“Fare l’indiano”: cinque storie in cui la maschera diventa volto

A cura di Gian Mario Mollar

Almeno una volta nella vita, abbiamo giocato tutti a “fare gli indiani”. Con un arco improvvisato tra le mani e lanciando urla acute, quattro alberi si trasformavano in una foresta e il cortile di un condominio nella sconfinata prateria del west.
Il fascino della cultura nativa per il mondo occidentale è racchiuso in questo gioco infantile: un sogno di libertà e di comunione con la natura che la nostra civiltà, tecnologica e “progredita”, ha dapprima raso al suolo e poi guardato con nostalgia e incanto.
In questo articolo, racconteremo le storie di uomini che trasformarono questo gioco nella loro stessa vita, che indossarono la maschera del nativo americano fino a trasformarla in volto.

Grey Owl (Archibald Delaney) 1888-1938

“Era figlio di padre scozzese e madre apache. Disse che suo padre si chiamava George MacNeil ed era stato scout durante le guerre indiane del 1870, nel sudovest degli Stati Uniti. Grey Owl disse che sua madre era Katherine Cochise, della tribù degli Apache Jicarilla. Disse poi che entrambi i suoi genitori erano stati parte del Western Show di Wild Bill Hickock che fece un tour in Inghilterra.
Grey Owl
Grey Owl disse di essere nato nel 1888 a Hermosillo, in Messico, mentre i suoi genitori recitavano in quei paraggi”.
Questa la storia che Grey Owl (Gufo Grigio) raccontò al suo editore, e futuro biografo, Lovat Dickson, e continuò a ripetere per tutta la sua vita. In quanto affermava, però, c’era ben poco di vero.
Il suo vero nome, infatti, era Archibald Delaney ed era inglese quanto un tè alle cinque del pomeriggio. Era nato nel settembre del 1888 nei pressi di Hastings, nel Sussex. I suoi primi indiani li incontrò sui libri di scuola, e fu subito amore: amava disegnarli ai bordi delle pagine e trascorreva i suoi pomeriggi nei boschi limitrofi, lanciando coltelli e allenando la mira con i suoi compagni di giochi.
All’età di diciotto anni, nel 1906, Archibald insegue i suoi sogni di gioventù e si imbarca sulla S.S. Canada, una nave che lo porterà da Liverpool a Halifax, in Canada.
È qui, nelle gelide e sconfinate foreste del nord, che inizia la sua metamorfosi in nativo americano. Il ragazzo incontra Bill Guppy, un famoso boscaiolo e imprenditore, che lo prende sotto la sua ala protettiva e gli insegna i segreti della vita nei boschi: andare in canoa, piazzare trappole per castori, cacciare.
Nel maggio del 1907, Delaney si trasferisce sul lago Temagami, nell’Ontario, con i fratelli Guppy. Archie lavora come sguattero nella locanda del posto e intanto si appassiona alla lingua e le leggende Ojibwai. Inizia una relazione con una sua collega alla locanda, Angele Egwuna, con la quale si sposerà nel 1910. Grazie a lei, non solo approfondisce le sue conoscenze di caccia e pesca, ma allarga anche le sue conoscenze tra gli Ojibwai, che lo accolgono fraternamente.
Nel frattempo, in Europa scoppia la Grande Guerra. Il 6 maggio 1915 Delaney abbandona le foreste e si arruola nell’Esercito Canadese, dove dichiara di essere nato a Montreal e si fa passare per indiano. Combatte in Francia, viene ferito gravemente a un piede e rimpatriato in Inghilterra. Qui, passando da una clinica militare all’altra, incontra un’amica d’infanzia, Constance (Ivy) Holmes e si sposa anche con lei, senza informarla del suo precedente matrimonio con la ragazza Ojibwai. La relazione, in ogni caso, non dura a lungo, in ogni caso: nel settembre del 1917 Delaney torna in Canada, dove viene congedato con onore e ottiene un vitalizio di invalidità.


