Tecumseh

A cura di Pietro Costantini

Il grande leader indiano, Pontiac, morto nel 1769, non era riuscito nel suo tentativo di unire i Nativi in una confederazione abbastanza forte da resistere ai Bianchi. Ma la lotta fra l’uomo rosso e l’uomo bianco non era ancora finita.
All’incirca al tempo della morte del vecchio capo, nella tribù degli Indiani Shawnee nacque un bimbo che doveva assumere su di sé la causa del suo popolo con coraggio e intelligenza allo stesso tempo. Questo bambino fu chiamato Tecumseh, che significa Stella Cadente o, secondo altri, Cometa Fiammeggiante. La tribù cui apparteneva Tecumseh non aveva ancora ceduto alle tentazioni offerte dall’uomo bianco.
Sebbene molte delle tribù a nord del fiume Ohio, a causa dell’influenza dei doni e del whisky, stessero rapidamente perdendo le loro virtù diventando mendicanti smidollati, pigri, ubriachi e litigiosi, gli Shawnee erano ancora forti e bellicosi. Parecchie delle bande Shawnee vivevano insieme in un grande villaggio sul fiume Mad, non lontano dal luogo ove ora sorge la città di Sprinfield, in Ohio. Lì si erano costruiti delle rozze capanne fatte di tronchi di piccoli alberi. Intorno alle abitazioni, sul fertile territorio che costeggiava il fiume vi erano campi di granturco, dove le donne indiane stavano al lavoro mentre gli uomini cacciavano o guerreggiavano. In questo villaggio, su di una ripa vicino al fiume, sorgeva la prima casa di Tecumseh. Suo padre, Puckeshinwau, era un capo minore di guerra della banda Kispoko (“coda che balla” o “pantera”). Sua madre, che era la seconda moglie di Puckeshinwau, si chiamava invece Methoataaskee ed apparteneva alla banda dei Pekowi, era sorella di un capo, ed era donna dal carattere forte. Tra gli Shawnee vigeva una discendenza patrilineare, per cui Tecumseh fu considerato un Kispoko.
Al tempo del matrimonio tra i suoi genitori, la loro tribù era stanziata da qualche parte nei pressi dell’attuale Tuscaloosa, in Alabama, dove bande Shawnee si erano stabilite tra i Creek un centinaio di anni prima, dopo essere state cacciate dai loro territori più a nord, nel tardo XVII secolo, da parte degli Irochesi, nel corso delle guerre chiamate appunto con il loro nome (o dette anche “guerre per il castoro”). Verso il 1759 la banda dei Pekowi si spostò di nuovo a nord verso la valle dell’Ohio e Puckeshinwau, non volendo dividere la moglie dai parenti, risolse di seguire la stessa strada, stabilendosi inizialmente nel villaggio fondato dai Chillicothe sul fiume Scioto, che divenne, negli anni ’60 del Settecento, il centro della rinata attività Shawnee nell’Ohio, e dove è possibile che Tecumseh sia nato. Non molto tempo dopo la sua nascita (o forse immediatamente prima), la sua famiglia si spostò nel nuovo villaggio fondato, questa volta dai Kispoko, più a nord su un piccolo affluente dello stesso Scioto.
Poiché Tecumseh era il figlio di genitori così nobili, e poiché era il primo di tre fratelli nati nello stesso giorno, venne tenuto in una considerazione non comune fin dal tempo della fanciullezza. I superstiziosi Indiani pensavano che i tre bambini sarebbero diventati degli uomini straordinari. Due di loro, Tecumseh e suo fratello Laulewasikaw, soddisfecero pienamente le più grandi aspettative dei loro amici e conoscenti.
Il bambino Tecumseh era un bel piccolo dagli occhi chiari, dai modi nel contempo convincenti e autoritari. Il suo passatempo preferito era giocare alla guerra. I bambini con cui giocava lo proclamavano sempre capo e gli erano devoti come erano sempre gli Indiani verso un vero capo. Non c’è da meravigliarsi che a quel tempo i giovani Shawnee giocassero alla guerra, visto che i loro padri erano quasi costantemente in guerra con i coloni. La giovinezza di Tecumseh fu lungi da essere un periodo pacifico e felice. Egli imparò presto la cupa oppressione e l’eccitazione selvaggia che accompagnano la guerra. Adesso veniva chiamato a prendere parte alla gioia violenta che seguiva ogni vittoria fra gli Indiani e, inoltre, a unirsi ai luttuosi lamenti delle donne quando i guerrieri morti venivano riportati al villaggio dal campo di battaglia. Ma la sua esperienza di guerra non si limitava a celebrare vittorie o a compiangere sconfitte avvenute lontano. Il nemico non risparmiava il villaggio in cui lui viveva. Tecumseh sapeva che, quando i guerrieri erano sul sentiero di guerra, i bambini dovevano stare vicino all’abitazione della madre, in quanto molte volte i messaggeri erano arrivati in tutta fretta ordinando alle donne di fuggire con i loro infanti nella foresta e nascondersi là finché i visi pallidi non fossero passati. Al pensiero dell’agitazione e del terrore di quei giorni il cuore del piccolo Tecumseh batteva forte. Anche in tempo di pace Tecumseh era abituato alla sofferenza. Il cibo e il vestiario erano così scarsi che spesso gli Indiani non avevano abbastanza da mangiare e da vestirsi. I bambini morivano per gli effetti della fame e del freddo, mentre uomini e donne diventavano magri ed emaciati. Spesso i cacciatori tornavano ai villaggi a mani vuote o portando solo piccole prede.
Essi attribuivano tutti i loro problemi ai “Lunghi Coltelli”, come chiamavano i Bianchi, che accusavano di aver rubato i loro territori di caccia. Così Tecumseh, fin da quando non era che un bambino, odiava i visi pallidi ed era felice quando la sua tribù entrava in guerra contro di loro.


Un villaggio Shawnee – clicca per INGRANDIRE

Nel 1774 gli Indiani dell’Ohio appresero che i Virginiani stavano entrando nei loro territori per distruggere i villaggi dei Nativi. Di conseguenza tutti i guerrieri abili alla guerra presero le armi e si lanciarono, con il prode capo Cornstalk, incontro al nemico. Il padre di Tecumseh era nel numero dei guerrieri, assieme a Cheeseekau, fratello maggiore di Tecumseh. Dopo un’ansiosa attesa, coloro che erano rimasti nei villaggi furono rallegrati dalla buona notizia che per il momento le loro case non correvano pericolo. Ma molte di quelle case erano rimaste deserte a causa delle battaglie combattute in loro difesa. Cheeseekau tornò dalla guerra solo: suo padre era caduto in battaglia (si tratta della battaglia di Point Pleasant). La madre e i bambini smisero il lutto per sedere vicino al fuoco con Cheeseekau ad ascoltare il giovane guerriero parlare della sua prima battaglia. Egli disse di aver desiderato morire sul campo di battaglia, come aveva fatto suo padre, perché un Indiano non poteva sperare in una fine migliore. Egli narrò del buon combattimento che gli Indiani avevano condotto e di quanto valorosi fossero stati i loro capi. «Per tutto il terreno di battaglia» egli disse «avreste potuto udire Cornstalk incitare i suoi uomini: “Siate forti! Siate valorosi!”» I guerrieri avevano più timore dell’ascia di Cornstalk che dei fucili dei Lunghi Coltelli. Nessuno osava fuggire. Qualcuno ci provò, ma Cornstalk piantò il suo tomahawk sulla testa del primo e gli altri tornarono indietro a combattere i visi pallidi. Finita la battaglia, Cornstalk convocò un Consiglio e disse: “I visi pallidi stanno venendo in gran numero contro di noi. Noi non possiamo respingerli. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo combattere ancora un po’, uccidere ancora qualcuno di loro e poi cadere? Dobbiamo mettere a morte le nostre donne e i nostri bambini e combattere finché moriamo anche noi?” Nessuno rispose. Allora egli disse: “Io vedo che voi non volete combattere. Voglio andare a fare la pace con gli uomini bianchi”. E ci procurò una buona pace. Cornstalk è il capo più grande che abbiamo avuto dai tempi di Pontiac».
George Rogers Clark
Poi seguì la storia del grande Pontiac, che aveva tentato di dissuadere le tribù indiane dal combattersi tra loro e di far sì che unissero le loro forze contro l’uomo bianco. Così, prima che Tecumseh potesse uscire allo scoperto con le sue idee, apprese la vita degli eroi del popolo e comprese che cosa ci si aspettava da un buon Indiano. Da quel momento il giovane guerriero Cheeseekau prese il posto del padre come capo della famiglia. Egli non solo pensò a provvedere cibo e vestiario alla famiglia, ma si occupò anche dell’educazione dei suoi fratelli più giovani. Tecumseh era il suo favorito ed egli si sforzò di insegnargli tutto ciò che era necessario per farne un valoroso guerriero e un vero uomo.
Durante la giovinezza di Tecumseh fu combattuta la Guerra di Rivoluzione. Gli Indiani parteggiarono per gli Inglesi: era naturale che essi potessero provare più odio e risentimento nei confronti dei coloni che, in effetti, avevano preso le loro terre e li avevano attaccati, che per il “re” distante e misterioso che essi avevano preso a chiamare “padre” e a guardare come ad un essere superiore. Inoltre essi non dubitavano che il re che aveva già battuto i Francesi potesse sottomettere i suoi sudditi ribelli. E guardavano già alla ricompensa che, una volta finita la guerra, egli avrebbe dato loro per l’aiuto fornito. Le vittorie dei coloni erano argomenti familiari nelle discussioni tra i Nativi. Parlavano con crescente inquietudine delle gesta di Washington, Putnam e Greene. Ma il nome più temuto era per loro quello di George Rogers Clark, del quale apprendevano le vittorie sulla frontiera con il cuore in angoscia.
Nell’estate del 1780 delle staffette portarono notizia agli Shawnee del Mad River, dell’avvicinamento di quel temuto soldato con il suo esercito. Sebbene allarmati, gli Indiani stabilirono di fare tutto quel che si poteva per salvare il forte e le abitazioni che avevano costruito con tanta fatica, nonché il raccolto del mais dal quale dipendevano per accumulare le scorte di cibo invernali. Trecento guerrieri si radunarono nel villaggio. Tennero un consiglio affrettato e decisero di avanzare incontro all’esercito di Clark e sorprenderlo con un attacco nelle prime ore del giorno.


George Rogers Clark in marcia

Ma se il generale Clark poteva essere oggetto di un’imboscata, di solito era lui l’uomo che la portava a termine. Infatti gli Indiani si avvidero con sgomento che il loro piano non poteva avere un’esecuzione, in quanto l’armata di Clark, a marce forzate, aveva raggiunto e stava già circondando il loro villaggio. Gli Indiani avevano costruito una fortificazione, ma ora avevano paura di usarla e cercarono rifugio nelle loro capanne di tronchi. Cominciarono a praticare buchi nei muri, in modo da poter aprire il fuoco sul nemico. Quando il generale Clark lo apprese, disse. «Aspetta un minuto, e io farò in quel muro tanti fori quanti bastano per loro». Detto ciò, fece posizionare il suo cannone e ordinò di sparare sul villaggio. Gli Indiani erano così terrorizzati tutto ciò che poterono fare fu di fuggire nei boschi e nelle paludi. Quelli che non ci riuscirono furono una facile preda per i soldati, che uccisero molti guerrieri, fecero prigionieri donne e bambini, incendiarono le case e distrussero il raccolto.
Tecumseh e i suoi fratelli furono tra coloro che scamparono alla spada di Clark, ma furono costretti ad una migrazione verso il villaggio di Standing Stone. Nel novembre 1782 anche questo villaggio fu attaccato da Clark e la famiglia dovette spostarsi ancora in un nuovo insediamento, presso l’attuale Bellefontaine (Ohio). Tecumseh era troppo giovane per poter prendere parte alle battaglie. Benché avesse passato molto tempo nella simulazione di finte battaglie, fu solo sei anni dopo che ebbe un’opportunità di partecipare a un combattimento reale. Nel 1786 lui e il suo fratello più grande uscirono dal villaggio per controllare o respingere il capitano Logan, che stava avanzando verso il Mad River. In uno scontro presso Dayton il ragazzo fu obbligato per la prima volta a fronteggiare una carica di cavalleria. Non avrebbe mai immaginato nulla di così terrificante. Vedeva quei grandi cavalli al galoppo e il lampo crudele dell’acciaio. Si dimenticò del suo odio per l’uomo bianco e i suoi sogni di gloria, il suo solo pensiero era di salvarsi la vita. Ripose il fucile e si mise a correre. Appena si riprese dalla paura si vergognò molto della sua condotta da codardo e diventò impaziente di trovare un’altra opportunità per mostrare il suo coraggio. Per sua fortuna non ebbe da aspettare a lungo.
Tecumseh faceva parte di una spedizione indiana che attaccò alcune imbarcazioni sul fiume Ohio. Le barche vennero catturate e tutti gli uomini imbarcati furono uccisi eccetto uno, che fu fatto prigioniero. Questa fu un’occasione importante nella vita di Tecumseh: egli agì con tale coraggio e valore che i vecchi guerrieri del gruppo rimasero stupiti. Da quella notte gli Shawnee parlarono di Tecumseh come di un valoroso. Oltre a guadagnarsi la stima degli altri, egli ritrovò l’autostima per aver superato la paura. Il ricordo di questa vittoria non era piacevole per Tecumseh. Ad essa seguì l’uccisione del prigioniero, che venne arso vivo. Benché questa pratica non fosse rara nella tribù degli Shawnee, questa fu la prima volta in cui Tecumseh aveva visto un uomo messo a morte in un modo così barbaro: a quella vista, era quasi svenuto per l’orrore provato. Ma in quel momento non era terrorizzato per sé stesso, ma per un altro, per cui non si vergognò dei suoi sentimenti. Anche se era solo un ragazzo, si pose di fronte ai guerrieri più anziani e disse loro chiaramente cosa pensava del loro atto crudele. Parlò con tale veemenza che convinse tutti gli astanti delle sue idee, tant’è vero che tutti si dichiararono d’accordo nel non partecipare più a una pratica così disumana. Quella notte Tecumseh fece intravvedere l’uomo che era: aveva provato il suo valore, dimostrato pietà, influenzato i guerrieri con le sue parole.
Poco tempo dopo che Tecumseh aveva dimostrato di essere degno di essere considerato un Indiano valoroso, egli partì con suo fratello Cheeseekau per un viaggio attraverso i boschi e le praterie dell’Indiana e dell’Illinois. I fratelli erano accompagnati da una banda di Kickapoo. Un viaggio del genere era una parte importante nella formazione di un giovane guerriero.
La spedizione attraversò il territorio, superando avversità e sperimentando avventure, prendendo confidenza con l’ambiente, cacciando i bisonti, visitando le tribù amiche, imparando lingue nuove, spezzando il pane con gente straniera e compiendo qualche vendetta contro i nemico. Piombare sulla baracca senza difese di qualche uomo di frontiera che dormiva e uccidere lui e tutta la sua famiglia, ai loro occhi era un’impresa di cui vantarsi. Ma le loro imprese belliche non si limitarono ad attacchi contro i coloni bianchi. Se incontravano tribù amiche in quel momento in guerra con altre tribù, si univano a loro. In una di queste battaglie Cheeseekau trovò la morte, cantando e rallegrandosi che il suo destino era quello di cadere come un guerriero sul campo di battaglia. Si dice che il giovane avesse avuto una visione che gli avrebbe preannunciato la propria morte. Prima di andare in battaglia, egli tenne un discorso ufficiale, comunicando ai suoi amici che sarebbe stato colpito alla fronte nel mezzo del combattimento: la sua profezia si avverò in pieno.
Dopo la morte di Cheeseekau, Tecumseh prese il suo posto come capo del gruppo e continuò i suoi vagabondaggi verso sud. Là acquistò molti nuovi amici ed ebbe entusiasmanti avventure. Una sera, proprio mentre lui e i suoi otto seguaci stavano per andare a dormire, il loro campo fu attaccato da una trentina di uomini bianchi. Tecumseh ordinò ai suoi spaventati compagni di seguirlo e si lanciò contro il nemico con tale forza e impeto che il suo piccolo gruppo uccise due degli assalitori e mise in fuga tutti gli altri.
Tecumseh ritornò in Ohio dopo un’assenza di tre anni. I suoi amici e vicini furono grandemente entusiasti per una vittoria che avevano appena conseguito contro le truppe americane del generale Harmer. Così Tecumseh scoprì che non era sempre necessario allontanarsi da casa per vivere delle avventure.

