Gli eroi della prateria

La Bella copertina del libro
Cari amici, vi annunciamo con grandissimo piacere l’uscita del nuovo libro del nostro Domenico Rizzi. Tratta in maniera avventurosa e analitica, lontana dagli stereotipi, quegli eroici protagonisti del periodo più inquieto, veloce, travolgente e turbolento della storia del west. Nel testo troviamo personaggi che si sono incontrati e conosciuti tra loro, gente del calibro di Buffalo Bill Cody, Texas Jack Omohundro, Wild Bill Hickok, il generale Custer, Toro Seduto, Alce Nero, i generali Miles, Crook e Merritt, Calamity Jane, Giuseppina “Josie” Morlacchi, Ned Buntline, John Burke, Pony Bob Haslam, “Pawnee Bill” Lillie, Annie Oakley e altri ancora. Il West, infatti, per quanto sia ritenuto e fosse realmente immenso e sconfinato, portò questi uomini e donne ad incontrarsi, a fare amicizia o a diventare avversari, ad amarsi e talvolta ad odiarsi, a combattersi accanitamente, ad uccidersi o a recitare insieme nei teatri e nei circhi equestri.
Tra i tanti protagonisti, il più conosciuto fu quasi certamente il colonnello William Frederick Cody, assurto giovanissimo a notorietà con il soprannome di Buffalo Bill. Prima che la macchina del cinema si impossessasse della leggenda del West, diffondendola in tutto il mondo, fu per merito suo che gli abitanti di quattro continenti conobbero le gesta, seppure in larga misura inventate, degli eroi della prateria.

Titolo: Gli eroi della prateria
Autore: Domenico Rizzi
Editore: Chillemi
Rilegatura: Brossura leggera
Pagine: 160
Prezzo: 15 €

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INTERVISTA CON L’AUTORE, Domenico Rizzi

DOMANDA: Ecco, fresco di stampa, il tuo ennesimo libro sul West. Di cosa tratta?

RISPOSTA: Si, è la mia 33^ pubblicazione. Cominciamo a premettere che doveva intitolarsi “Cavalcarono insieme sui sentieri del West”, poi l’editore Chillemi ed io abbiamo deciso diversamente. Il motivo del titolo provvisorio era che il libro parla di un gruppo di personaggi che si conobbero personalmente, combatterono insieme o lavorarono sui palcoscenici e nelle piste di spettacoli circensi.
Domenico Rizzi
Mi riferisco a Buffalo Bill Cody, Texas Jack Omohundro, Wild Bill Hickok, il generale Custer, Toro Seduto, Alce Nero, i generali Miles, Crook e Merritt, Calamity Jane, Giuseppina “Josie” Morlacchi, Ned Buntline, John Burke, Pony Bob Haslam, “Pawnee Bill” Lillie, Annie Oakley e tanti, tanti altri. In pratica è il periodo più caldo della Frontiera, con le guerre contro Sioux, Cheyenne e Comanche, dei duelli nel Kansas e delle sfide, ecc., al quale seguì quello delle rappresentazioni in teatro e sulle piste del Wild West Show, che trasformarono la storia in leggenda.

DOMANDA: Quali di questi personaggi ti ha affascinato maggiormente?

RISPOSTA: La maggior parte di essi mi ha coinvolto emotivamente. Buffalo Bill è un po’ il perno di tutta la vicenda, anche perché ne ho sviluppato la biografia dall’infanzia fino alla sua morte, avvenuta nel 1917. L’ho inserito come personaggio anche nel mio romanzo “Prairie Dog Sunset” e penso di essere riuscito a rispecchiare il suo carattere, con i lati deboli e gli eccessi. Anche Texas Jack mi è particolarmente simpatico, inseparabile compagno di Cody per alcuni anni come scout, sudista doc della Virginia, ex combattente nelle file della Confederazione. Fra i personaggi femminili, grande ammirazione mi ha sempre suscitato sua moglie Giuseppina Morlacchi, ballerina della Scala di Milano e poi attrice negli Stati Uniti. Non è soltanto perché fosse italiana: era una bellissima donna, che da quando incontrò Jack ebbe occhi solo per lui, nonostante la schiera di corteggiatori che l’assediavano, fra i quali il marshal Wild Bill Hickok e l’impresario John Burke. Fedele al marito e alla sua memoria, dal momento che Texas Jack morì a 33 anni di polmonite.

