Cerimonie rituali dei Mandan

A cura di Pietro Costantini

Una cerimonia del popolo Mandan
I Mandan erano un gruppo di lingua Siuan che, al momento del loro primo contatto con gli Europei, risiedeva in villaggi circolari di capanne di terra che erano ubicati sulle rive del fiume Missouri, nel territorio che oggi è il Nord Dakota. Essi definivano sé stessi come Numangkake (uomini) e identificavano la loro discendenza aggiungendo il nome del villaggio. Gli studi archeologici suggeriscono che la cultura storica Mandan si era sviluppata probabilmente attorno al 1500 e che i loro villaggi erano divenuti importanti centri per il commercio per i nomadi (dapprima a piedi, poi a cavallo) delle Grandi Pianure del West.
La loro sopravvivenza era ugualmente basata sull’orticoltura e sulla caccia, mentre la loro cultura era estremamente ricca di cerimoniali, molti dei quali ruotavano attorno al complesso dei gruppi di medicina.
Gli osservatori del XIX secolo descrivono i Mandan come un popolo di gente vigorosa e ben fatta, di statura superiore alla media. Gli uomini avevano zigomi alti e nasi prominenti, con ampie mascelle angolari e denti particolarmente forti oltre che bianchi come l’avorio.
Sah-ko-ka, ragazza Mandan
I Mandan credevano che molti animali e uccelli e perfino alcuni oggetti inanimati possedessero il potere spirituale che essi chiamavano Xo’pini. Le loro credenze prevedevano anche che questi poteri potevano essere trasferiti agli individui con la partecipazione a certi rituali. Tuttavia questo potere andò perduto poco per volta con i rischi della vita quotidiana e consumato rapidamente sul sentiero di guerra. Sicuramente, alla fine della quarta spedizione di guerra la maggior parte del potere era stato consumato e dovette essere rinnovato. Il digiuno, l’acquisto di fagotti sacri e l’invito agli uomini più anziani – durante le cerimonie per propiziare l’arrivo dei bisonti – ad avere rapporti sessuali cerimoniali con le proprie mogli, rinnovavano o aumentavano il potere spirituale di un uomo. Si pensava che quest’atto cerimoniale fosse l’equivalente di un contatto con i bisonti che, una volta placati, avrebbero mandato le loro mandrie vicino ai villaggi e garantito il successo in guerra.
Fu per cambiare questo scenario rituale che l’intera vita cerimoniale dei Mandan venne riorganizzata e l’esperienza soprannaturale dell’individuo venne energicamente proposta nei rituali dai gruppi tribali. Il più importante di tutti questi cerimoniali era l’ O-kee-pa che, prima dello sterminio quasi totale dei Mandan causato dal vaiolo nell’estate del 1837, era, senza dubbio, la più complicata e pittoresca delle cerimonie che si tenevano nelle Grandi Pianure. L’ O-kee-pa, eseguita almeno una volta ogni estate, era la storia mitologica della tribù. Si trattava della drammatizzazione della creazione della terra e dei suoi abitanti, uomini, piante e animali, assieme ai sacrifici sopportati dai Mandan per raggiungere il loro stato attuale. Questo ritualmente assicurava l’arrivo del bisonte per il benessere generale del popolo e in più permetteva ai partecipanti di rinnovare il desiderato Xo’pini.
Le tradizioni dei Mandan riferivano che fu il Primo Uomo, il mitologico creatore del genere umano, che istituì il cerimoniale O-kee-pa e i membri del clan da lui fondato – i Waxikenas – divennero non solo i custodi della Loggia O-kee-pa, ma anche i protettori della maggior parte degli oggetti cerimoniali associati con l’ O-kee-pa. Questi includevano un fagotto di medicina che conteneva gli articoli usati e consumati dal Primo Uomo. Sebbene alcuni fagotti potessero essere, e sovente lo erano, duplicati, il possesso del fagotto principale conferiva il più grande prestigio. Erano quelle famiglie che possedevano gli importanti fagotti tribali e che partecipavano frequentemente alle cerimonie ad occupare il più alto stato sociale all’interno della tribù. La loro ricchezza e posizione erano distintamente espresse dall’esposizione di oggetti di valore come la pelle di un bisonte bianco su pali piantati fuori dalle loro logge o in vicinanza dei terreni di sepoltura. Si dice che Primo Uomo avesse stabilito l’usanza di lasciare uno spazio aperto dedicato alla danza all’interno di ciascun villaggio, così ogni villaggio tradizionalmente aveva uno spazio circolare che era riservato per i cerimoniali.


