Tra gli indiani della Baja California

I gesuiti fondarono a Loreto la prima missione nell’anno 1697, ma soltanto due decenni dopo si sarebbero interessati alle terre dei Pericu.


Un indiano della Baja California

Nel 1720 venne istituita una missione a La Paz, quattro anni dopo fu costruita la Santiago e, nel 1730, la San José del Cabo. Il controllo spagnolo nel territorio si sarebbe interrotto per ben due anni dopo la grande rivolta dei Pericu dell’anno 1734; negli anni successivi la loro popolazione continuò a declinare ininterrottamente, infatti, nel 1768, i Pericu erano ormai estinti. La rivolta dei Pericu scoppiò il primo ottobre 1734 nelle terre di Cape San Lucas, e fu guidata da un indio meticcio di nome “Chicori” e dal capo Botori che, partendo dalle loro rancherie di “Yeneca”, sollevarono gli indigeni contro gli spagnoli muovendosi verso nord nell’intento di contattare altre popolazioni. Tra le molte mogli del capo vi era anche una giovane donna che voleva essere battezzata, ma padre Carranco si sarebbe rifiutato di riceverla nella sua chiesa, accusandola di vivere in modo immorale nell’abitazione di Chicori, il quale “praticava la poligamia”. Infuriato, il capo avrebbe così incitato la sua gente alla rivolta. Una delle rivolte più grandi sarebbe scoppiata nella parte meridionale della penisola, ebbe inizio nel 1733 ed avrebbe interessato le tribù “Pericúes” e “Córas”, due popolazioni che “… hanno un carattere molto orgoglioso e ribelle… come ha sperimentato il loro ultimo missionario, Ignatz Tirs”. Nel 1733 vennero stabilite nella zona ben quattro missioni, con tre sacerdoti e non più di sei soldati, in una terra che comprendeva “diverse migliaia di indiani”. Le missioni erano “La Paz” (“la Pace”), con un solo militare ma nessun missionario; “Santa Rosa”, con padre Sigismundo Táraval e tre soldati; “Santiago”, con il missionario Lorenzo Carranco; e “San José del Cabo”, con padre Nicolás Támaral.
Melina, probabile discendente dei Pericu
Le cause della rivolta sono poco chiare, “… molti indiani da poco convertiti confessarono, senza alcun tipo di timidezza, di non accettare di essere sposati con una sola donna, come d’altronde loro avevano promesso. Ma in parte non accettavano di essere verbalmente rimproverati dai missionari per le trasgressioni che commettevano”. Gli “istigatori della rivolta, che silenziosamente sollevarono il popolo, erano chiamati Boton e Chicóri. Il loro scopo era quello di uccidere i tre sacerdoti e cancellare per sempre tutti i segni del cristianesimo che la maggioranza degli indigeni aveva accolto dieci anni prima”. I primi sintomi non passarono inosservati ed essa venne temporaneamente bloccata all’inizio del 1734, quando “… gli indiani proposero la pace”; “… ma non durò a lungo, gli indiani mancavano di sincerità e, in breve tempo, gli spergiuri capi dei ribelli tentarono di portare a termine i loro obiettivi”. Dalle fonti ecclesiastiche risulterebbe che le tribù ribelli erano i gruppi “Vaicuros, Aripes, Huichities, Coras e Periues”. Fu allora che gli spagnoli chiesero aiuto alle autorità del Messico. Nel gennaio 1735, don Francisco Cortez y Monroi raggiungeva La Paz provenendo dal Sinaloa; al suo fianco vi erano 20 soldati e un centinaio di alleati indiani; dalle fonti risulterebbe che dalla postazione di “Santo Angel” si cercò di porre freno alla sollevazione. Padre Táraval riuscì a sfuggire ai ribelli, i quali erano a conoscenza delle scarsissime forze militari ma, in ottobre, nelle vicinanze della missione di Santa Rosa, gli indiani massacrarono un soldato e poi “inviarono un messaggio alla missione precisando che un soldato era molto malato”, un sacerdote e gli altri soldati avrebbero dovuto “ascoltare le confessioni del malato e riportarlo alla missione”. Gli spagnoli si resero conto del pericolo e “né il sacerdote, né i soldati fecero ciò che era stato loro richiesto”, però, pochi giorni dopo gli indiani uccisero un soldato della missione di La Paz. La notizia delle uccisioni sarebbe giunta alle orecchie del Prefetto delle missioni, che all’epoca di trovava nella missione “Siete Dolores”, posta a circa 90 ore di viaggio dal territorio in rivolta. I suoi ordini furono immediati, i tre sacerdoti erano in pericolo di vita e dovevano “salvarsi come meglio potevano”. I “congiurati” decisero di portare il primo colpo alla missione di San José del Cabo, dove vi era padre Támaral, ma scoprirono che padre Carranco “era a conoscenza delle loro intenzioni”, per cui decisero di assalire la missione di Santiago.