DOMANDA: Dunque un’Italiana che seppe conquistarsi il successo in America…

RISPOSTA: Si, senz’altro. Di nostri connazionali ce n’erano pochi negli USA a quell’epoca. Noi conosciamo soprattutto i militari arruolati nel Settimo Cavalleria di Custer: il tenente Carlo De Rudio, il trombettiere Giovanni Martini, il caporale Augusto De Voto, il capomusica Felix Vinatieri e qualche altro…Risulta che su 4.200.000 stranieri emigrati negli Stati Uniti fra il 1819 e il 1855, gli Italiani furono soltanto 8.000, come ho riportato nel mio libro “Sentieri di polvere”.

DOMANDA: Quale invece il più antipatico dei personaggi che hai trattato?

RISPOSTA: Mah, credo Ned Buntline, scrittore, giornalista, politico da strapazzo, agitatore di popolo, donnaiolo senza scrupoli e in definitiva un mezzo delinquente. Bisogna tuttavia riconoscere che ebbe dei meriti nel rappresentare e perpetuare la leggenda del West. Fu il primo a pubblicare le avventure di Buffalo Bill quando questi aveva solo 23 anni e a scritturarlo poi nella sua compagnia teatrale in qualità di attore, insieme a Texas Jack, alla Morlacchi e a Hickok. Dopo un po’ litigarono per i compensi e si separarono, perché secondo Cody agli attori sarebbero dovute spettare somme maggiori di quelle elargite da Buntline.

DOMANDA: I giudizi su questa impresa furono contrastanti, sia riguardo a Buntline che ai suoi collaboratori.

RISPOSTA: Possiamo definirli addirittura pessimi, almeno per quanto riguarda i copioni di “Scouts of the Prairies” scritti dallo stesso Buntline. Degli attori si salvò alla grande la Morlacchi nella parte di una principessa indiana, molto gradita a stampa e pubblico, mentre Hickok era decisamente un “cane” sulla scena: innaturale, impacciato e con l’attenzione sempre rivolta a Giuseppina, della quale si era innamorato senza speranza. Diversi giornali sottolinearono la mediocrità del lavoro di Buntline, scrivendo inoltre che sulla scena gli attori sembravano pesci fuor d’acqua, fatta eccezione per la Morlacchi. Buffalo Bill e Texas Jack si salvarono per la bella presenza fisica ed ottennero qualche elogio. Di Buntline, che recitava sul palco a sua volta e veniva ucciso al termine del primo atto, un giornalista scrisse addirittura: “Ma perché non l’hanno ammazzato prima?” A dispetto di ciò, gli spettacoli furono coronati da successo nelle maggiori città americane, riscuotendo applausi anche a Chicago e New York.

DOMANDA: Parliamo del Wild West Show di Cody, che venne più volte in Europa, toccando diverse città italiane.

RISPOSTA: L’idea di attraversare l’oceano venne suggerita a Buffalo Bill dal grande scrittore Mark Twain, sostenendo gli Europei avessero un’ideasbagliata del West. Ho elencato nel mio libro quanti luoghi ebbero la fortuna di ospitarlo in Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Belgio, Russia…In Italia venne  due volte, nel 1890 con 6 tappe e poi nel 1906, esibendosi in 35 città, fra cui, Roma, Firenze, Bologna, Genova, Torino, Milano, Verona e diversi capoluoghi di provincia, quali Como e Pavia. In ogni località il circo fece sosta da 2 a 5 giorni, spostando ogni volta 800 fra attori, comparse, attrezzisti e ausiliari a bordo di 4 treni speciali, che trasportavano anche 500 animali fra bisonti, cavalli, muli, cammelli, vacche, cammelli…