Mato-Tope, dei Mandan – dipinto di Karl Bodmer

Al centro della piazza, e direttamente di fronte all’ingresso della loggia delle cerimonie, era piantato un palo di cedro, che era circondato da una palizzata di assi di pioppo, e che aveva sulla cima un intreccio costituito da rami di salice. Simbolicamente il palo di cedro, che era dipinto di rosso, rappresentava non solo il corpo di Primo Uomo, ma anche gli antenati tribali. La palizzata simboleggiava una barriera che Primo Uomo aveva eretto per proteggere il popolo da una grande inondazione, i rami di salice indicavano la massima altezza a cui le acque potevano arrivare. Benché questo sacro recinto fosse un punto cruciale per il cerimoniale O-kee-pa, esso simboleggia chiaramente l’integrità dei Mandan come popolo, perché Primo Uomo aveva anche detto loro che esso sarebbe stato una fortificazione a loro protezione e che “Quando le genti provenienti dall’altra parte della grande acqua verrà contro di voi, esse potranno uccidere qualcuno, ma non così a lungo quanto questa starà in piedi”. E’ interessante osservare che questo antico simbolo delle cerimonie e dell’unità dei Mandan – spesso riportato come “L’Arca del Primo Uomo” – si può trovare ancor oggi all’interno del territorio tradizionale dei Mandan. Tuttavia oggi pochi comprendono il suo pieno significato come simbolo della storia culturale di una tribù tutt’altro che estinta, che ha ricoperto un ruolo importante quando le Grandi Pianure vennero occupate da nomadi cacciatori di bisonti, dapprima appiedati, e poi a cavallo. Per assicurare abbondanza di bisonti e una buona fortuna in generale, la tradizione prevedeva che l’ O-kee-pa dovesse essere tenuto ogni estate.
Questa cerimonia, della durata di quattro giorni, iniziava con un visionario, che avvicinava il consiglio tribale e richiedeva il suo sostegno. Si trattava di un affare costoso, perché tutti i partecipanti in pratica ricevevano doni dall’iniziatore dell’ O-kee-pa, così solo un uomo di stato sociale considerevole poteva affrontare questo impegno economico, d’altro canto questo lo elevava ancor più nella gerarchia tribale. Quattro Orsi, uno dei Mandan più famosi del XIX secolo, continuò a tenere l’ O-kee-pa anche dopo essere diventato un capo di secondo piano.


Interno di loggia Mandan – dipinto di Karl Bodmer 1839

La prima sera del O-kee-pa quei giovani che ambivano al successo si riunivano nella loggia cerimoniale. Essi avrebbero agito quali supplici richiedenti durante la cerimonia e così facendo avrebbero acquisito il bramato Xo-pini, il potere dello spirito. Essi erano generalmente nudi, ma portavano un astuccio per l’arco e la faretra, nonché il fagotto di medicina del proprio padre. Al centro, verso il fondo della loggia, stava l’iniziatore dell’ O-kee-pa. Di fronte a lui stava un altare con ai lati teschi umani e di bisonte; dietro il braciere centrale, sulla sinistra dell’ingresso, c’erano i cantanti e i suonatori di tamburo. Con loro stava un uomo che personificava il Primo Uomo e teneva l’antica pipa di legno che proveniva dal fagotto del Primo Uomo. Egli si rivolgeva ai convenuti incoraggiandoli per l’ordalia che stavano per intraprendere, poi si voltava verso l’iniziatore dell’ O-kee-pa, trasferendogli l’antica pipa con la preghiera di condurre la prestazione correttamente, come era stato inteso dal Primo Uomo.
All’alba del giorno dopo, l’iniziatore dell’ O-kee-pa lasciava la loggia cerimoniale e si avvicinava al lato sud del tempio che stava al centro del villaggio. Qui implorava il Primo Uomo perché ascoltasse le sue preghiere, cosicché il bisonte sarebbe tornato e il popolo sarebbe stato protetto. Poi i suonatori di tamburi e di sonagli cominciavano a cantare e i giovani, ora vestiti con pelli di bisonte, con il pelo rivolto all’infuori, emergevano dalla loggia cerimoniale e si avvicinavano danzando al tempio, mentre l’iniziatore dell’ O-kee-pa continuava ad implorare il Primo Uomo perché proteggesse il popolo. Il primo giorno il rituale era ripetuto ancora per tre volte, terminando al tramonto, quando i sacri tamburi di tartaruga – dotati dei poteri del presagio – erano portati all’interno della loggia cerimoniale da colui che personificava il Primo Uomo. Al mattino presto del secondo giorno, mentre quelli che dovevano impersonare il tori di bisonte venivano simbolicamente dipinti e i più rapidi a muoversi da entrambi i lati della loggia O-kee-pa imitavano i combattimenti tra bisonti, il personificatore del Primo Uomo passava attraverso il villaggio portando la pipa della medicina. Egli simboleggiava il tempi antichi, quando Primo Uomo aveva visto le necessità del popolo, anticipando il ritorno del bisonte e gli abitanti gli donavano vestiti di bisonte.