Un murale sulla rivolta dei pericu

Gli indiani giunsero nelle vicinanze della missione verso la metà di ottobre, era un sabato qualunque, “Il sacerdote stava terminando la Santa Messa e si era ritirato nella sua stanza senza interrompere le sue preghiere”. Purtroppo, la sua guardia del corpo – due militari – si era allontanata a cavallo per recuperare alcuni capi di bestiame, mentre giunsero alla missione alcuni messaggeri che portavano la notizia della rivolta. Mentre padre Carranco stava leggendo il messaggio di padre Támaral, “gli assassini entrarono nella sua stanza”, “… alcuni di loro lo gettarono a terra e lo trascinarono per i piedi verso l’ingresso della chiesa… Prima di raggiungere la chiesa, però, l’anima di padre Carranco era stata scacciata dal suo corpo, alcuni selvaggi lo avevano trafitto di frecce e gli altri lo avevano colpito con pietre e bastoni”. Le fonti ecclesiastiche sono molto esplicite, “Non molto lontano vi era un innocente bambino indiano, serviva il padre a tavola. Quando i mostri videro il bambino piangere per la triste sorte del missionario che lo aveva trattato come un padre, uno degli assassini lo afferrò per i piedi fracassandogli la testa contro il muro”. Fra gli assassini vi erano “alcuni barbari che il padre aveva preso in considerazione come suoi fedeli seguaci, e nel quale egli riponeva tutta la sua fiducia”, comunque, “… dopo l’omicidio gli furono strappate le vesti dal corpo e gli indiani abusarono di quel cadavere ormai senza anima, infine, dopo aver soddisfatto i loro istinti barbarici gettarono il corpo su una pira ardente, poi appiccarono il fuoco alla casa e alla chiesa…”.


