Felipe Espinosa, il serial killer del Colorado

A cura di Giampaolo Galli

Colorado Territory, 1863. Jim Harkins era giunto da poco nel Territorio del Colorado e aveva iniziato a lavorare in una segheria della South Park County, alle pendici delle Rocky Mountains, i cui picchi svettavano a oltre 4000 metri di altezza a una decina di miglia a ovest di lì. Jim si era trovato bene fin da subito in quella sparuta comunità di immigrati, giunti come lui da ogni angolo d’America e pagati una miseria per costruire il Grande Paese. Si lavorava duro a quei tempi, e in condizioni difficili, sferzati dalla furia degli elementi, lontani dal più piccolo centro abitato e frequentemente esposti agli attacchi degli indiani.
La città di Denver, sede del Governatore, era distante solo qualche centinaio di miglia, ma in una terra selvaggia e quasi senza strade, qual era il Colorado di allora, sembrava irraggiungibile quanto New York.
Una sera come tante, Jim lasciò il lavoro prima degli altri per andare a preparare la cena, e un’ora più tardi i suoi compagni, affamati e stanchi, lo raggiunsero presso la capanna che fungeva anche da cucina da campo.
Il macabro spettacolo che si presentò ai loro occhi li lasciò senza fiato.
Il corpo di Jim Harkins giaceva riverso sul terreno, orribilmente mutilato. La testa era stata separata dal tronco e divisa in quattro parti come una melagrana matura. Lembi di materia cerebrale erano sparsi sull’erba spruzzata di sangue, e il costato era stato aperto quel tanto da lasciar introdurre la mano che gli aveva strappato il cuore.
Chi poteva essere stato a compiere un gesto simile? Esclusero da subito l’opera di un grizzly e di qualsiasi altro animale. In quei tagli così netti e precisi, c’era la mano dell’uomo e di uno strumento da taglio, probabilmente una scure. A un esame più approfondito dei resti, notarono che il poveretto era stato dapprima colpito alla fronte da un proiettile e successivamente decapitato e straziato. Pensarono quindi all’opera di indiani, forse un piccolo gruppo di guerra ute o arapaho, passato per di là. Entrarono nel capanno, ma tutto era ancora in ordine e non mancava assolutamente nulla. Chiunque fosse stato l’artefice di quell’orribile scempio, era stato spinto da una sola motivazione: uccidere e maciullare quel disgraziato di Jim Harkins!
Due giorni più tardi lo sceriffo della contea stava ancora indagando sul brutale assassinio, quando un secondo cadavere venne ritrovato sulla soglia di un ranch, a poche miglia da lì. Apparteneva a William Bruce e presentava le identiche mutilazioni della prima vittima. Fu chiaro a tutti che un misterioso cacciatore di uomini, alimentato dalla pazzia e da un odio implacabile, si aggirava come un’ombra su quelle montagne.
In una radiosa mattina di fine inverno, a circa 100 miglia a sudovest di Denver, un paio di minatori stavano setacciando il greto di un torrente che scendeva dalle pendici orientali del grande spartiacque continentale. Dopo aver inciso un’imponente forra tra alte pareti di roccia, il fiumiciattolo rallentava la sua corsa verso le grandi pianure e percorreva sinuoso una piccola valle tra le montagne. In una di queste anse, i due uomini facevano ruotare i loro setacci alla ricerca di minuscole pagliuzze d’oro.
A un centinaio di metri da loro, nascosti tra gli alberi, due paia di occhi li stavano osservando da oltre un’ora e ne seguivano i movimenti con le canne dei fucili puntate sulle loro sagome. Quando i cercatori finalmente si alzarono in piedi per stiracchiare le membra indolenzite dal lungo lavoro, due lampi brillarono all’unisono dal fitto della foresta. Uno cadde senza un grido e giacque immobile sul terreno, mentre l’altro, urlando di dolore, gattonò nell’erba per alcuni metri appena, nel tentativo di raggiungere i muli impastoiati. Due figure emersero dal folto della vegetazione e avanzarono verso di loro impugnando le carabine. Girarono l’uomo ferito con la punta degli stivali e ne osservarono il volto sofferente e il sospiro affannoso. Poco prima di chiudere gli occhi per sempre, il disgraziato vide l’uomo sopra di lui brandire una pesante mannaia e alzarla sopra la sua testa.