Danza del bisonte dei Mandan – dipinto di George Catlin

Subito dopo mezzogiorno, i danzatori del bisonte, ora dipinti in modo elaborato, emergevano dalla loggia cerimoniale, seguiti dai giovani che, per quattro interi giorni, sarebbero stati senza cibo e acqua. Quella sera un certo numero di costoro avrebbe deciso di presentarsi per la tortura cerimoniale del terzo giorno. Per tutta la durata del cerimoniale O-kee-pa sarebbero state lanciate sfide allo Spirito del Male o Okeeheede (come lo descrisse un osservatore) per provare i suoi poteri contro quelli dell’antica pipa del Primo Uomo, e il terzo giorno egli faceva la sua apparizione da un gruppo di alberi o da un avvallamento distante circa un miglio dal villaggio. Dipinto in modo grottesco con una mistura di grasso d’orso e carbone in polvere, egli si avvicina con una corsa a scatti zigzaganti; è vestito sommariamente e porta un pezzo di canna e zucche, a rappresentare i genitali maschili. Su questo personaggio, George Catlin, pittore del XIX secolo, scrisse: “Per il terrore delle donne dei bambini, egli porta attaccati alla vita, con una piccola cinghia, di dietro una coda di bisonte, e sul davanti un ciuffo di peli di bisonte dai quali spunta, costruito in legno, un grande pene artificiale che pende e striscia per terra mentre lui corre….” Okeeheede portava un bastone lungo circa otto piedi, con ad un’estremità una palla fatta con peli di bisonte, simboleggiante una testa umana. Egli correva verso le donne che gridavano di terrore, tentando di sottrarsi ai suoi improvvisati tentativi amorosi.
Il Primo Uomo e Okeeheede
Quando George Catlin per la prima volta fu testimone di queste scene, fu condotto ad osservare che Okeeheede era anche qualcosa come un mago “consistendo la sua arte nella sua bacchetta magica, con la misteriosa influenza della quale faceva alzare quel pene colossale”. Lo scompiglio prodotto dalla sua comparsa è interrotto bruscamente dall’intervento dell’iniziatore dell’ O-kee-pa, che lascia il tempio centrale e mostra l’antica pipa del Primo Uomo davanti al Cattivo Spirito, sfidando il suo diritto di presentarsi davanti al popolo per interrompere la cerimonia, portando così la sfortuna o la morte nella tribù.
A questo punto si fermano le danze e i canti. Il benessere della tribù dipende dal potere della pipa del Primo Uomo: riuscirà questo potere a sovrastare lo Spirito del Male? C’è un completo silenzio mentre Okeeheede rimane perfettamente fermo per 15 o 20 minuti. Il silenzio viene poi rotto da canti di vittoria quando lo Spirito Maligno, simbolicamente sottomesso al potere della pipa, arretra di fronte all’iniziatore dell’O-kee-pa.
Lo Spirito Okeeheede
Prendendo atteggiamenti da clown, adesso Okeeheede imita i maschi di bisonte durante la stagione riproduttiva, avvicinandosi prima alle giovani donne, poi ai danzatori del bisonte ai quali salta in groppa. Così l’indubbio valore di Okeeheede si volge a vantaggio della tribù, che infine, simbolicamente, può attribuire l’arrivo dei bisonti alle azioni combinate dell’iniziatore dell’ O-kee-pa e di Okeeheede. I poteri dello Spirito Maligno vengono infine totalmente distrutti quando egli rompe il suo bastone nel tentativo di entrare nella loggia di O-kee-pa. Adesso, persa ogni paura, le donne corrono contro di lui, e rompono il bastone in tanti piccoli pezzi, distruggendo anche tutti gli ornamenti e gli accessori di Okeeheede, compreso il grande fallo che viene avvolto nella salvia e trasformato in una bambola. Qualcuna delle donne stringe il trofeo al petto per acquisire il potere spirituale (xo’pini) che credevano sarebbe stato trasmesso ai loro uomini per le loro attività di vita quotidiana.
L’ultimo giorno il cerimoniale assumeva un tono particolarmente serio. Quattro danzatori del bisonte, scelti per la loro stazza e bravura, entravano nello spiazzo centrale assieme ai suonatori di tamburo e di sonagli. Ciò annunciava l’inizio di un episodio del cerimoniale O-kee-pa, che sarebbe stato interpretato da molti dei ragazzi, e anche, possibilmente, dall’iniziatore stesso.
Questa parte del rituale venne riferita nell’estate del 1832 da un testimone oculare ed in seguito altri osservatori confermarono le sue affermazioni. Catlin scrisse: “Un pollice e più della carne di ciascuna spalla o di ciascun pettorale era preso tra pollice e indice dall’uomo che teneva il coltello nella mano destra; e il coltello…era conficcato nella carne al di sotto delle dita e poi ritirato, mentre l’altro uomo, che nella mano sinistra teneva un gruppo di bastoncini, era pronto a infilarli attraverso la ferita. Poi due corde venivano calate dalla sommità della loggia e agganciate ai bastoncini; subito dopo venivano ritirate verso l’alto, sollevando l’uomo finché il suo corpo rimaneva sospeso dal suolo, per poi essere calato di nuovo a terra per un po’ di riposo. Poi, come in precedenza, coltello e bastoncini trafiggevano ciascun braccio sotto la spalla, sotto i gomiti, nelle cosce e sotto le ginocchia…E ciascuno veniva subito sollevato con le corde, penzolando con tutto il peso del suo corpo e infine, mentre il sangue scorreva verso il basso sui loro arti, gli astanti attaccavano ai bastoncini che spuntavano dal corpo di ciascun uomo appeso il suo scudo, l’arco, la faretra, ecc.; in molti casi appendevano anche un teschio di bisonte, con ancora le corna, alle braccia e alle gambe, con lo scopo, probabilmente, di prevenire – con il loro grande peso – l’asfissia che, altrimenti, sarebbe potuta sopravvenire mentre venivano sollevati.” I supplicanti venivano così sollevati a sei-otto piedi da terra e quelli che non avevano ancora perso conoscenza venivano fatti ruotare per mezzo di un palo. Non appena perdevano conoscenza, venivano calati al suolo.


