il suo modello. La sua ambizione era di essere come lui. Ma prima gli era stato detto: «Sii un buon Indiano. Sii un buon Ottawa. Sii fedele alla tua tribù. Sii un uomo forte e aiuta la tua gente. Ma non pensare a diventare capo. Il più grande guerriero deve essere capo degli Ottawa». Ancora, gli Indiani amano la gloria e forse nel fondo dei loro cuori il padre e la madre di Pontiac speravano che egli potesse un giorno essere un capo. In ogni caso fecero tutto il possibile per addestrarlo ad essere un degno indiano. A volte erano molto severi con lui: veniva picchiato se era stato scortese con stranieri o con persone anziane, se aveva perso la calma nei confronti dei suoi compagni, se aveva detto una falsità. In questi casi aveva infranto le leggi del Grande Spirito, e il Grande Spirito aveva comandato che i genitori dovevano battere i loro bambini con canne, quando facevano male. Il ragazzo comprese questo e cercava di affrontare la sua punizione più coraggiosamente che poteva per riconquistare il favore del Grande Spirito. Egli stava eretto e subiva colpi pesanti senza piagnucolare o batter ciglio.
Pontiac imparò anche a sopportare la fame e le grandi fatiche senza un lamento. Gareggiava, nuotava, giocava a palla e lottava con altri ragazzi; il suo corpo era forte, dritto ed elastico. Giocava alla caccia e alla guerra nella foresta, fino a quando i suoi occhi divennero così acuti che nessuna traccia di uomo o bestia sfuggiva loro. Ma egli non dipendeva del tutto dai suoi occhi per le informazioni. Egli avrebbe potuto trovare la sua strada attraverso una foresta al buio, quando il denso fogliame nascondeva le stelle. Forse il vento gli diceva la direzione degli odori che portava. Egli poteva dire che tipo di alberi crescevano intorno a lui dal tatto della loro corteccia, dal loro odore, dal suono del vento tra i rami. Egli non doveva pensare molto alla direzione da prendere quando era in viaggio. I suoi piedi sembravano conoscere la strada di casa, o di una sorgente o del campo del nemico. E se egli aveva viaggiato attraverso un deserto una volta, la volta successiva riconosceva il percorso, così come qualsiasi ragazzo riconosce la strada per la scuola. Mentre Pontiac stava allenando il suo corpo, i suoi genitori si preoccuparono che egli non crescesse nell’ignoranza della religione e della storia del suo popolo. Sentiva molto parlare del Grande Spirito, che poteva vedere tutto ciò che lui faceva e si arrabbiava quando diceva o faceva qualcosa di disonesto o di vile.
Le leggi del Grande Spirito erano fissate nella mente del ragazzo, poiché sua madre gliele ripeteva sempre. Lei era solita dirgli, mentre lasciava il wigwam: “Onora le persone dai capelli grigi”, o “Tu non imiterai il tuono” “Tu nutrirai sempre l’ affamato e lo straniero” o “Tu ti immergerai nel fiume almeno dieci volte in successione all’inizio della primavera, così che il tuo corpo possa essere forte e tuoi piedi veloci per vincere nel il gioco e seguire il sentiero di guerra”. La sera i membri più anziani della famiglia e alcuni Indiani in visita sedevano intorno al fuoco e interrogavano le pietre sul Grande Spirito e su molti altri strani esseri, alcuni buoni e alcuni cattivi. Essi riferivano anche racconti meravigliosi su presagi e incantesimi. La stessa storia era ripetuta più e più volte, così che in poco tempo il piccolo Pontiac imparò a memoria le leggende Ottawa. Si ricordava e credeva fermamente in tutte le sue storie della vita che aveva ascoltato con stupore, nel wigwam di suo padre.


