Il mito di John Wayne, quarant’anni dopo

A cura di Domenico Rizzi


L’11 giugno 1979 si spegneva, in una clinica di Los Angeles, all’età di 72 anni, il celebre attore John Wayne, protagonista di oltre 200 film, lasciando un’impronta indelebile nella storia del western movie di ogni tempo. Se avesse continuato a farsi chiamare con il suo vero nome, probabilmente non sarebbe mai assurto a fama mondiale, ma il destino di Marion Michael Morrison era scritto nelle stelle con uno pseudonimo molto più semplice da ricordare.
Nato il 26 maggio 1907 a Winterset, nell’Iowa, primogenito di Clyde e Mary Morrison, quando aveva soltanto 6 anni la sua famiglia si trasferì a Palmdale, in California, per occuparsi di un ranch ai limiti del Mojave Desert, lavoro che avrebbe poi abbandonato per tentare diverse altre strade.
Intanto Marion, che preferiva essere chiamato Michael perché il primo nome era comune anche alle donne, frequentò gli studi fino al conseguimento del diploma di scuola superiore, eccellendo soprattutto nelle discipline sportive – diventò anche giocatore di football americano – grazie alla sua figura alta e imponente. Il giovane aveva manifestato anche una chiara inclinazione per la navigazione, chiedendo l’iscrizione all’Accademia Militare di Annapolis senza peraltro riuscire ad accedervi. Si sarebbe preso una rivincita molti anni dopo, interpretando una serie di film che avevano come sfondo proprio il mare (“I conquistatori dei 7 mari”, “Gli amanti dei 5 mari”, “Oceano rosso” ed altri).
Mentre il padre cambiava spesso attività, passando da una farmacia ad una vendita di gelati, il figlio cercava di sbarcare il lunario come poteva, adattandosi a vari mestieri. Fu Howard Jones, suo allenatore sportivo, ad assecondarne la richiesta di lavorare negli studi cinematografici di Hollywood, presentandolo al famosissimo Tom Mix, che mise una buona parola con il regista George Marshall. Assunto come attrezzista e costumista con una paga di 35 dollari la settimana – un compenso abbastanza elevato per quei tempi – passò poi a lavorare con uno scontroso movie director di origine irlandese che rispondeva al nome di John Ford e potè salire sul set varie volte come comparsa.
La sua prima parte importante da attore gli venne assegnata nel 1930 per il film “The Big Trail”, “Il grande sentiero”, diretto da Raoul Walsh.


The Big Trail

Il suo ruolo era quello di Brett Coleman, solitaria guida di carovane dirette all’Ovest, sfidando le insidie della pista. Proprio in questa pellicola, Winfield Sheehan, capo produzione della Fox, gli suggerì di assumere il nome d’arte di John Wayne, secondo lui molto più adatto ad un attore. Il film, interpretato anche da Marguerite Churchill e Tyrone Power senior, non ebbe un gran successo commerciale e relegò il futuro gigante del genere western in secondo piano per quasi un decennio, durante il quale John recitò in parecchi film di poca importanza, quasi sempre diretti da Robert N. Bradbury, Joseph Kane e George Sherman, che oggi vengono a stento ricordati.
La grande occasione gli si presentò nel 1938, quando John Ford gli propose la parte di Ringo Kid in “Stagecoach”, il celeberrimo “Ombre rosse” destinato a diventare una pietra miliare della filmografia western. Questa volta, affiancato da Claire Trevor, Thomas Mitchell e John Carradine, Wayne ebbe modo di mostrare le sue elevate qualità interpretative, impersonando un vagabondo ai limiti della legge che, dopo avere salvato i passeggeri di una diligenza dalla furia degli Apache ed eliminato una banda di assassini, trova finalmente la retta via insieme all’ex prostituta Dallas (Trevor) che gli è stata compagna di viaggio. E’ il primo dei personaggi “redenti” a cui Ford tenne sempre tanto, al punto di riproporli in altri film successivi, spesso con lo stesso attore.
“Ombre rosse”, che realizza buoni incassi e si aggiudica 2 Oscar (miglior attore non protagonista a Mitchell e miglior colonna sonora) classificandosi come uno dei 10 migliori film del 1939 secondo il National Board of Review Award, non basta tuttavia a John per ottenere una definitiva consacrazione.


