John Bell Hood, un generale coraggioso nella civil war

A cura di Romano Campanile

John Bell Hood
Nella vita dura e intrisa di ideali e onore che caratterizzarono la società del XVIII secolo del sud durante la civil war, un posto tra coloro che ne incarnarono lo spirito, lo ebbe certamente un generale dal coraggio non comune, che ebbe una vita avvolta da avvenimenti e dure avversità e anche qualche mistero, che ne provarono sia lo spirito che il fisico. Quest’uomo fu John Bell Hood.
Lo sguardo cosi ben evidente in alcune sue foto, certifica una personalità di ferro, totalmente devota alla causa per cui fu disposto a sacrificare tutto se stesso, nel corpo, nella reputazione, nella carriera.
John Bell Hood nasce il 29 giugno 1831 a Owingsville (Bath County), nel Kentucky. Egli è il secondo figlio di un medico, John Wills Hood e di Theodosia French. Ha due fratelli minori, William e James, una sorella maggiore Olivia, e una minore, Elizabeth.
In tenera età la vita gli inizia a presentare la prima delle avversità che lo accompagneranno per tutta la sua esistenza, con la scomparsa del padre. La loro era una famiglia benestante e alla morte la madre eredita una cospicua somma che userà per costruire una nuova casa dove il giovane John passerà la sua giovinezza.
La casa di Hood
Il giovane Hood trascorre cosi molto tempo coi nonni, uno di nome Lucas, un avventuriero veterano delle guerre indiane, e l’altro nonno James, veterano della guerra di indipendenza. Essi avranno, coi loro racconti, una forte influenza sulle scelte future di Hood, fino al punto da spingerlo a fare della carriera militare il suo obiettivo, nonostante il padre avesse desiderato anche per lui una più tranquilla carriera in medicina.
Come detto in precedenza, la vita di Hood ha avuto anche risvolti avvolti nel mistero e in particolare riguardo a una storia relativa alla sua giovinezza. E qui prima di continuare mi sembra doveroso dare un avvertimento circa quanto si narrerà qui di seguito, in quanto quanto segue é stato dato per vero da un giornale nel 1948, ma oggetto di una causa giudiziaria dai discendenti di Hood in seguito e quindi avvolto nel piu totale dei misteri quanto alla vericidità. Si sa che molti racconti del passato trovano terreno fertile anche nella leggenda e nella superstizione, sta di fatto che dopo tale premessa lascio al lettore di discernere tali avvenimenti… con la dovuta cautela.
Dunque si diceva, o meglio, si narra che il giovane Hood si fosse perdutamente innamorato di una vicina di casa appartenente a una famiglia facoltosa, tale Annie Mitchell, soprannominata “Belle of Kentucky” per la sua avvenenza e corteggiata da parecchi pretendenti della zona. Sta di fatto che tra Hood e la bella Annie iniziò una storia d’amore struggente che avrebbe avuto risvolti tragici. Il padre della ragazza decise di convincere la figlia a sposare un certo Andersonn, di famiglia ricca, nonostante lei si sentisse legata al giovane Hood, a quel tempo a West point.
Annie Mitchell
Dopo le insistenze del padre, acconsentì e scrisse una lettera a Hood spiegando sia i propri sentimenti per lui, che la dolorosa decisione di terminare la loro relazione in obbedienza ai desideri paterni. Hood rimase molto scosso e si precipitò dalla sua amata chiedendole di trovarsi in un dato luogo, onde poter fuggire insieme. I piani, però, furono frustrati dai fratelli di lei che, avvertiti da uno schiavo, sorpresero i due amanti intenti alla fuga.