Il martirio di padre Carranco

Nel frattempo ritornarono alla missione i due soldati a cavallo, furono disarmati e costretti a macellare il bestiame recuperato, dopo di che “furono ricompensati con una pioggia di frecce”. Il giorno dopo anche padre Támaral avrebbe subito la stessa “sfortunata sorte di padre Carranco”. Il Támaral venne sorpreso nella sua abitazione dai ribelli, le cui fila si erano ingrossate con “nuove reclute composte da parrocchiani”; il missionario intuì le vere intenzioni degli indiani i quali, “senza ulteriori indugi lo gettarono a terra, lo trascinarono sotto il cielo aperto e lo trafissero con numerose frecce”. Uno dei ribelli, che “da poco aveva ricevuto in regalo un grosso coltello dal padre, aggiunse ingratitudine alla sua crudeltà e senza pietà spinse il grosso coltello nel corpo del missionario”. Dopo aver trascorso alcuni anni nella Baja California, i due sacerdoti terminavano la loro vita, mentre “gli indigeni si dedicavano alla ferocia e bramavano la distruzione delle chiese e dei missionari”. Soltanto Sigismundo Táraval riuscì a sfuggire agli insorti. In quel periodo il padre era a Todos Santos, un piccolo insediamento non lontano dalla missione di Santa Rosa e posto sulla sponda occidentale della Baja California. Il missionario venne avvisato – in luglio – del pericolo da alcuni indiani Callejues. In piena notte, padre Táraval e i suoi due soldati abbandonarono la missione e si spostarono a ovest. Un ruolo importante venne giocato dai Callejues. Il 24 ottobre due distaccamenti militari, uno composto da 20 soldati e alleati Callejues, e il secondo composto da 25 arcieri indiani, si mossero verso sud e, il 31 ottobre, giunsero alla missione in rovina di La Paz, dove furono rinforzati da altri “88 indiani alleati”. Ben presto però i Callejues preferirono dileguarsi nei deserti dell’interno, e a nulla valsero gli sforzi dei soldati per ricondurli da padre Táraval. I Callejues sarebbero riapparsi durante la notte del 13 novembre, “strisciarono fino alle fortificazioni frettolosamente costruite intorno a La Paz”, proprio quando i ribelli Huichities attaccavano il campo spagnolo. Successivamente, i Callejues rivelarono la loro fedeltà alla Corona, combattendo valorosamente il 23 e il 29 novembre al fianco degli spagnoli per fronteggiare nuovi attacchi a La Paz portati dai ribelli. La repressione fu come sempre brutale e spietata, e i primi a subirne gli effetti furono “16 o 18 Aripes e Coras”, che vennero catturati, ma “due riuscirono poi a fuggire”, con altri quattro che “fuggirono durante la notte”. Anche le vicine rancherias di “Puurum e Anicà” avrebbero subito lo stesso trattamento. La rivolta sarebbe poi stata soffocata nel sangue.
Incisioni rupestri
Gli indiani Guaycura, o Waicura, parlavano una lingua ormai estinta della Baja meridionale. Il gesuita Baegert avrebbe documentato alcune parole, frasi e alcuni testi nella lingua natia tra gli anni 1751 e 1768. In base agli attuali studi sembra che i dialetti di questo gruppo non siano da ricondurre alle lingue Yuman parlate più a nord; anche se alcuni studiosi propendono comunque per una serie di dialetti del ceppo Hokan disseminato ampiamente nella California e nel Messico. Il Latham diceva che tutti i dialetti della Baja California erano Yuman, ma comparando quello dei Cora, il Francisco Pimentel diceva che vi erano relazioni tra il Waicuri e il Sonoran e l’Atzecan e includeva l’Opata-Mexican, comprendente lo Uto-Aztecan, il Keres, lo Zuni, lo Yuman, il Tanoan e il Coahuiltecan. Il William C. Massey, nel 1949, suggeriva invece un collegamento dei Waycuras con i Pericu stanziati più a sud, ma anche questa tesi manca di prove definitive. Altre lingue della Baja sono prive di testi e documenti storici, anche se alcuni avrebbero speculato sul fatto che i Monquis (Monqui-Didiú), una popolazione delle regioni di Loreto, parlassero un dialetto simile al Guaycuras, come invece era probabilmente quello degli Huchiti (Uchiti, Uchities). Altri nomi della tribù erano: “Guaicuro, Guaycuro, Waikurio, Waicura, Waikurisek, Waicuri, Guaikuriseh, Waikuru”. Comunque, i Waicuri erano essenzialmente dei piccole gruppi conosciuti collettivamente con lo stesso nome, e stanziati sull’altopiano meridionale della Sierra de la Giganta e la Magdalena Plains. La tribù confinava con gli Uchiti (Huchitì) a est e con i Laimon Cochimi a nord. Questi indiani erano i più vicini ai Pericu, loro nemici da lungo tempo; i conflitti fra le due popolazioni si sviluppavano essenzialmente nelle zone di La Paz, zone contese da entrambe le parti. I primi contatti dei Guaycura con gli spagnoli avvennero intorno al 1530, ma nei 200 anni successivi i contatti furono sporadici, con missionari e mercanti bianchi.
Indiani Guaycura
Sembra che i missionari abbiano ottenuto notevoli successi all’interno di questa popolazione anche se, durante la rivolta dei Pericu (1734), alcuni guerrieri Guaycura si posero al fianco dei ribelli. La loro popolazione decrebbe nel corso del XVIII secolo, e la loro lingua e cultura si sarebbero estinte nei primi decenni del secolo successivo. Nel 1768 la composizione etnica degli indiani era ormai mutata, quando giunse il generale José de Galvez (1768-69), decise di chiudere le missioni “Dolores” e “San Luis Gonzaga”, poi fece stabilire i Guaycuras nelle due missioni di Todos Santos. Il Massey menzionava 36 rancherias Guaycuras, con un gruppo noto come “Callejues”, stanziato a nord delle missioni di Todos Santos. La conversione di questa popolazione fu comunque molto superficiale, infatti, nel 1744, il missionario Clemente Guillen parlava ancora di pratiche sciamaniche presso di loro. Nel 1769 furono devastati da una epidemia di morbillo che uccise circa 300 indiani; molti fuggirono dalle missioni e allora dovette intervenire Felipe de Barri (1770), governatore della California, che decise di inviare altri soldati per bloccare la fuga degli indiani dalle missioni. Nell’aprile 1770 una delegazione di capi Guaycuras avrebbe raggiunto Loreto per mettere in risalto alle autorità l’assoluta crudeltà degli spagnoli, ben noti nel praticare brutali punizioni corporali sugli indiani; secondo i capi, per questo motivo gli indiani non andavano alle missioni per “ricevere razioni”. Nel settembre 1771 veniva riportato che a Todos Santos vi erano solo 170 indiani, e si segnalava che 30 erano da poco fuggiti nell’interno. Nella missione “San Luis Gonzaga”, nel 1774 vi erano ancora 516 nativi, 352 nel 1755, circa 300 nel 1762 e 288 nel 1768. La spedizione del Clemente Guillén, diretta a La Paz (1721), avrebbe visitato una rancheria dove si parlava la “lingua dei Coras” ma, nell’insediamento vi era una donna di etnia Guaycuras. Se questi indiani Coras erano un gruppo dei Pericues, allora dobbiamo presumere che questi ultimi occupassero anche terre a nord di La Paz, da cui sarebbero poi stati spinti a sud dall’avanzata dei Guaycuras, con gruppi sparsi che sarebbero rimasti nel territorio. Lo stesso discorso potrebbe spiegare il fatto che il territorio dei Cochimies si estendeva a sud fino a San Javier, con gruppi Guaycuras posti più a ovest e con i Monquis più a est.