Episodio di tortura cerimoniale – dipinto di George Catlin 1832

I sacri tamburi di tartaruga diventavano allora il centro dell’attenzione e tra i canti e le danze venivano sollevati per determinare il loro peso, che avrebbe indicato la quantità dei bisonti che sarebbero arrivati. Dopo che questi tamburi erano stati sollevati quattro volte e la simbolica caccia al bisonte era terminata, i giovani rimanenti emergevano dalla loggia O-Kee-Pa, ciascuno trascinando uno o più teschi di bisonte, legati tramite corde a bastoncini infilati nelle loro schiene. Questi giovani si trascinavano attorno al sacro spiazzo finché ciascuno di loro perdeva conoscenza. Allora i coltelli e gli strumenti usati nelle varie fasi della tortura venivano gettati nel Missouri come offerta finale agli spiriti. Al tramonto la cerimonia era conclusa da un bagno di sudore, a cui partecipavano tutti gli officianti che avevano preso parte all’ O-Kee-Pa. Gli oggetti raccolti venivano ora distribuiti e l’iniziatore dell’ O-Kee-Pa, con qualcuno dei giovani, procedeva a preparare nuovi fagotti di medicina, seguendo le istruzioni ricevute dai poteri soprannaturali durante il cerimoniale O-Kee-Pa. La tribù, il popolo, erano stati ancora una volta arricchiti.

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