L’anno seguente, il 1791, la nuova repubblica mandò il generale St. Clair nel territorio indiano con una grande armata. La recente spedizione di Tecumseh aveva consacrato il giovane Shawnee come guida eccellente, per cui fu lui ad essere inviato a spiare i movimenti delle truppe di St. Clair. Mentre egli si trovava in esplorazione, il gruppo principale dei guerrieri indiani si avventò di sorpresa sui soldati di St. Clair e li mise completamente in fuga.
Nel corso degli anni seguenti agli Shawnee non mancarono le opportunità di indulgere al loro amore per il combattimento: il generale Wayne, detto “Anthony Wayne il pazzo”, si dimostrò un nemico più pericoloso di quel che era stato il generale St. Clair e la reputazione di Tecumseh come guerriero fu ben presto consolidata.
Ugualmente egli si pose in luce come cacciatore. Benché per molto tempo fosse stato indicato come uno dei migliori cacciatori Shawnee, molti giovani della tribù avevano rivendicato questo titolo. Alla fine qualcuno suggerì un sistema per decidere chi fosse il cacciatore più abile. Costui disse: «Ciascuno vada da solo nella foresta per tre giorni a cacciare il daino, e colui che porterà al campo il maggior numeri di pelli di daino sarà considerato il più grande dei cacciatori». Tutti furono d’accordo per effettuare questa prova, e parecchi illustri cacciatori si misero in viaggio. Dopo tre giorni tutti tornarono portando la prova della propria abilità nella caccia. Qualcuno orgogliosamente dispiegò dieci pelli, qualcuno dodici. Ultimo di tutti arrivò Tecumseh con 35 pelli di daino. A quel punto gli altri smisero di vantarsi e dichiararono Tecumseh il più grande cacciatore della nazione Shawnee. Tecumseh era un cacciatore tanto generoso quanto abile: lo dimostrò fornendo carne e pelli a molti che erano vecchi o malati.
Tra gli Indiani era un eroe l’uomo che poteva fare molte cose per aiutare la sua tribù. Poteva farlo con la caccia, rifornendo ai membri di essa cibo e vestiario, con parole sagge nel consiglio, conducendoli ad agire per il loro più alto interesse, con il combattere per difendere i loro diritti o vendicare i torti subiti. Un guerriero che facesse ciò era meritevole di essere un capo, anche se non era il figlio maggiore di un capo. Tecumseh aveva dimostrato che sapeva cacciare, che sapeva parlare in Consiglio, che sapeva combattere. Egli aveva quindi tutti i requisiti di un capo. Inoltre aveva grande influenza sui giovani delle tribù vicine.
La sofferenza tra gli Indiani era così sentita, a causa della guerra senza sosta che essi avevano condotto contro gli uomini bianchi, che nel 1795 molti componenti delle varie tribù erano propensi ad accettare i termini di pace proposti dal governo degli Stati Uniti. Di conseguenza, a giugno si stipulò un trattato a Greenville, in Ohio. Gli Indiani promisero di rinunciare ad ogni rivendicazione su molte migliaia di acri di terra nel Territorio del Nord Ovest, di vivere in pace con i coloni bianchi che si erano stanziati nel paese, di avvertirli di eventuali piani ostili da parte di altre tribù, di consegnare tutti i prigionieri che avevano nelle loro mani, di consegnare i malfattori per farli processare, di assicurare protezione a viaggiatori e commercianti, e di riconoscere non il “padre”, ma il Presidente degli Stati Uniti. In cambio di tutto questo il governo nazionale si impegnò a consegnare agli Indiani una “donazione” annua di cibo, coperte, polvere e altri beni, di rispettare le linee di confine e di impedire ai coloni di cacciare o di introdursi nei territori indiani, e di punire gli uomini bianchi che fossero stati trovati colpevoli di furto o di omicidio nei confronti dei Nativi. Tecumseh non presenziò all’incontro nel quale fu stipulato il trattato. Per quanto egli sentisse la necessità della pace, non voleva pagare per essa un prezzo che egli pensava l’uomo bianco non avesse il diritto di chiedere. Non voleva abbandonare le terre che il Grande Spirito aveva affidato agli Indiani, e che erano assolutamente necessarie alla loro stessa esistenza.


Il Trattato di Greenville

Egli prevedeva che negli anni di pace, a cui gli Indiani avevano obbligato sé stessi, innumerevoli uomini bianchi sarebbero arrivati per costruire le loro case nei fertili territori assicurati loro dal trattato. Prevedeva che mentre gli insediamenti avrebbero prosperato le tribù sarebbero diventate sempre più dipendenti e sottomesse al volere dei loro civilizzati vicini. L’effetto dannoso della civilizzazione sulle tribù indiane era del tutto evidente. Il Sovrintendente agli Affari Indiani scrisse, più tardi, al presidente Jefferson: «Io posso stabilire all’istante, solo guardandolo, se un Indiano che ho la possibilità di incontrare appartenga a una tribù delle vicinanze o a una più distante. Quest’ultimo sarà generalmente ben vestito, sano e vigoroso; il primo mezzo nudo, sudicio e indebolito dall’ubriachezza. Molti di loro sono senza armi, eccetto un coltello, che essi portano per i più insani propositi». Non fa meraviglia che il patriottico Tecumseh si rifiutasse di sancire un trattato che egli considerava un passo verso la decadenza della sua razza! Egli ricordava lo scomparso eroe Pontiac, e desiderava che gli uomini rossi avessero un capo simile per renderli uniti e risvegliare il loro orgoglio. Egli stabilì da quel momento che avrebbe preso Pontiac come modello e di fare quel che poteva per unire il suo popolo e prepararlo a resistere ai prossimi tentativi dei visi pallidi di prendere le terre degli uomini rossi. Con questo obiettivo nella mente egli si servì della sua influenza per raccogliere una banda di seguaci da varie tribù, che lo nominarono capo.
Il nuovo capo non era un indegno successore del grande Pontiac. Benché stesse vivendo in un’epoca in cui gli Indiani stavano cominciando a perdere molto del loro primitivo vigore e valore, Tecumseh stava diventando uno degli uomini rossi più eccezionali che la storia abbia conosciuto.


Busto in bronzo di Tecumseh

Il suo aspetto era dignitoso e piacevole. Il colonnello W. S. Hatch diede di lui la seguente pittoresca descrizione: “Era alto circa 1 metro e 78cm; il suo viso era ovale, più che angoloso; la sua bocca, ben formata, come quella di Napoleone I, com’è rappresentato nei ritratti; i suoi occhi chiari, trasparenti, color nocciola, con un’espressione gentile, piacevole quando era rilassato o in conversazione; ma quando si esaltava nei discorsi, o nella foga delle discussioni, o quando era arrabbiato, essi apparivano come palle di fuoco; i suoi denti, bianchissimi e il suo colorito più di un bruno pallido che rosso; tutta la sua tribù, come i suoi affini, gli Ottawa, aveva un colorito chiaro; le sue braccia e le sue mani erano conformate armoniosamente; le sue membra erano diritte; egli stava sempre in posizione molto eretta e camminava con un passo svelto, elastico, vigoroso. Indossava invariabilmente un abito indiano di pelle di daino conciata, composto di una tonaca che scendeva fino alle ginocchia e copriva gli indumenti intimi fatti dello stesso materiale; l’abito era rifinito con frange di pelle che pendevano dal collo, dagli orli anteriori e dal fondo del vestito; una cintura dello stesso materiale, dove teneva le proprie armi corte (un elegante tomahawk con la sommità in argento e un coltello in una guaina di cuoio; corti pantaloni, collegati accuratamente in armonia con brache aderenti e mocassini; un mantello di pelle era gettato sopra la sua spalla sinistra, ed era usato come coperta nell’accampamento e come protezione durante le burrasche.”
Il carattere di Tecumseh non era quello tipico dell’Indiano, ma era più aperto. Le virtù che la maggior parte degli Indiani praticavano solo in famiglia o, al più, nella tribù, egli le applicava verso tutta la sua etnia e, per estensione, a tutto il genere umano. Una volta disse: «La mia tribù non è niente per me; la mia razza, tutto.» Il suo disprezzo per gli uomini bianchi era generale, non personale. Rispettava e ammirava ogni uomo capace e valoroso, fosse bianco e rosso. Mentre la maggior parte degli Indiani pensava che fosse necessario essere sinceri solo verso gli amici, Tecumseh praticava l’onestà anche nel trattare con i nemici. Spesso rappresentò per i Bianchi un esempio di indulgenza.
Su di lui si racconta una storia divertente, che dimostra quanto fosse tollerante quando non avrebbe dovuto provare altro che disprezzo per una persona: una sera, entrando nella casa di un uomo bianco con il quale era in confidenza, Tecumseh vi trovò uno straniero gigantesco che fu così tremendamente spaventato nel vederlo, da rifugiarsi dietro gli altri uomini che erano nella stanza, pregandoli di salvarlo. Tecumseh ristette per un momento, guardando severamente quel grosso individuo. Poi avanzò verso l’uomo, che indietreggiava, e gli batté sulla spalla, dicendo semplicemente: «Grande bambino, grande bambino!».
Negli anni 1804 e 1805, prima che il nuovo capo fosse pronto per decidere qualunque azione, il governatore del Territorio dell’Indiana, Harrison, stipulò con alcune tribù deboli e remissive ulteriori trattati, con i quali confermò la rivendicazione di altri territori. Quest’iniziativa suscitò una tale generale indignazione tra gli Indiani più bellicosi da far capire a Tecumseh che era venuto il momento per loro di appoggiare il suo amato piano di un’opposizione unita contro i Bianchi.
Tecumseh non era stato solo nelle sue preoccupazioni per il futuro della sua razza. Dopo la morte del suo primo fratello aveva fatto del suo gemello, Laulewasikaw, il suo fidato compagno di lotta. Insieme avevano discusso della decadenza in potenza e carattere che stava rapidamente sopraffacendo le tribù indiane, e dei torti che gli uomini rossi soffrivano per mano dei Bianchi. I due non avevano sprecato energie in vani brontolii, ma avevano analizzato le cause del problema e deciso la maniera nella quale esso poteva essere rimosso. Un giorno, dopo aver rimuginato profondamente sulla questione, Laulewasikaw cadde a terra in preda a uno svenimento. Rimase steso a lungo, immobile e rigido, e quelli che lo vedevano pensavano che fosse morto. Ma ad un certo punto egli emise un profondo lamento e aprì gli occhi. Per un momento si guardò in giro come se non sapesse dove si trovava. Ripresi i sensi, spiegò agli amici di aver avuto una visione nella quale aveva visto il Grande Spirito, che gli aveva comunicato che cosa si doveva fare per salvare il popolo indiano dalla distruzione.