La zona in cui si svolsero gli eventi legati a Felipe Espinosa

Per diversi mesi la regione del Colorado centrale immediatamente a est dello spartiacque delle Rockies, divenne il regno dell’orrore e della paura. Nelle valli che scendevano dalle montagne, negli accampamenti di cacciatori e minatori solitari, lungo viottoli e piste che s’inoltravano nelle cupe foreste, furono rinvenuti cadaveri di diversi uomini orribilmente mutilati. Le vittime, dopo essere state abbattute come selvaggina con dei fucili di precisione, venivano fatte a pezzi e smembrate con la scure e affilati coltelli. I cuori venivano strappati e trafitti con lunghe spine di agave. Poi, come in un macabro rituale, gli assassini infilavano una piccola croce fatta con dei rametti nell’orifizio aperto dai proiettili.
Nella primavera del 1863 il Denver’s Rocky Mountain News riportava “Nella maggior parte dei casi la somma di denaro trafugata alle vittime è talmente effimera, da non sembrare lontanamente credibile né accettabile come motivazione per crimini così orribili “.
Un clima di paranoia si diffuse tra gli abitanti della South Park County, che in un paio di occasioni linciarono degli sfortunati viaggiatori, colpevoli solo di essere stranieri, e quindi sospetti. Eppure l’origine di quella lunga scia di sangue non veniva da molto lontano.
Ci volle del tempo prima di scoprire che “The Axeman of Colorado “ (uomo con la scure), non agiva da solo, ma si trattava di due o forse più individui, che colpivano insieme.
Sul finire dell’estate del 1863, le vittime erano ormai salite ad alcune decine. Frustrato da quell’irrefrenabile ondata di violenza, il governatore John Evans pose una taglia sugli assassini e inviò il colonnello Chivington con il I Reggimento del Colorado, a pattugliare strade e insediamenti della South Park County, il territorio di caccia preferito dai predatori di uomini.


Il colonnello John Chivington

Un pomeriggio di settembre, un taglialegna di nome Matthew Metcalf, stava procedendo giù dalle montagne verso la cittadina di Fairplay con il suo carro stipato di tronchi, tutti già tagliati e sagomati. Aveva appena oltrepassato una curva, quando sbiancò in volto: la strada era sbarrata da un paio di uomini armati, che lo squadrarono con espressione truce. Uno dei due fece subito fuoco su di lui e lo colpì in mezzo al torace. Metcalf cadde all’indietro sul carico di legna, mentre i cavalli, spaventati da quello sparo improvviso, scattarono imbizzarriti in avanti, minacciando di travolgere i due assassini, che si scostarono appena in tempo. Il carro proseguì la sua folle corsa lungo la strada e i killer non si diedero la pena di recuperarlo. L’uomo era stato centrato al cuore ed era sicuramente morto. Invece non fu così.
Matthew Metcalf teneva nel taschino della camicia una copia del Proclama di Emancipazione di Abraham Lincoln, e le pagine del libretto smorzarono miracolosamente l’impatto del proiettile, limitandone i danni. Quando giunse in città, fu sottoposto alle cure del medico e denunciò l’accaduto fornendo la prima descrizione in assoluto degli assassini. Ora le autorità erano in possesso di un identikit e venne finalmente svelata l’identità dell’uomo con la scure e del suo complice. Si trattava di Felipe Nerio Espinosa e di suo fratello Vivian, due vecchie conoscenze dello sceriffo Emmett Harding della Conejo County, un centinaio di miglia più a sud, dove i due risiedevano da tempo con le loro famiglie.
Ma chi era veramente Felipe Nerio Espinosa?