DOMANDA: Dello show fecero parte anche protagonisti autentici della storia del West, quali Calamity Jane, il capo Toro Seduto e lo sciamano Alce Nero…

RISPOSTA: Certo, ma contrariamente a quanto scritto in molti libri e articoli di stampa, nè Calamity nè Toro Seduto seguirono il Wild West Show in Europa, mentre Alce Nero ebbe questa fortuna, facendosi un’esperienza notevole e acquisendo grande conoscenza del mondo dei Bianchi che vivevano al di là della “Grande Acqua”, l’Oceano Atlantico.

DOMANDA: Sono in molti a sostenere che Buffalo Bill sfruttò l’immagine di Toro Seduto per il proprio vantaggio, pagandolo una miseria. Nel tuo libro hai smentito decisamente questa tesi.

RISPOSTA: Infatti, è una menzogna colossale, buttata lì da certi giornalisti disinformati che, non avendo approfondito affatto l’argomento, hanno addirittura creduto di individuare in Toro Seduto l’Indiano a bordo della gondola nella laguna di Venezia nel 1890, mentre si tratta di un altro Sioux. In realtà il capo degli Hunkpapa non venne mai in Europa perché le autorità governative americane, soprattutto quelle della sua riserva, non glielo permisero. Fece parte del Wild West soltanto 4 mesi nel 1885, pagato da nababbo: percepiva 200 dollari al mese, oltre ad un premio di ingaggio di 125 dollari e riceveva 1 dollaro per ogni autografo che apponeva alle sue fotografie vendute al pubblico, che furono centinaia o addirittura migliaia. A quell’epoca, un operaio guadagnava al massimo 40 o 50 dollari al mese. Cody lo avrebbe voluto con sé ancora a lungo e insistette, ma il capo fu obbligato a rientrare all’agenzia di Standing Rock, perché i militari non si fidavano di lui. Quanto al trattamento riservato ai 90 Indiani ingaggiati nel Wild West Show, Buffalo Bill raccomandava a tutti un occhio di riguardo per loro, perché costituivano un pezzo forte del suo spettacolo, come attestano Alce Nero e Volpe Rossa che furono alle sue dipendenze. Quando Toro Seduto dovette lasciare la compagnia, gli regalò un bel cavallo grigio, che fece trasportare a sue spese fino al Dakota.

DOMANDA: E’ vero che Buffalo Bill ebbe moltissime amanti?

RISPOSTA: Probabilmente ne ebbe un discreto numero, facendo disperare la consorte Louisa, dalla quale tentò anche inutilmente di ottenere il divorzio. Se Custer aveva la passione per le donne indiane – vedasi fra tutte la storia avuta con Monahseetah, che ho riportato anche in questo libro – Cody preferiva quelle dalla pelle più chiara, come Katherine Clemmons, un’attrice di teatro che aveva sposato un ricchissimo magnate statunitense. Alcune delle relazioni che gli vengono attribuite sono tuttavia assai dubbie, come quella con Adah Bootle Wilbraham, moglie inglese del principe Caetani e con l’infallibile tiratrice Annie Oakley. Certo è che Buffalo Bill, anche anziano, esercitava sempre un notevole fascino sulle donne, grazie alla sua fama di eroe e le sue finanze ne risentirono sensibilmente.

DOMANDA: Allora è anche per questo che finì i suoi giorni in miseria!