Tecumseh in viaggio – dipinto di R. Griffing

Da quel momento egli definì sé stesso “il profeta” e proclamò di agire per conto del Grande Spirito. Cambiò il suo nome in Tenskwatawa, per significare che egli era la “porta aperta” attraverso la quale tutti potevano apprendere la volontà del Grande Spirito. Sebbene professasse di avere egli stesso poteri soprannaturali, Tenskwatawa comprendeva il degradante effetto di una meschina superstizione, e il terrore e il danno che gli uomini di medicina erano in grado di portare in mezzo a Indiani dalla mente semplice che credevano alle loro attrattive e incanti. Egli denunciò la pratica della stregoneria e della magia come contrarie alla volontà del Grande Spirito. Molti degli insegnamenti del Profeta erano tali che anche noi li approveremmo. Volendo purificare la vita individuale e familiare degli Indiani, egli proibì agli uomini di sposare più di una moglie, comandò loro di prendersi cura delle loro famiglie e di provvedere a coloro che erano vecchi e malati. Richiese loro di lavorare, dissodare la terra, raccogliere il mais e di cacciare. Alcuni di questi precetti erano intesi a fare degli Indiani un popolo indipendente dalla razza bianca. Il Grande Spirito, diceva Tenskwatawa, aveva creato gli Indiani perché fossero un popolo unico, completamente distinto dagli uomini bianchi e che aveva obiettivi differenti. Quindi le tribù dovevano smettere di combattersi una con l’altra, mentre dovevano unirsi e vivere in pace come se fossero un’unica tribù. Non dovevano combattere contro gli uomini bianchi, fossero essi Inglesi o Americani. Né dovevano fare con loro matrimoni misti o adottare i loro costumi. Il Grande spirito desiderava che i suoi figli rossi mettessero da parte gli indumenti di cotone e di lana che usavano come facevano i Bianchi e vestirsi con le pelli degli animali selvatici; voleva che smettessero di nutrirsi con carne di maiale e di manzo, e di pane fatto col grano, e invece mangiassero la carne del daino e del bisonte, che egli aveva preparato per loro, e il pane fatto con il mais indiano. Soprattutto, dovevano abbandonare il whisky, che poteva andare bene per gli uomini bianchi, ma che non era stato fatto per gli Indiani.


Tenskwatawa dipinto da G. Catlin nel 1830

Inoltre Tenskwatawa pensava che gli Indiani non avessero il diritto di vendere la terra su cui vivevano. Il Grande Spirito aveva dato agli uomini rossi la terra in modo che essi ne potessero usufruire in comune, così come facevano con la luce e l’aria. Egli non desiderava che essi la misurassero o costruissero recinti sopra di lei. Finché la terra non apparteneva a nessun capo o tribù, nessun singolo capo e nessuna tribù poteva venderla. Perciò nessun territorio indiano poteva essere venduto all’uomo bianco senza il consenso di tutte le tribù e di tutti gli Indiani. Le parole del Profeta venivano ascoltate con entusiasmo. Gli Indiani venivano da vicino e da lontano per udire le sue parole. Alcuni erano così convinti da ciò che diceva contro la magia che misero a morte coloro che insistevano nell’usare amuleti e nel pronunciare incantesimi.
Le parole e le azioni del Profeta Shawnee attirarono presto l’attenzione del governatore del Territorio dell’Indiana. La compassione per quelle che pensava fossero le vittime dell’errato fervore del Profeta e l’allarme a causa dell’influenza che Tenskwatawa sembrava guadagnare, portarono il governatore William Henry Harrison a prendere provvedimenti per controllare la popolarità di un uomo che sembrava essere un procacciatore di frodi e di guai. Egli mandò alla tribù dei Delaware il seguente “discorso”: «Figli miei, il mio cuore è pieno di afflizione e i miei occhi sono dissolti in lacrime alla notizia che mi ha raggiunto. …Chi è questo sedicente profeta che osa parlare in nome del Grande Creatore? Esaminatelo. E’ lui più saggio e virtuoso di quanto siate voi stessi, da dover essere prescelto per trasmettervi gli ordini del vostro Dio? Domandategli almeno qualche prova del suo essere il messaggero della Divinità. Se Dio lo ha realmente scelto, lo ha senza dubbio autorizzato a compiere miracoli, in modo che possa essere riconosciuto e accolto come un profeta. Se egli è veramente un profeta, chiedetegli di fermare il sole, di alterare il moto della luna, di fermare la corsa dei fiumi o di far sorgere i morti dalle loro tombe. Se egli farà queste cose, potrete credere che egli sia stato mandato da Dio. Egli vi dice che il Grande Spirito vi comanda di punire con la morte coloro che credono nella magia e che lui è autorizzato ad indicarveli. Squallida delusione! Allora il Padrone della vita è obbligato ad adoperare un essere mortale per punire coloro che lo hanno offeso? … Liberate i vostri occhi, vi scongiuro, dalla nebbia che li avvolge. Non siate più a lungo soggetti alle arti dell’impostore. Scacciatelo dal vostro villaggio e lasciate che pace e armonia prevalgano in mezzo a voi».
Questa lettera aumentò, anziché diminuire, l’influenza del Profeta. Egli commentò i dubbi del governatore circa il suo potere con fine disprezzo e nominò un determinato giorno, in cui egli avrebbe “messo il sole sotto i piedi”. Strano a dirsi, il giorno citato avvenne un’eclissi di sole e gli Indiani, spaventati, ebbero paura e pensarono che fosse tutta opera di Tenskwatawa.
Tenskwatawa incontrò una forte opposizione da parte di alcuni Nativi. I capi piccoli, specialmente, erano contrariati all’idea che le tribù si sarebbero dovute unire per formare un solo popolo, perché ciò avrebbe fatto sparire il loro potere. Quindi guardavano con rabbia al Profeta, e lo denigravano parlando male di lui. Invece molti altri credevano a quello che egli diceva, e desideravano guadagnarsi la benevolenza del Grande Spirito obbedendo ai suoi ordini. Erano determinati a condurre le loro tribù a seguire il Profeta. Così avvenne che nel 1806 Tenskwatawa e Tecumseh con i loro seguaci fondarono un villaggio a Greenville, in Ohio. Lì vivevano tutti in accordo agli insegnamenti del Profeta. Rinforzarono i loro corpi correndo, nuotando e lottando. Vivevano in pace, senza ubriacarsi e badavano ai loro affari. E tutto questo era il desiderio che il presidente Jefferson, l’amico degli Indiani, aveva spesso espresso riguardo alle attività che dovevano svolgere gli uomini rossi.
Ma i vicini bianchi erano grandemente contrariati e volevano distruggere la città del Profeta. In primo luogo, la città era in un’area che era stata ceduta con il Trattato di Greenville agli Stati Uniti che, in modo pittoresco, gli indiani chiamavano “I Diciassette Fuochi”. Inoltre, gli Indiani che venivano in visita da ogni parte del paese per udire le parole del Profeta costituivano una costante sorgente di allarme per i coloni della frontiera. E, sebbene il Profeta professasse la predicazione della pace, molti pensavano che segretamente si preparasse per la guerra. Infine, benché la maggior parte dei suoi insegnamenti apparissero innocenti, quelli riguardanti i diritti di proprietà erano ostili ai Bianchi e decisamente irritanti per gli uomini che ambivano ai territori di caccia degli Indiani.
L’eclissi di sole
Nell’acquisizione di territori dagli Indiani, il governo degli Stati Uniti procedeva di solito come se si trattasse della proprietà della tribù che lì era accampata o cacciava. Con questo sistema i funzionari agli Affari Indiani avevano poca difficoltà nell’acquisire ricchi appezzamenti di terra da tribù deboli con una spesa relativamente bassa. Quando divenne una questione di territorio, anche Jefferson cominciò ad avere poca simpatia per gli Indiani. Non ebbe alcuna remora nel consigliare il suo agente di incoraggiare i capi a indebitarsi nei posti commerciali, di modo che, nel momento in cui fossero pesantemente oppressi dai debiti, potessero essere persuasi a scambiarli con le terre delle loro tribù. Ora, Tecumseh aveva capito che tutta la lotta fra gli uomini rossi e i bianchi era una questione di terra. Se gli uomini bianchi erano cortesi verso gli Indiani e venivano in mezzo a loro con belle promesse e regali attraenti, il loro proposito era di ottenere terra. Se venivano con minacce e la spada, l’obiettivo era, ancora, avere terra. Avevano bisogno della terra. Non potevano crescere e prosperare senza di essa. Ma se gli uomini bianchi avevano bisogno della terra per vivere, quanto di più ne avevano bisogno gli Indiani! Dove i pochi acri di terra di una fattoria davano a una famiglia di Bianchi un sostegno rassicurante, molti più acri erano necessari per sostenere una famiglia indiana con la caccia.
Tecumseh ragionò in questo modo: «I “Diciassette Fuochi” si sono uniti per prendere le nostre terre. Seguiamo il loro esempio e uniamoci per tenere le nostre terre. Stipuliamo la pace con loro non facciamo loro alcun male. Non diamo loro alcun motivo per combattere contro di noi e prendere la nostra terra con una battaglia. Quando si offriranno di comprare, noi ci rifiuteremo di vendere. Se essi cercheranno di forzarci a cedere le nostre terre, noi ci leveremo insieme e resisteremo loro come veri uomini».
Egli aderì di cuore agli insegnamenti del fratello riguardanti i diritti di proprietà e probabilmente suggerì molte delle idee che Tenskwatawa asseriva di aver ricevuto dal Grande Spirito. E’ certo che Tecumseh aveva sostenuto a lungo simili vedute e aveva fatto del suo meglio per propagandarle. Sebbene Tenskwatawa fosse molto più appariscente di Tecumseh, era quest’ultimo ad avere il carattere più forte. Per un certo tempo egli rimase nell’ombra e lasciava che suo fratello tenesse i discorsi, ma la sua personale influenza operò molto, conferendo peso alle parole del Profeta.
I due fratelli non erano da molto tempo a Greenville, quando furono convocati dal comandante di Fort Wayne, per ascoltare la lettura di una lettera del loro “padre”, il Presidente dei “Diciassette Fuochi”. Tecumseh si rifiutò di andare, richiedendo che la lettera fosse recapitata a sue mani. Questo pose l’ufficiale in una posizione difficile, ma non gli rimaneva altro da fare che mandare la lettera a Greenville. La missiva conteneva la richiesta che il Profeta spostasse la sua città al di là dei confini del territorio appartenente agli Stati Uniti. La lettera era cortese e offriva assistenza agli Indiani per lo spostamento e per la costruzione delle nuove abitazioni. Alla richiesta del Presidente Tecumseh oppose un deciso rifiuto. Egli dichiarò: «Queste terre sono nostre; ne siamo i primi possessori; nessuno ha il diritto di rimuoverci. Il Grande Spirito ha stabilito che questo sia il luogo per accendere i nostri fuochi e noi resteremo qui».
L’insediamento continuò ad essere una sorgente di fastidi per il governo. Gli Indiani arrivavano da regioni distanti per vedere il Profeta. C’erano voci che i due fratelli stessero lavorando sotto la direzione di agenti britannici, che stavano tentando di aizzare gli Indiani a far guerra contro gli Stati Uniti.