Dipinto di Marie Louise Holt

Allo stesso modo aveva sentito parlare delle gesta dei guerrieri della sua tribù; e giunse a pensare che non c’erano nel mondo persone del tutto uguali agli Ottawa. Sentiva parlare di altre tribù che erano loro nemiche ed era desideroso di andare in guerra contro di loro. Quando crebbe ancora, sentì parlare di altri uomini, non solo di un’altra tribù, ma di un’altra razza, pallidi, che stavano cercando di conquistare le terre degli Indiani. Poi pensò meno ad essere un Ottawa e a sconfiggere altri Indiani; mentre ogni giorno sentiva sempre più di essere Indiano e di dover combattere l’uomo bianco. Egli desiderava di poter unire le tribù in amicizia e condurle contro questi sconosciuti che erano così numerosi e così forti, e che erano venuti a scacciare gli Indiani dalle loro case e dai loro territori di caccia. Tali crucci rendevano Pontiac molto pensieroso. Obbedendo agli ordini del Grande Spirito, il giovane indiano spesso anneriva il viso con una miscela di carbone e olio di pesce e andava nelle profondità della foresta, dove rimaneva per giorni senza cibo, pregando e pensando seriamente al futuro. Egli formulava i propri piani, ma li nascondeva nel suo cuore. Viveva mantenendo i suoi sentimenti e i suoi pensieri per sé stesso e parlava solo quando era del tutto sicuro di essere nel giusto. Questa abitudine gli guadagnò presto una reputazione di gravità e saggezza.

Il capo

Quando fu abbastanza cresciuto da andare in battaglia con i guerrieri più esperti, Pontiac prese molti scalpi e si distinse per coraggio. Fu, dunque, in mezzo a grande festa e gioia, nominato capo di guerra degli Ottawa. La sua influenza aumentava velocemente. I giovani uomini della sua tribù si sentivano sicuri del successo quando seguivano Pontiac in battaglia. Il suo solo nome faceva tremare i suoi nemici. Il suo potere crebbe anche nel Consiglio. Le sue parole sembravano sagge alle “teste grigie”, e i giovani guerrieri erano pronti a prendere l’ascia di guerra o a lasciarla ad un suo ordine. A causa della sua eloquenza e la saggezza, Pontiac divenne sachem, così che non solo conduceva il suo popolo a combattere, ma anche lo guidava in tempo di pace. Fu chiamato il più grande Conciliatore e guerriero degli Ottawa; eppure non era contento.
Nel Michigan, dove vivevano gli indiani Ottawa, c’erano altre tribù di indiani Algonchini. Le principali erano gli Ojibwa e i Pottawottomie. Queste tribù, anche se legate da matrimoni e rapporti amichevoli, avevano capi separati. Ma gradualmente giunsero a riconoscere il grande Pontiac come loro capo principale. Tra gli Indiani della sua tribù, la parola di Pontiac era legge. Tra le tribù affini la sua amicizia era richiesta e il suo dispiacere temuto. In tutto il territorio degli Algonchini, dai Laghi al Golfo, dalle montagne al fiume, il nome del grande capo era conosciuto e rispettato. Pontiac era senza dubbio orgoglioso e ambizioso. Ma se lui era felice di guadagnare gloria per se stesso, considerava anche il bene del suo popolo. Unire la gente nativa e sopraffare i visi pallidi fu il fine verso il quale tendere sempre. In questo periodo aveva imparato che non tutti i visi pallidi erano uguali. C’erano due grandi nazioni di loro, i Francesi e gli Inglesi, e gli Indiani avevano trovato una grande differenza tra loro. Gli Inglesi li avevano trattati con disprezzo e preso le loro terre per sé stessi. I Francesi erano venuti fra loro come missionari e commercianti, con parole gentili e regali. Per essere sicuri, avevano costruito fortezze nella loro terra, ma avevano detto agli Indiani di aver fatto questo per il loro bene, perché essi avrebbero potuto proteggerli dagli Inglesi, che avevano voluto prendere le loro terre. I Francesi sembravano odiare gli Inglesi non meno degli Indiani.
Si dice che Pontiac avesse progettato di usare i Francesi per aiutarlo a sopraffare gli Inglesi e che quindi intendesse circondarli e cacciarli via. Non c’è dubbio che se i Francesi avessero apertamente richiesto il territorio degli Indiani, o in qualche modo avessero dimostrato che le loro professioni di amicizia erano false, Pontiac sarebbe stato loro nemico. Ma evidentemente li prese in parola e li guardava come amici che avevano voluto aiutare il suo popolo. In tutti i suoi rapporti con i Francesi, Pontiac era sincero e onesto. Egli si unì a loro nelle loro guerre contro gli Inglesi. Lui e i suoi Ottawa li aiutarono a sconfiggere i regolari Britannici di Braddock a Fort Duquesne. Salvarono la guarnigione francese a Detroit da un attacco di Indiani ostili. Si fidava dei Francesi anche quando tutte le apparenze erano contro di loro. La sua accettazione della pace offerta dal maggiore Rogers sulla riva del lago Erie non era un tradimento dei Francesi. Pontiac non abbandonò la loro causa fino a quando non lo fecero essi stessi. Fece un passo che sembrava a favore dei migliori interessi del suo popolo e, allo stesso tempo, non doloroso per i Francesi. Il risultato fu che rimase deluso della ricompensa che si aspettava.