RISPOSTA: Cody amava le feste, gli intrattenimenti, le avventure galanti come pure il buon whisky, da cui non si separava mai. Sostengono i suoi amici più intimi che ne scolasse una bottiglia al giorno, anche quando i medici glielo proibirono per le sue condizioni di salute in continuo peggioramento. Poi era una persona troppo generosa, che faceva regali costosi, elargiva prestiti senza garanzie, sulla semplice fiducia, oltre a fare investimenti azzardati, come acquistare miniere già esaurite in Arizona o finanziare le esibizioni teatrali di attrici come la Clemmons. Quando il Wild West Show, che doveva sostenere costi enormi, cominciò a registrare un’affluenza sempre più bassa di spettatori, Buffalo Bill si ritrovò con le tasche vuote e una montagna di debiti da saldare. Eppure fino all’ultimo sperò ancora di potersi risollevare.

DOMANDA: Che opinione si aveva di lui negli Stati Uniti e nel mondo?

RISPOSTA: In America William Cody fu sempre considerato un eroe nazionale, al pari di Davy Crockett e Kit Carson. Tutti lo ammiravano, anche gli Indiani, per il suo coraggio e la lealtà. Per i servigi resi all’esercito aveva ottenuto la Medaglia d’Onore del Congresso e il governatore del Nebraska gli aveva conferito il grado di colonnello della milizia. Era stato anche eletto deputato alla legislatura del Nebraska, ma non partecipò quasi mai alle sedute. In Gran Bretagna, a parte la solita avversione degli Inglesi per gli yankee, ebbe l’onore di avere la regina Vittoria ad assistere ai suoi spettacoli; in Francia – a Parigi, Marsiglia e Nizza, provocò un dilagare della moda di vestire alla western. Abbastanza tiepida fu l’accoglienza ricevuta in Spagna nel 1890, perché gli Iberici, oltre a preferire le corride ai rodei, non nutrivano troppa simpatia per gli Anglos, con i quali avrebbero sostenuto una guerra – perduta – nel 1898, quando le truppe statunitensi liberarono Cuba e le Filippine dal loro dominio. In Italia le tournèe di Cody furono quasi sempre trionfali, tranne che in qualche località del Veneto, dove il Wild West Show fu accolto con freddezza e i suoi spettacoli definiti un’”americanata”. Ciò fece arrabbiare il grande scrittore Emilio Salgari, corrispondente del giornale L’Arena di Verona, il quale stigmatizzò il comportamento dei suoi corregionali, esternando tutta la propria ammirazione per l’eroe.

DOMANDA: E invece Custer che tipo era?

RISPOSTA: Non ho mai condiviso la quantità di sciocchezze che sono state scritte su di lui da studiosi superficiali e prevenuti. La maggior parte dei giudizi sono dettati dal conformismo, che è l’unico difetto da cui uno storico dovrebbe guardarsi: non si può scrivere di un personaggio ripetendo pedissequamente ciò che è già stato detto da altri in maniera del tutto acritica. George Armstrong Custer aveva una grande passione per gli animali (da ragazzo voleva fare il veterinario o il naturalista) sentiva una forte attrazione per gli ambienti non ancora contaminati dalla civiltà e nutriva una sorta di ammirazione per l’Indiano selvaggio, come scrive testualmente nelle sue memorie. Non beveva più dai tempi del fidanzamento con la bellissima Elizabeth “Libbie” Bacon, figlia di un giudice, ma aveva, come molti militari, la passione per il gioco d’azzardo. Nel suo libro autobiografico “My Life on the Plains” ebbe il coraggio di denunciare apertamente le lobby affaristiche che condizionavano la politica, affermando inoltre che “la grande riserva dei Sioux nel Dakota è stata creata ad esclusivo beneficio dei commercianti.

DOMANDA: Eppure Custer è considerato il peggior nemico degli Indiani.