Grey Owl – Archie Belaney

Il cambiamento di identità è ormai avvenuto: l’ex soldato ora si fa chiamare Grey Owl, Gufo Grigio, ha il viso incorniciato da trecce nere e si veste come un indiano. Nel 1925 incontra una giovane donna mohawk che segnerà profondamente il suo destino: Gertrude Bernard, chiamata anche Anahareo o Pony. Un terzo matrimonio si va a sovrapporre ai precedenti e la storia d’amore durerà per otto anni.
Grazie ad Anahareo, Grey Owl sviluppa una più acuta sensibilità ecologica e abbandona il suo lavoro di trapper, perché si rende conto che i castori canadesi vanno scomparendo a causa di una caccia indiscriminata. La coppia adotta due piccoli castori, rimasti orfani a causa di una trappola piazzata dallo stesso Grey Owl, che decide così di smettere una volta per tutte il suo mestiere di cacciatore di pellicce.
Inizia a scrivere articoli sulla vita degli animali e sulla foresta, attingendo anche al folklore nativo. Agli articoli segue un libro, “Gli uomini dell’ultima frontiera”, che ha un notevole successo editoriale. Ne seguiranno altri: tra i più celebri citiamo “Pilgrims of the Wild” e le avventure di Sajo, un romanzo per ragazzi. Grey Owl inizia a collaborare con la protezione forestale canadese: tiene lezioni in Canada e in Inghilterra per presentare i suoi libri e lo stile di vita dei nativi americani, recita in documentari e filmati
Grey Owl muore nel 1938, a causa di una polmonite aggravata da un costante consumo di alcol e dallo stress di frequenti tour.
Il giorno successivo alla sua morte, i giornali svelano la notizia, che tenevano segreta da ben tre anni: l’indiano protettore dei castori e delle foreste era in realtà un impostore! La rivelazione ha esiti drammatici sui suoi libri: gli editori smettono di ristamparli, in alcuni casi vengono addirittura ritirati dal commercio.
Terminato lo scandalo, tuttavia, la figura di Grey Owl viene riabilitata: il suo messaggio ecologista, la sua profonda conoscenza della natura rimangono validi anche se a professarli era un inglese che, per tutta la sua vita, aveva ardentemente voluto essere un indiano.
“Ricordati che sei tu che appartieni alla natura, non il contrario”: la voce di Grey Owl risuona vibrante e attuale ancora oggi. Nel 1999 la sua vicenda diventerà un film, per la regia di Richard Attenborough, con il fascinoso Pierce Brosnan nel ruolo del ragazzino inglese trasformatosi in trapper nativo americano.

Cervo Bianco (Edgar La Plante) 1888-1942

Nel 1916-17, la folla di varie città americane, dal Texas all’Arizona, per arrivare fino alla California e successivamente a New York, assistette rapita allo show di Tom Longboat, straordinario maratoneta irochese noto come “Il bulldog della Britannia” per la sua resilienza nella corsa.
Nel 1927 questo atleta vinse la maratona di Boston con il tempo record di due ore, ventiquattro minuti e ventiquattro secondi. Gli astanti potevano sentirlo raccontare di come avesse vinto la maratona delle Olimpiadi del 1908, lottando contro l’inglese Alfie Shrubb, oppure della sua conoscenza di ben otto (talvolta quattordici) lingue straniere, oppure ancora ancora delle sue mirabolanti avventure belliche in Europa durante la prima guerra mondiale. L’istrione nativo si destreggiava tra hotel di lusso e smoking, senza lesinare le dichiarazioni patriottiche: “Il mio popolo ha seppellito il tomahawk e l’ascia e le pitture di guerra, ma siamo pronti ad andare in guerra con voi, ragazzi, per proteggere la nostra bandiera a stelle e strisce, se necessario”.