Coloni in allarme

Per contrastare l’influenza inglese, il governatore dell’Ohio mandò un messaggio a Greenville. In un consiglio indetto per prendere in esame la missiva del governatore, il capo Blue Jacket e il Profeta fecero dichiarazioni in cui confermavano il loro desiderio di restare in pace con gli Inglesi e i Lunghi Coltelli, come essi chiamavano i coloni. Tecumseh accompagnò gli inviati sulla strada del ritorno, ed ebbe un incontro con il governatore dell’Ohio. Egli parlò apertamente, dicendo che gli Indiani avevano pochi motivi per avere amicizia sia con gli Inglesi che con il popolo degli Stati Uniti, entrambi i quali li avevano derubati delle loro terre stipulando ingiusti trattati. Ma egli rassicurò il governatore sul fatto che per la loro stessa sicurezza gli Indiani desideravano rimanere in pace con entrambe le nazioni. Il governatore, come tutti quelli che udivano parlare Tecumseh, rimase impressionato dal suo buon senso e dalla sua onestà, e si convinse che gli Indiani non stavano preparando la guerra. Poco più tardi Tecumseh venne chiamato di nuovo a Springfield per partecipare ad un grande consiglio fra Indiani e uomini bianchi. La riunione era stata indetta per stabilire chi fosse il responsabile dell’omicidio di un uomo bianco, che era stato ritrovato morto non lontano da Springfield. In questa occasione Tecumseh attirò molto l’attenzione. In primo luogo rifiutò di consegnare le armi, ed entrò nel consiglio con i modi dignitosi e le armi di un guerriero. Egli tenne un discorso con tale passione ed eloquenza, che l’interprete non riusciva a tenergli dietro e a tradurre le sue idee. Agli uomini bianchi non restò che cercare di indovinare il significato del suo discorso scrutando la sua faccia irata e l’eccitazione dei suoi ascoltatori indiani. Gli Indiani, invece, lo capivano perfettamente: quando il consiglio ebbe termine e tornarono alle loro case, ripetevano tutti quel che potevano ricordare di quel meraviglioso discorso.
L’influenza di Tecumseh e Tenskwatawa andava aumentando. L’agitazione fra gli Indiani divenne generale. Il governatore Harrison scrisse ancora alle tribù Shawnee. La lettera cominciava ricordando loro i trattati già stipulati fra gli Indiani e il popolo degli Stati Uniti:
“Figli miei, ascoltatemi. Io parlo in nome di vostro padre, il grande capo dei Diciassette Fuochi. Figli miei, sono oggi dodici anni da quando il tomahawk, che avevate alzato per ordine del vostro padre, il Re di Gran Bretagna, è stato seppellito a Greenville, alla presenza di quel grande guerriero che è il generale Wayne. Figli miei, allora avevate promesso, e il Grande Spirito vi ha udito, che voi in futuro avreste vissuto in pace e amicizia con i vostri fratelli Americani. Voi faceste un contratto con il vostro padre, un contratto che conteneva numerose buone cose, a beneficio di tutte le tribù del popolo rosso che lo approvarono. Figli miei, con quel trattato voi prometteste di non riconoscere nessun altro padre che il capo dei Diciassette Fuochi, e di non ascoltare mai le proposte di qualunque altra nazione straniera. Voi prometteste di non sollevare mai il tomahawk contro alcuno dei figli di vostro padre, e di dare notizia di qualunque altra tribù che intendesse farlo. Anche vostro padre promise di fare qualcosa per voi, e in particolare di provvedere a spedirvi ogni anno una certa quantità di beni, per impedire a qualunque uomo bianco di insediarsi sulla vostra terra senza il vostro consenso, o di arrecarvi qualunque danno personale. Egli promise di tracciare una linea tra la vostra terra e la sua, in modo che voi poteste conoscere la vostra con certezza; e a voi si sarebbe permesso di vivere e cacciare sopra la terra dei vostri avi finché il vostro comportamento fosse stato buono. Figli miei, quale di questi accordi ha rotto, vostro padre? Voi sapete che li ha rispettati tutti con la massima buona fede. Ma, figli miei, lo avete fatto anche voi? Non avete avuto sempre aperte le vostre orecchie per ricevere cattivi consigli dal popolo bianco che sta oltre i laghi?
Sebbene il governatore Harrison scrivesse questa lettera come se pensasse che gli uomini bianchi avessero tenuto fede al trattato, egli scrisse in modo ben diverso al presidente Jefferson, raccontandogli come i coloni stessero continuamente violando il trattato cacciando in territorio indiano e riferendogli che per gli Indiani era impossibile ottenere giustizia quando i loro congiunti erano uccisi da uomini bianchi; perché, anche se si riusciva a celebrare il processo ad un assassino, nessuna giuria di uomini bianchi avrebbe pronunciato una condanna per l’omicidio di un Indiano. “Gli Indiani fino a questo momento hanno sopportato tutte queste offese con una pazienza stupefacente”. Questo il governatore Harrison aveva scritto al presidente, ma era evidentemente la sua politica quella di indurre gli Indiani a pensare che non avevano motivo di protestare.


Il confine stabilito con il trattato di Greenville

Nella sua lettera agli Shawnee, egli continuò dicendo: “Figli miei, io ho udito cattive notizie. Il sacro luogo dove fu acceso il grande fuoco del consiglio, attorno al quale i diciassette Fuochi e le dieci tribù dei loro figli hanno fumato la pipa della pace – proprio questo luogo dove il Grande Spirito vide i suoi figli rossi e bianchi cingersi con la catena dell’amicizia – questo luogo è stato scelto per consigli oscuri e sanguinosi. Figli miei, questa faccenda deve essere fermata. Voi avete fatto venire un gran numero di uomini dalle tribù più lontane per ascoltare un folle, che non parla con le parole del Grande Spirito, ma con quelle del diavolo e degli agenti inglesi. Figli miei, la vostra condotta ha molto allarmato i coloni bianchi vostri vicini. Essi desiderano che voi scacciate quella gente; se poi vogliono avere con sé l’impostore, se lo portino via. Lasciatelo andare verso i laghi: potrà ascoltare gli Inglesi più distintamente”.
A questa lettera il Profeta mandò una risposta dignitosa, negando le accuse fattegli dal governatore. Egli parlò più con dispiacere che con rabbia, dicendo che “suo padre (il governatore) aveva dato ascolto agli uccelli del male”.
Nel 1808 Tecumseh e il Profeta si spostarono con i loro seguaci verso nord-ovest, nella valle del Wabash, dove fondarono un nuovo insediamento che fu chiamato “Città del Profeta” (Prophet’s Town), alla confluenza dei fiumi Wabash e Tippecanoe (attuale Battle Ground, Indiana). Il sito si trovava in territorio Miami, ed il vecchio capo di guerra Piccola Tartaruga (Mishikinakwa) ammonì il gruppo di non stanziarsi là, nel timore che esso avrebbe messo a repentaglio le buone relazioni con gli Americani. Malgrado questa minaccia, la banda del profeta decise di trasferirsi comunque nella regione, e i Miami non intrapresero alcuna azione contro di essa. Lo spostamento da Greenville a Tippecanoe doveva apportare diversi vantaggi, valutando i quali i due fratelli avevano preso la loro decisione di cambiare sede. In primo luogo, non sembra esserci dubbio che Tecumseh voleva la pace, almeno finché non avesse costituito una confederazione abbastanza forte da combattere gli Americani con una qualche speranza di successo. A Greenville gli Indiani erano così vicini agli insediamenti dei Bianchi che vi era un costante pericolo di conflitti con loro. Tecumseh capiva che ogni errore fatto dal suo popolo poteva essere preso come pretesto da parte del governo per sottrarre altra terra ai Nativi. Inoltre questo statista indiano si rendeva conto che il miglior modo di prevenire la guerra fosse l’essere preparati ad essa. Egli voleva che il suo popolo fosse indipendente dai Bianchi per quanto riguardava i mezzi di sostentamento. La valle del Wabash offriva i più ricchi territori di caccia fra i Grandi Laghi e l’Ohio. Qui non si sarebbe patita la fame nel caso il governo degli Stati Uniti avesse negato gli aiuti. La posizione del nuovo villaggio aveva un ulteriore valore politico: si trovava al centro di una zona dove erano accampate numerose tribù, sulle quali i due fratelli potevano estendere la loro influenza; le comunicazioni con gli Inglesi si potevano effettuare con maggior facilità. Questo era importante, alla luce delle relazioni sempre più in bilico fra stati Uniti e Gran Bretagna.


Posizione di Prophet’s Town (Indiana)

Intanto, gli insegnamenti religiosi di Tenskwatawa avevano cominciato a diffondersi in modo sempre più esteso, insieme alle sue profezie sulla prossima rovina degli Americani, al punto tale da attrarre verso la sua “Città” un numero crescente di membri delle varie tribù della zona a sud-ovest dei Grandi Laghi ed a porre così le basi di una vasta confederazione. Al suo interno, Tecumseh emerse ben presto come il leader politico principale, anche se rimaneva fermo il motore originario, di origine religiosa, che era stato messo in moto dal fratello minore. Relativamente pochi Shawnee aderirono al movimento e, se Tecumseh viene spesso descritto come il capo degli Shawnee, la sua confederazione era in effetti principalmente formata da membri provenienti da altre tribù.
Tecumseh era abbastanza scaltro da vedere che, sebbene gli Indiani in circostanze normali non fossero sufficientemente forti da poter opporsi al governo degli Stati Uniti, la loro ostilità o amicizia avrebbe avuto grande importanza nella guerra che si stava preparando. Egli sperava che la preoccupazione dei Lunghi Coltelli che gli Indiani potessero allearsi con gli Inglesi avrebbe prevenuto ogni azione che potesse provocare l’avversità dei Nativi. I due fratelli volevano che il governatore Harrison capisse che la loro volontà era per la pace, e che non intendevano muovere guerra a meno che non vi fossero costretti. Per questo motivo, in agosto Tenskwatawa si recò in visita al governatore con un gruppo di seguaci. Gli Indiani si fermarono a Vincennes per circa due settimane. Harrison fu sorpreso di trovare nel Profeta un uomo intelligente e capace. Egli mise alla prova la sincerità dei seguaci del Profeta con domande sulle loro convinzioni e dando loro l’opportunità di bere whisky. Rimase ancora sorpreso nello scoprirli saldi nella loro fede e capaci di resistere all’acqua di fuoco.
Nel discorso di addio ad Harrison, Tenskwatawa disse: «Padre, sono tre anni dacché per la prima volta io cominciai a diffondere questo tipo di religione che sto praticando anche adesso. Il popolo bianco e alcuni Indiani erano contro di me, ma io non ho altra intenzione che introdurre tra gli Indiani quei buoni principi religiosi che professano gli uomini bianchi. Il popolo bianco parla male di me, mi rimprovera di imbrogliare gli Indiani, ma io lo sfido a dichiarare che io abbia commesso qualcosa di scorretto…Il Grande Spirito mi ha detto di riferire agli Indiani che erano stati creati da Lui, che aveva fatto anche il mondo, e che li aveva posti su di esso per fare il bene e no il male. Io ho detto a tutte le pelli rosse che il loro comportamento non era buono e che avrebbero dovuto abbandonarlo; che avremmo dovuto considerarci come un unico uomo, ma che avremmo dovuto vivere in conformità alle nostre usanze, il popolo rosso secondo il suo modo e il bianco secondo il suo; in particolare che non avrebbero dovuto bere whisky, che non era fatto per loro, ma per i Bianchi che sapevano come usarlo e che questa è la causa di tutti i danni che gli Indiani patiscono, che noi avremmo dovuto seguire le direzioni del Grande Spirito e ascoltarLo, poiché era stato Lui a crearci; decidere di non ascoltare nulla che sia male; non sollevare il tomahawk; non mettere le mani su nulla che non ci appartenga, ma badare alle proprie attività e coltivare la terra, in modo che donne e bambini possano avere a sufficienza di che vivere. Io ora ti informo che è nostra intenzione vivere in pace per sempre con il nostro padre e il suo popolo.
Padre mio, ti ho comunicato quello che noi intendiamo fare e chiamo il Grande Spirito a testimone della verità della mia dichiarazione. La religione che ho predicato negli ultimi tre anni è stata accolta da tutte le diverse tribù indiane di questa parte del mondo. Quegli Indiani erano una volta popoli differenti, adesso sono uno solo; essi sono determinati a praticare quello che ho trasmesso loro, che è direttamente giunto dal Grande Spirito a me».
La predicazione di Tenskwatawa
Il Profeta fece un’impressione favorevole al governatore e dopo questa visita i rapporti andarono avanti senza problemi per un po’ di tempo. Il Profeta predicava e i suoi seguaci si dedicavano alle loro attività. Tecumseh viaggiava al nord e al sud, all’est e all’ovest, parlando con gli Indiani e tentando di unire le tribù e di persuaderle a seguire gli insegnamenti del fratello. Nello stesso tempo arrivavano coloni regolarmente dal sud e dall’est; il governatore capiva che vi era necessità di nuove terre. Poiché non vedeva prospettive di problemi immediati con gli Inglesi ed era convinto che il Profeta non stesse preparando gli Indiani per la guerra, egli decise di tentare di espandere il territorio degli Stati Uniti. Il 30 settembre 1809 il governatore Harrison convocò a consiglio a Fort Wayne tutte le tribù che reclamavano certi territori compresi fra le terre dei Bianchi e il fiume Wabash. Solo poche delle deboli e degenerate tribù risposero alla convocazione. Ciò nonostante il governatore portò avanti l’incontro arrivando alla stipula di un trattato, con il quale gli Stati Uniti rivendicavano tre milioni di acri (12.000 km quadrati) di terra indiana. I negoziati che portarono alla stipula risultarono discutibili sotto diversi punti di vista: essi non erano stati autorizzati dal Presidente e furono viziati da atti di vera e propria corruttela, con mance distribuite a destra e a manca, e dalla generosa somministrazione di alcool prima delle trattative.
Questo atto di Harrison accese un centinaio di fuochi del consiglio. Dovunque gli Indiani denunciarono il trattato. Presto giunse a Vincennes la notizia che le tribù che in precedenza erano rimaste in disparte per amore della loro indipendenza avevano dichiarato la loro volontà di unirsi ai fratelli di Tippecanoe. Nella città del Profeta la voce del guerriero, Tecumseh, sovrastava quella del predicatore, Tenskwatawa; le attività della corsa e della lotta avevano lasciato posto alla pratica del tiro a segno e del lancio del tomahawk.
La ferma opposizione di Tecumseh al trattato segnò il suo emergere come capo preminente. Anche se egli e gli Shawnee non potevano vantare direttamente alcuna pretesa sulla terra venduta, si sentì comunque inevitabilmente coinvolto, perché molti dei suoi seguaci nella Città del Profeta erano sia Kickapoo, sia Piankeshaw e Wea (gruppi Miami autonomi), ed appartenevano cioè alle tribù originariamente abitanti della terra venduta. Tecumseh rilanciò allora una tesi già sostenuta negli anni precedenti dal vecchio gran capo Shawnee Giacca Blu (Weyapiersenwah) e dal grande leader Mohawk Joseph Brant (Thayendanegea), secondo la quale la terra indiana era possesso comune di tutte le tribù. Non essendo ancora pronto ad affrontare direttamente il governo degli Stati Uniti, Tecumseh si rivolse inizialmente soprattutto contro i capi indiani che avevano firmato il trattato. Oratore estremamente efficace, Tecumseh iniziò a viaggiare in lungo e in largo, facendo pressioni sui guerrieri perché abbandonassero i capi collaborazionisti e si unissero a lui nella resistenza contro il trattato. Tecumseh pretendeva che il trattato fosse illegale, e chiedeva quindi a Harrison che venisse considerato nullo, diffidando gli Americani dal colonizzare le terre oggetto di vendita nel trattato stesso.
Quando l’annuale rifornimento di sale venne recapitato a Tippecanoe, il Profeta rifiutò di accettarlo e mandò a dire al governatore che gli Americani avevano trattato gli Indiani in modo scorretto e che le relazioni amichevoli sarebbero state ripristinate solo con l’annullamento del trattato del 1809. Gli Indiani, con tutta evidenza, erano pronti per la guerra e le ripetute dicerie di preparativi di attacco contro gli insediamenti causava grande ansietà fra i coloni. Ormai Tecumseh era considerato i leader delle tribù native, che guardavano a lui come a chi dava gli ordini. Rendendosi conto della quantità di perdite di vite umane e di terre che un’eventuale sconfitta avrebbe potuto apportare agli Indiani, Tecumseh lavorò instancabilmente per far sì che il suo popolo fosse pronto per la guerra, ma decise di non azzardare uno scontro senza esservi costretto.