Stagecoach – Ombre Rosse

Nonostante quanto ha dimostrato sul set, Ford non gli accorda ancora la sua totale fiducia, costringendolo a lavorare per anni con George Sherman, Raoul Walsh, Cecil De Mille ed altri registi meno noti, fino a quando Howard Hawks non lo scrittura nel 1948 per “Il Fiume Rosso” (“Red River”) al fianco di Montgomery Clift, Walter Brennan e Joanne Dru, trasformandolo in un anziano ranchero dal carattere decisamente scorbutico. In quel periodo Wayne recita anche ne “In nome di Dio” (“Three Godfathers”) di Ford, insieme a Pedro Armendariz e Harry Carey jr., una storia dai risvolti biblici in cui tre fuorilegge salvano un neonato nel deserto ottenendo la loro redenzione. La critica giudica assai favorevolmente sia la storia che i suoi protagonisti e John viene definito “bravo come non mai”. Secondo un parere autorevole, questa rimane come “una delle interpretazioni più memorabili di Wayne.” (Alan G. Barbour, “John Wayne”, Milano Libri Edizioni, 1979, p. 91).
A questo punto Ford comprende finalmente che non potrà fare a meno dell’attore per i suoi futuri programmi che comprendono la sua più famosa trilogia. Wayne, abituato a recitare con una buona dose di improvvisazione senza quasi leggere i copioni, realizza un proprio sogno nel cassetto, trasformandosi in un perfetto militare: talmente convincente nella finzione cinematografica da far ammettere al generale Douglas Mc Arthur, vincitore dei Giapponesi nel Pacifico: “Lei è la più tipica immagine del soldato americano, più soldato di un soldato autentico!”
I tre film fordiani che si susseguono fra il 1948 e il 1950 sono “Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del Nord-Ovest” e “Rio Bravo”.


Il massacro di Fort Apache

Nel primo John è il capitano Kirby York, in netto dissidio con il suo superiore colonnello Turner (Henry Fonda) riguardo al modo di trattare gli Apache di Cochise, che alla fine distruggeranno il suo reggimento in un agguato, metafora evidente del massacro di Little Big Horn. Benchè non tutta la critica sia concorde, Ford anticipa il revisionismo che si imporrà nella seconda metà degli Anni Sessanta, spezzando una lancia a favore della causa pellerossa. Wayne è il suo interprete ideale: duro e intransigente quando occorre, quanto bonario con la truppa, non esita a contrastare il fanatico Turner (che nella versione originale si chiama Thursday) per impedirgli di sacrificare inutilmente i suoi uomini.
“I cavalieri del Nord-Ovest”, titolo inventato del romantico “She Wore a Yellow Ribbon” (“Lei portava un nastro giallo”) rappresenta ancora oggi la migliore performance di Wayne in un western militare e soltanto una critica avara e in parte prevenuta non gli fa ottenere il meritato Oscar. Tratto da un racconto di James Warner Bellah, narra la storia di un anziano capitano giunto ai suoi ultimi giorni di servizio con la sola prospettiva, dopo l’inevitabile congedo, di trascorrere i suoi giorni “ad ascoltare le stupide chiacchiere dei vecchi intorno ad un fuoco”. Infatti a Nathan Brittles, alla soglia dei 64 anni, non rimangono altri affetti che quelli della sua truppa C, perché un’epidemia si è portata via anzitempo l’adorata moglie e i figli. Inoltre, la sua carriera è rimasta ferma al grado di comandante di compagnia, per una serie di mancanze commesse dopo la perdita dei famigliari. Ligio al dovere e lottatore fino in fondo, Nathan Brittles compirà la sua ultima missione – stroncare una rivolta indiana – con successo e verrà richiamato in servizio con il grado di tenente colonnello.