Un ritratto di Felipe Espinosa

Molti criminologi considerano Felipe Espinosa uno dei primi serial killer della storia americana, e l’efferatezza delle sue azioni criminose scatenò una caccia all’uomo senza precedenti tra i monti del Colorado. Dopo una breve stagione di terrore gli vennero attribuiti 32 omicidi, quasi il triplo di quelli realmente commessi dal ben più celebre Billy the Kid (un certo folklore parla di 21 vittime a suo carico). Conteggi a parte, ciò che stupisce nella vicenda di Felipe Espinosa, è il silenzio degli storici sulla sua figura, sicuramente una delle più inquietanti nella storia del west, che pur non difetta di personaggi violenti e pagine scabrose.
Secondo le fonti più accreditate Felipe Nerio Espinosa nacque nel 1832 a San Juan Nepomuceno de El Rito, New Mexico, da Pedro Ygnacio Espinosa e Maria Gertrudis Chavez. Aveva due fratelli minori, Josè Vivian e Juan Antonio, e due sorelle, Maria Juana e Maria Tomasa. Secondo altri storici invece, Felipe Espinosa era originario di Vera Cruz e si stabilì in New Mexico quand’era poco più di un ragazzo.
La famiglia nella quale crebbe, era profondamente cattolica e ancorata alle proprie radici ispaniche. Fedeli alla tradizione e fortemente patriottici, furono ben sei i caduti tra gli Espinosa nella sfortunata guerra del 1846-48 contro gli Stati Uniti. Inoltre pare che durante il conflitto, alcune donne della famiglia furono violentate dai soldati americani, aumentando a dismisura l’odio degli Espinosa nei loro confronti.
Oltre allo spiccato nazionalismo trasmessogli dall’ambiente famigliare, il giovane Felipe crebbe anche in un clima di intransigente fervore mistico e religioso. Appena varcata la soglia della pubertà aderì infatti alla Santa Hermandad de la Sangre de Nuestro Señor Jesucristo, meglio nota come Confraternita dei Flagellanti, dove le colpe dei fedeli venivano espiate ricorrendo a violente autofustigazioni e altre umiliazioni corporali. L’educazione ricevuta esercitò una profonda influenza sulla maturazione dei futuri disegni criminali di Felipe, che coinvolse altri membri della famiglia nelle sue imprese.
Nonostante l’arretratezza dell’epoca e di quei territori, Felipe era un uomo acculturato. Sapeva leggere e scrivere e s’interessava di storia. Probabilmente l’educazione gli era stata trasmessa dalla madre. Era orgoglioso del suo sangue castigliano, che considerava un dono divino, e non mancava occasione per ribadirlo con fermezza davanti a chiunque.
Conosciamo molto poco del suo aspetto fisico. Non ci sono giunte fotografie o ritratti originali, a parte alcune sue raffigurazioni, probabilmente frutto di fantasia dell’artista. L’unico tratto distintivo di Felipe Espinosa pare fosse uno spazio marcato tra gli incisivi dell’arcata superiore e uno spiccato prognatismo facciale.
Al termine della guerra tra Stati Uniti e Messico del 1846-48, il trattato di Guadalupe Hidalgo assegnò agli americani la California settentrionale, il New Mexico e il Texas a nord del Rio Grande. Secondo gli accordi stipulati tra i due ex contendenti, le proprietà dei coloni messicani, che passarono sotto il Governo degli Stati Uniti, non sarebbero state espropriate dai nuovi padroni. I fatti però non seguirono le buone intenzioni della carta scritta e diversi latifondisti messicani si videro sottrarre un po’ alla volta le terre migliori, così come toccò alla famiglia Espinosa, che nel 1858 venne spogliata di tutto e si trovò costretta a emigrare. Fu allora che il disagio latente di Felipe sfociò in un profondo rancore verso gli invasori americani e giurò a se stesso che un giorno si sarebbe ripreso tutto ciò che gli odiati Anglos gli avevano sottratto così ingiustamente.
L’intera famiglia lasciò per sempre il New Mexico e si trasferì a nord nei pressi di San Rafaèl, Conejo County, Colorado.