Il capo Pontiac – stampa

Gli Inglesi, dopo aver sottomesso i Francesi, si ritenevano in grado di gestire gli Indiani senza difficoltà. Quindi a loro non importava di cercare di essere graditi ai Nativi. Rifiutavano di dare i rifornimenti che i Francesi distribuivano usualmente tra gli Indiani. Gli Indiani erano obbligati a provvedere per sé stessi, come ai tempi dell’infanzia di Pontiac. Non avevano polvere o proiettili e i giovani avevano perso la loro abilità con l’arco. C’erano sofferenza e morte per mancanza di cibo. Pontiac era stato persino disposto a trarre profitto dalla generosità dei Francesi. Egli non solo era stato omaggiato delle loro armi da fuoco, ma, come altri Indiani, era stato felice di rinunciare al suo arco per un fucile; era stato pronto ad accettare il mais e le carni affumicate in inverno, quando le provviste erano scarse, e a proteggersi dal freddo con le coperte dei Francesi.
Ora si rendeva conto che, adottando i costumi degli uomini bianchi, utilizzando il loro cibo, le coperte e le armi, il suo popolo era diventato dipendente da loro. Ricordava le storie che aveva sentito nella sua infanzia circa la forza degli Ottawa nei giorni in cui essi dipendevano dalla caccia per procurarsi il cibo e combattevano le loro battaglie con archi e frecce e asce di pietra. Desiderava che il suo popolo tornasse ai vecchi costumi. Solo in questo modo avrebbe riacquistato la sua audacia e indipendenza nativa. Mentre l’odio di Pontiac per gli Inglesi diveniva quotidianamente più amaro, altri Indiani non erano indifferenti. Questo odio per gli Inglesi si diffondeva presso tutte le tribù algonchine. Era provocato dall’ insolenza delle guarnigioni dei forti, era aumentato dalla malafede e dalla brutalità dei cacciatori e dei commercianti inglesi, si tramutò in furia per il rifiuto delle forniture, per la segreta influenza dei Francesi, per le usurpazioni dei coloni inglesi. E quando infine, nel 1762, si ebbe sentore che gli Inglesi reclamavano la terra degli Algonchini, loro rabbia non poté più essere trattenuta.


Vecchia stampa raffigurante Pontiac

I tempi erano maturi per la ribellione e Pontiac era pronto. Su tutto il territorio avrebbero dovuto essere accesi i fuochi del Consiglio. Tutto il territorio avrebbe dovuto dissotterrare l’ascia di guerra. I forti sarebbero caduti con l’astuzia e il tradimento. Gli insediamenti sarebbero stati svuotati dal fuoco e dallo spargimento di sangue e gli Inglesi sarebbero stati respinti in mare.