I cavalieri del Nord-Ovest

“Rio Bravo” (“Rio Grande” nella versione originale) vede il colonnello Kirby Yorke (al cognome è stata aggiunta una “e” finale) impegnato in una duplice operazione: acciuffare una banda di Apache che tengono in ostaggio alcune famiglie e riconquistare la moglie Kathleen (Maureen O’Hara) alla quale ha dovuto incendiare la casa durante la guerra di secessione, essendo lei una donna del Sud. Benchè il film non sia all’altezza dei primi due della trilogia, Wayne giganteggia ugualmente, confermandosi attore di razza. Proprio la O’Hara dirà di lui: “E’ l’essere umano più tenero, gentile, simpatico, leale che ho mai conosciuto.” (“Remembering the Duke”, a cura di Alberto Morsiani). I suoi detrattori la pensano diversamente, sebbene la loro ostilità sia dovuta ai personaggi da lui interpretati e alle sue idee di stampo nazionalista e conservatore: la polemica si sarebbe accentuata sul finire degli Anni Sessanta, dopo la presa di posizione di Wayne a sostegno dell’intervento americano nel Vietnam.


Rio Bravo

Nel frattempo il “Duca” – così soprannominato negli ambienti di Hollywood per ragioni che non sono molto chiare – si è sposato due volte, con Josephine Saenz (1933) che gli ha dato 4 figli e Esperanza Bauer (1946) ma entrambe le unioni sono culminate con il divorzio. Nel 1954 convolerà nuovamente a nozze con Pilar Palette, che lo renderà padre altre 3 volte. La carriera aggiunge altri successi, ma non sempre nel genere western. Nel 1949 Wayne recita in “Iwo Jima” diretto da Allan Dwan e successivamente in alcuni film di guerra minori, finchè nel ’52 Ford lo chiama come protagonista di “Un uomo tranquillo”, ambientato nella verde e pacifica Irlanda, mettendolo a suo agio con l’attrice preferita Maureen O’Hara e con il rude Victor McLaglen. Il suo unico western del periodo è “Hondo”, con la regia di John Farrow, un dignitoso film tratto da un racconto dell’affermato Louis L’Amour.
L’exploit nel genere prediletto da John arriva nel 1956 con “The Searchers”, “Sentieri selvaggi”, liberamente adattato dal romanzo omonimo di Alan LeMay. Il Duca veste i panni di un solitario della prateria dal passato tormentato e quasi oscuro – Ethan Edwards, combattente sconfitto sia nella Guerra Civile che nella rivoluzione messicana di Benito Juarez, nella quale ha servito, si suppone, l’imperatore Massimiliano d’Asburgo – che si ripresenta alla fattoria del fratello, alla cui moglie egli è rimasto legato affettivamente.


