Lo straniero della valle oscura

A cura di Domenico Rizzi
La locandina del film
Che il western sia ormai globalizzato da decenni è un fatto dimostrato, da quando lo scenario delle sue trame non è più quello delle praterie e dei deserti nordamericani, ma si è esteso alle regioni del Sud Africa, dell’Australia, dell’America meridionale e perfino della Spagna.
“La carovana dei coraggiosi” (The Fiercest Heart) diretto nel 1961 da George Sherman si svolge nel 1837 e narra di un gruppo di Boeri che cercano una terra dove stabilirsi, sfidando, con l’aiuto di due soldati inglesi disertori, l’ostilità degli Zulu. Anche “La furia degli implacabili” (The Hellions, 1961, regia di Ken Annakin) ha come ambientazione una cittadina sudafricana sconvolta da una banda di criminali e difesa da un audace ufficiale di polizia. Più numerosi i western australiani, da “Carabina Quigley” (Quigley Down Under, di Simon Wincer, 1990) a “The Tracker” (Rolf De Heer, 2002) ai vari remake della storia di un celebre fuorilegge irredentista, dei quali l’ultimo in ordine di tempo è “Ned Kelly” (Ned Kelly, di Gregor Jordan, 2003). Nel novero può rientrare anche “Australia” (Baz Luhrmann, 2008) un contemporary western che si svolge durante il secondo conflitto mondiale con qualche concessione al surreale alimentato dalla cultura aborigena.
Il Sud America vanta parimenti dei titoli importanti nel genere, come “Verdi dimore” (Green Mansions, di Mel Ferrer, 1959) “El Topo” (Alejandro Jodorowsky, 1970) e “Mission” (The Mission, di Roland Joffè, 1986) per citarne solo qualcuno dei più noti. Infine, la Spagna, teatro di centinaia di pellicole di pistoleri di produzione italiana, tedesca, ispanica ed anche statunitense, ha ricreato il proprio West in un angolo della penisola con la lunga serie televisiva “Tierra de Lobos” ideata da Rocío Martínez e Juan Carlos Cueto e prodotta da Multipark Ficción e Boomerang TV nel 2010-2014, trasmessa parzialmente anche in Italia.

Con queste anticipazioni, non è dunque giunto del tutto inaspettato neppure l’esperimento del regista austriaco Andreas Prochaska “Lo straniero della valle oscura” (Das Finstere Tal, 2014) che trasferisce l’ambientazione di fine Ottocento in uno sperduto villaggio delle Alpi italo-austriache, dove gli ingredienti del western tradizionale ci sono tutti, dal sopruso compiuto da Old Brenner che esercita il diritto medievale dello jus primae noctis con qualsiasi giovane sposa, disseminando di figli illegittimi la contrada, ai furibondi scontri a fuoco nei boschi innevati. L’abuso di Brenner andrà avanti fino all’improvvisa comparsa di un Americano di nome Greider che reca con sé, oltre ad un’apparecchiatura fotografica per riprendere i meravigliosi scenari delle montagne, anche un fucile Winchester ed una congrua scorta di proiettili. Ovviamente la sua identità e il vero scopo della missione rimangono celati a lungo, lasciando intuire, attraverso alcuni angoscianti flashback di violenza estrema – una donna rapita e violentata, il marito addirittura crocifisso: i genitori di Greider – che l’uomo nutre intenzioni tutt’altro che pacifiche.
La furia dello straniero, che si prende a cuore la vita e l’onorabilità di Luzi, andata in sposa ad un bravo giovane (Lucas) e prossima a subire l’oltraggio del Vecchio Brenner come tutte le altre giovani mogli, si scatena dopo l’umiliazione inflittagli in una taverna da due uomini, che lo vogliono obbligare a bere della grappa nonostante il suo rifiuto.

Poco dopo incomincia la sua serie di vendette, che saranno compiute con ogni mezzo – uno degli uomini viene accecato e lasciato vagare finchè non precipita in un burrone – ma soprattutto premendo ripetutamente il grilletto del fedele Winchester, che semina la morte non risparmiando neppure il sacerdote del paese, in combutta con gli oppressori. Messa al sicuro Luzi, sottraendola agli uomini che l’avevano rapita appena dopo le nozze, Greider sfida i rapitori ad affrontarlo in una fattoria e li uccide uno dopo l’altro, centrandoli con precisi colpi della sua arma micidiale. Infine completa la sua opera di distruzione, aiutato dal marito di Luzi, liberandosi degli altri criminali e del sordido vecchio che giace in un letto. Ferito gravemente ad una spalla, sarà costretto ad una convalescenza di tre settimane, amorevolmente assistito dalla ragazza e dalle altre donne che gli sono grate. Infine deciderà, su consiglio della stessa Luzi, di andarsene per sempre, per timore di ritorsioni, essendovi ancora in circolazione molti figli naturali o parenti di Old Brenner. Così l’Americano si allontana in sella al suo cavallo, dileguandosi sullo sfondo delle montagne coperte di neve, un finale che ricorda da vicino “Il cavaliere pallido” (The Pale Rider, 1985) di Clint Eastwood.
Il film di Prochaska, girato nella Val Senales dell’Alto Adige, benchè segnalato come miglior film in lingua straniera per l’87^ edizione degli Oscar, ha ottenuto riconoscimenti soltanto nel nostro continente, con l’assegnazione dell’European Film Awards per la miglior scenografia a Claus Rudolf Amler e i migliori costumi a Natascha Curtius-Noss. Inoltre si è guadagnato 9 nomination al Deutscher Filmpreis, semplificato in Lola Awards per la forma femminile della statuetta, il più importante premio cinematografico tedesco (accompagnato da un compenso in denaro di 3 milioni di euro) aggiudicandosene 7.