Il piano d’azione

Così parlava Pontiac e così parlavano i suoi messaggeri, che con cinture di guerra di wampum nere e rosse e accette di guerra imbrattate di sangue visitavano i villaggi degli Algonchini. Questo minaccioso messaggio si diffuse in lungo e in largo attraverso foreste, praterie, nonostante temporali, fiumi in piena o barriere montuose. Nessun accampamento era così segreto, nessun villaggio così remoto, che i messaggeri della guerra non lo trovassero. Ovunque andassero, il sanguinoso piano trovava favore; le proposte di guerra erano accettate e promesse di intenti bellicosi inviate a Pontiac. Non lontano dall’accampamento estivo in cui erano raggruppate le logge di Pontiac e della sua gente sorgevano le mura del Fort Detroit. Là Pontiac aveva sofferto umiliazioni per mano degli Inglesi, e su Detroit aveva stabilito di rivolgere la sua vendetta. La piccola stazione militare francese che sorgeva sulla riva occidentale del fiume Detroit aveva raggiunto la sua grandezza dopo mezzo secolo. Era diventato un luogo di una certa importanza. Entrambe le rive del fiume erano costellate di case coloniche per chilometri al di sopra e al di sotto del “forte”, come era chiamato il borgo murato dove vivevano i soldati. Il forte era costituito da un centinaio di piccole case circondate da una palizzata, parete o dei pali pesanti, di venticinque metri di altezza. Poiché sarebbe stato facile abbattere i cancelli, sopra ogni porta era stata costruita una casamatta, da cui soldati potevano sparare al nemico in avvicinamento. Ai quattro angoli della palizzata c’erano bastioni, o protezioni fortificate, da cui gli assediati potevano vedere tutta la lunghezza della palizzata e sparare a chiunque tentasse di salire, tentare di dare fuoco o di fare danni.
Le piccole capanne di tronchi all’interno del forte erano addossate le une alle altre, con solo stretti passaggi tra loro. Avevano il tetto di corteccia o ricoperto di paglia. Per diminuire il pericolo d’incendio era stato lasciato un largo spazio tra il muro e le case. Oltre alle case di abitazione, c’erano nel forte le baracche dei soldati rimasti, la chiesa, i negozi e casa del consiglio, dove si tenevano riunioni con gli Indiani. A quell’epoca la guarnigione consisteva di circa centoventi uomini. Ma contando gli altri abitanti del forte e i Canadesi che vivevano lungo il fiume, c’erano circa duemila e cinquecento persone bianche nell’ insediamento di Detroit. Alla periferia dell’insediamento stavano i villaggi indiani, tanto quanto i villaggi indiani si affollano intorno agli insediamenti bianchi dell’Alaska al giorno d’oggi.
Nel mezzo della landa selvaggia questo piccolo nucleo inglese viveva protetto dalle sue palizzate. Vicino non vi erano amici. I loro vicini più prossimi erano i vinti Francesi, che li guardavano con gelosia e antipatia. Non lontano vi erano i loro nemici indiani. Ma ancora pensavano poco al pericolo. Occasionalmente qualche storia di un tradimento indiano, alcune voci di ostilità, o qualche presagio di attacchi riempiva la guarnigione di un vago allarme. Nell’ottobre 1762, dense nubi si riunirono sopra il forte e presto una pioggia nera come inchiostro cadde su di loro. Questo strano avvenimento suscitò le paure dei coloni. Alcuni dissero che era un segno che la fine del mondo era vicina; altri, che era un segno di guerra. Ma nella primavera dell’anno successivo i coloni di Detroit avevano cessato di pensare alla pioggia nera e guerra. Se alcuni avevano sofferto, irrequieti, a causa degli Indiani, le loro paure vennero messe in fuga da una visita che Pontiac fece a Detroit dopo la metà di aprile. Con quaranta dei suoi capi arrivò al forte chiedendo di poter eseguire la danza di pace davanti al comandante. La richiesta venne accettata, e una folla ben disposta si riunì vicino alla casa del maggiore Gladwin per vedere la danza indiana. Nessuno aveva fatto caso che dieci uomini della spedizione indiana non prendevano alcuna parte nella danza, ma passeggiavano intorno al forte indiscreti su tutto. Chi li notò, pensò che loro condotta non mostrasse nulla più che un’infantile curiosità. Nessuno si sognava che quegli uomini fossero spie e che il solo scopo della visita era di scoprire la consistenza della guarnigione. Gli Indiani se ne andarono con la promessa di ritornare a fumare il calumet con gli Inglesi quando tutti i loro capi si sarebbero riuniti dopo la caccia invernale.