In seguito a ciò il padre rinchiuse la figlia in casa fina al giorno del matrimonio e per il povero Hood non rimase che rassegnarsi e rientrare a in accademia. Le nozze si celebrarono come previsto, ma Annie rimase in uno stato di depressione e odio per coloro che l’avevano costretta a sposare un uomo che non amava, manifestando ciò con il rifiuto di parlare con chiunque per mesi e mesi.
Dopo aver partorito il primo figlio e dopo mesi di silenzio, la giovane decise di dire qualcosa. Le sue prime parole lasciarono tutti di stucco in quanto costituivano una maledizione verso tutti coloro che l’avevano costretta in quella situazione. Disse: “Una maledizione contro tutti coloro che hanno avuto parte nel farmi sposare Anderson quando il mio cuore apparterrà sempre a John Bell Hood”.
Si narra che da lì a poco una serie di disgrazie portarono nella tomba sia la stessa Annie che coloro che facevano parte della sua famiglia e a tale maledizione alcuni attribuiscono anche certe disgrazie che colpirono, come vedremo poi, anche lo stesso Hood.
Torniamo ora a West point e ai fatti comprovati e concreti, riprendendo il nostro racconto sul giovane futuro generale che a quel tempo era impegnato nel corso quadriennale, iniziato nel 1849, di cui facevano parte dei compagni che, come lui, avrebbero avuto modo in seguito di diventare figure di primo piano nella guerra civile, gente del calibro di James B. McPherson, John M. Schofield e Philip H. Sheridan.
Un ritratto di Hood
Hood si diplomò come 44° in una classe di 55, fatto che dimostra che non era “ritardato” come alcuni storici in seguito dissero.
Ebbe come tutti i cadetti alcuni richiami da Lee, che era il rettore del accademia, e tra questi richiami ne vediamo alcuni curiosi: “sorpreso a ridere in fila”, “tabacco da masticare”, “fumo”, “non taglia i capelli”, “insignificante condotta in accademia”, “fare rumori inutili e balli in piazza”, “in ritardo in chiesa”, “ride ed è disattento nel corso di etica” e “vestiti non puliti”. Una curiosa infrazione trova il Cadetto Hood colpevole di “lesa maestà” per “la visita nella tenda del comandante con un sigaro nel suo cappello.”
Nel 1852 fu nominato sergente e poi tenente dei cadetti, mostrando una buona attitudine al comando anche se alla fine del corso pesarono 192 note di demerito che possono oggi sembrare molte, ma che confrontate con gli altri membri cadetti erano in “perfetta media”. Da notare ad esempio che Philip Sheridan fu espulso per un anno dall’accademia.
Per motivi sconosciuti in accademia gli viene dato il soprannome di “Sam” che lo accompagnò per il resto della vita.
Nel 1854, come sottotenente, Hood fu spedito per il suo primo incarico in California, a San Francisco, nei ranghi di Fort Jones.
In seguito fu trasferito nel Texas, dove nel 1857 ebbe il suo battesimo di fuoco cono gli indiani con la prima di una lunga serie di ferite. Trafitto da una freccia a un braccio, Hood fu visto spezzare la freccia con le proprie mani, per poi continuare lo scontro che si svolse con un corpo a corpo.