Cervo Bianco (Edgar La Plante)

L’uomo che accendeva le folle, però, era un impostore. Il vero Tom Longboat, infatti, si trovava oltre l’oceano, in Francia, impegnato a consegnare dispacci nelle trincee. “L’altra notte ero sul fronte e stavo sudando come un cavallo vecchio. Ero coperto di fango dalla testa ai piedi e non so quante volte sono caduto nelle voragini delle bombe, sui fili spinati. Mi hanno tagliato tutto. Tutto mi volava intorno e sopra, esplosivi, pallottole, fischi, scatole di carbone, bottiglie di rum, taniche di petrolio. Questo mi ha reso davvero furente con questo personaggio che se la spassa in tutto il paese grazie alla mia reputazione, quindi farò un’azione legale contro quest’uomo. Sporgerò tre denunce contro quest’uomo: una per aver dichiarato il falso, la seconda per avermi impersonato, la terza per avere ingannato il pubblico in generale”.
Insomma, mentre il povero Tom Longboat passava le pene dell’inferno nelle trincee della prima guerra mondiale, qualcuno gli aveva rubato l’identità e la gloria e l’aveva trasformata in un mezzo di sussistenza, ma soprattutto in un modo per accentrare l’attenzione su di sé.
Il ladro di identità si chiamava Edgar Laplante ed era nato nel 1888 a Pawtucket, nello stato di Rhode Island, da padre franco canadese e madre di incerte origini indigene. Prima di mettere in atto la sua prima, grande truffa, aveva studiato canto e recitato nella parte dell’indiano nel luna park di Coney Island. Fisicamente, non assomigliava per niente al vero Tom Longboat. L’idea di impersonare il grande atleta nativo americano gli venne, forse, dal fatto che in un paio di occasioni era stata data notizia della sua morte in guerra. Tra parentesi, anche la moglie del povero Longboat credette a queste notizi e nel 1918 si risposò: quando venne a sapere che il suo primo marito era ancora vivo, si dichiarò felice per lui, ma non lasciò il suo nuovo compagno.


Il finto Cervo Bianco

Ma torniamo al furto di identità: nel 1917 Laplante capisce che il gioco sta per finire e che corre il rischio di venire smascherato. Abbandona così i panni dell’atleta irochese e indossa un nuovo costume, quello di Cervo Bianco (White Elk), capo Cherokee e barone del petrolio, con un grande giacimento sotterraneo in Oklahoma. Oltre a un grande ricchezza, il leader nativo vanta anche doti atletiche eccezionali: in un’occasione – e con un senso dell’ironia che ha del geniale – dichiara di volersi recare a Toronto per sfidare Longboat in una gara di corsa! Si sposta in continuazione tra Stati Uniti e Canada per promuovere la causa dei nativi americani e, manco a dirlo, anche per raccogliere fondi e donazioni.
In Utah, a Salt Lake City, si sposa con Burta Thompson, anche nota come Principessa Ah-Tra-Ah-Saun della tribù dei Klamath della California, un’infermiera con una passione per la causa dei nativi americani, che non sospetterà mai della vera identità di suo marito. Il matrimonio ha vita breve (complice anche la grande passione di Cervo Bianco per alcol e cocaina) e la donna morirà di parto mentre Laplante si trova in Europa. Grazie alla sua nuova identità, Laplante viene assunto dalla Paramount Pictures per recitare nel film “I pionieri” di James Cruze. Parte in tournée con questo spettacolo e sbarca a Liverpool nel dicembre del 1922, a bordo della nave SS Regina.
L’uomo, alto e imponente nei suoi paramenti tradizionali, viene preceduto dalla sua fama e accolto da una folla di ammiratori. Un giornale dell’epoca ce lo racconta così: “Quando il fumo delle ciminiere si diradò, Cervo Bianco annunciò che intendeva incontrare sua Maestà come emissario del popolo Cherokee e richiedere una migliore educazione per la sua razza nel Dominio Britannico del Canada”.
Cervo Bianco inizia il suo show europeo in grande stile e chiede di incontrare niente meno che il re d’Inghilterra. Le sue dichiarazioni sono roboanti: “Mio bisnonno, mio nonno, mio padre erano tutti dei capi tribù; io ho ereditato tale titolo e sono l’ultimo di 1600 capi. Io sono quello che ha conferito al Principe di Galles il titolo di “Grande Stella del Mattino”. Fra pochi giorni andrò in Inghilterra per ottenere dalla benevolenza di Re Giorgio la protezione per i miei figli indiani”.
L’incontro salta per complicazioni burocratiche, ma le avventure di Cervo Bianco continuano: a Manchester si sposa con una ricca vedova di nome Ethel Elizabeth Holmes e continua a raccogliere fondi per i suoi “figli indiani” ma poi incorre nelle attenzioni di Scotland Yard per una relazione omosessuale, che all’epoca era considerata reato, e decide di cambiare aria, dirigendosi a sud.
Si muove per qualche tempo tra Parigi e Bruxelles, poi scende in Costa Azzurra, dove seduce la giovane e attraente contessa Antoinette Khevenhüller-Metsch e la madre Milania. L’affascinante capo Cherokee lamenta l’impossibilità di attingere alla sua fortuna in America, e così alleggerisce le due sprovvedute richiedendo prestiti e donazioni. Insieme alle due nobildonne, Cervo Bianco si sposta in Italia ed è un vero e proprio trionfo.
Come scrive il suo biografo Paul Willets: “Era un po’ come la Beatlemania, ma fu la White Elk mania a colpire l’Italia. Quando Laplante arriva a Firenze, il suo hotel è sotto assedio – e c’è un cordone di polizia a proteggerlo”. Cervo Bianco distribuisce denaro a destra e a manca e ben presto diventa la mascotte del regime fascista: a Fiume lo nominano “Fascista ad Honorem”, a Bari riceve una seconda tessera del partito. È il 1924: si è da poco consumato l’omicidio di Matteotti e il “principe pellerossa” è un argomento esotico, ideale per distrarre l’attenzione delle masse. Laplante incontra i vertici del partito – l’incontro con Mussolini salta per un soffio – offre pranzi munifici, riceve onorificenze e fa donazioni per i reduci di guerra, il tutto con i soldi che sapientemente continua a spillare alla contessa.
La famiglia delle nobildonne inizia a preoccuparsi per via degli ammanchi finanziari.