The Searchers – Sentieri Selvaggi

Un’incursione di Comanche uccide i due coniugi e rapisce le loro figlie, Lucy e la piccola Debbie, obbligando Ethan ad inseguire gli Indiani per anni fra deserti, pianure innevate e assolate terre del Messico. Il suo personaggio è spigoloso, scontroso e spesso irritante, dominato com’è dal desiderio di ritrovare la nipote più piccola (l’altra è già stata uccisa dai Comanche) con l’intento di sopprimerla per evitarle la vergogna di diventare una squaw. L’odio feroce che traspare da tutti i suoi astiosi comportamenti ne fa una belva assetata di sangue, fino al giorno in cui, liberata finalmente la prigioniera ormai adolescente, non la prende teneramente in braccio dicendole: “Andiamo a casa, Debbie!” La scena non è meno commovente dell’addio alla truppa del capitano Brittles e l’attrice Olive Fuller Carey, moglie del compianto Harry Carey sr. (suo figlio, Harry Carey jr. recita nel film) scoppia in lacrime.
Del personaggio che il pubblico ha ammirato nei suoi precedenti film non sembra rimanere nulla almeno fino alla scena finale e la critica vede in ciò un tradimento di John Ford, allontanatosi di colpo dal classicismo che aveva caratterizzato i suoi lavori. La rivista “Cinema Nuovo” definisce la pellicola “un penoso balbettamento che rivela da un lato la stanchezza del regista, dall’altro la rarefazione di quegli stessi temi che avevano formato la spina dorsale di tante opere fordiane.” Quanto al suo protagonista principale, aggiunge: “Anche John Wayne è stanco, si direbbe stufo di lavorare con Ford.” Giudizi cervellotici che per fortuna vengono mitigati o smentiti da altri commentatori: “Il Corriere della Sera” lo definisce infatti un film che “conserva la nobiltà dei suoi sfondi maestosi e decorativi…di plastica bellezza con una favola cento volte raccontata, che il tempo e il cinema americano non cessano di logorare.” (Jean-Louis Leutrat, “Sentieri selvaggi di John Ford”, Le Mani, Recco Genova, 1995, pp. 76-79).
Girato fra i torrioni di roccia rossastra della Monument Valley in Arizona come “Ombre rosse”, con uno staff di tutto rispetto – Ward Bond, Jeffrey Hunter, Olive Carey, Vera Miles, Natalie Wood – e una spesa inferiore ai 4 milioni di dollari, “Sentieri selvaggi” è destinato a diventare l’emblema stesso del cinema western e segnerà nella storia l’apoteosi di Wayne. Nessun altro lavoro cinematografico riuscirà più ad emularne il fascino e la suggestione, tant’è che nel 1998 l’American Film Institute lo ha inserito nella classifica dei 100 migliori film statunitensi di tutti i tempi. Il regista Martin Scorsese ha dichiarato di rivederlo almeno una volta all’anno.
Nel triennio successivo John lavora soltanto in film di guerra o d’avventura (“Le ali delle aquile” di Ford; “Timbuctu” di Henry Hathaway; “Il barbaro e la geisha” di John Huston) prima di cimentarsi con un altro western spettacolare diretto da Howard Hawks nel 1959. Il titolo originale è “Rio Bravo”, ma poiché in Italia è già stato ribattezzato un altro film con quel nome (“Rio Grande”, il terzo della trilogia militare di Ford) la nuova pellicola esce come “Un dollaro d’onore”. Molti, compreso lo stesso Wayne, lo ritengono una dura risposta al “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinneman (1952) un film “antiamericano” perché mostra una città di vigliacchi che rifiuta di prestare aiuto al proprio marshal (Gary Cooper) minacciato da 4 fuorilegge. Il cast è veramente superbo, mettendo insieme, oltre al Duca, l’attore canterino Dean Martin, gli esperti Walter Brennan e Ward Bond, il cantante Ricky Nelson e la bellissima Angie Dickinson, “Gambe d’oro” d’America.


Un dollaro d’onore

All’azione, a volte un tantino esagerata negli scontri a fuoco, si aggiunge il bellissimo commento musicale di Dimitri Tiomkin, con le canzoni splendidamente interpretate da Martin e Nelson (“My Rifle, My Pony and Me”, “Rio Bravo”, “Cindy”) e il motivo a tromba del “De Guello” dal quale trarrà spunto lo stesso Ennio Morricone per il motivo clou di “Per un pugno di dollari”. Wayne, già ultracinquantenne, fa la parte dello sceriffo John T. Chance, un uomo tutto d’un pezzo che sa essere paterno e comprensivo con il suo assistente alcolizzato Dude (Martin) quanto intransigente con il prepotente allevatore Burdette (John Russell) che cerca di far liberare un fratello omicida. L’unica che riesce ad infrangere la sua dura scorza sarà l’ex giocatrice Feathers (Dickinson) che alla fine lo induce a rinunciare al celibato, ma ciò non costituisce una novità per chi ricordi “Ombre rosse” o “Rio Bravo”. Sbaglia semmai chi è abituato a vedere Wayne soltanto come un individuo solitario, parte che sarà piuttosto gradita al suo erede Clint Eastwood.
Il rilancio porta l’attore ad interpretare 5 western consecutivi. Dopo “Soldati a cavallo” (“Horse Soldiers”, ambientato durante la guerra di secessione) nel quale Wayne è un caparbio colonnello nordista, il Duca si decide a realizzare un altro vecchio sogno, quello di impersonare Davy Crockett nella sua ultima battaglia a difesa della missione di Alamo. E’ un film da lui stesso prodotto con una spesa di 12 milioni di dollari che rischia di dissanguarlo e sotto la sua direzione, affiancato da John Ford come regista non accreditato.