Fort Jones

Per quella azione fu promosso al rango di tenente.
Nel 1859 venne chiamato di nuovo a West Point come istruttore di cavalleria, ma chiese di essere sollevato da tale incarico, dato che la vita tranquilla di accademia non faceva per lui… Tornò a Camp Wood, in Texas, dove l’anno dopo arrivò la notizia della secessione degli stati del Sud dall’Unione. Senza esitare scrisse una lettera al governatore del suo stato, il Kentucky, mettendosi a sua disposizione e convinto di essere integrato subito nelle forze della confederazione, ma il Kentucky non aveva ancora fatto la sua scelta e così Hood (che la scelta l’aveva fatta), dopo aver dato le dimissioni dall’esercito, si recò a Montgomery, in Alabama per arruolarsi nelle “giubbe grigie”. E’ il 16 aprile 1861.
Dopo essersi arruolato, Hood si mise a disposizione di Robert Lee a Richmond, ricevendone l’incarico di istruire ed addestrare i neonati reparti di cavalleria col grado di capitano e poi di maggiore.
Nei pressi di Yorktown, “Sam” ebbe il suo primo scontro con i federali e riuscì a portare in dote 12 prigionieri, ricevendo in premio i gradi di tenente colonnello.


Foto originale della Hoods Texas Brigade

Lee conosceva bene le qualità di istruttore di Hood e perciò decise di dargli una grossa responsabilità con l’ordine di addestrare e formare un nuovo reparto di fanteria composto di soldati del Texas. Si trattava del 4° Fanteria del Texas che divenne in seguito uno dei reparti più conosciuti e preparati della storia militare americana, col nome famoso di Texas Brigade.
Per aver svolto così bene il suo compito egli ricevette il grado di Generale di Brigata al comando dei suoi texani, a Richmond, sotto il comando del generale Joseph E. Johnston.
Un suo subalterno, il maggiore J. W. Ratchford scrisse di Hood: “Pochi generali hanno posseduto un così caloroso amore personale dei loro uomini come nel caso di Hood. Questo attaccamento era qualcosa di diverso da qualsiasi sentimento che ho mai conosciuto tra degli uomini e il loro comandante”.
Un altro osservatore, lo storico inglese Percy Gregg disse di Hood: “Un soldato splendido particolarmente adatto al comando del suoi texani, gente grezza e sconsiderata, audace e indomabile.”
A ben leggere questi commenti, Hood non era malvisto dai propri uomini, come alcuni storici ebbero modo di dire successivamente.
Il 6 maggio di quell’anno, durante la campagna peninsulare, Hood riuscì a tappare una falla nel fianco del proprio schieramento in cui si stavano per buttare le truppe federali del gen William Franklin. In quella occasione avvenne anche un fatto curioso… Hood diede l’ordine di non caricare i moschetti per evitare di far rumore ed esser scoperti dai federali nelle vicinanze. Un soldato di nome John Deal, disobbedì all’ordine del suo comandante e caricò di nascosto il suo moschetto. Poco dopo, tra le frasche, un soldato unionista puntò il suo fucile, a distanza ravvicinata, alla testa del generale Hood. Nessuno pareva in grado di intervenire, avendo tutti i moschetti scarichi.


Il soldato Deal fa fuoco col suo moschetto

A risolvere la situazione fu il soldato Deal che fece fuoco prontamente, uccidendo così il soldato federale e salvando Hood da morte certa. Egli poi spiegò che non si fidava a girare col moschetto scarico e perciò preferì disobbedire. La disobbedienza fu perdonata da Hood, visto che gli salvò la vita.
Nella successiva battaglia a Seven Pines, dopo il ferimento del suo comandante, Hood rimane alle dirette dipendenze di Lee, instaurando con lui una solida collaborazione e amicizia.
Lee conosceva bene Hood, sia per le qualità che per i difetti e sapeva che quest’uomo poteva essere un’arma formidabile se usata nel posto giusto e nel momento giusto.
Per tornare a quei giorni di Seven Pines, nel 1862, un altro episodio viene raccontato da testimoni del tempo, un episodio che più che mai testimonia l’attaccamento reciproco tra Hood e i suoi uomini.