Tom Longboat e Edgar Laplante

Quando si rende conto che il suo gioco sta per venire smascherato, si sposta in Svizzera, a Lugano, ma qui viene arrestato e internato nel manicomio di Mendrisio. Dopo un primo processo in terra svizzera, Laplante viene rimpatriato in Italia, a Torino. Qui subisce un secondo processo del mese di ottobre del 1926, in cui viene condannato a cinque anni di reclusione. Tuttavia, sarà liberato e rimpatriato negli Stati Uniti dopo tre anni. Ancora oggi, il suo costume in candida pelle di daino è esposto presso il Museo di Antropologia Criminale di Cesare Lombroso, un curioso manufatto tra crani umani, reperti carcerari e strumenti frenologici. Il genero del famoso criminologo, Mario Carrara, svolge una perizia psichiatrica sul soggetto, descrivendolo come “bugiardo patologico dalla personalità istrionica”.
In effetti, sebbene con i suoi inganni Edgar Laplante fosse riuscito ad accumulare una fortuna ingente (si stima circa 60 milioni di dollari!), fu altrettanto pronto a sperperarla in mance generose, donazioni principesche e soldi gettati letteralmente dal balcone. La sua messinscena, così come quella precedente che coinvolgeva Tom Longboat, era volta non tanto ad accumulare ricchezze, quanto, piuttosto, ad accentrare l’attenzione su di sé, in una sorta di delirio narcisistico.
Tornato a New York, davanti ai giornalisti che si accalcano per intervistarlo, Edgar Laplante dice di essere cambiato, di desiderare una vita tranquilla e onesta. Muore in povertà, il 23 gennaio del 1942, ma anche davanti alla morte una maschera copre il suo volto. Ancora una volta ha un’identità diversa dalla sua: all’obitorio lo registrano come “Aquila Bianca (White Eagle), maschio indiano”.
Termina così la storia di Cervo Bianco, un truffatore dell’Era del Jazz che visse in modo decisamente sopra le righe. A chiosa di questa vicenda così insolita, il commento di Oreste Del Buono e Giorgio Boatti è quanto mai attuale: “Servirebbe una spiegazione: e non tanto sulla vita sbrindellata di Cervo Bianco. Ma su questa faccenda degli italiani così facilmente magnetizzati, così desiderosi di farsi ammaliare: “Forse non era stato Laplante a inventare Cervo Bianco per gli italiani, ma gli italiani a inventare Cervo Bianco per Laplante. Gli italiani avevano proiettato su di lui il loro confuso desiderio di fasto e d’avventura. Avevano bisogno di un mago che li guarisse dalla mediocrità del loro presente. Qualcuno da applaudire per meriti che nessuno conosceva esattamente, e che consistevano principalmente in una ricchezza favolosa.” Lo scrittore torinese Ernesto Ferrero gli ha dedicato un libro affascinante (purtroppo quasi introvabile), pubblicato prima con il titolo di “Cervo Bianco” e successivamente con quello di “L’estate dell’indiano”.

