Il trombettiere di Custer e la verità su Little Big Horn

A cura di Raffaele Di Stasio

Giovanni Martini e il Tenente W. Cooke
La vigilia di Natale del 1922, la neve riempì di sogni l’oscurità e le strade bianche di Brooklyn chiamarono a raccolta i ricordi. Dietro i vetri Giovanni aspettava con lo sguardo fermo, provando a domare un evento imbizzarritosi tanto tempo fa; arrivano, pensava, mò arrivano… In fondo sapeva che non dovevano essere molti, i ricordi; sarebbero potuti spuntare da un momento all’altro, magari tenendosi sottobraccio come quei tre che stanno attraversando adesso la strada e ridono di nulla, giusto per non morire di freddo.
Però, se così fosse, se davvero quei tre sbandati giù in strada rappresentassero in qualche modo la somma dei suoi ricordi, allora tra poco dovrebbe arrivare anche il pensiero grande, il ricordo vero.
Quello che non cessa di stringergli il cuore e da più di quarant’anni gli porta gente in casa, persone arroganti che gli chiedono sempre la stessa cosa: «Signor Martini ci dica com’è andata, ci racconti la verità; coraggio signor Martini, un’ultima volta, poi non la disturberemo più».
Un ritratto di Martini
Giovanni aveva sessantanove anni, era stanco di raccontare la verità, avrebbe preferito cucirsi la bocca; inoltre, la verità che gli veniva chiesta non era certo la stessa che sapeva lui, una pietra dura che col tempo era diventata l’unica cosa che c’è.
Ma quelli, i giornalisti, insistevano e lui, alla fine, doveva per forza rispondere: «La verità la conoscete meglio di me; avete studiato i fatti, avete letto i documenti, avete parlato con gente importante. Io che vi posso dire di più?». «Lo sa bene cosa può dire, signor Martini; sia gentile, ci faccia questo regalo, visto che domani è Natale: ci dica la verità». «Ricevuto l’ordine sono tornato indietro, ecco la verità». «Sì, signor Martini, lo sappiamo; ma prima di tornare non vide il comandante dirigere i suoi squadroni verso il guado? Questo ce lo deve dire, signor Martini, questo lei lo sa. E poi, qual era esattamente il messaggio?». «Me lo scrisse il tenente Cooke sopra un pezzo di carta, l’avete letto mille volte, l’ha letto tutto il mondo quel messaggio».
«Certo signor Martini, tutti noi abbiamo letto quel pezzo di carta, ma vorremmo sapere le parole esatte del comandante».
Giovanni sapeva bene dove volevano arrivare, gli cominciavano a tremare le mani quando quelli facevano così, avrebbe voluto imbavagliarsi, sparire o prenderli quanti ne erano e sbatterli fuori di casa; ma succedeva sempre, a quel punto, che gli scoppiava in testa la voce secca del comandante: «Trombettiere!».
Il generale Custer
«Le parole esatte, signor Martini».
«Sì, signore!». «Tornate indietro, dite al capitano Benteen di correre qua, ditegli che abbiamo trovato un grosso villaggio e che porti altre munizioni, avete capito bene?». «Sì, signore!».
Ma Giovanni non era mai sicuro di capire bene. Erano solo due anni che stava in America quando successe il fatto e la lingua non la dominava ancora, s’imbrogliava; però una cosa l’aveva capita: davanti al comandante non bisognava esitare. Prese il messaggio, che il tenente Cooke, conoscendolo, gli aveva trascritto su un foglio, e partì al galoppo. «In quel momento, signor Martini, mentre si allontanava, non vide il comandante dirigere verso il guado?». «Forse, è possibile, non mi ricordo.»
«Dunque secondo lei il comandante diede l’ordine di scendere verso il guado». «Lo sa Gesù Cristo se diede quell’ordine. Io mi diressi più veloce che potevo verso il capitano Benteen. Poi, sulla strada, arrivato al punto dove gli squadroni si erano separati, vidi che la valle era piena di quei bastardi, urlavano come i cani; però i nostri, quelli rimasti col maggiore Reno, gliele stavano suonando».
Il Tenente William W. Cooke
«Riguardo a questo, signor Martini, al processo non dichiarò di aver avuto l’impressione che la linea del maggiore Reno stesse arretrando?». «Là non si capiva niente, io spronavo il cavallo e quello correva ventre a terra, però a un tratto vidi la valle e i nostri che tenevano duro; doveva essere un’accisaglia terribile. E mentre osservo la scena sbucano quattro o cinque di quei bastardi, le pallottole fischiano nelle orecchie e il cavallo prende a correre peggio di prima, non lo potevo tenere. Ma perché non ve ne andate, lasciatemi in pace». «Un’ultima cosa, signor Martini, e ce ne andremo, non la disturberemo più: quando raggiunse il capitano Benteen, che cosa gli disse?». «Consegnai il messaggio». «Ma quando il capitano Benteen gli chiese dove si trovava il comandante, lei che cosa rispose?». Sempre là andavano a parare, lo costringevano a umiliarsi, a confessare di aver usato parole scorrette, a dire che lui la lingua non la capiva bene: «Avevamo visto degli indiani, questo risposi». «Come disse, signor Martini, che gli indiani si erano imboscati o che si erano nascosti?».
E Giovanni diventava rosso di rabbia: «Ma che ve ne fotte a voi – urlava con tutta la faccia – . Quelli erano cani bastardi. Nascosti, imboscati, che differenza deve fare? Lasciatemi in pace, non voglio dire più niente, uscite da casa mia, uscite».
Quelli se ne andavano ridendo, dandosi pacche sulle spalle; Giovanni sbatteva la porta e rimaneva immobile a pensare. Gliel’avrebbe voluto dire al capitano Benteen che giù nella valle il maggiore Reno sembrava in difficoltà, e che gli indiani verso cui stava dirigendo il comandante forse stavano tutti nell’accampamento, quell’oceano di tende che toccava l’orizzonte.