Il soldato bambino
Il 4 giugno alle 4 del mattino, nel corso di un’ispezione, Hood trovò una delle sentinelle col fucile a terra e sdraiata, un comportamento che a quel tempo era passibile di corte marziale e persino di fucilazione. Hood interrogò la sentinella che si rivelò come William H. Lessing, di soli 14 anni. Ai rimproveri di Hood il ragazzo reagì piangendo e dicendo di aver barato sull’età nell’arruolamento e di essere stanco e affamato.
Al che il generale, invece di far processare il ragazzo, lo invitò alla mensa ufficiali.
Quel ragazzo non dimenticò la grazia e l’ospitalità ricevuta dal suo generale e anni dopo, nel 1877, a Waco in Texas, in una riunione di veterani, Lessing ricambiò il favore, invitando a pranzo Hood presso la propria casa.
Piccoli episodi come questi vedono Hood nella doppia veste di comandante implacabile e coraggioso sul campo, ma allo stesso tempo tenero e comprensivo coi suoi uomini. Simbolico, ad esempio, il comportamento tenuto nella battaglia di Gaines Mill, dove nella carica terribile a cui prese parte con i suoi uomini perse la metà degli effettivi rimanendo miracolosamente illeso, nonostante fosse in testa alla truppa, unico ufficiale, poiché tutti gli altri erano morti o feriti. Più volte in quei giorni il generale venne visto piangere per la perdita di tantissimi suoi uomini, o prestare il suo cavallo al soldato Jake Smilie per andare a seppellire i corpi dei fratelli deceduti.
Generale George “Shanks” Evans
Nella seconda battaglia di Manassas, Hood si distinse per un attacco fulmineo al battaglione di Zuavi di New York, decimandone il 90% degli effettivi. I dati della battaglia dicono che in soli 10 minuti i texani avevano ucciso o ferito. oltre 300 persone su 550 soldati.
Dopo quella battaglia avvenne un altro fatto strano. Longstreet (che era il comandante di Hood) fu obbligato a mettere il suo sottoposto agli arresti. Come mai? Ebbene, durante la marcia verso S. Mountain, il generale George N. “Shanks” Evans, essendo stato temporaneamente posto al comando di una parte di Texani, ordinò a Hood di consegnare ai reparti del North Carolina (che appartenevano a Evans) il prezioso carico di alcune ambulanze che erano state prese come bottino dagli uomini di Hood stesso.
Egli rifiutò di consegnare il prezioso carico, obiettando che esso doveva esser messo a disposizione di tutta l’armata e non solo dei soldati di Evans. Per questo, Evans, sia pure a malincuore, ordinò a Longstreet a metterlo agli arresti in attesa della corte marziale, togliendogli ovviamente il comando.
Agli uomini di Hood la cosa non piacque per nulla e durante la marcia arrivarono al limite dell’ammutinamento, disobbedendo agli ordini di Evans. La cosa rischiò di finire male, fino all’intervento di Lee che comprese rapidamente il problema e liberò Hood (che nel frattempo era stato confinato nelle retrovie) e lo rimise al comando dei suoi uomini, stabilendo il rinvio di ogni ulteriore decisione sul caso a dopo l’imminente battaglia di Antietam.
Inutile dire che dopo la battaglia la questione non fu più ripresa, né da Lee né tantomeno da altri. Nella battaglia di Antietam Hood perse quasi 2/3 dei suoi uomini e “Stonewall” Jackson lo propose per la nomina di generale di divisione, cosa che lo pose al centro dello schieramento nella vittoriosa battaglia di Fredricksburg.
A Gettysburg, con la sconfitta dei ribelli, Hood venne ferito a un braccio. Con un intervento medico tempestivo, il dottor John T. Darby riuscì a salvargli l’arto offeso dall’amputazione, ma il braccio sarebbe rimasto paralizzato per tutta la vita. Questa fu solo la prima di una fitta serie di altre ferite che sarebbero seguite nel tempo.
Arriviamo così al settembre del 1863. Hood era allora in convalescenza per le ferite al braccio.