Ottima l’ambientazione nel paesaggio perennemente innevato, che ricorda “Inferno bianco”, diretto e interpretato da Stefano Jacurti e Emiliano Ferrera, un horror western italiano girato sulle montagne dell’Abruzzo. Buona anche la caratterizzazione dei personaggi, con l’inglese Sam Riley nella parte del giustiziere Greider, la tedesca Paola Beer (Luzi) l’austriaco Tobias Moretti (vero nome Tobias Bloéb) nei panni di Hans Brenner ed un cast di tutto rispetto, quasi interamente composto di attori germanici. La sceneggiatura è di Prochaska, Martin Ambrosch e Thomas Willman, la fotografia di Thomas W. Kiennast e le musiche di Mathias Weber; molto ben curati anche la scenografia e il montaggio. Tutto sommato, questo film, ricavato dal romanzo omonimo di Thomas Willman (2010) avrebbe meritato qualche apprezzamento in più, considerato che la storia, benchè non originalissima, è avvincente e non stanca mai lo spettatore.
“Lo straniero della valle oscura” ha riscosso consensi, ma anche critiche poco condivisibili da parte di chi scrive. E’ evidente che ricalchi una tematica molto cara al genere western – il cavaliere sbucato dal nulla e destinato, dopo aver compiuto la sua missione, a scomparire, lasciandosi alle spalle gratitudine e forse amore – ma ciò non basta a far ritenere l’attore principale poco aderente al suo ruolo: non è detto che il vendicatore solitario debba per forza possedere l’aspetto e le qualità di Alan Ladd (“Il cavaliere della valle solitaria”) o di Clint Eastwood (“Il cavaliere pallido”, “Lo straniero senza nome”). Al contrario, giova maggiormente alla dinamica dell’azione che abbia il viso pulito di un fotografo americano attratto dalla selvaggia natura di una remota valle alpina. I “cattivi”, tutti fratelli e fratellastri fra loro, rivestono con grande naturalezza il ruolo loro assegnato e le scene di combattimento non contengono eccessive esagerazioni.

Le donne, tranne la giovane Luzi, narratrice della storia – l’unica ad avere un minimo di dialogo con Greider, facendo riferimento alla sua provenienza americana, al suo Winchester e agli Indiani – sembrano accontentarsi di un posto marginale nella vicenda. I loro volti spaventati o rassegnati esprimono tutta l’inconfessabile tragedia di una comunità oppressa.
Recentemente sono apparsi diversi articoli sulla stampa nazionale e locale che evidenziano l’inaspettato revival del western, sia a livello letterario (Larry Mc Murtry, “Le strade di Laredo”) che cinematografico (“Eightful Heights” di Quentin Tarantino, “Hostiles” di Scott Cooper) auspicando che il genere riprenda fiato anche in Italia. Il problema, costi a parte, rimane sempre quello di imprimere agli eventuali nuovi lavori quel pizzico di originalità che non li faccia scadere nella banalità, come accadde negli ultimi anni di sopravvivenza dello spaghetti-western, quando ormai si cercava soltanto la teatralità dei duelli contando i morti con la calcolatrice. Il film di Prochaska non ha invece nulla che lo accosti a quel tipo di pellicole: è semplice, lineare, senza pause esasperanti, né primi piani troppo insistiti dei personaggi. Inoltre, la violenza non appare fine a se stessa come talvolta accade in diversi film di produzione nazionale. Il fatto che gli scontri si svolgano tutti a colpi di fucile, senza Colt fatte ruotare intorno all’indice prima di essere rimesse nella fondina, avvicina la trama all’autentica realtà del West, nel quale, come raccontò l’ex sceriffo Pardner Jones al regista John Ford, “se si era in un vero scontro a fuoco si usava il fucile”. (Peter Bogdanovich, “Il cinema secondo John Ford”, Pratiche Edizioni, Parma, 1990, p. 47).

In conclusione, per atipico che si possa considerare, “Lo straniero della valle oscura” possiede molti caratteri di un vero film western, nonostante che la scena si sia trasferita dalle Montagne Rocciose alle Alpi del Sud Tirolo. Il mito del cavaliere solitario, misterioso e indecifrabile quanto taciturno e spietato, è piacevolmente riproposto nei panni inconsueti di un uomo che si nasconde dietro l’innocente apparenza di un fotografo.
Il vendicatore di tanti torti è ritornato, questa volta per tingere la neve dei boschi, anziché le polverose strade delle cittadine di Frontiera, del colore del sangue.

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