Un’immagine del Loreto Desert

L’Hostell affermava che, nel 1744, nelle zone di Titapue, presso la Magdalena Bay, vi erano “… i pagani Uchitíes abitano queste terre. Gli Ikas, gli Añudeves e gli indigeni di Ticudadei si sono uniti a loro… il missionario li ha trovati ben disposti ad ascoltare il Santo Vangelo. La lingua di questi indigeni è ben diversa da quella dei Guaycuras”. Ernest Burnus ha tradotto alcuni manoscritti dell’epoca ed è giunto alla conclusione che gli Uchitíes erano gli “Huicipoeyes” delle fonti spagnole e gli “Utschipujes” del Baegert. Per quanto riguarda gli Ikas, lo Swanton li riteneva una divisione dei Guaycuras. Anche gli “indiani Uchita” (o “Utciti”), come li chiamava lo Swanton, sono da ritenere una divisione dei Guaycuras; lo studioso li localizzava tra la latitudine 24° nord e le terre dei Pericu. Secondo il Táraval gli indiani Uchití avrebbero vissuto nelle stesse zone dove l’Hostell incontrò gli Huicipoeyes, “… che parlano una lingua molto diversa”, il che farebbe capire che gli Huicipoeyes erano gli “Utschipujes” del Baegert e quindi erano equivalenti agli Uchití. Come il Táraval, anche parecchi studiosi ritenevano che gli Uchití erano un ramo dei Guaycuras nonostante parlassero un dialetto diverso. Allora è possibile che gli Uchití si siano gradualmente spostati verso sud, lasciando però alcuni gruppi nella Magdalena Bay. Il Guillén ci ha lasciato due terminologie piuttosto enigmatiche. Nella prima ci dice alcune cose sulla sua spedizione verso La Paz, partita dalle terre a sud di “Liguí”, “Qui comincia il territorio dei Guaycuras, o Cuvé”.