Hood viene ferito anche ad una gamba

Lo scenario si spostò nel Tennessee e Longstreet portò la sua armata e Hood a sostegno di Bragg con una trasferta ferroviaria che resterà negli annali della storia.
Il 20 settembre le divisioni di Hood furono impegnate nella sanguinosa e vittoriosa battaglia di Chickamauga.
Hood stesso, ancora una volta, guidò coraggiosamente i suoi uomini, esponendosi come al solito al fuoco nemico e ricavandone una nuova ferita, stavolta ad una gamba. In questo caso la mostrò immediatamente tutta la sua innegabile gravità. Hood venne portato in una casa e incontrò il medico in capo delle forze confederate del Tennessee, il Dr. Richardson. Il dottore tentò l’impossibile per salvare la vita a Hood (già dato per morto sul campo di battaglia), procedendo all’amputazione della gamba destra appena quattro dita al di sotto dell’anca. Si trattò di un’operazione parecchio rischiosa, soprattutto per quel tempo e per le condizioni in cui i medici erano costretti ad operare. Lo stesso Dr. Richardson non si fece grandi illusioni, ordinando persino di tenere da parte l’arto amputato, per poterlo eventualmente mettere nella cassa insieme al resto del corpo in caso di decesso…
Il vescovo Polk
Per sua fortuna Hood era di una tempra forte e riuscì a sopravvivere. Certo, per un comandante la forma fisica era assai importante a quel tempo e il suo stato di salute, con un braccio al collo e senza una gamba ebbe un notevole impatto sul suo pur indomabile carattere.
In quei giorni di sconforto, Hood arrivò persino a chiedere al suo amico e collega generale, il vescovo Polk, di essere battezzato poiché sentiva la morte vicina.
Sta di fatto che il suo contributo era stato fondamentale nella battaglia e il 24 settembre 1863 Longstreet scrisse all’ispettore generale Samuel Cooper di valutare con attenzione la promozione di Hood, utilizzando le seguenti parole: “Generale, desidero con rispetto raccomandare J. B. Hood per la promozione al grado di tenente generale, per comportamento distinto e abilità nella battaglia. Il generale Hood ha gestito le sue truppe con la freddezza e la capacità che raramente ho potuto vedere in qualsiasi ufficiale, in qualsiasi campo, e ha avuto la sfortuna, dopo aver vinto la battaglia, di perdere una delle sue membra.”
Il Congresso della Confederazione approvò all’unanimità la promozione Hood. Era l’11 febbraio 1864. Avrebbe avuto la stessa abilità nel gestire tatticamente un’intera armata? Il tempo avrebbe risposto adeguatamente a tale questione.
Quanto era cambiata la figura del generale in sole 7 settimane… A Hood venne applicata una gamba di legno e gli venne imposta una lunga convalescenza a Richmond durante l’inverno 1863-64. Ma sebbene egli fosse profondamente debilitato nel fisico, non lo era nello spirito che restava audace. E il comandante dell’armata del Tennessee, Johnston, lo sapeva bene e sapeva anche quanto ancora egli sarebbe potuto essere utile nel difficile compito di contrastare Sherman. E così lo fece chiamare.
Hood raggiunse Johnston a Dalton, in Georgia, il 4 febbraio 1864. Tra i due iniziò una stretta collaborazione in quella che viene oggi chiamata “la campagna di Atlanta”.
I fatti noti di quella campagna portano alla fatidica data del 17 Luglio 1864.
Davis desiderava riprendersi parte del Tennesse, ma l’avanzata di Shermann vide Johnston promuovere una tattica difensiva volta a logorare i federali, contenendo le perdite confederate. La cosa non piaceva a Davis che cominciò a pensare di sostituire “il difensore” Johnston con “l’attaccante” Hood. Su questa idea, Davis chiese anche il parere a Lee.
Lee conosceva bene Hood e scrisse a Davis sostenendo che il generale era “coraggioso e implacabile; ho un parere molto alto della sua galanteria, serietà e zelo”. Ma abbiamo già detto che comandare un’armata era tutt’altro discorso e Lee lo espresse chiaramente, arrivando anche a proporre il più esperto William Hardee al posto di Hood che, lo rammentiamo, in quel momento aveva appena 33 anni.
William Hardee
Sta di fatto che Davis non volle ascoltare Lee e decise di togliere il comando a Johnston per darlo a Hood e ciò nel momento in cui Shermann era alle porte di Atlanta.
Alcuni studiosi in seguito ebbero a dire che Hood aveva organizzato tutto con Davis durante la sua permanenza a Richmond in inverno. Tale affermazione non è suffragata dai fatti, come altri studiosi, compreso il nostro Luraghi, affermano. Infatti, all’arrivo del telegramma che annunciava la sostituzione, lo stesso Hood insieme ai generali Hardee e A. P. Stewart parlarono con Johnston chiedendo di tenere il comando almeno fino a che i destini di Atlanta non fossero stati chiari.
Johnston pose come condizione il ritiro dell’ordine di successione di Davis e i tre generali scrissero al presidente affinché l’ordine venisse “congelato” in quanto il momento non era secondo loro propizio per un tale cambiamento.
Davis rifiutò gli accorati inviti al ripensamento e così Johnston venne sollevato dal suo incarico e Hood diventò generale comandante dell’Armata del Tennessee.
A tal riguardo è interessante ciò che Luraghi scrive al riguardo di Hood e di quegli avvenimenti: “Hood era certamente un uomo notevole, di un’audacia straordinaria e se ben diretto era tra i migliori comandanti che il sud avesse a disposizione. Ma le doti più specifiche dei comandanti di eserciti, capacità di intuire e anticipare le mosse del nemico, l’ingegno analitico e sintetico, la prudenza e l’equilibrio gli facevano difetto.”
Ciò che avvenne nei mesi seguenti fu purtroppo per il sud una conferma di quanto appena detto.


La battaglia di Atlanta

La battaglia di Atlanta vide Hood fare quello che Davis si aspettava, andando all’attacco con varie mosse e iniziative che si tramutarono in altrettante tragiche sconfitte.
Anche se alla fine egli riuscì a salvare l’armata dalla disfatta totale, su 50.000 uomini in soli 3 mesi ne perse 20.000, lasciando per giunta la città nelle mani di Sherman.