Iron Eyes Cody 1904-1999

Una canoa scende lungo un fiume. A guidarla è un nativo americano, chiaramente caratterizzato dalle lunghe trecce nere e dal vestito frangiato di pelle di daino. Nel corso della discesa, le acque del fiume si popolano di plastica e cartacce galleggianti e il bosco si trasforma in una foresta di acciaio e cemento, un tipico paesaggio urbano americano.
L’indiano tira in secca la canoa su una spiaggia cosparsa di rifiuti, poi si avvia fino ai bordi di un’autostrada. Da un’auto in corsa lanciano un sacco di immondizia, che gli atterra proprio davanti ai mocassini. L’indiano si volta verso l’obiettivo della macchina da presa e una lacrima scende lungo il suo viso.


Iron Eyes Cody

“Alcune persone hanno un profondo e durevole rispetto per la bellezza naturale che un tempo fu questo paese. Altre no. La gente ha dato inizio all’inquinamento. La gente può fermarlo”.
Quella che abbiamo raccontato è una pubblicità progresso del 1971, “Keep America Beautiful”. L’indiano sulla canoa entrò nell’immaginario collettivo come “the crying indian”, l’indiano che piange. L’attore che lo impersona ha recitato in oltre duecento film western hollywoodiani, al fianco di attori del calibro di John Wayne e Steve Mc Queen, la sua voce che intona canti tradizionali è incisa anche in “Lakota”, una canzone del 1988 della cantautrice canadese Joni Mitchell.
Il suo nome è Iron Eyes Cody (1904 – 1999), e dichiarò per tutta la vita di avere una discendenza cherokee, da parte di padre, e cree, per parte di madre. Sposò un’archeologa ed etnografa nativa americana di nome Bertha Parker e con lei adottò due bambini di origine Dakota Maricopa. Per Cody essere indiano era un’occupazione a tempo pieno, che andava ben oltre le apparizioni sul grande schermo: i mocassini, le frange e le perline dei suoi costumi hollywoodiani lo accompagnavano anche nella vita di tutti i giorni.
Questa sua full immersion nel ruolo dell’indiano fa venire in mente un altro celebre attore, Bela Lugosi (1882 – 1956) che, complice anche un generoso consumo di oppiacei, visse in un rapporto di morbosa dipendenza con il suo personaggio più famoso, il Conte Dracula, fino al punto di venire seppellito con addosso il suo macabro frac.
Al di là del costume e dell’aspetto esteriore, Iron Eyes fu sempre vicino alla causa dei nativi americani. La cruda e prosaica verità venne rivelata nel 1996 : l’indiano triste era in realtà un immigrato italiano di seconda generazione. Il suo vero nome era Oscar de Corti e i suoi genitori, originari della Sicilia, gestivano un emporio in Louisiana. In seguito al divorzio, il giovane Iron Eyes e due suoi fratelli adolescenti seguirono il padre in Texas, dove modificarono il loro cognome in Corti e successivamente in Cody, per iniziare a lavorare come comparse a Hollywood.