Horse Soldiers – Soldati a cavallo

Il cast è ancora una volta imponente, con Richard Widmark nei panni dell’eroe Jim Bowie, Lawrence Harvey – il comandante William Travis dell’improvvisata fortificazione – Richard Boone (Sam Houston, capo degli insorti texani) il figlio Patrick Wayne, Linda Cristal. “La battaglia di Alamo” (“The Alamo”) ancora una volta accompagnato dal commento musicale di Tiomkin, rappresenta una indiscutibile affermazione personale di Wayne, che alla fine recupera l’intera spesa sostenuta (raggiungerà poi i 20 milioni di dollari al botteghino) in barba a chi lo voleva vedere in rovina dopo l’arrischiato investimento. Il suo colonnello Crockett, benchè poco somigliante fisicamente, ingenera nelle platee la convinzione che l’eroe del Tennessee fosse veramente un tipo del genere. Gordon Sawyer e Fred Hynes ricevono l’Oscar per il sonoro e Dimitri Tiomkin il Golden Globe per le musiche, mentre Wayne si deve accontentare di una fra le 7 nomination proposte dalla giuria.
Lo stesso anno l’attore è impegnato in un western ambientato fra i cercatori d’oro del Grande Nord, “North to Alaska”, distribuito in Italia come “Pugni, pupe e pepite”, diretto da Henry Hathaway, insieme a Stewart Granger e alla francese Capucine: un intermezzo semi-serio che però frutta abbastanza bene alla produzione.


North to Alaska – Pugni, pupe e pepite

Nel 1961 torna in azione ne “I Comancheros”, che Michael Curtiz ricava da un romanzo dello scrittore e storiografo Paul I. Wellman, facendone un lavoro spettacolare e avvincente, nel quale – anacronismi storici a parte – eccellono le qualità di Wayne nei panni del capitano Jake Cutter dei Texas Ranger impegnato a sgominare una pericolosa organizzazione di trafficanti d’armi in combutta con la tribù dei Comanche. Particolare curioso: la parte di Paul Regret, un giocatore d’azzardo ricercato dalle forze dell’ordine, sarebbe dovuta toccare a Gary Cooper, già molto malato (sarebbe morto il 13 maggio 1961) invece che a Stuart Whitman, che se la cava benissimo anche nella conquista della bella Ina Balin, figlia del capo dei Comancheros.


I Comancheros

Nel 1962 arriva il momento di una nuova, grande conferma del Duca, che ancora una volta non ottiene i meritati riconoscimenti. “L’uomo che uccise Liberty Valance”, tradotto letteralmente dall’originale inglese, si può considerare un capolavoro alla pari di alcuni precedenti film diretti da John Ford, ma ha tutte le caratteristiche di un testamento spirituale del regista, che sembra chiudere l’epopea del West – sebbene in realtà dirigerà altri due film del genere: “I dannati e gli eroi” e “Il grande sentiero” – con la vittoria della leggenda sulla storia e la sconfitta dei suoi veri protagonisti. Wayne è l’attempato ranchero Tom Doniphon che non si decide mai a sposare Hallie (Vera Miles) e se la vede soffiare da un avvocato (Ransom Stoddard, interpretato da James Stewart) giunto dall’Est mentre a Shinbone imperversa Liberty Valance (Lee Marvin) al soldo di alcuni allevatori del Nord. Il fuorilegge verrà ucciso da Doniphon con un colpo di Winchester sparato nell’ombra, ma il merito è usurpato da Stoddard, destinato a diventare senatore grazie a questa impresa. Wayne offre un saggio della propria bravura, trasformandosi da monolitico “uomo di grande forza e sicurezza” in un relitto umano distrutto dall’alcool. E’ l’eroe che sprofonda nel vizio perdendo ogni autocontrollo, ma si sa che “nella filmografia western (e non soltanto western) di John Ford non esistono cavalieri senza macchia, soprattutto quando l’interprete è John Wayne.” (Giulio d’Amicone, “L’uomo che uccise Liberty Valance”, Le Mani, Recco-Genova, 2007, p. 26). Il film rappresenta anche, come già “Il grande paese” diretto da William Wyler nel 1958 con l’interpretazione di Gregory Peck, il trionfo dell’uomo educato e dalle buone maniere venuto dall’Est sul rude personaggio del West, ma Ford ama troppo la gente della Frontiera per permettere che venga umiliata da un “piede tenero”, si tratti di un ex capitano di marina (Peck) o di un cowboy.