Un guerriero Shawnee

Il governatore Harrison mandò a Tippecanoe degli agenti, che gli riferirono che gli Indiani si stavano preparando per la guerra, che Tecumseh aveva radunato attorno a sé cinquemila guerrieri e che gli Inglesi li stavano incoraggiando alle ostilità, promettendo loro aiuti. Quindi egli mandò una lettera al Profeta, raccontandogli delle notizie che aveva ricevuto e avvisandolo di non fare un nemico dei Diciassette Fuochi. Egli scrisse: «Non ingannate voi stessi; non crediate che tutte le Nazioni indiane riunite siano in grado di resistere alla forza dei Diciassette Fuochi. Io so che i vostri guerrieri sono valorosi; ma i nostri non lo sono meno. Ma cosa possono fare pochi valorosi guerrieri contro gli innumerevoli combattenti dei Diciassette Fuochi? Le nostre giacche azzurre sono molto più numerose di quanto voi possiate contare; i nostri fucilieri sono come le foglie della foresta, o i grani della sabbia sul Wabash. Non pensiate che le giacche rosse possano proteggervi; esse non sono in grado di proteggere nemmeno sé stesse. Esse non stanno pensando di farci guerra. Se lo facessero, voi vedreste in poche lune la nostra bandiera sventolare su tutti i forti del Canada. Che ragione avete voi di lamentarvi dei Diciassette Fuochi? Vi hanno forse preso qualcosa? Hanno forse violato i trattati stipulati con gli uomini rossi? Voi dite che hanno comprato terre da coloro che non avevano alcun diritto di venderle. Dimostrate che questo è vero e la terra vi sarà immediatamente restituita. Mostrateci i legittimi possessori. Io ho pieni poteri di sistemare questa questione; ma se voi piuttosto voleste portare le vostre recriminazioni davanti al vostro grande padre, il Presidente, sarete soddisfatti. Io preparerò immediatamente i mezzi per mandarvi nella città dove vive il vostro padre, con i capi che vorrete scegliere. Sarà preparata ogni cosa necessaria per il vostro viaggio e presi provvedimenti per un vostro tranquillo ritorno».
Invece che rispondere alla lettera, Tenskwatawa disse che avrebbe mandato il fratello Tecumseh a Vincennes per conferire con il governatore. Ai primi di agosto una flotta di 80 canoe partì discendendo il Wabash. Tecumseh, con 400 guerrieri al seguito, tutti armati e dipinti come per una battaglia, si era messo in viaggio per incontrare per la prima volta l’uomo che era responsabile del trattato del 1809.


Guerrieri in canoa

La spedizione si accampò proprio fuori Vincennes; nella mattina stabilita per il consiglio Tecumseh apparve, circondato da 40 guerrieri. Egli rifiutò di incontrare il governatore e i suoi ufficiali nella veranda della casa del governatore, asserendo di preferire tenere la conferenza sotto le fronde di un gruppo di alberi non lontani. Il governatore acconsentì e ordinò che nel boschetto fossero portate sedie e panche. Quando a Tecumseh fu chiesto di prendere una sedia, egli replicò pomposamente: «Il sole è mio padre; la terra è mia madre; nel suo grembo voglio riposare», e si sedette per terra. I suoi guerrieri seguirono il suo esempio. Nel suo discorso Tecumseh affermò pacatamente le ragioni degli Indiani, dicendo:
«Fratello, da quando fu fatta la pace voi avete ucciso Shawnee, Winnebago, Delaware e Miami, avete preso la nostra terra e io non vedo come noi possiamo restare in pace se voi continuate a fare così. Voi state tentando di costringere il popolo rosso ad arrecarvi qualche danno. Siete voi che li state spingendo a creare guai. Voi volete evitare che gli Indiani facciano ciò che noi desideriamo – di unirsi – e che considerino le loro terre come proprietà comune di tutti; voi tenete le tribù in disparte e le avvertite di non venire a partecipare a quest’incontro; finché il nostro progetto non sarà realizzato noi non desideriamo accettare il vostro invito di andare a parlare con il Presidente. Con le vostre distinzioni fra le tribù indiane volete collocarle ciascuna in un particolare pezzo di territorio, in modo che esse siano in guerra l’una con l’altra. Voi non vedrete mai un Indiano venire a fare un tentativo del genere nei vostri confronti. State continuamente cacciando via il popolo rosso, finché, alla fine, lo avrete gettato nel Grande Lago, dove non può stare in piedi né camminare. Fratello, tu dovresti sapere cosa stai facendo agli Indiani. Forse è per disposizioni del Presidente che fate queste distinzioni. E’ una cosa molto brutta e a noi non piace. Sin dal nostro trasferimento a Tippecanoe noi abbiamo tentato di livellare tutte le distinzioni, distruggendo i villaggi nei quali veniva compiuto il male: sono quelli che vendono le nostre terre agli Americani. Il nostro obiettivo è lasciare che i nostri affari siano trattati da guerrieri.»
Il discorso di Tecumseh così continuò: «Fratello, solo pochi hanno partecipato alla vendita di questa terra e dei beni che erano stati preparati per lei. Il trattato venne stipulato successivamente e i Wea furono costretti a dare il loro assenso a causa del loro scarso numero. Il trattato di Fort Wayne fu sottoscritto sotto le minacce di Winnemac (capo Potawatomi filo-americano); ma per il futuro noi siamo preparati a punire quei capi che si permettono di venire avanti a proporre la vendita della terra. Se voi continuerete a comprare da loro, ciò farà scoppiare la guerra tra le diverse tribù e, alla fine, io non so quali saranno le conseguenze per il popolo bianco.
Fratello, io ero felice di ascoltare il tuo discorso. Tu hai detto che se noi possiamo dimostrare che la terra fu venduta da gente che non aveva il diritto di vendere, voi l’avreste restituita. A quelli che l’hanno venduta la terra non apparteneva. Quelle tribù rivendicano un diritto, ma le tribù che sono con me non sono d’accordo con la loro rivendicazione. Se la terra non ci verrà restituita, voi vedrete quando saremo tornati alle nostre case come essa sarà organizzata. Noi terremo un grande consiglio, a cui presenzieranno tutte le tribù, dove dimostreremo a quelli che hanno venduto che essi non avevano diritto alla loro pretesa; e vedremo cosa si dovrà fare con quei capi che vi hanno venduto la terra. Io non sono solo in questa risoluzione; questa è la risoluzione di tutti i guerrieri del popolo rosso che mi ascoltano. Se voi non lo farete, sarà come desiderare da parte vostra che io uccida tutti i capi che vi hanno venduto la terra. Io vi parlo così perché sono autorizzato a fare così da tutte le tribù. Io sono alla testa di tutte loro; io sono un guerriero e tutti i guerrieri si incontreranno fra due o tre mesi; allora io cercherò quei capi che vi hanno venduto le terre e saprò cosa fare con loro. Se voi non restituirete la terra, sarete coinvolti nella loro morte».


Territori ceduti tra il 1768 e il 1799

Il governatore replicò dicendo che le tribù indiane erano e sarebbero sempre state indipendenti una dall’altra, e avevano il diritto di vendere le proprie terre, senza interferenze da parte di altri. Tecumseh avrebbe potuto rispondere che i Diciassette Fuochi avevano già riconosciuto che i territori erano di proprietà comune delle tribù trattando con loro nello stipulare l’accordo di Greenville. Invece lui e i suoi seguaci persero la calma e saltarono in piedi pieni di rabbia, come se volessero assalire il governatore e il consiglio finì in un indecoroso diverbio. Tecumseh si dispiacque molto di questo. Fece pervenire le sue scuse al governatore Harrison e richiese un altro incontro. Venne convocato un altro consiglio e questa volta gli Indiani riuscirono a controllare la rabbia; ma Tecumseh fino alla fine restò sulla sua posizione, cioè che gli Indiani non avrebbero mai permesso agli uomini bianchi di prendere possesso delle terre che essi rivendicavano con il trattato del 1809. Il giorno dopo il governatore Harrison, accompagnato solo da un interprete, si recò coraggiosamente all’accampamento di Tecumseh ed ebbe con lui un lungo colloquio. Tecumseh disse che gli Indiani non avevano nessun desiderio di fare guerra e sarebbe stato felice di essere in pace con i Lunghi Coltelli se il governatore avesse potuto convincere il Presidente a restituire la terra contesa. Disse anche di non aver alcun desiderio di unirsi agli Inglesi, che non erano veri amici degli Indiani, ma che erano sempre pronti a spingerli a combattere contro gli Americani per il loro proprio vantaggio. Harrison replicò che avrebbe riferito al Presidente tutto ciò che Tecumseh aveva detto, ma che sapeva che il Presidente non avrebbe restituito il territorio che aveva comprato.
«Bene» replicò rudemente Tecumseh «poiché il grande padre sta per definire la questione, io spero che il Grande Spirito metta tanto buon senso nella sua testa da indurlo ad ordinarvi di restituirci questa terra. E’ vero, egli è così lontano che non sarà colpito dalla guerra; lui può starsene nella sua città a bere vino, mentre noi ci combattiamo fino alla fine».
Un anno di instabilità e ansia seguì il consiglio di Vincennes. Il governo degli Stati Uniti fece un tentativo per misurare i nuovi territori acquisiti, ma i tecnici vennero scacciati dagli Indiani. Da entrambe le parti vennero commesse azioni offensive. Vennero rubati cavalli, parecchi uomini bianchi furono uccisi dagli Indiani e diversi Nativi uccisi dai coloni. Nella primavera del 1811, quando venne inviata sul fiume Wabash la solita fornitura di sale perché fosse distribuita fra le tribù, gli Indiani della città del Profeta, invece di respingerla ancora, si impadronirono di tutto il carico. Questo venne fatto in assenza di Tecumseh, il quale sembrava cercare di evitare in tutti i modi lo scoppio della guerra.


La reazione di Tecumseh a Vincennes

Il governatore Harrison riteneva gli Indiani di natura infida e temeva che il desiderio di pace di Tecumseh potesse essere simulato allo scopo di fargli abbassare la guardia. Egli pensava che era poco probabile aspettarsi (e per niente desiderabile) che gli Stati Uniti potessero abbandonare il territorio per il quale gli Indiani si stavano battendo. Difficilmente i Nativi avrebbero abbandonato la terra senza combattere. Rimandare serviva soltanto a dare a Tecumseh il tempo di rinforzare la sua banda. Harrison pensò che fosse saggio forzare i fratelli a scatenare la guerra o a dare assicurazioni per la pace. Di conseguenza scrisse loro un discorso in lettera, nel quale diceva:
«Fratelli, questo è il terzo anno che tutto il popolo bianco di questo paese sta in allarme per la vostra condotta; voi ci minacciate con la guerra; invitate tutte le tribù del nord e dell’ovest ad allearsi contro di noi. Fratelli, i vostri guerrieri che recentemente sono stati qui lo negano, ma io ho ricevuto informazioni da ogni direzione: le tribù del Mississippi mi hanno trasmesso la notizia che voi intendete uccidermi, e poi cominciare una guerra contro il nostro popolo. Ho anche saputo del discorso che avete trasmesso ai Potawatomi e ad altri perché si uniscano a voi in questo proposito; ma se io non ho altra prova della vostra ostilità verso di noi che il sequestro del sale che avevo mandato recentemente sul Wabash, essa è sufficiente. Fratelli, i nostri cittadini sono allarmati, i miei guerrieri si stanno preparando, non per attaccarvi ma per difendere sé stessi, le loro donne e i loro bambini. Voi non ci prenderete di sorpresa come vi aspettate; voi state per intraprendere un’azione molto incauta. Come amico, vi invito a considerare bene questo; una piccola riflessione può risparmiarci una grande quantità di problemi e prevenire molti danni; non è ancora troppo tardi. Fratelli, se volete rassicurarci circa le vostre buone intenzioni, seguite il consiglio che vi ho dato prima: vale a dire uno di voi, o tutti e due, dovrebbe andare in visita al Presidente degli Stati Uniti e portare a lui le vostre lagnanze. Egli vi tratterà bene, ascolterà ciò che direte, e se siete in grado di dimostrare che siete stati offesi, voi avrete giustizia. Se seguirete il mio avvertimento a questo riguardo, ciò convincerà i cittadini di questo paese e me stesso che voi non avere nessun progetto offensivo.
Fratelli, con rispetto per le terre che furono acquistate lo scorso autunno, non posso entrare in nessun negoziato su questo argomento; la cosa è nelle mani del Presidente. Se volete andare a vederlo, vi fornirò io i mezzi».
Se entrambi i fratelli avessero agito secondo l’invito del governatore e fossero andati a Washington, sarebbero divenuti virtualmente ostaggi del governo, e gli Indiani non avrebbero osato nuocere in alcun modo agli insediamenti dei coloni per timore che il loro capo avesse problemi a causa del loro comportamento. Tecumseh inviò al governatore una breve replica, di carattere amichevole, con la quale prometteva di recarsi a Vincennes egli stesso entro breve tempo. Il governatore Harrison non sapeva cosa aspettarsi dalla visita propostagli, ma si ricordò del tentativo di Pontiac di impadronirsi di Detroit con la sorpresa e si preparò a dare al suo ospite una risposta bellicosa se fosse stato necessario. Verso la fine di giugno il capo arrivò, accompagnato da circa 300 guerrieri. Si tenne un consiglio, che il governatore aprì riferendo dei danni patiti dagli uomini bianchi per mano degli Indiani e rivolgendo di nuovo l’accusa che i Nativi stessero preparandosi per la guerra. Tecumseh replicò contrapponendo a sua volta l’enumerazione delle offese subite e dichiarando ancora che gli Indiani non avrebbero mai consegnato la terra contesa, ma che era suo desiderio e speranza che la cosa potesse risolversi pacificamente. Egli disse che stava tentando di costruire una forte nazione di uomini rossi, sul modello dei Diciassette Fuochi e che aveva intenzione di visitare le tribù meridionali per invitarle a unirsi alla sua alleanza. Assicurò al governatore di aver dato ordini tassativi perché gli Indiani del nord rimanessero in pace durante la sua assenza e che non appena fosse tornato sarebbe andato a Washington per accordarsi sulla questione dei territori.