RISPOSTA: La storia cerca sempre un capro espiatorio e lui sembrava l’ideale. Tutti considerano folle e dettata da un’ambizione sfrenata la sua decisione di attaccare “migliaia e migliaia” di Sioux e Cheyenne a Little Big Horn, ma in quel frangente Custer, conoscendo la mentalità dell’esercito, non aveva scelta: gli Indiani avevano scoperto e segnalato l’arrivo del suo reggimento e dovevano soltanto decidere se affrontarlo in battaglia o fuggire. Sicuramente avrebbero optato per la seconda soluzione, perché una settimana prima si erano già battuti contro le truppe del generale George Crook, riportando un certo numero di perdite. Se fossero fuggiti, com’era da prevedersi, Custer sarebbe finito davanti alla corte marziale per “cattiva condotta davanti al nemico” e probabilmente con l’accusa di “codardia”. I suoi nemici di Washington non aspettavano altro. Non si dimentichi che apparteneva al Partito Democratico – che lo voleva addirittura candidare alle presidenziali di novembre – e pochi mesi prima aveva lanciato pesanti accuse contro l’amministrazione repubblicana del presidente Ulysses Grant, il cui ministro della Guerra, William Belknap, era stato messo sotto accusa per avere intascato tangenti. Nessuno, né politici, né militari, né la stampa repubblicana, avrebbe perdonato a Custer di essersi lasciato sfuggire il nemico, pur disponendo di 650 cavalleggeri armati fino ai denti, con una scorta di munizioni che sarebbe bastata ad annientare l’intera nazione dei Sioux. Del resto, poco tempo prima il generale Crook aveva deferito al tribunale militare alcuni suoi ufficiali – il colonnello Reynolds e altri 3 – per motivi analoghi. Reynolds, generale onorario come Custer, era stato sospeso dal grado e dallo stipendio per un anno, rassegnando poi le dimissioni dall’esercito, per essersi lasciato scappare gli Indiani al fiume Powder nel marzo precedente.

DOMANDA: Ma il generale Alfred Terry, comandante della spedizione contro Sioux e Cheyenne, non aveva ordinato a Custer di attendere l’arrivo della colonna del generale Gibbon?

RISPOSTA: Ho esaminato gli ordini di Terry nell’originale versione inglese e mi pare che, pur essendo tuttora discussi, fossero invece estremamente chiari: Custer doveva aspettare Gibbon (che giunse al Little Big Horn il 27 giugno, mentre il Settimo Cavalleria vi si trovava già dalla sera del 24) ma gli era stata concessa esplicitamente da Terry la facoltà di “comportarsi diversamente qualora le circostanze lo richiedano”. Ebbene, dopo l’avvistamento del reggimento da parte degli Indiani – confermato da molti dei loro testimoni e dalle guide dello stesso Custer – e il pericolo di fuga di questi, le “circostanze” richiedevano un’azione militare tempestiva. Che poi la manovra tattica sia stata mal coordinata e condotta in maniera frettolosa e assurda, con 2 battaglioni – quello dei capitani Benteen e Mc Dougall, in tutto 250 uomini, rimasti ai margini dell’azione senza sparare un colpo – è un discorso che merita un’analisi a parte. Non è neppure vero che gli Indiani disponessero di “migliaia e migliaia” di guerrieri: chi scrive queste cose, dovrebbe prima andarsi ad esaminare le statistiche demografiche, che attribuiscono ai Lakota Sioux una popolazione complessiva di 14.070 individui (dei quali 6.000 rimasti nelle riserve del Dakota e altre centinaia lontani dal luogo dello scontro) e ai loro alleati Cheyenne del Nord, 1.900 in tutto, di cui meno del 50% presenti al Little Big Horn. Molto onestamente, Toro Seduto dichiarò che i guerrieri non erano neppure 2.000 e Ohyiesa, storico dei Sioux, ha scritto che non c’erano più di 1.000 a combattere Custer. Verosimilmente erano da 1.400 a 1.700, come ho dettagliato anni fa ne “Il giorno di Custer”.

DOMANDA: Calamity Jane, di cui parli ovviamente nel tuo libro, fu davvero una figura così importante?