L’uomo che uccise Liberty Valance

Alla fine sarà proprio Hallie, sposata da anni con il senatore Stoddard, a confessare implicitamente che Doniphon è stato il suo unico, vero amore.
Fino al 1968 il Duca si barcamena in una serie di film di genere diverso, lavorando in alcuni western che non contribuiscono sicuramente a qualificare il suo curriculum, se si esclude un episodio de “La conquista del West” (1962). Fra questi, “Mc Lintock” di Andrew V. Mc Laglen (1963) nel quale ha di nuovo al fianco Maureen O’Hara, “I 4 figli di Katie Elder” di Hathaway (1965) “Carovana di fuoco” di Burt Kennedy, in cui rivaleggia con Kirk Douglas. Nel 1967 Howard Hawks tenta il remake di “Un dollaro d’onore”, intitolandolo “El Dorado”, ingaggiando, oltre a John, Robert Mitchum e Arthur Hunnicut, con una discreta resa economica ma ben lontano dall’eguagliare il capolavoro precedente.


El Dorado

Poi arriva il film che renderà Wayne ancora più inviso alla critica e a tutti coloro che perorano la causa dei Vietcong manifestando in piazza contro l’intervento degli Stati Uniti. L’attore produce, dirige e interpreta “I Berretti Verdi”, un corpo speciale impiegato nel Vietnam, incollandosi addosso i gradi di colonnello ai quali si è abituato da una vita e facendosi beffe di tutti color che lo contestano. Girato con 7 milioni di dollari, il suo lavoro gli frutta cinque volte tanto.


I Berretti Verdi

Finalmente nel 1969, mentre le polemiche non sono ancora sopite, il Duca ha la possibilità di ottenere il premio più ambito da un attore: l’Academy Awards, comunemente noto come Oscar. Gli viene conferito alla carriera quale miglior attore protagonista per il film “Il Grinta”, liberamente tratto dal romanzo “True Grit” di Charles Portis e diretto da Henry Hathaway, nel quale è un arcigno sceriffo federale con un occhio solo che aiuta la ragazzina Mattie Ross (Kim Darby) a trovare gli assassini di suo padre. Per l’occasione, ottiene anche il Golden Globe quale miglior attore in un film drammatico.