Tecumseh e Harrison a Vincennes

Tecumseh si affrettò quindi verso il Sud, dove incontrò con buoni esiti i Creek e i Seminole, convincendoli a unirsi alla sua confederazione. Si disse che, dove non riusciva a persuadere, minacciava. Il discorso di guerra che egli tenne di fronte ai Muscogee (Creek) nell’insediamento di Tuckaubatchee, nell’ottobre del 1811, è stato così riportato dal futuro generale, Samuel Dale, che era presente all’assemblea, ma che non può sicuramente essere considerato un osservatore imparziale.
«Sfidando i guerrieri bianchi dell’Ohio e del Kentucky, ho viaggiato attraverso i loro insediamenti, una volta nostri territori di caccia preferiti. Non si sono udite grida di guerra, ma c’è del sangue sui nostri coltelli. I visi pallidi hanno sentito il colpo, ma senza sapere da dove veniva. Maledetta sia la razza che si è impadronita della nostra terra ed ha fatto donne dei guerrieri. I nostri padri, dalle tombe, ci rimproverano come schiavi e codardi. Li sento oggi tra i lamenti del vento. I Muscogee erano una volta un popolo potente: i Georgiani tremavano al vostro grido di guerra, e le ragazze della mia tribù, sui bordi dei laghi lontani, cantavano la prodezza dei vostri guerrieri e anelavano ai loro abbracci. Ora, perfino il vostro sangue è bianco, i vostri tomahawks non hanno più filo, gli archi e le frecce sono stati seppelliti insieme ai vostri padri. Oh! Muscogee, fratelli di mia madre, scrollatevi via dalle palpebre il sonno della schiavitù; una volta ancora, colpite per la vendetta; una volta ancora, colpite per la vostra terra. Gli spiriti dei nostri grandi morti si lamentano, le loro lacrime stillano dai cieli piangenti. Perisca la razza bianca! Prendono la vostra terra, corrompono le vostre donne, calpestano le ceneri dei vostri morti! Indietro, da dove sono venuti, su una scia di sangue, li dobbiamo ricacciare. Indietro! indietro, per sempre, nella grande acqua i cui flutti maledetti li hanno condotti fino alle nostre spiagge! Bruciate le loro case! Distruggete le loro provviste! Ammazzate donne e bambini! L’uomo rosso è il proprietario legittimo della terra ed i visi pallidi non ne dovranno mai godere. Ora, guerra! Guerra per sempre! Guerra ai vivi! Guerra ai morti! Scavate i loro stessi corpi dalla tomba, la nostra terra non deve dare riposo ad ossa di bianchi! Questa è la volontà del Grande Spirito, rivelata a mio fratello, il profeta dei laghi, che è a lui vicino. Egli mi manda da voi. Tutte le tribù del nord già fanno la danza di guerra. Due potenti guerrieri d’oltremare ci invieranno le armi. Tecumseh farà presto ritorno alla sua casa, ma i miei profeti si fermeranno con voi e si porranno tra voi e le pallottole dei nemici. E quando i bianchi si avvicineranno, la terra si spalancherà per inghiottirli. Presto vedrete il mio braccio infuocato disteso di traverso nel cielo e, quando pianterò il piede a Tippecanoe, la terra stessa tremerà».
Il 16 dicembre del 1811, un forte terremoto (New Madrid Earthquakes), seguito per mesi da scosse ulteriori di cui almeno due di intensità pari alla prima, squassò le regioni meridionali degli Stati Uniti ed il Midwest: le interpretazione dei Nativi furono di vario tipo, ma tutte convergevano nel ritenere che un tale evento naturale dovesse pur significare qualcosa. Molte tribù (Osage, Creek e Sauk, ad esempio) lo interpretarono come un segno della necessità di sostenere Tecumseh e il Profeta. Se il resoconto del discorso di Tuckaubatchee è, almeno per questo aspetto, esatto, molti Creek avranno forse pensato che, come promesso, Tecumseh aveva finalmente piantato il piede a Tippecanoe!
La faglia di New Madrid
Un ritratto più tradizionale di Tecumseh, meno malvagio oltranzista, e più patriota appassionato, emerge invece dal discorso che egli avrebbe pronunciato di fronte ad una banda di Osage, sulla strada del ritorno verso casa. Il condizionale è d’obbligo, in quanto la fonte è unica, John Dunn Hunter, un anglo-americano che aveva avuto la famiglia sterminata dai Kickapoo e che era stato quindi allevato dagli Osage. Le tematiche del discorso sono quelle consuete del grande capo Shawnee e c’è perfino il riferimento al terremoto che si trova già nel discorso di Tuckabatchee, mentre la presenza di Tecumseh tra gli Osage nel 1811 appare confermata dalle carte del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti.
«Fratelli, apparteniamo tutti ad una sola famiglia, siamo tutti figli del Grande Spirito, camminiamo sullo stesso sentiero, ci togliamo la sete alla stessa sorgente, ed ora, questioni della massima importanza ci portano ad adunarci a fumare la pipa attorno allo stesso fuoco. Fratelli, noi siamo amici, e dobbiamo aiutarci l’un l’altro a recare i nostri fardelli. Il sangue di tanti dei nostri padri e fratelli è scorso come acqua sul terreno, per soddisfare la sete di ricchezza dei bianchi. Noi stessi siamo minacciati da un grande male: nient’altro darà loro la pace se non la distruzione di tutti gli uomini rossi. Fratelli, quando i bianchi misero piede per la prima volta sulle nostre terre, avevano fame, non avevano posto su cui stendere la coperta o accendere il fuoco, erano deboli, non sapevano far niente da soli. I nostri padri ebbero compassione della loro pena e divisero con loro, senza contropartita, tutto quanto il Grande Spirito aveva donato ai suoi figli rossi. Dettero loro cibo, quando avevano fame, medicamenti, quando erano ammalati, stesero pelli per farli dormire, e diedero terreni, così che potessero cacciare e far crescere il grano. Fratelli, i bianchi sono come serpenti velenosi: al freddo sono deboli ed innocui, ma rinvigoriteli col calore e pungeranno a morte i loro benefattori. I bianchi arrivarono tra noi deboli ed ora che li abbiamo resi forti, ci vogliono ammazzare o spingere indietro come farebbero con lupi e puma. Fratelli, i bianchi non sono amici degli indiani: all’inizio chiedevano solo un pezzetto di terra sufficiente per una casa, oggi nulla li soddisferà se non i nostri interi territori di caccia, dal luogo in cui sorge il sole a quello in cui tramonta».
Così continua il discorso di Tecumseh: «Fratelli, i bianchi vogliono ancor di più dei nostri territori di caccia, vogliono uccidere i nostri vecchi, le donne, i piccoli. Fratelli, tanti inverni fa non esisteva la terra, il sole non sorgeva e tramontava, tutto era tenebra. Poi, il Grande Spirito fece tutte le cose. Ai bianchi diede un focolare al di là delle grandi acque. Questi territori, invece, li rifornì di selvaggina e li dette ai suoi figli rossi, così come dette loro forza e coraggio per difenderli. Fratelli, la mia gente aspira alla pace! La vorrebbero tutti gli uomini rossi! Ma, dove sono i bianchi, non c’è pace per noi, se non nel ventre della nostra madre. Fratelli, i bianchi disprezzano e ingannano gli indiani, li ingiuriano e li insultano, non stimano gli uomini rossi abbastanza buoni per vivere. Gli uomini rossi hanno sofferto molti e grandi torti, ora non dovrebbero tollerarne più. La mia gente non lo farà di certo: sono determinati a vendicarsi, hanno levato l’ascia di guerra e la ingrasseranno di sangue, berranno il sangue dei bianchi. Fratelli, la mia gente è prode e numerosa, ma i Bianchi sono troppo forti per essa sola, ed al suo fianco, io vorrei che voi levaste in aria il tomahawk. Se ci uniamo tutti, faremo che i fiumi tingano del loro sangue le grandi acque. Fratelli, se non vi unite a noi, saranno loro a distruggervi per primi e voi cadrete loro facile preda. Hanno già distrutto molte nazioni di uomini rossi, perché non erano unite, perché non erano amiche tra loro. Fratelli, i bianchi mandano messaggeri tra noi, vorrebbero renderci nemici l’uno dell’altro, così da poter ripulire e desolare i nostri territori di caccia, come venti devastatori o acque impetuose. Fratelli, il nostro Grande Padre, al di là delle grandi acque, è in collera con i bianchi, nostri nemici, e manderà contro di loro i suoi validi guerrieri; a noi invierà fucili e quant’altro ci sarà necessario: egli è nostro amico e noi siamo i suoi figli. Fratelli, chi sono infine i bianchi perché ci debbano fare paura? Non sanno correre veloci e sono buoni bersagli per essere presi a fucilate; i nostri padri ne hanno uccisi molti: noi non siamo squaw e tingeremo di rosso la terra con il loro sangue. Fratelli, il Grande Spirito è in collera con il nemico: egli parla col tuono e la terra inghiotte villaggi e svuota il Mississippi. Le grandi acque copriranno le loro terre basse, i loro cereali non potranno crescere e il Grande Spirito spazzerà via dalla faccia della terra, con il soffio terribile del suo respiro, quelli che fuggiranno sulle colline. Fratelli dobbiamo essere uniti, dobbiamo fumare la stessa pipa, dobbiamo combattere insieme le stesse battaglie e, ancor di più, dobbiamo amare il Grande Spirito: egli sta con noi, distruggerà i nostri nemici e renderà felici tutti i suoi figli rossi».


Tecumseh e gli Osage

Nonostante i suoi sforzi, comunque, parte delle nazioni indiane del sud rigettò gli appelli di Tecumseh: particolarmente forte, fin quasi a passare alle vie di fatto, fu lo scontro con il grande capo Choctaw Pushmataha, il quale non volle lasciarsi smuovere dalle argomentazioni dello Shawnee ed insistette perché Choctaw e Chickasaw rimanessero fedeli ai trattati di pace stipulati con gli Stati Uniti. Tuttavia una fazione dei Creek, che fu poi conosciuta come i Bastoni Rossi, rispose favorevolmente alla sua chiamata alle armi e, se non poté giocare alcun ruolo nell’immediato, fu poi all’origine della successiva guerra dei Bastoni Rossi (Guerra Creek).
In ogni caso, certamente Tecumseh ebbe una grande influenza su tutte le tribù. Il governatore Harrison scrisse di lui, al Segretario della Guerra: «Se non fosse per la vicinanza agli Stati Uniti, egli sarebbe forse il fondatore di un impero che potrebbe rivaleggiare in grandezza con quelli di Messico e Perù. Nessuna difficoltà lo scoraggia. Per quattro anni è stato in continuo movimento. Lo potete vedere oggi sul fiume Wabash e dopo un tempo brevissimo udire notizie su di lui sulle rive del lago Erie o del Michigan, o sulle sponde del Mississippi; e dovunque egli vada suscita un’impressione favorevole circa i suoi propositi. Adesso è arrivato ad un punto in cui può dare la svolta finale al suo lavoro. Spero, comunque, che prima del suo ritorno questa parte della sua opera sarà stata demolita e che siano sradicate anche le sua fondamenta».
Nello stesso momento Tecumseh si fidava del governatore Harrison con semplicità infantile. Gli sembrava che non potesse succedere che il governatore facesse attività contro di lui finché non avesse completato i suoi accordi e aperto ufficialmente la guerra. Invero, a Washington c’erano anche alcuni che pensavano che ciò era quello che Harrison avrebbe dovuto fare; e cioè di starsene sulla difensiva finché gli Indiani non avessero attaccato. Comunque questo non era lo spirito della frontiera. Gli uomini di frontiera non erano del parere di starsene ancora seduti ad aspettare che gli Indiani li scalpassero mentre aravano la terra o li bruciassero nei loro letti. Erano favorevoli ad un attacco immediato contro Tippecanoe. Questo atteggiamento era in accordo con il parere del governatore. Uomo d’azione, educato alla vita militare, Harrison promosse immediate e vigorose misure. Pensava che questo fosse un momento favorevole per un attacco alla città del Profeta. Tecumseh era ben lontano e aveva lasciato ordini che le tribù restassero in pace durante la sua assenza. Poiché la maggioranza esitava a disobbedire al suo ordine, non ci sarebbe stata una resistenza unitaria. Inoltre il comando era stato lasciato al Profeta e una vittoria contro di lui avrebbe distrutto la fede degli Indiani nei suoi poteri soprannaturali.