RISPOSTA: Credo di no. Era un personaggio folcloristico, anticonformista e considerata immorale per i suoi tempi, essendosi data anche alla prostituzione e avendo coltivato amicizie femminili che la fecero giudicare una “depravata”. Beveva smodatamente, era rozza, usava un linguaggio volgare e cedeva facilmente alle risse anche con gli uomini, che spesso prese a frustate, ma vi sono anche altre opinioni. Qualche autore sostiene che forse fu soltanto una povera donna, delusa negli affetti, privata di una figlia data in adozione e senza prospettive per il futuro. Forse fu il Wild West Show di Buffallo Bill a farne un’eroina della Frontiera, nel 1893. Comunque, pur avendo condotto una vita disordinata, si era resa utile alla collettività in diverse circostanze: infatti servì l’esercito come corriere e mulattiere, fece da scorta alle diligenze e si prodigò nell’assistenza della popolazione di Deadwood quando in città scoppiò un’epidemia di vaiolo. Difficile, nel suo caso, separare i lati buoni da quelli cattivi.

DOMANDA: E invece le mogli degli eroi? Elizabeth Bacon Custer, Louisa Frederici Cody, Giuseppina Morlacchi Omohundro, Agnes Mersman Hickok?

RISPOSTA: La Morlacchi ebbe un matrimonio felice con Texas Jack, almeno per i pochi anni che rimasero insieme prima della morte dell’esploratore. Elizabeth “Libbie”, nonostante qualche scappatella del marito George, gli rimase sempre fedele, respingendo molti pretendenti che la volevano sposare dopo la vedovanza. La povera Louisa, moglie di Buffalo Bill, dovette sopportare più di un tradimento del marito e la sua incontenibile tendenza a corteggiare altre donne, ma lo giusitificò spesso sostenendo che fosse stato traviato “dal whisky e dalle cattive compagnie”. L’unione di Agnes con Wild Bill durò soltanto 4 mesi e mezzo, perché l’uomo venne assassinato a Deadwood nell’agosto 1876. Tutte sopravvissero ai rispettivi consorti, anche per parecchi anni, come nel caso di Libbie Custer, che morì quasi novantunenne nel 1933, dopo 57 anni di vedovanza.

DOMANDA: Nella tua appendice sul cinema, hai praticamente stroncato diversi film, ritenendoli troppo superficiali o del tutto inattendibili.

RISPOSTA: Beh, questi sono i difetti del western, che di solito “fa a pugni con la storia”, come sostenne qualche critico a proposito di John Ford. Però, almeno questo regista sapeva ricreare l’ambiente tipico dei luoghi della Frontiera, mentre altri non ci sono riusciti. Non si può apprezzare un film come “Buffalo Bill e gli Indiani” di Altman, che è soltanto una delirante stroncatura di Buffalo Bill e del suo spettacolo…Per non parlare delle pellicole dedicate alla battaglia di Little Big Horn, rappresentata in maniera approssimativa e priva di qualsiasi aggancio con la storia. Infine, come ho scritto, molti protagonisti del West, quali Texas Jack e la Morlacchi, non hanno avuto se non un minimo accenno. Hollywood si è invece sbizzarrita a portare sugli schermi Wild Bill Hickok e Calamity Jane, presentati quasi sempre in maniera poco credibile, o addirittura comica come in “Non sparare, baciami!” interpretato da Doris Day. Uno dei pochi registi che possa vantare un lavoro serio e attendibile al riguardo è Walter Hill, con il suo film “Wild Bill” del 1995, che purtroppo non ebbe alcun successo, a dimostrazione di quanto la gente sia stata condizionata per decenni da certi modelli assolutamente improbabili.

DOMANDA: In definitiva, il tuo libro ha sfatato molti luoghi comuni e riportato i personaggi alle loro giuste dimensioni.

RISPOSTA: Era questa la mia intenzione: raccontare il più possibile la verità, chiudendo fuori dalla porta i miti, perché letteratura, fumetti e cinema ne hanno creato anche troppi.

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