Pontiac a colloquio con Gladwin

Dopo aver visitato Detroit, Pontiac inviò messaggeri a tutte le tribù dei paesi limitrofi, convocando i capi per un Consiglio che si sarebbe tenuto nel villaggio dei Potawatomi. Quando arrivò il giorno del grande Consiglio, tutte le donne furono allontanate dal villaggio di modo che non potessero udire i piani dei capi. Presso la porta della grande Loggia in corteccia dove si incontravano i capi, furono appostate sentinelle per evitare interruzioni. Quando tutti ebbero preso posto nella stanza del Consiglio, Pontiac si alzò e comunicò ai suoi fidati capi i suoi piani astuti. Il sette di maggio i giovani guerrieri avrebbero dovuto raccogliersi sul campo vicino a Detroit per giocare a palla, mentre gli uomini più anziani stavano a guardare seduti a terra, o bighellonavano fuori e dentro il forte. Le squaw sarebbero andate per le strade con pistole e tomahawk nascosti sotto le loro coperte, offrendo in vendita stuoie e cesti, o chiedendo l’elemosina. Più tardi Pontiac sarebbe arrivato con i principali capi e avrebbe chiesto di tenere un Consiglio con il comandante e i suoi ufficiali. Mentre si sarebbe parlato in Consiglio egli avrebbe rigirato improvvisamente la cintura di wampum che teneva in mano. A quel segnale i capi avrebbero dovuto gettare all’aria le coperte che nascondevano le loro armi e la pittura di guerra e massacrare gli Inglesi prima che essi potessero offrire resistenza. Quando gli Indiani che stavano fuori avrebbero sentito il clamore all’interno della casa del Consiglio, avrebbero afferrato i fucili e coltelli che portavano le squaw, gettandosi sui soldati sorpresi e quasi disarmati, per ucciderli e saccheggiare e bruciare il forte, risparmiando solo i Francesi. Dal punto di vista degli Indiani questo sembrava un ottimo piano, cui nessuno fece obiezioni.

Il sette di maggio

Gli Indiani seppero mantenere il loro segreto. Un Canadese vide alcuni indiani limare le canne dei fucili in modo da renderli abbastanza corti da nasconderli sotto le coperte che portavano addosso. Ma anche se quell’uomo ebbe dei sospetti non li esternò e non disse una parola per avvertire gli Inglesi. Il giorno prestabilito, il sette maggio, era imminente, e nessun avviso di allarme era stato dato alla guarnigione. Ma alla sera del giorno sei, il maggiore Gladwin parlò segretamente e a lungo con i suoi ufficiali, poi ordinò che metà della guarnigione prendesse le armi. Raddoppiò le sentinelle ed egli stesso si spostò da una postazione all’altra per controllare che ogni uomo fosse al suo posto. I soldati non conoscevano la ragione di questo stato di allerta, ma capivano che significava pericolo.
Si è detto che nel pomeriggio una ragazza indiana, profondamente attaccata al maggiore inglese, gli avesse portato un paio di mocassini che aveva ricamato per lui. Si fermò al forte e sembrava avere poca voglia di andarsene. Alla fine pregò Gladwin di lasciare il forte per un giorno o due. La sua condotta e le sue richieste suscitarono sospetti, per cui il maggiore la interrogò a fondo e finì per scoprire il tranello: la notte del sei maggio il maggiore era in allarme.
Nulla disturbava la pace della tiepida notte di maggio. Al mattino, una delle sentinelle sugli spalti diede l’allarme: «Stanno venendo da laggiù!». Infatti si vedevano molte canoe di betulla che discendendo la corrente si avvicinavano rapidamente al forte. Le canoe erano numerose, una vera flotta, ma solo con due o tre Indiani ciascuna; però gli scafi affondavano molto nell’acqua e gli Indiani faticavano a pagaiare. La maggior parte degli Indiani che sbarcarono dalle canoe si recarono su un campo posto nelle vicinanze del forte e cominciarono a giocare a palla. Presto lo stesso Pontiac fu visto avvicinarsi lungo la via del fiume alla testa di sessanta dei suoi capi.