Il capo Choctaw Pushmataha

Era appunto questa fede nel Profeta che Harrison era addivenuto a riconoscere come la colonna portante dell’alleanza indiana. Inoltre gli Inglesi non erano in grado di fornire agli Indiani un’assistenza apprezzabile e i Nativi avrebbero capito dalle battaglie combattute senza il loro aiuto quanta poca fiducia si doveva porre nelle promesse dei Britannici. Per queste ragioni Harrison scrisse al dipartimento della Guerra facendo presente l’urgenza di un’azione immediata e richiedendo il comando e le truppe necessarie per marciare contro Tippecanoe. Le truppe vennero fornite, ma con istruzioni che la pace con gli Indiani fosse, se possibile, preservata, come da desiderio del Presidente Madison.
Nell’agosto del 1812 il governatore Harrison mandò severe “comunicazioni” alle tribù indiane, minacciandole di punizioni se non avessero cessato i preparativi per la guerra e non si fossero conformate alle sue richieste. Il 25 settembre arrivò a Vincennes la risposta del Profeta. Egli forniva ripetute assicurazioni che gli Indiani non avevano intenzione di muovere guerra ai coloni, e prometteva di adeguarsi a qualunque richiesta il governatore potesse fare. A questo messaggio il governatore non diede alcuna risposta.
Il governatore adesso era pronto ad entrare in azione. Aveva un esercito di circa un migliaio di combattenti. La milizia era rinforzata da trecento regolari e centotrenta cavalieri, sotto il comando di un Kentuckiano, J. H. Daveiss, che cercava di ottenere gloria in uno scontro con gli Indiani. Al suo gruppo vennero aggiunte due compagnie di fucilieri a cavallo. Harrison inviò un distaccamento lungo il fiume per costruire un forte nel nuovo territorio. Con questo atto prese formale possesso di quelle terre. Egli si sentiva le mani legate dalle istruzioni del Presidente, volte ad evitare, se possibile, la guerra con gli Indiani, e aspettava gli sviluppi con impazienza. Egli si aspettava che in qualche modo gli Indiani si opponessero alla costruzione del forte e le sue aspettative alla fine si realizzarono. Una delle sentinelle in servizio di guardia ai soldati che lavoravano alla costruzione del forte fu colpita e gravemente ferita. Per questo Harrison si sentì autorizzato ad aprire le ostilità e decise di marciare sulla città del Profeta. Una lettera del Dipartimento della Guerra ricevuta in quel periodo lo lasciava libero di portare avanti i suoi piani. Il forte, che venne chiamato Fort Harrison in onore del governatore, fu completato nel tardo ottobre 1811; contemporaneamente l’armata era pronta a partire. Harrison mandò messaggeri al Profeta, richiedendo che gli Indiani restituissero i cavalli rubati ai legittimi proprietari e che si consegnassero gli Indiani che avevano ucciso uomini bianchi. Richiese anche che i Winnebago, i Potawatomi e i Kickapoo che si trovavano a Tippecanoe tornassero alle loro tribù. Senza aspettare una risposta o indicare il tempo e il luogo in cui la risposta del Profeta potesse essergli recapitata, il 26 ottobre Harrison intraprese la marcia verso Tippecanoe, attraverso il territorio conteso, con poco meno di mille uomini in assetto di guerra. Non trovarono alcun tipo di opposizione, non si vide un Indiano fino al 6 novembre, quando le truppe giunsero a meno di 11 miglia da Tippecanoe. E sebbene se ne vedessero molti da quel momento in avanti, questi non potevano essere indotti ad alcun tipo di azione offensiva se non fare gesti minacciosi in risposta ai commenti provocatori degli interpreti. Quando giunse a due miglia da Tippecanoe, Harrison ritrovò sé stesso e la sua truppa in un punto pericoloso che offriva agli Indiani una possibilità molto invitante per effettuare un’imboscata. Ma non venne molestato. Quando le truppe furono al sicuro di nuovo in aperta campagna, Harrison tenne consiglio con i suoi ufficiali. Erano tutti impazienti di avanzare subito e attaccare la città. Erano del parere che se ci fosse stato qualunque dubbio sulla giustezza o la necessità di un attacco, avrebbe dovuto essere sciolto prima di partire; ora che erano arrivati alla roccaforte degli Indiani c’era solo una strada sicura: era quella di un attacco immediato.


Il Governatore William Henry Harrison – dipinto di Rembrandt Peale

Forse le circostanze della marcia avevano persuaso Harrison della sincerità dei propositi di pace degli Indiani, e sentiva che dopo tutto la cosa si sarebbe potuta sistemare senza spargimento di sangue. In ogni caso era molto riluttante ad aderire ai desideri dei suoi aiutanti. Alla fine, cedendo ai loro pressanti inviti, diede l’ordine di avanzare e di invadere il villaggio. Ma aveva appena fatto questo, che fu dissuaso dal suo proposito dall’arrivo di messaggeri del Profeta che richiedevano una sospensione dell’avanzata perché le difficoltà si sarebbero potute risolvere senza che si dovesse dar battaglia. Harrison rispose con un messaggio nel quale asseriva di non aver intenzione di effettuare un attacco a meno che il Profeta non rifiutasse di aderire alle sue richieste. Egli acconsentì a sospendere le ostilità per la notte e diede a Tenskwatawa appuntamento per un incontro per la mattina successiva. In forte contrasto con la volontà dei suoi ufficiali, che non avevano nessuna fiducia nelle professioni di amicizia degli Indiani e che pensavano che di ogni ora di ritardo il Profeta avrebbe fatto buon uso, Harrison si accampò per la notte. Sembrava che avesse ben poca paura di un attacco e non fortificò nemmeno il suo accampamento con trincee. Quella notte i suoi uomini dormirono con la armi in pugno e, sebbene nessun suono dal villaggio indiano disturbasse il silenzio, c’era una generale sensazione di nervosismo.
Tra le quattro e le cinque del mattino, nell’oscurità che precede l’alba, un colpo sparato da una sentinella, seguito dall’urlo di guerra degli Indiani, fece balzare tutti in piedi. Appena i soldati furono tutti in posizione alla luce dei fuochi del campo, scrutando nell’oscurità con i fucili carichi, vennero investiti dagli Indiani, che si scagliarono su di loro con tale violenza da rompere l’allineamento dei militari ed aprire un varco nella difesa dell’accampamento. Sia che il numero degli assalitori fosse grande o che Harrison fosse stato poco in guardia, si creò una situazione di panico.

Ma quando risuonò l’allarme Harrison era già in piedi e sul punto di fare un discorso ai soldati. Con una perfetta padronanza di sé, egli cavalcò verso il punto dove le pallottole fischiavano con più intensità, dando ordini e incoraggiando i suoi uomini. Il soldato Daveiss, con il consenso di Harrison, con soli pochi compagni si gettò temerariamente in un boschetto per sloggiarne alcuni Indiani che stavano facendo fuoco contro le truppe a distanza ravvicinata. Ben presto venne circondato e abbattuto. Gli Indiani combattevano con grande perseveranza e portarono avanti l’attacco per due ore, nelle quali le truppe americane tennero le loro posizioni con ammirabile fermezza. Con l’avanzare del giorno gli Indiani si ritirarono gradualmente.
La situazione di Harrison era rischiosa. Il conteggio dei morti e dei feriti evidenziava che egli aveva già perso 150 combattenti. Gli Indiani potevano tornare ancora più numerosi in ogni momento per attaccare le sue truppe esauste. C’erano poche provviste, pioveva e faceva freddo. Gli uomini mantennero le loro posizioni tutto il giorno senza cibo e senza fuoco. Per tutto il giorno e la notte seguente i soldati stettero in allarme. Il secondo giorno i cavalieri avanzarono cautamente verso il villaggio. Con loro sollievo lo trovarono deserto. Evidentemente gli Indiani erano fuggiti in fretta, lasciandosi dietro grandi quantitativi di provviste. Le truppe di Harrison presero tutto quello che serviva, incendiarono il villaggio deserto e tornarono a Vincennes con una rapida marcia. Il risultato della battaglia di Tippecanoe fi che Harrison divenne l’eroe del momento. La notizia della distruzione della Città del Profeta portò l’esultanza in ogni stanziamento dei coloni lungo la frontiera.
Dei seicento Indiani che Harrison aveva stimato aver preso parte alla battagli di Tippecanoe, trentotto furono trovati morti sul campo. Sebbene questo non fosse un numero rilevante dal punto di vista dell’uomo bianco, gli Indiani consideravano la perdita di trentotto dei loro guerrieri come una cosa di non poco conto.
Ma questo non fu il colpo peggiore subito dalla confederazione, per creare la quale Tecumseh e il Profeta avevano lavorato così duramente. Tippecanoe era stata considerata, con una venerazione superstiziosa, come la “Città del Profeta”, una specie di città santa, sotto la protezione speciale del Grande Spirito. Di conseguenza, la distruzione della città intaccò seriamente la reputazione del Profeta.
E’ difficile dire quale parte ebbe il Profeta nell’attacco alle forze del governatore Harrison. Nella loro ansia di sfuggire alla punizione da parte degli Stati Uniti, molti Indiani, che si sapeva aver preso parte alla battaglia, giustificarono la loro condotta affermando di aver agito in obbedienza agli ordini del Profeta. Essi raccontavano strane storie sulla sua insistenza nello spingerli in battaglia con la promessa che il Grande Spirito li avrebbe protetti dalle pallottole del nemico. D’altro canto, il Profeta diceva che i giovani i quali non avessero ascoltato i suoi ordini erano da biasimare per il problema che creavano. Il fatto che gli Indiani non approfittassero della loro superiorità contro Harrison e, invece che rinnovare l’attacco con tutti i loro guerrieri, fuggissero via da lui, potrebbe indicare che c’era sicuramente una gran parte di loro che era favorevole alla pace. Sembra probabile che questa fazione fosse costituita dallo stesso Profeta a dai suoi seguaci più fedeli, piuttosto che da quegli Indiani che, mentre si protestavano amici degli Stati Uniti e accusavano il Profeta, ammettevano di aver preso parte al combattimento. Tenskwatawa aveva avuto un monito dagli Inglesi e precisi ordini da Tecumseh, perché rimanesse in pace, e aveva manifestato in molte occasioni la sua ansietà di tranquillizzare Harrison e di trattenere gli Indiani perché non usassero la violenza. Per qualche tempo l’influenza di Tenskwatawa e Tecumseh era stata usata per bloccare e incanalare la rabbia degli Indiani che era stata attizzata dal trattato del 1809 ed era pronta ad esplodere ad ogni istante. Risulta anche difficile credere che giovani guerrieri, che non erano mai stati addestrati ad agire sulla difensiva potessero essere costretti ad aspettare di essere attaccati e perdere così il vantaggio che si poteva acquisire sorprendendo il nemico o che potessero essere indotti a ritirarsi senza sparare un colpo.


Battaglia di Tippecanoe

Ma per quanto il Profeta potesse essere stato senza colpa, per un certo tempo ne soffrì, come Harrison aveva previsto. Egli era il capro espiatorio sul quale tutti riversavano la responsabilità della battaglia di Tippecanoe. Si dice che perfino Tecumseh lo avesse redarguito aspramente per non aver tenuto sotto controllo i giovani guerrieri. Quello che Tecumseh disapprovava dell’avvenimento è evidente dalla risposta che mandò agli Inglesi, i quali lo avevano avvertito di evitare ulteriori incontri con gli Americani: «Voi ci dite di ritirarci o di girarci su un fianco se i Grandi Coltelli dovessero attaccarci. Se io me ne fossi stato a casa nell’ultima sfortunata vicenda sarebbe stato così; ma quelli che avevo lasciato casa erano – non li posso chiamare uomini – un povero ammasso di persone, e il loro scontro con i Grandi Coltelli lo paragono a una zuffa tra bambini piccoli che non fanno che graffiarsi la faccia a vicenda».
In primavera Tecumseh si presentò di persona a Vincennes affermando di essere ora pronto per andare a Washington in visita al Presidente. Però il governatore gli diede un freddo benvenuto, dicendogli che se voleva andare avrebbe dovuto farlo da solo. L’orgoglio di Tecumseh ne venne ferito ed egli si rifiutò di andare senza poter viaggiare con uno stile consono alla dignità di un grande capo, condottiero degli uomini rossi. Harrison venne presto a sapere che i fratelli erano ancora a Tippecanoe, con i loro fedeli seguaci, ricostruendo il villaggio e rimettendosi in forze.
Nell’aprile 1812, un succedersi di orribili omicidi lungo la frontiera allarmò i coloni. Si aspettava da un giorno all’altro una sollevazione generale degli Indiani. Gli uomini della milizia si rifiutavano di lasciare le loro famiglie senza protezione, mentre il governatore non era in grado di assicurare la protezione delle truppe degli Stati Uniti. Il panico dilagò lungo il confine e interi distretti si spopolarono. Uomini, donne e bambini si affrettavano verso i forti o perfino verso il Kentucky in cerca di sicurezza. La paura era che Vincennes potesse essere sopraffatta.