Il famoso biglietto consegnato a Martini

Ma non fece in tempo a dire niente perché il capitano Benteen gli fece vedere la fortuna con gli occhi, mostrandogli il sangue sul mantello del cavallo: due buchi teneva l’animale, vicino al collo, ancora un minuto e stramazzava a terra. Giovanni non ci poteva credere che il destino si era dato da fare in quel modo per salvare la vita solo a lui. Non fosse stato lui, quel giorno, il trombettiere d’ordinanza, non avrebbe ricevuto l’ordine di tornare indietro col messaggio e sarebbe rimasto a crepare assieme al comandante e a tutti gli altri, perché quel giorno creparono tutti, fu una cosa mondiale; e se il cavallo fosse stato meno forte o se quei bastardi avessero avuto la mira più precisa, manco ci arrivava dal capitano Benteen e il messaggio andava a farsi benedire, diventava niente pure per lui, l’unico cristo che si era salvato, perché il comandante gli aveva detto di tornare indietro, se questa è una vita che si deve vivere.


La fase finale della battaglia di Little Big Horn

I pensieri smisero all’improvviso. Giovanni s’accorse che dietro i vetri il silenzio aveva irrigidito le strade e il cielo era diventato una lastra di metallo, mentre la stella del mattino scacciava i sogni dalla oscurità. Arriva, pensò Giovanni, mo’arriva.
Il racconto prende spunto dai fatti del Little Big Horn (1876), la battaglia in cui morì il generale Custer con tutti i suoi uomini, tranne uno: il trombettiere Giovanni Martini, alias John Martin, emigrante italiano nato a Sala Consilina (Sa) nel 1853, arrivato negli Stati Uniti nel 1874 e morto a New York la vigilia di Natale del 1922.

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Commenti

Una risposta a “Il trombettiere di Custer e la verità su Little Big Horn”

  1. Siamo proprio strani. - BaroneRosso.it - Forum Modellismo, il 25 settembre 2011 20:52

    […] […]

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