Oscar de Corti – Iron Eyes Cody

La sorellastra di Cody (nata da un successivo matrimonio della madre) provò le sue affermazioni con documenti di famiglia e un certificato di battesimo. “Fin da bambino”, disse, “ha sempre voluto essere un indiano. Se trovava qualcosa che sembrava indiano, lo indossava”.
L’attore, che ormai aveva superato i 90 anni, negò l’evidenza: “non può provarlo”, affermò, “tutto quello che so è che sono soltanto un altro indiano”. Continuò a vivere come aveva sempre fatto sino ad allora, in una casa che era un mausoleo alla sua carriera, una vita passata tra assalti alla diligenza e cactus di carta pesta. Morì di cancro tre anni dopo, nel 1999. Con grande umanità e tolleranza, la comunità dei Nativi Americani di Hollywood lo onorò per il suo costante supporto: anche se non era indiano, affermarono, le sue opere caritatevoli erano in fondo più importanti del suo non-essere indiano.

Forrest Carter (Asa Earl Carter) 1925-1979

“Nonna disse […] quando trovi qualcosa di buono, la prima cosa da fare è condividerla con chiunque tu riesca a trovare; in questo modo, il bene si diffonde fino a dove non puoi sapere che andrà a finire”
“The education of Little Tree”, tradotto in Italia con il titolo di Piccolo Albero, è un libro pubblicato nel 1976 negli Stati Uniti, che racconta la storia di un piccolo orfano, adottato dai nonni Cherokee sui monti Appalachi ai tempi del proibizionismo. Il giovane Piccolo Albero cresce insieme ai nonni e apprende da loro una saggezza profonda e spirituale, che abbraccia la natura e la società in modo semplice ma efficace. Il libro, dedicato proprio ai Cherokee, trasuda amore per la natura, amore reciproco e sfiducia nei confronti del guv’mint, il governo.
Asa Earl Carter
L’autore del libro si chiama Forrest Carter, e di lui si sa molto poco: si dice che sia di origini texane, di discendenza Cherokee, proprio come Piccolo Albero, e che il libro sia in gran parte di derivazione autobiografica. Si fa fotografare con cappello stetson e camicia a quadri e si vanta di un passato avventuroso da cavaliere di rodeo.
Forrest scrive anche altre storie di ambientazione western: una, in particolare, con il titolo “The Outlaw Josie Law”, verrà trasformata in film da Clint Eastwood, diventando così il celebre “Il texano dagli occhi di ghiaccio”.
Piccolo Albero diventa progressivamente un successo internazionale, viene stampato e ristampato in diverse edizioni, fino a quando, nel 1991, uno storico di nome Dan T. Carter prova definitivamente che si tratta di una bufala letteraria colossale.
Forrest Carter, infatti, è uno pseudonimo fittizio, la maschera buona che cela un volto inquietante: quello di Asa Earl Carter (1925-1979). Asa è in realtà originario dell’Alabama non ha neanche un goccio di sangue Cherokee nelle vene, né la nazione Cherokee ha mai beneficiato di un solo centesimo dei suoi proventi. Tutto sommato, però, questo è l’aspetto meno scioccante, dal momento che Asa Carter fu un leader del Ku Klux Klan, la società segreta che propugna (purtroppo ancora ai giorni nostri) la supremazia della razza bianca e l’odio nei confronti della popolazione afroamericana.
Negli anni cinquanta, Carter e gli uomini del suo gruppo si macchiarono di crimini a dir poco ributtanti, come l’attacco sul palco al musicista di colore Nat King Cole oppure la castrazione e il quasi omicidio di Judge Edward Aaron. All’uomo vennero incise sul petto le tre kappa e gli fu versato del solvente chimico sulle ferite.
Non solo: Carter collaborò anche con il governatore dell’Alabama George Wallace, un altro razzista della peggiore risma, coniando per lui il simpatico slogan “segregazione ora, segregazione domani, segregazione per sempre”.
Insomma, dietro alle edificanti parabole dal sapore dickensiano di Piccolo Albero si celava, in realtà, un uomo intriso di odio razziale e pregiudizi. Se è vero che la vita dell’autore non dovrebbe incidere nel giudizio della sua opera, è altrettanto vero che un curriculum del genere fa passare, quanto meno, la voglia di leggere. Sono stati in molti a chiedersi se Asa Carter si fosse in qualche modo pentito del suo passato o se invece il nuovo alter ego fosse semplicemente un modo per fare soldi e ricostruirsi una faccia dopo il naufragio politico. Non lo sapremo mai con certezza, ma il fatto che lo stesso pseudonimo scelto da Carter fosse in realtà un tributo a Nathan Bedford Forrest (1821-1877), un fondatore del Klan, lascia non pochi dubbi in merito a una possibile redenzione.