La città in rovina

La Confederazione e quindi l’Armata del Tennessee. intrapresero la ben nota offensiva nel mese di novembre di quell’anno, dando vita alle battaglie di Franklin e Nashville.
Il 30 Novembre Hood decise per l’attacco in cui i confederati furono respinti con ingenti perdite: 6.500 soldati e 7 tra i suoi generali. Testimoni oculari riferirono di una crisi di pianto avuta da Hood a causa dell’incredibile numero di uomini persi.
Dopo aver sacrificato il suo corpo, Hood stava per sacrificare anche la sua carriera e soprattutto la fiducia che gli uomini avevano avuto in lui; un peso immenso da sopportare. Per di più era stato sconfitto da colui che aveva condiviso gli anni di accademia con lui, il generale Schofield!
Dopo quella sconfitta Hood con i circa 25.000 uomini rimastigli, giocò un’ultima carta a Nashville, ma non si era reso conto che ormai tutto era compromesso. E anche quella battaglia finì in un fallimento, al punto che l’Armata del Tennessee, mal ridotta e col morale a terra, dovette ritirarsi dal teatro del Tennessee.


La terribile conta dei morti

La ritirata fu lenta e assai dolorosa. I testimoni che videro passare le disordinate colonne dell’armata dissero che migliaia di uomini passavano nel silenzio più assoluto, sotto la pioggia e la neve, in condizioni miserevoli.
Il generale S. Lee ebbe a dire: “Molti erano senza vestiti e scalzi, alcuni con i piedi avvolti con pezzi di coperta, alcuni addirittura sanguinavano camminando sul terreno gelato.”
Luca W. Finlay, del 4 ° Fanteria Tennessee, aggiunse anni dopo: “Le sofferenze e le difficoltà sopportate dall’esercito di Hood nel suo ritiro erano stati maggiori rispetto a qualsiasi sofferenza sopportata dai nostri padri rivoluzionari. Centinaia fecero la marcia con vestiti appena sufficienti per nascondere la nudità, scalzi o con i piedi avvolti in uno straccio vecchio o un pezzo di coperta. L’inverno era freddo e intenso, il terreno ghiacciato, duro e rigido. Quasi ad ogni passo molti lasciavano una traccia sanguinosa ogni volta che mettevano i pedi nella neve. Abbiamo visto soldati e di alcuni ufficiali arrancare con i piedi lividi e sanguinosi come una bistecca di manzo e gonfia due volte la loro dimensione naturale. Come riuscivano a stare in piedi. era un mistero.”