Uno scenario del Colorado

Quando si stabilì in Colorado, Felipe Espinosa aveva già ventisei anni e si era appena sposato con la diciassettenne Secundina Hurtado. L’aveva conosciuta un anno prima, e dopo essersene invaghito, aveva deciso di rapirla insieme alla sorella minore di undici anni. Qualche tempo dopo il padre delle due ragazze acconsentì a fargli sposare Secundina, e solo allora Felipe rilasciò la più piccola.
Le condizioni economiche degli Espinosa in Colorado si presentarono difficili fin dall’inizio. La terra era avara e gli immigrati messicani erano considerati degli intrusi dai coloni anglofoni, e come tali venivano trattati. Il passo dalla povertà al dolo fu molto breve. Felipe e suo fratello Vivian cominciarono a rubare cavalli, bestiame, e a rapinare i rari viandanti che si avventuravano in quelle contrade selvagge.
Un giorno sorpresero un carrettiere proveniente da Santa Fe e diretto a Galisteo. Oltre a derubarlo del carico, i due fratelli decisero di andare ben oltre e legarono il malcapitato sul carro a testa in giù, fin quasi a fargli sfiorare il terreno. L’uomo giunse a destinazione con il cranio mezzo maciullato, più morto che vivo, ma ancora abbastanza in forze per fornire una descrizione dell’accaduto e dei malviventi. Poco tempo dopo i due vennero identificati come Felipe e Vivian Espinosa, e alcuni cavalleggeri si presentarono davanti alla loro casa con un mandato di arresto. All’arrivo dei militari, Vivian e Felipe ingaggiarono un violento scontro a fuoco e uccisero un caporale, quindi si dileguarono dirigendosi verso le Sangre de Cristo Mountains. I soldati li inseguirono invano, e tornando indietro si fermarono nuovamente nei pressi della loro abitazione; la perquisirono da cima a fondo, e recuperarono i soldi e il bottino di tutte le rapine precedenti. Alcune fonti parlano anche di una feroce ritorsione dei soldati sulle loro mogli, che vennero stuprate davanti agli altri famigliari. L’odio dei due fratelli nei confronti di tutti gli americani aumentò a dismisura e li spinse sulla strada di una folle vendetta.
Felipe Espinosa raccontò in seguito, che in una di quelle notti gli era apparsa in sogno la Vergine Maria dicendogli che avrebbe dovuto eliminare 600 americani, cioè 100 persone per ognuno dei 6 membri della sua famiglia, che erano stati uccisi durante la guerra del 1846-48. Il delittuoso progetto però, lui e suo fratello l’avrebbero messo in campo altrove. Nella Conejo County tutti ormai conoscevano la loro identità, ed erano ufficialmente ricercati. Con una pesante taglia sulle loro teste per rapina e omicidio, i due fratelli si diressero a nord, nella zona del South Park, che elessero a loro territorio di caccia.
Dopo decine di delitti in pochi mesi, la mancata uccisione di Matthew Metcalf segnò quindi un punto di svolta importante nella vicenda. Le voci di spiriti demoniaci, indiani assetati di sangue e lupi mannari si placarono di colpo. Gli autori di quelle gesta efferate, il cui movente rimaneva ancora sconosciuto, erano degli uomini in carne e ossa, avevano dei volti e dei nomi precisi, tra i quali spiccava quello più carismatico di Felipe Nerio Espinosa.