“La ragazza Ojibwa svela il complotto”

Gli Indiani avevano addosso delle coperte e marciavano in fila senza una parola. Quando raggiunsero l’ingresso del forte, Pontiac, con la sua abituale dignità, chiese di poter incontrare, con i suoi capi, i suoi fratelli inglesi in consiglio, per discutere questioni importanti. In risposta a questa richiesta le porte si spalancarono. Soldati in linea ed armati erano sui due lati. Gli Indiani, allenati nel riconoscere al volo le situazioni, capirono all’istante che il loro piano era stato scoperto. Forse presentivano che il tradimento che avevano pianificato si sarebbe ritorto contro loro stessi. Ma se avevano paura, non lo diedero a vedere e non dissero una parola. Camminarono impassibili per le vie strette, incontrando soldati armati ad ogni angolo.
Alla Casa del Consiglio trovarono il maggiore Gladwin, il suo assistente, capitano Campbell, e altri ufficiali che si erano già riuniti e li stavano aspettando. Se gli Indiani avevano sospettato la scoperta del loro piano, non ebbero più dubbi quando videro che gli ufficiali avevano le spade al fianco e pistole infilate nelle cinture. Fu con qualche riluttanza che si sedettero sui tappetini preparati per loro. Era un momento difficile per Pontiac: era stato scoperto, sconfitto. Ma non si perse d’animo di fronte agli sguardi degli Inglesi che lo fissavano. «Perché – chiese con voce dura e severa – oggi i nostri fratelli si incontrano con noi con i fucili in mano?» Il comandante, calmo, rispose: «Sei arrivato tra noi proprio mentre siamo impegnati nelle nostre esercitazioni militari». Avendo un po’ sopito i suoi timori, Pontiac cominciò a parlare: «Per molte lune l’amicizia dei nostri fratelli inglesi è sembrata addormentata. Adesso è primavera; il sole splende caldo e luminoso; gli orsi, le querce, i fiumi si risvegliano dal sonno. I nostri capi sono venuti per fare la loro parte, per rinnovare le loro promesse di pace e amicizia». A questo punto fece un movimento con la cintura che teneva in mano, come per ruotarla. Gli Indiani erano pronti a scattare. Gladwin diede un segnale. Un clangore di armi risuonò al di là della porta aperta. Un tamburo rullò il segnale di carica. Nella sala del consiglio c’era un silenzio stupito. La mano di Pontiac si fermò e la cintura tornò nella posizione iniziale. Il rumore di armi cessò. Pontiac rinnovò le promesse di amicizia e lealtà e poi sedette.
Il maggiore Gladwin rispose brevemente: «Fratelli, gli Inglesi non sono incostanti. Essi non ritirano la loro amicizia senza un motivo. Finché gli uomini rossi sono fedeli alle loro promesse troveranno negli Inglesi dei solidi amici. Ma se gli Indiani sono falsi oppure offendono gli Inglesi, gli Inglesi li puniranno senza pietà.» L’unico obbiettivo degli Indiani era ora di stornare i sospetti degli Inglesi. Dopo il discorso di Gladwin vennero scambiati doni e l’incontro si trasformò in un generale stringersi le mani. Prima di partire, Pontiac promise che sarebbe tornato da lì a pochi giorni con donne e bambini perché anche loro potessero stringere le mani dei fratelli Inglesi. Viene riportato che, quando l’ultimo Indiano uscì, un ufficiale rise dicendo: «Canaglie! Avevano paura di sedersi, pensavano che sarebbero caduti nella loro stessa trappola.
Pontiac parla con la cintura di wampum
E’ un peccato lasciarli andare via così facilmente». Un altro, più seriamente, replicò: «No, il maggiore ha ragione, se c’è un attacco devono essere gli Indiani a fare il primo passo. Essi contano più sul tradimento che sulla forza per vincere; adesso il loro piano è fallito, e l’intero problema probabilmente si dissolverà».

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