La marcia dei disperati

Oltre 10.000 si arresero o semplicemente se ne andarono a casa. Hood rimase con pochi uomini, distrutti nel fisico e nel cuor, a immagine del loro comandante.
Hood si dimise dal comando il 23 gennaio 1865, tornando di nuovo al suo grado di tenente generale.
Fu mandato di nuovo in Texas per cercare di radunare altri 25.000 volontari, ma quando le cose precipitarono per la Confederazione e si seppe della resa del generale Kirby Smith in Texas anch’egli si arrese a Natchez, nel Mississippi, il 31 maggio 1865.
Poche settimane dopo finì la guerra e Hood fu messo in regime di libertà vigilata.
Decise di trasferirsi a New Orleans per il fatto che risultava essere la città meno “rovinata” dalle traversie della guerra. Diversi altri generali fecero la sua stessa scelta e tra questi ricordiamo James Longstreet, P. G. T. Beauregard, Jubal Anderson Early, il compagno Simon Buckner e Fighting Joe Wheeler.
Hood si occupò di cotone e di assicurazioni con Loongstreet e nel 1866 fece un incontro importante, Anna Marie Hennen, una bella ragazza di New Orleans di cui si innamorò. Il 30 aprile 1868 i due si sposarono. La loro unione fu solida e incredibilmente prolifica: undici figli in dieci anni, comprese tre coppie di gemelli. Le otto ragazze e i tre ragazzi venivano spesso indicati dai vicini come “la brigata Hood”.
Anna Marie Hennen
Gli affari andavano bene a Hood, ma le traversie della vita non avevano finito di provare la scorza dell’indomabile kentuckyano.
Durante l’estate del 1878, un’epidemia di febbre gialla devastò New Orleans, provocando la morte di più di 3.000 persone. A causa dell’epidemia, tutto il mercato del cotone venne chiuso e quasi tutte le compagnie di assicurazione fallirono. Hood devote ipotecare la casa e dopo la rovina fisica, della carriera e morale, arrivò anche quella finanziaria.
A causa dei problemi finanziari Hood non riuscì ad abbandonare temporaneamente la città e un mese dopo la nascita del loro undicesimo figlio, la moglie contrasse la febbre gialla. Anna Maria Hennen Hood morì domenica 24 agosto 1879, alle 6.25.
Walter V. Crouch, un amico di famiglia, ha descritto la scena di quel giorno in una lettera al caro amico di Hood e ex subordinato, il generale Randall Gibson: “Non ho mai visto un uomo così completamente schiacciato nella mia vita. Ha detto che era completamente rovinato e ora senza la moglie non aveva nulla per cui vivere. I bambini che erano andati a letto domenica notte senza sapere nulla della morte della loro madre, cominciarono a venire a uno a uno per ricevere la triste notizia in una scena che non vorrei mai più ricordare.”
Anche per un duro come Hood era veramente troppo e in quei giorni confidò al suo amico: “Major, non ho mai avuto la febbre, ma se dovessi averla, ed è la volontà di Dio, son pronto a partire. Ho richiesto di prendersi carico dei miei figli e fare appello ai soldati confederati reduci di aiutarli nel sostentamento poiché io non ho nulla sulla terra da lasciar loro.”
Completamente devastato dalla perdita della moglie, in lotta con le sue ferite di guerra, sotto lo stress della rovina finanziaria e col pensiero del sostentamento dei suoi figli, contrasse anche la febbre gialla, diagnosticatagli il 27 agosto. Come se ciò non bastasse, anche sua figlia Lydia la prese e appena due giorni dopo Hood dovette seppellire anche lei.
La malattia stava per vincerlo e, informato della cosa, accolse serenamente la sua imminente dipartita, chiedendo l’estrema unzione.
“Sam” Hood si spense alle 3.30 di domenica 31 agosto 1879, all’età di 48 anni. Lasciò 9 orfani.


I figli di Hood dopo la morte dei genitori

Il giorno dopo fu organizzato un piccolo picchetto d’onore e davanti a pochi intimi fu celebrato il funerale.
Il suo appello per il sostentamento dei figli fu accolto da un altro generale, Pierre Beauregard, che organizzò un comitato per aiutare i figli orfani di Hood, riuscendo ad affidarli a sette diverse famiglie. In Louisiana, New York, Mississippi, Georgia, Kentucky, i ragazzi crebbero separati e a grande distanza, fatta eccezione per i gemelli. Alla fine, però, riuscirono a tornare insieme. Beauregard riuscì anche a raccogliere oltre 30.000 dollari che ricevettero al compimento del loro ventunesimo anno di età.
Pierre G. T. Beauregard
Hood, la moglie e la figlia furono poi sepolti al Metairie Cemetery di New Orleans dove la sua tomba riportò solo il nome “John”, il luogo di nascita scritto male e le date. In tale situazione rimase fino al 2003, anno in cui finalmente si decise di dargli una degna sepoltura dopo un funerale importante, in ritardo di 123 anni.
John Bell Hood non è ricordato negli annali della storia come un comandante d’armata valido, anzi… spesso viene ricordato semplicemente come il responsabile della disfatta dell’Armata del Tennesse, cosa che molto onestamente egli stesso ammise, ma per giustizia sarà pure ricordato come un uomo di una devozione e tempra non comuni e dotato di un coraggio raramente imitato sui campi di battaglia, un uomo che dedicò tutto se stesso alla causa in cui credeva.

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Commenti

Una risposta a “John Bell Hood, un generale coraggioso nella civil war”

  1. guido, il 3 gennaio 2011 19:23

    bell’articolo ! non sono tanto d’accordo sulla incapacità di Hood nel comando dell’armata del tennessee.ci fù un incapacità dei suoi subalterni e anche ostruzionismo per rancore e invidia

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