Ancora Asa Earl Carter

Carter morì nel 1979, portandosi nella tomba la risposta. La sua morte, riportata come arresto cardiaco, fu in realtà il risultato di uno scontro a pugni con uno dei suoi figli tra i fumi dell’alcol.
Di tutti i commenti fatti su questa vicenda, curiosa ma anche inquietante, uno dei più appropriati mi sembra quello fatto dallo scrittore nativo Sherman Alexie, che afferma: “Piccolo Albero è un libretto adorabile, e qualche volta mi chiedo se sia un atto di redenzione romantica da parte di un suprematista bianco pieno di senso di colpa, ma alla fine penso che sia piuttosto l’ipocrisia razziale di un suprematista bianco”.

Long Lance Buffalo Child (Sylvester Clark Long) 1890-1932

“Che vergogna, abbiamo accolto un negro!” Con queste parole di un giornalista del New York Times, nel 1929, termina la carriera – cinematografica e non solo – del capo Lunga Lancia Figlio del Bisonte, sul set del film “The Silent Enemy: An Epic of the American Indiani”.
Lunga Lancia, attore famoso, giornalista, scrittore e difensore della causa indiana non era, come lui stesso dichiarava, il figlio di un capo tribù Blackfoot. Il suo vero nome era Sylvester Clark Long (1890-1932) ed era figlio di un bidello di colore di Winston Salem, nel North Carolina. Negli anni Venti, la discriminazione razziale imperava nel sud degli Stati Uniti e il futuro di un afroamericano difficilmente si prospettava come roseo. Il giovane Sylvester trovò un modo alternativo per appagare le proprie ambizioni.


Long Lance Buffalo Child

La sua metamorfosi in “nativo americano” avvenne a quattordici anni, tra gli spari a salve di un “wild west show”. L’impresario dello spettacolo itinerante lo scambiò per un indiano a causa dei suoi capelli lisci e degli zigomi alti. Long apprese la lingua Cherokee da un altro attore del circo e iniziò a raccontare storie sulle sue radici Cherokee e la sua infanzia nel villaggio.
Grazie a questo suo passato fasullo, riesce a guadagnarsi un’istruzione. Spacciandosi per indiano, presenta una domanda di iscrizione alla Carlisle Indian Industrial School: per un colpo di fortuna, la domanda viene accettata senza un esame accurato, e John riesce a entrare e a diplomarsi come uno degli allievi più brillanti, insieme al grande atleta nativo Jim Thorpe e a Robert Geronimo, figlio del celebre capo apache. Sylvester Long indianizza il suo nome e diventa Long Lance.
In seguito, frequenta l’Accademia militare Saint John di Manlius, New York, aprendosi una strada che sarebbe stata completamente preclusa al figlio di un bidello di colore. Terminati gli studi, nel 1916 si trasferisce in Canada. Nel frattempo, scoppia la Prima Guerra Mondiale e Long Lance si arruola come volontario nell’esercito canadese, combatte in Francia e viene ferito nell’estate del 1917. Nel 1919 viene congedato a Calgary, dove inizia una nuova carriera come giornalista, pubblicando diversi articoli sui nativi su riviste americane di spicco, quali Vogue e Good Housekeeping.
Sostiene di essere un Cherokee dell’Oklahoma, ma nel 1922 viene adottato dalla Confederazione dei Blackfoot canadesi: da allora in poi, si presenterà come membro di quella tribù. Nel 1927, scrive una biografia in cui racconta la sua infanzia – immaginaria – tra i Blackfoot. Il libro, con il titolo “Long Lance”, riscuote un grande successo editoriale e viene apprezzato dai critici e dagli antropologi. Long Lance tiene conferenze e incontri in cui parla dei nativi delle pianure, incassando un gettone principesco di cento dollari a comparsa.