Subito dopo la testimonianza di Metcalf, venne organizzata una posse sotto il comando del capitano John Mc Cannon del 3° Cavalleggeri del Colorado, che partì sulle tracce dei due criminali dal punto in cui avevano teso l’agguato al boscaiolo. Sicuri di sé e ignari del pericolo, Felipe e Vivian si erano inoltrati nella foresta lasciando dietro di sé profonde impronte nella neve. Seguirle si rivelò un gioco da ragazzi, ma un’amara sorpresa attendeva gli uomini di Mc Cannon. A una giornata di marcia, s’imbatterono nell’ennesima vittima, un uomo che era stato macellato in maniera così orribile da rendere quasi impossibile il suo riconoscimento. Il caso volle che tra i membri della spedizione vi fosse proprio suo fratello, che invece riconobbe il congiunto anche dai vestiti e dagli effetti personali.
Due giorni più tardi, al sorgere del sole, la posse individuò il bivacco dei due Espinosas. All’inizio avvistarono solo i loro cavalli, che brucavano le fibrose erbe di un praticello incassato fra le pareti di un canyon. Facendo il massimo silenzio, gli uomini si disposero a semicerchio attorno ai quadrupedi e si acquattarono nell’erba alta in attesa di veder spuntare le sagome dei criminali. Dopo una breve attesa, notarono un’esile silhouette avvicinarsi ai cavalli. I più vicini uscirono allo scoperto e aprirono il fuoco su di lui. Seppur colpito, l’uomo barcollò ma riuscì ugualmente ad estrarre la pistola e a fare fuoco contro i vigilantes, che a loro volta lo crivellarono di proiettili. Di lì a poco anche il secondo uomo sbucò all’orizzonte, e si mise a correre a perdifiato verso i cavalli. Il capitano Mc Cannon, che lo aveva scambiato per uno dei suoi uomini, gridò a tutti di non sparare, perché avrebbero potuto colpire il loro compagno Billy Youngh, ma il vero Billy Youngh, ignaro di tutto, spuntò fuori subito dopo da un’altra parte. L’uomo che correva verso i cavalli era invece Felipe Espinosa e per una pura coincidenza indossava lo stesso mantello di Youngh. Quando gli uomini della posse si resero conto dell’abbaglio, il folle omicida era già lontano. Recuperarono il cadavere di Vivian e con una mannaia gli separarono la testa dal tronco per portarla in città come prova dell’avvenuta uccisione. Poi frugarono tra gli effetti personali dei due criminali e trovarono una lettera dal contenuto delirante, che Felipe aveva indirizzato allo stesso Governatore Evans del Colorado.
“Hanno rovinato le nostre famiglie sottraendoci di tutto: letti, coperte, cibo e infine le nostre stesse case. Preferiremmo morire piuttosto che assistere alle infamie commesse sulle nostre famiglie, e questo è il motivo per cui andiamo in giro ad ammazzare gli americani: semplice vendetta per quello che ci è stato fatto. Ma siamo stanchi di uccidere. Perdonateci per ciò che abbiamo commesso, e dateci il diritto di restare liberi, in modo che nessuno di voi avrà più nulla a che fare con noi. La libertà si conquista anche ammazzando. So bene che avete già rinvenuto molte delle persone che ho ucciso, ma molte altre rimarranno sconosciute. Non importa, è già un numero sufficiente… Chiedete pure a chiunque in New Mexico se esiste un altro che abbia fatto altrettante vittime quanto gli Espinosa. Finora ne abbiamo ammazzati 32 e dobbiamo arrivare a 600! Dateci 5000 acri di terra a Conejos County e fermeremo la nostra mano, altrimenti aggiungeremo anche Lei, Governatore Evans, ai 568 che ancora mancano alla lista.”