True Grit – Il Grinta

Sarà questo l’apice della sua ascesa, perché da quel momento in poi John, che ha davanti molti altri film di un certo successo, comincerà a perdere una parte del suo ascendente sul pubblico. Dal 1969 al 1973 gira ben 7 western con registi diversi: Andrew V. Mc Laglen (“I due invincibili”, “Chisum”, “Stella di Latta”) Hawks (“Rio Lobo”) George Sherman (“Il grande Jake”) Mark Rydell (“I cowboys”) Burt Kennedy (“Quel maledetto colpo al Rio Grande Express”) spezzando poi la routine con un paio di polizieschi, diretti rispettivamente da John Sturges e Douglas Hickox. Ormai il Duca, che è stato anche operato di cancro con l’asportazione di un polmone nel 1965, appare vecchio e appesantito, con una vistosa parrucca che gli copre la calvizie avanzata, ma si ostina a rimanere in sella, proprio come fece Buffalo Bill Cody negli ultimi anni della sua carriera circense. Anzi, l’avere sconfitto il “Grande C”, come egli chiamava il suo male, gli dava un forte stimolo a proseguire.
Nel 1975 Wayne viene scritturato da Stuart Millar per girare il seguito del film che gli ha fruttato l’Oscar. Insieme alla splendida “zitella” Katherine Hepburn recita dunque in “Torna il Grinta” (“Rooster Cogburn”) ricalcando vagamente la trama de “La regina d’Africa” di John Huston, interpretato nel 1951 da Humphrey Bogart e dalla stessa Hepburn. E’ un western “fluviale” di discreto interesse, che riesce d incassare quasi il doppio dei 10 milioni spesi per realizzarlo, ma a John manca ancora qualcosa per chiudere degnamente con il cinema e con la propria esistenza terrena, dal momento che l’oscuro male si sta riaffacciando. Ad offrirgli la grande chance è stavolta Don Siegel, che attinge al romanzo “The Shootist” (“Il pistolero”) di Glendon Swarthout.


The Shootist

John Bernard Books (Wayne) è un anziano pistolero affetto da un cancro intestinale che gli lascia poche settimane di vita. Giunge a Carson City, nel Nevada, una cittadina ai margini della storia della Frontiera, dove ha lasciato da anni dei conti in sospeso con un terzetto di mascalzoni. E’ il 22 gennaio del 1901 e i giornali recano la notizia della morte della regina Vittoria; in città circola un tram trainato da un cavallo, ma anche l’automobile di uno dei nemici di Books. Quest’ultimo prende alloggio presso la vedova Rogers (Lauren Bacall) un’affittacamere che ha un figlio un po’ scapestrato di nome Gillom (Ron Howard) e per resistere al dolore beve abbondanti dosi di laudano che gli ha prescritto un suo vecchio amico, il dottor Hostetler (James Stewart). Trascorre i suoi ultimi 8 giorni di vita con la compagnia della vedova e l’ammirazione di Gillom, prende a calci un petulante giornalista e litiga con uno sceriffo insulso e opportunista, si libera di due sicari che hanno tentato di ucciderlo e riceve l’ultima delusione da Serepta (Sheree North) un’antica fiamma tornata a corteggiarlo soltanto per interesse. Il 29 gennaio, giorno del suo compleanno, Books si reca in tram fino al saloon dove lo attendono i tre manigoldi con cui deve regolare i conti: riesce ad ucciderli tutti e tre, ma il barista gli spara a tradimento due colpi con una doppietta, prima di essere a sua volta abbattuto a pistolettate dal giovane Gillom accorso in suo aiuto. Nella sequenza finale il dottor Hostetler, mentre osserva il suo cadavere, ripete una frase che gli aveva detto una settimana prima dopo averlo visitato: “Se fossi uno della sua tempra non mi arrenderei né agli uomini, né alla natura”.
Il film viene proposto per l’Oscar e il Golden Globe, ma deve accontentarsi del National Board of Review Awards come uno dei migliori 10 del 1976. L’incasso però raggiunge i 13 milioni e mezzo di dollari e il giudizio complessivo è molto favorevole.
E’ questa l’ultima apparizione di John Wayne, che recita se stesso, ormai malato senza speranza. Come ai tempi de “L’uomo che uccise Liberty Valance” si trova a lavorare con James Stewart ed è, ancora una volta, lui stesso a soccombere. Molti considerano “Il pistolero” l’autentico testamento dell’attore, presentando in una rassegna iniziale le scene di duello più significative della sua lunga carriera, ricavate da “Il Fiume Rosso”, “Un dollaro d’onore” e “El Dorado”.
Quasi obbedendo ad un destino manifesto, John lascia questo mondo combattendo con la pistola in pugno.
Sulla scena di un film western, naturalmente.

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