Ancora un ritratto di Long Lance Buffalo Child

Nel 1930 il libro viene tempestivamente tradotto anche in Italia: proprio come Cervo Bianco, anche Long Lance esercita un grande fascino sui fascisti. Il motivo è chiaro. Nelle sue pagine, infatti, le camicie nere trovano una celebrazione del senso di comunità e del legame tra il popolo e la terra che lo ospita: il messaggio di Long Lance viene accolto e declinato secondo i valori di “Dio, Patria e Famiglia”.
Subito dopo il libro, Long Lance inizia a lavorare come attore per The Silent Enemy, un film-documentario muto sulla vita degli Ojibwai prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Ma proprio sul set del film cominciano a sorgere sospetti sulla sua vera identità razziale, e la storia di Long Lance si sgretola in modo irrimediabile. Lo studio cinematografico non rende pubbliche le sue scoperte, ma lo costringe ad abbandonare il set.
Dilaniato da un profondo conflitto di identità, Long Lance sprofonda nell’alcolismo e nel 1932 si suicida nel salotto di una sua ammiratrice, a Baldwin, in California. Questo atto finale è il culmine di una vita drammatica, stroncata dall’orrore della segregazione razziale.

Conclusione

Le cinque storie che abbiamo raccontato hanno in comune quella che si può definire come un’appropriazione indebita dell’identità nativa americana. Come abbiamo visto, le finalità che hanno portato questi cinque uomini a “travestirsi” da indiani sono diverse, e spaziano dalla truffa più o meno raffinata fino a un disinteressato amore per la cultura dei nativi.
Certo, non furono i soli a sfruttare la maschera dell’indiano a loro uso e consumo: anche su grande scala, infatti, la cultura nativa è stata dapprima cancellata con la violenza dei massacri e l’orrore delle boarding school, e poi ripresa, reinterpretata dai bianchi, inglobata in una spiritualità new age confusa e sfumata, ridotta a stereotipo.
Per concludere, vorrei usare le parole di Non qui, non altrove, un bellissimo libro dello scrittore nativo Tommy Orange: “Chiunque altro da noi ci ha definiti e caratterizzati, e continua a calunniarci, sebbene le verità della nostra storia e delle nostre attuali condizioni in quanto popolo siano facilmente consultabili in rete. Abbiamo il triste profilo dell’indiano sconfitto e le teste che rotolano giù dalle scalinate dei templi; li abbiamo in mente, Kevin Costner che ci salva, John Wayne che ci abbatte con la sua pistola, un italiano di nome Iron Eyes Cody che ci interpreta nei film. Abbiamo la pubblicità dell’indiano che piange perché la gente imbratta le strade di rifiuti (di nuovo Iron Eyes Cody) e abbiamo l’indiano pazzo che lancia fuori il lavandino ed è la voce narrante di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Abbiamo tutti i cliché e le mascottes. La copia di una copia dell’immagine di un indiano in un libro di testo. Dalla cima del Canada e dell’Alaska fino in fondo al Sudamerica, gli indiani sono stati rimossi e poi ridotti a un’immagine decorata di piume. Le nostre teste campeggiano su bandiere, maglie e monete […] ma queste monete, come le verità su ciò che è accaduto nella storia del mondo e come tutto il sangue versato nei massacri, sono ormai fuori corso.”

Riferimenti bibliografici

  • Ernesto Ferrero, Cervo Bianco, Mondadori, 1980 (successivamente ristampato da Einaudi con il titolo “L’estate dell’Indiano”.
  • Mariano Tomatis, “Il finto pellerossa che ingannò i fascisti” http://www.marianotomatis.it/blog.php?post=blog/20140315
  • Paul Willets, King Con: The Bizarre Adventures of the Jazz Age’s Greatest Impostor, Penguin, 2018
  • Forrest Carter, Piccolo Albero, Salani 2010
  • Lunga Lancia figlio del bisonte. Autobiografia di un capo pellirosse, Edizioni Angolo Manzoni, 1993
  • Tommy Orange, Non qui, non altrove, Frassinelli, 2019

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