Il carro dei pionieri

A cura di Sergio Mura

Un carro coperto in viaggio
L’anno 1835 fu quello che vide l’avvio della grande migrazione verso ovest, verso il west americano che sarebbe diventato leggenda in pochi decenni. Erano tempi in cui solo i più coraggiosi e avventurosi tra i pionieri potevano trovare le forze ed il coragigo per affrontare un viaggio terribile e rischioso come quello verso la frontiera seduti a cassetta di un carro di legno dotato di una copertura leggera. Era il carro dei pionieri, la “goletta delle praterie”, un derivato semplificato del famosissimo (e pesantissimo) carro “Conestoga” prodotto in Pennsylvania. Proprio sui Conestoga si era svolta la prima migrazione, quella che aveva trasportato oltre le Montagne Rocciose.
I nuovi carri erano certamente molto robusti – esattamente come i predecessori -, ma erano leggeri e in favore della leggerezza avevano sacrificato la comodità. Praticità prima di tutto, dunque, al punto che questi carri vennero immediatamente qualificati come atti a trasportare pesi molto sostenuti a buone velocità.


I pionieri amavano viaggiare in compagnia

E di rapidità di spostamento ci poteva essere bisogno in ogni istante del viaggio, sia per il forte rischio di trovarsi in mezzo ad un attacco di indiani, sia durante un attraversamento di un guado.
Gli elementi di cui erano composti questi carri dei pionieri erano solo tre: il fondo, il telaio con le ruote e la copertura di tela resistente.


Si viaggiava scomodi con una copertura di stoffa come solo riparo

Il legno era il materiale più usato ed era in genere di ottima qualità, perlopiù di noce americano, acero o quercia. C’erano anche parti di ferro. Erano i cerchioni, gli assali, i rinforzi laterali e le aste di connessione al telaio.
Di molle non c’era neppure l’ombra perchè – come abbiamo evidenziato – non era la comodità ad essere uno dei punti di forza di questo mezzo di trasporto. E non ce n’era l’ombra perchè nessuno dei 1.500 chili che potevano essere mediamente trasportati necessitavano di viaggiare ammortizzati.


Ancora una fila di carri di pionieri

L’unica strizzata d’occhio ad un minimo di comodità era costituita dalla copertura di stoffa. Grazie a quel tessuto, poggiato mollemente su archi di legno di abete o noce americano, c’era almeno la possibilità di ripararsi dalle peggiori intemperie o anche dal sole che lungo le pianure non scherzava affatto. La stessa copertura, pur essendo ben fissata agli archi della struttura, era facilmente ripiegabile su se stessa in maniera da consentire una buona circolazione d’aria durante i mesi estivi.
A dire il vero non è che fosse indispensabile ripiegare alcunchè, visto che l’estrema scomodità del viaggio in assenza di ammortizzatori consigliava ai familiari dei pionieri di procedere a piedi o a cavallo, comunque quasi sempre fuori dal carro.


Indiani attenti al lento incedere dei carri dei pionieri

Trascorrere un periodo troppo lungo all’interno del carro rischiava di creare seri problemi di salute a chiunque, né aiutavano gli spazi ristretti in cui ci si poteva muovere, essendo i carri quasi sempre pieni di ogni genere di merci e oggetti. Spesso contenevano il mobilio delle famiglie che si stavano spostando in cerca della terra promessa. Lo spazio era quello offerto dal fondo o piano di carico e non era granchè. I limiti erano contenuti nei 130 cm di larghezza e massimo 400 cm di lunghezza.
La forza delle persone era talvolta richiesta per spingere il carro stesso in certi momenti in cui l’avanzare si faceva complicato per mille motivi.


Tutti a piedi tranne il conduttore

Il traino era affidato naturalmente agli animali, quasi sempre muli o buoi.
I piedi di chi conduceva il carro erano poggiati su una cassetta di legno in cui i pionieri custodivano alcuni strumenti che sarebbero potuti essere d’aiuto in caso di necessità di effettuare riparazioni. Non c’erano grandi attrezzature, ci si limitava a qualche parte metallica di ricambio, al consueto cricco, a qualche pezzo di legno sempre buono in tante occasioni.
Non mancava anche un buon quantitativo di grasso dentro un secchio legato, all’esterno del carro, nella parte posteriore. Con quel grasso si lubrificavano costantemente le parti soggette ad attrito come i mozzi delle ruote o gli assali.


La sosta per la cena era l’unico momento di relax

Il viaggio era lentissimo e ogni giorno si riuscivano a coprire al massimo 20 miglia se la stagione era buona e se il tempo era clemente, altrimenti la strada percorsa diventava proprio poca.
I pericoli erano sempre in agguato ed i pionieri lo sapevano bene. Per questo cercavano di organizzare gruppi di carri, in maniera da sostenersi l’uno con l’altro nei momenti del bisogno. Inoltre, stare in gruppo serviva a tenere lontani gli indiani quando si attraversavano le loro terre. Gli attacchi alle carovane erano infatti molto rari, mentre erano frequenti quelli ai carri isolati.


Gli attacchi alle carovane erano un evento raro

Essere in gruppo, però, era utile in tantissime altre occasioni. Le disavventure non mancavano mai e spesso erano mortali. Erano gli incidenti, infatti, una delle principali cause di morte nei lunghi viaggi dei pionieri ed il carro era talvolta il protagonista di questi incidenti. A volte finiva ribaltato, altre volte si fracassava sulle rocce, altre volte ancora si impantanava o veniva trascinato via dalla corrente dei fiumi.
Tra le cause di morte c’erano le malattie e contro quelle nulla poteva la forza del numero dei viaggiatori. Anzi! Tra le malattie la parte del leone spettava sempre al colera, un compagno di viaggio terribile che portava a cifre da spavento, come quella – di stima – che diceva che ogni 80 metri di viaggio i pionieri seppellivano una persona della carovana.
In questo senso è utile leggere una frase famosa di un viaggiatore rassegnato: “Siamo a 250 miglia dal più vicino ufficio postale, a 100 miglia dal legname, a 20 miglia dall’acqua e a 20 centimetri dall’inferno.”


Una piccola pausa lungo il viaggio

La giornata dei pionieri iniziava prestissimo e al buio, quando erano appena le 4 del mattino e durava circa 18 ore. Un vero incubo di fatica, stress e sudore a cui si faceva fronte armati solo di una forza di volontà invincibile e del sogno della terra promessa e di una nuova vita.
Quelli che ce la facevano si sentivano in dovere di scrivere qualche riga di consigli a coloro che si sarebbero mossi successivamente. A volte venivano scritti autentici manuali di sopravvivenza.


Un carro isolato

La scelta della stagione era determinante al fine di aumentare le possibilità di successo del viaggio. L’inverno era la stagione peggiore in cui a tutti gli altri rischi si dovevano aggiungere quelli del maltempo e la morte per assideramento.
Il viaggio migliore era quello che si svolgeva lungo la primavera, ma non sempre i coloni potevano attendere l’arrivo del bel tempo.
Nel 1850 si raggiunse l’apice dei trasferimenti di persone a ovest: 55.000 pionieri spinsero i loro carri sulle piste della frontiera.

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