Il Governatore era consapevole che la fuga di Felipe Espinosa avrebbe portato altro sangue. Purtroppo i mezzi spiegati in campo fino ad allora si erano dimostrati insufficienti. Infatti erano riusciti a sorprendere la coppia di assassini per pura casualità, dopo la brutta avventura capitata a Metcalf. Felipe Espinosa aveva commesso un errore madornale in quell’occasione, rinunciando a inseguire il boscaiolo per accertarsi della sua morte; e un errore altrettanto grave era stato l’abbaglio del capitano Mc Cannon nel momento più delicato dell’operazione. Forse non erano necessari tutti quegli uomini sguinzagliati sulle montagne per dare la caccia a un assassino solitario, ma ne sarebbe bastato uno solo, qualcuno che sapeva fiutare le tracce della sua preda meglio di un lupo.
Una settimana più tardi, il cadavere di Vivian Espinosa venne dissotterrato dal fratello, che era ritornato sul luogo dell’agguato e gli aveva mozzato un piede per tenerlo come reliquia.
Dopo un breve periodo di tranquillità, durante il quale alcune voci lo davano fuggito in Messico o addirittura suicidato da qualche parte sulle Rockies, Felipe Espinosa ritornò nuovamente sulla scena. Come lo stesso Governatore Evans aveva previsto, il pluriomicida non era rimasto a lungo con le mani in mano, e aveva arruolato un altro parente stretto per concretizzare i suoi scopi criminali: il nipote quattordicenne Josè Espinosa.
Il 10 ottobre del 1863, nei pressi di Fort Garland, zio e nipote erano appostati lungo una pista di montagna. Per ingannare l’attesa si erano scolati mezza bottiglia di whisky, e quando avvistarono un carro coperto di emigranti provenire verso di loro, erano entrambi già ubriachi. Gli sbarrarono la strada con le armi in pugno, come avevano fatto decine di altre volte, ma l’uomo e la donna che erano sul carro, sorpresero i criminali saltando giù dal mezzo e si dileguarono nella fitta foresta in direzioni opposte. Felipe e Josè si gettarono sulle tracce dell’uomo e avanzarono nel sottobosco, barcollando e incespicando a ogni loro passo. La breve caccia si concluse con un nulla di fatto e ritornarono indietro verso il carro. Qui trovarono la donna, tremante di paura, che nel frattempo era ritornata indietro e si era nascosta sotto le coperte del cassone. Minacciandola con un coltello, Felipe e il ragazzo si slacciarono i calzoni e la violentarono a turno mentre uno dei due la teneva ferma per i polsi. Dopo lo stupro la legarono a una ruota del carro, in attesa di veder ritornare anche il marito.
L’uomo che era scappato aveva però raggiunto Fort Garland, e il comandante della guarnigione, il col. Tappan, inviò immediatamente un drappello di cavalleggeri sul luogo dell’agguato. Lungo la strada i militari s’imbatterono nella donna, che nel frattempo era riuscita a liberarsi e a fuggire seminuda nella foresta. Assieme al marito, i due condussero i cavalleggeri sul punto esatto nel quale era stato fermato il carro, ma non trovarono più nessuno. Felipe e Josè si erano dati nuovamente alla macchia.
Era giunto il momento tanto evocato da Evans per cambiare strategia.