Dune della Magdalena Bay

Pare che questo nome fosse usato come equivalente di “Guaycuras”, e inteso sia come tribù, o nazione, che come territorio; ma esso poteva anche riferirsi ad una rancheria, il che potrebbe anche essere probabile nonostante non vi sia alcun documento che parlerebbe della “rancheria Cuvé”, esiste soltanto una rancheria nota come “Acuré”. Il termine “Cuvé” non appare comunque in nessun altro testo. Il secondo “enigma” è ben più complesso, ma anche rivelatore. I membri della spedizione del Guillén raggiunsero La Paz ed esplorarono le terre a sud-est; avrebbero individuato una insediamento temporaneo i cui “abitanti sono fuggiti” così, “non sappiamo se questi indigeni erano Guaycuras o Cubíes”. Questa affermazione è chiarissima, i Guaycuras e i Cubíes erano due popolazioni distinte. Durante il loro ritorno a La Paz avrebbe raggiunto una rancheria dove “la gente parlava il Cora”, ma “i nostri amici Cubíes non capivano il loro linguaggio”, a quanto pare, una anziana donna “li chiamò nella loro lingua”. La “vecchia parlava il Cora”, ma conosceva anche la lingua Guaycuras. Vi erano allora tre lingue in questione, oppure due? Noi sappiamo che i Coras potevano essere una divisione dei Pericu, ma qui entrano in ballo altre due lingue native, il Cubí e il Guaycura. Gli indiani Cora vengono ricordati dallo Swanton come una divisione dei Waicuri (Guaycuras) della costa orientale della Baja, ma non avevano alcuna affinità con gli omonimi Coras del Nayarit e del Jalisco. Il giorno dopo aver lasciato la rancheria dei Coras, la spedizione giunse in una terra chiamata “San Higinio de Guaycuro”, dove gli spagnoli trovarono soltanto due donne e alcuni bambini. Il Guillén così scriveva, “Abbiamo trovato una rancheria di Guaycuras o Cubíes”, il che porterebbe a porci l’ennesima domanda. E’ possibile che l’uso del termine “Cubí” (o “Cubíes”) sia soltanto usato come un altro nome indicante i Guaycuras? Questa tesi aprirebbe la possibilità che i Cubíes vivessero a nord di La Paz, nelle attuali zone di San Hilario. Questi Cubíes appaiono in un altro documento del Guillén, datato 1730, e inviato a Joseph Echeverría. Il “reverendo Guillén” affermava che, “… è ben noto che i Cubí sono barbari e omicidi… essi hanno avuto il coraggio di uccidere quelli dell’altra banda (della costa occidentale)”; “… litigano tra di loro e i Cubí sono responsabili della morte dei padri di sette ragazzi della missione”.


Ancora un’immagine del deserto

Questi indiani “sono ladri e dannosi per la nostra gente”, “… questi Cubíes sono barbari… ma la povertà di questa missione impedisce loro di essere chiamati, così, soltanto poche visite sono possibili nelle loro numerose e lontane rancherias”. E’ molto probabile che fossero connessi con gli Uchití stanziati a sud-est di La Paz. Alcune fonti ricordano che, “Gli Uchití sono indiani feroci che continuano a molestare tutti le popolazioni che vivono nelle loro vicinanze. Il capitano Rodriguez, con otto-dieci soldati, trascorse sei mesi, da marzo a settembre 1729, cercando di pacificarli e di proteggere i neofiti di La Paz, Todos Santos e Santiago”. Nel 1730 il Venegas diceva che il capitano Rodriguez, accompagnando Joseph Echevarria in un giro di visite alle missioni del sud, non era ancora riuscito a soggiogare questa popolazione. Infatti, l’anno dopo, dovette ritornare nella zona per punire “alcune rancherias che hanno perfidamente agito contro i loro vicini cristiani”; il Venegas non aveva alcun problema nell’affermare che i razziatori appartenevano alla tribù Uchití. “I loro vicini di casa (confinantes) cercavano vendetta e fingevano di essere amici dei vicini cristiani (vecinos), così li invitarono ad una festa in una loro rancheria, dove si ballava e si festeggiava. Mentre i cristiani stavano danzando, i guerrieri si gettarono su di loro con una pioggia di frecce, dardi e pietre, uccidendo 10 cristiani, mentre il resto dei feriti vennero maltrattati e poi lasciati liberi di tornare alla missione”. Gli spagnoli si mossero velocemente con una forza di 14 soldati e 15 guerrieri provenienti da Loreto e Los Dolores; alcuni Uchití vennero catturati e “portati a Loreto per essere puniti”. Il William Massey scriveva che parecchie donne degli Aripe andarono in sposa a indiani Periúes, Tepajiguetamas, Vinees e Cantiles, tutte popolazioni stanziate più a nord. Gli Aripe vengono ricordati anche dallo Swanton come “Aripa”, una popolazione che riteneva una divisione nord-occidentale dei “Waicuri” (Guaycuras). Il Táraval elencava il termine “Periúes” in riferimento ad una rancheria degli Uchití, ed è probabile che tutti questi gruppi, o rancherias, fossero bande Uchití stanziate a nord-ovest della La Paz Bay.

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