Thomas Tate Tobin

Quello stesso giorno giunse a Fort Garland Thomas Tate Tobin, una guida métis che già vantava nel suo curriculum una serie di imprese leggendarie sulle Rockies. Consuocero di Kit Carson, Tobin aveva fama di vero e proprio segugio. Di lui si diceva che fosse in grado di scovare un grillo nella prateria. Ex trapper e guida dell’esercito nelle campagne contro gli indiani, avrebbe collaborato negli anni a venire con uomini leggendari quali William Cody “Buffalo Bill”, John Frèmont e Wild Bill Hickok, All’epoca dei fatti narrati aveva quarant’anni, di cui ben ventisei trascorsi nella wilderness del grande ovest americano, tra il New Mexico e il territorio del Wyoming.
Quando gli venne affidato l’incarico di stanare una volta per tutte Felipe Espinosa, Tobin accettò senza alcuna obiezione, tranne quella di voler agire da solo. Il col. Tappan però rifiutò di mandarlo in missione senza l’adeguata copertura di un drappello di quindici cavalleggeri e lo scout si rassegnò di controvoglia.
Per tre giorni Tobin setacciò le montagne attorno a Fort Garland, costringendo gli uomini al suo seguito a dormire solo quattro ore per notte, e a procedere a tappe forzate al limite della resistenza umana. Chi mostrava segni di cedimento veniva rimandato indietro per non ritardare gli altri.
All’alba del 16 ottobre avvistò nel cielo alcune gazze mentre volteggiavano in cerchio sopra un’evanescente filo di fumo, che saliva da una macchia di cottonwood. Ordinò subito agli uomini di osservare uno stretto silenzio e di fermarsi lì dov’erano. Lui proseguì da solo verso il bivacco, avanzando come un felino tra l’erba alta. Gli ultimi metri li fece strisciando, e non appena avvistò i due uomini seduti attorno al fuoco intenti a cuocere della carne, si arrestò, si mise in posizione di tiro e prese attentamente la mira con il suo vecchio Hawken ad avancarica. Li osservò a lungo mentre parlavano, in attesa del momento propizio. Quando Felipe si stiracchiò e si alzò finalmente in piedi, Tobin premette il grilletto e la canna dell’Hawken vomitò fuoco e piombo con un boato. Felipe Espinosa venne colpito al fianco, roteò su stesso e finì sulle braci ardenti. A quella vista Josè si alzò in piedi sconvolto e scappò a gambe levate verso il bosco. Con gesti esperti e misurati, Tobin ricaricò per la seconda volta il fucile senza perdere mai di vista il ragazzo, che correva a perdifiato verso gli alberi. Terminata l’operazione, si rimise in posizione, mirò con precisione e fece scattare il grilletto. Il proiettile s’infilò tra gli alberi e centrò la spina dorsale del ragazzo, che allargò le braccia al cielo e stramazzò a terra senza un grido.


Il luogo della morte di Espinosa

Fort Garland, 16 ottobre 1863.
Il colonnello Tappan stava leggendo i dispacci militari provenienti dal fronte orientale, quando gli venne annunciato il ritorno al forte dello scout Thomas Tobin. L’ufficiale si meravigliò di quel ritorno anticipato, e temendo il peggio, gli chiese semplicemente: “Hai avuto fortuna Tom? ““Così così” rispose l’altro, e dal sacco che teneva sulla spalla, fece rotolare sul pavimento le teste mozzate di Felipe e José Espinosa.
La testa di Felipe Espinosa fu messa in una campana di vetro sotto alcol e venne fatta girare come una macabra attrazione tra i vari villaggi del Colorado durante le fiere di paese. Qualche tempo dopo finì sul tavolo del direttore del Fairplay Flume, il quotidiano della South Park County, che a sua volta la inviò a Denver, alla redazione del Rocky Mountains News. Da qui in poi non se ne seppe più nulla, fino a una quarantina d’anni fa. Durante alcuni lavori di ristrutturazione del Colorado’s Capitol Building a Denver, sede del Governatore, fu rinvenuta in un buio scantinato una campana di vetro con dentro la testa di un uomo. La macabra scoperta imbarazzò non poco le autorità, che senza sollevare troppo rumore sull’accaduto, decisero di mandarla quanto prima all’inceneritore.
Ancora oggi, per gli amanti del gotico e del terrore, sollecitati dal fascino morboso di storie inquietanti e sanguinarie, alcune agenzie di Denver propongono dei tour guidati ai luoghi simbolo del male, e il Capitol Building è in cima alla lista.
Come tutte le leggende del west, anche quella dei “Bloody Espinosas” è dura a morire.

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