Se gli Indiani avessero scelto quel momento per colpire, avrebbero potuto causare danni tremendi. Ma la voce di Tecumseh era ancora per la pace. In un consiglio tenuto nel mese di maggio disse:
«Il governatore Harrison ha fatto guerra alla mia gente in mia assenza; era volontà di Dio che egli dovesse fare così. Noi speriamo che piacerà al Grande Spirito che il popolo bianco ci lasci vivere in pace. Noi non lo disturberemo, né lo avremmo fatto, se non fosse venuto al nostro villaggio con l’intenzione di distruggerci. Noi siamo felici di confermare ai nostri fratelli presenti che lo sfortunato incidente che ha avuto luogo tra la gente bianca e alcuni dei nostri giovani al nostro villaggio è stata appianata tra noi e il governatore Harrison; e io dichiarerò ulteriormente che non vi fu spargimento di sangue nel momento in cui io ero presente al villaggio. E’ vero, noi abbiamo tentato di mettere i nostri fratelli sull’avviso, e se essi non vi hanno dato ascolto, questo a noi dispiace. Noi sfidiamo qualunque creatura vivente a dire che mai abbiamo diffidato ciascuno, direttamente o indirettamente, dal fare guerra contro i nostri fratelli bianchi. Questo è stato fatto dai Potawatomi e da altri, che vendono alla gente bianca delle terre che non sono le loro».
Tecumseh desiderava fortemente che gli Indiani restassero in pace con i cittadini degli Stati Uniti, ma vedeva chiaramente che era impossibile per loro realizzare ciò senza che fossero disposti a vendere le loro terre. Nel frattempo gli Inglesi promettevano di riconquistare per gli Indiani tutte le terre a nord del fiume Ohio e ad est del monti Alleghany. Essi instillarono nel cuore di Tecumseh la speranza che sarebbero stati ristabiliti i vecchi confini tra il territorio indiano e quello dei Bianchi. Quando, nel 1812, scoppiò la guerra tra Gran Bretagna e Stati Uniti, Tecumseh si unì agli Inglesi a Malden. Nell’aderire a questa alleanza egli non fu influenzato da nessun sentimento di simpatia verso gli Inglesi: semplicemente fece quel che gli sembrava meglio nell’interesse dei Nativi.
Al principio la fortuna favorì la bandiera inglese. Fort Mackinac, nel Michigan settentrionale, cadde nelle mani di un’armata composta da Inglesi e Indiani. Detroit si arrese al generale Brock senza alcuna resistenza. Fort Dearborn, a Chicago, venne incendiato e la sua guarnigione massacrata dagli Indiani. Gli Inglesi sembravano proprio sulla strada di mantenere la promessa di scacciare i coloni americani dal Nord Ovest. Fort Harrison e Fort Wayne erano i soli baluardi di qualche importanza rimasti a guardia della frontiera. Tecumseh programmò di espugnarli con uno stratagemma. Le vittorie degli Inglesi guadagnarono alla loro causa le tribù fino ad allora esitanti e centinaia di guerrieri affluirono al fianco di Tecumseh, che divenne un’importante e illustre figura nella guerra. Il suo valore, la sua conoscenza del paese e il suo grande seguito resero possibile per lui offrire ai suoi alleati un aiuto inestimabile. Senza Tecumseh e i suoi Indiani, la guerra degli Inglesi nell’ovest sarebbe stata un’impresa impossibile. Gli Americani allestirono una grande forza militare allo scopo di riprendere Detroit e respingere gli Indiani che minacciavano gli insediamenti dei coloni.

Il generale Harrison fu messo al comando della spedizione. Egli si mise in marcia col suo esercito con grande ostentazione, ma non riuscì a raggiungere Detroit a causa degli ostacoli frapposti dal terreno paludoso del territorio su cui avrebbe dovuto marciare. Fu costretto ad accamparsi sul fiume Maumee, ma la sua avanzata in territorio indiano mandò a monte l’impresa che Tecumseh aveva studiato per catturare Fort Wayne.
Mentre Harrison era accampato a Fort Meigs, avvennero parecchi scontri tra le due parti nemiche, i più famosi dei quali furono quelli sul fiume Raisin.
La prima iniziativa di Harrison, non appena era subentrato al comando supremo dell’esercito americano, era stata di marciare con i suoi uomini verso nord per riprendere Detroit. Per realizzare ciò, aveva diviso l’armata in due colonne, delle quali una comandata da lui stesso, e l’altra dal generale Winchester. Nel frattempo, il Brigadiere Generale Henry Proctor, comandante dell’armata inglese di Detroit, riunì tutte le truppe disponibili, appoggiate da circa 500 Nativi sotto il comando di Tecumseh.

PRIMA BATTAGLIA DEL FIUME RAISIN

James Winchester, il comandante in seconda dell’Esercito del Nord Est, conduceva una colonna consistente approssimativamente di 1000 tra regolari e volontari, tutti inesperti, provenienti per lo più dal Kentucky. Il Generale Harrison gli aveva ordinato di restare ad una distanza utile per un eventuale supporto alla propria colonna, vicino al fiume Maumee, circa 30 miglia a sud di Frenchtown. Winchester, invece, ignorò l’ordine e inviò un piccolo distaccamento di soccorso verso nord, a Frenchtown, sul fiume Raisin. Il Tenente Colonnello William Lewis condusse questi uomini attraverso il Maumee, che era gelato, e lungo le rive del lago Erie, fino al Raisin. Aveva con sé 667 Kentuckiani e circa 100 uomini della Milizia del Michigan di lingua francese. Il 18 gennaio 1813 Lewis caricò, attraverso il fiume Raisin gelato, l’accampamento degli Inglesi e degli Indiani, dove c’erano 63 soldati canadesi dell’”Essex and Kent Scottish Militia” e circa 200 Potawatomi. Stemma della Essex and Kent Scottish Militia
Ne seguì un breve scontro, al termine del quale gli Americani riuscirono a costringere gli Inglesi e i loro alleati al ritiro. I Canadesi caricarono le linee americane parecchie volte, con il supporto della fucileria degli Indiani. Il combattimento continuò sporadicamente per alcune ore, finché Lewis riconquistò Frenchtown. Lo scontro rimase famoso come uno dei pochi casi in cui la Milizia canadese si schierò in combattimento senza il supporto dei regolari inglesi, e sarebbe più tardi divenuto noto come la “Prima battaglia sul fiume Raisin”.
Nella loro ritirata da Frenchtown, i Potawatomi razziarono Sandy Creek, un piccolo insediamento fondato nel 1780 a circa due miglia a nord del fiume Raisin. Gli Indiani incendiarono tutte le sedici case del paesino, radendole al suolo, e uccisero almeno due degli abitanti. Sandy Creek venne abbandonato e mai più ricostruito.

SECONDA BATTAGLIA DEL FIUME RAISIN (Battaglia di Frenchtown)

In seguito alla riconquista di Frenchtown, due giorni dopo, il 20 gennaio 1813 il Brigadiere Generale americano James Winchester, con il resto delle sue truppe si unì al Colonnello Lewis. Winchester aveva agito senza ordini, tuttavia il Generale Harrison fu soddisfatto del successo di Lewis. Comunque Harrison era preoccupato del fatto che le forze inglesi potessero congiungersi e aver ragione della piccola armata di Winchester. Egli aumentò la truppa, aggiungendo tre compagnie del 17° Fanteria e una compagnia del 19° Fanteria, per raggiungere Frenchtown. Mandò un messaggio a Winchester per ordinargli di tenere la posizione e tenersi pronto per il combattimento ormai prossimo. I soldati di Winchester erano assolutamente male addestrati e inesperti, e la prima battaglia del fiume Raisin era stato il primo scontro che avessero mai visto. Gli eventi dimostrarono che la preparazione di Winchester al combattimento era stata insufficiente. Non si era assicurato che le munizioni e altri rifornimenti indispensabili gli fossero recapitati dal fiume Maumee. La palizzata intorno alla cittadina non era stata rinforzata e i regolari del 17° e 19° Fanteria erano accampati al di fuori del perimetro cittadino. Alcuni giorni dopo il primo scontro, residenti della zona riferirono a Winchester che una forte armata inglese si stava dirigendo su Frenchtown. Winchester ignorò l’avvertimento, sostenendo che ci sarebbero voluti alcuni giorni, prima che gli Inglesi fossero in grado di fare qualunque cosa. Senza assicurarsi che fossero stati piazzati picchetti e sentinelle, Winchester si ritirò per la notte nel suo quartier generale di Navarre House, nella parte sud dell’abitato.
Nell’apprendere che gli Americani avevano riconquistato Frenchtown, il Brigadiere Generale inglese Henry Proctor, comandante delle truppe inglesi dell’area di Detroit, partì con i suoi soldati da Fort Malden, nell’Upper Canada, e attraversò il fiume Detroit, invadendo il Michigan in forze. Il suo esercito consisteva di sei mortai trainati su slitte e condotti da uomini della Marina Provinciale Canadese, e di 597 regolari del 41°Reggimento Fanteria e delle truppe del Royal Terranova, cui erano aggregati circa 800 Indiani. Tecumseh si trovava nella zona, ma non prese parte al successivo combattimento: aveva lasciato il comando ai capi Wyandot Testa Tonda e Cammina sull’Acqua. Gli Indiani appartenevano alle tribù Shawnee, Potawatomi, Ottawa, Chippewa, Delaware, Miami, Winnebago, Creek, Sauk e Fox. Proctor si fermò a circa cinque miglia a nord del fiume Raisin, per prepararsi alla battaglia.
Proctor sorprese le truppe americane prima dell’alba del 22 gennaio. I regolari americani resistettero per soli venti minuti. Le quattro compagnie di fanteria, comprendenti per la maggior parte reclute inesperte, vennero sorprese all’aperto. Dovettero fronteggiare un violento fuoco di fucileria sul loro fronte, mentre erano sottoposti al tiro diretto dei mortai e attaccati sul fianco dalla Milizia dell’Essex e dagli Indiani. I regolari ruppero le fila e corsero via. Il Generale Winchester venne svegliato dal fuoco di artiglieria e andò di corsa sul campo di battaglia, comandando ai 240 uomini del 1°Reggimento Fucilieri del Kentucky, comandati dal Colonnello John Allen, di andare a rinforzo dei regolari. Gli uomini di Allen non poterono neanche raggiungerli. Sottoposti all’attacco su tre lati, gli Americani si gettarono in una ritirata a testa bassa verso l’Ohio. Per tre volte tentarono di raccogliersi per reagire, ma alla fine vennero circondati su uno stretto sentiero. Durante la ritirata, almeno 220 dei 400 Americani furono uccisi, per colpi d’arma da fuoco o di tomahawk, e scalpati; in 147, compreso Winchester, vennero catturati dagli Indiani e dalla Milizia Canadese.


Alleati degli Inglesi

Il capo Testa Tonda prese l’uniforme a Winchester prima di consegnarlo agli Inglesi, il che fece nascere la leggenda che il generale fosse stato catturato in camicia da notte. Gli altri Americani erano stati dispersi e non erano in condizione di combattere. Il colonnello del 17°, John Allen, ucciso a colpi di fucile, venne scalpato. A dozzine si erano arresi, deponendo le armi, solo per essere uccisi a colpi di tomahawk dagli Indiani. Uomini delle altre unità tentarono di fuggire, ma per la maggior parte venero abbattuti e uccisi. Qualcuno riuscì a scampare semplicemente togliendosi le scarpe e camminando solo coi calzini, lasciando nella neve impronte che sembravano di mocassini, così non vennero inseguiti. Le truppe inglesi occuparono un grande granaio, che venne dato alle fiamme per indurre gli Americani a uscire dai nascondigli e combattere. William Orlando Butler, dei volontari del Kentucky, e i suoi uomini vennero catturati.
Nonostante tutto, il 1° e il 5° Reggimento Fucilieri del Kentucky, e il 1° Volontari continuavano a resistere a Frenchtown. Con la perdita di cinque effettivi uccisi e 40 feriti, riuscirono a far pagare un pedaggio pesante all’artiglieria inglese. I loro cecchini avevano ucciso o ferito tutti, tranne uno, i serventi dei tre cannoni al centro della linea inglese, più 13 dei 16 componenti degli addetti agli obici. Essi avevano anche abbattuto molti soldati di fanteria. Comunque ora erano rimasti senza munizioni, dopo aver respinto tre attacchi degli Inglesi. Il generale Proctor chiese a Winchester, suo prigioniero, di ordinare ai suoi uomini sopravvissuti di arrendersi. In caso contrario, sarebbero stati tutti uccisi e Frenchtown data alle fiamme. Proctor insistette per una resa incondizionata, rifiutando le contro proposte di Winchester. Il maggiore George Madison, un ufficiale americano ancora sul campo di battaglia, persuase Proctor ad accettare una resa con la promessa che tutti gli uomini catturati sarebbero stati protetti dallo stato di prigioniero di guerra. Quando videro gli Inglesi sventolare una bandiera bianca, i fucilieri del Kentucky pensarono che si trattasse di un segnale per una tregua.
Invece, un ufficiale inglese consegnò loro un ordine scritto del Generale Winchester perché si arrendessero. Essi rifiutarono e decisero di combattere fino alla morte piuttosto che fidarsi degli Indiani. Dopo altre tre ore di combattimento, il Maggiore Madison emanò una formale dichiarazione di resa. Proctor tentò parecchie volte di persuadere gli Indiani a incendiare Frenchtown, ma i Potawatomi rifiutarono di permettere ciò. Essi avevano consegnato il territorio ai coloni e non volevano danneggiarli ulteriormente.
Immediatamente dopo la resa degli Americani, i Kentuckiani compresero perché i loro ufficiali avevano affermato che avrebbero preferito morire sul campo piuttosto che arrendersi, temendo che sarebbero stati uccisi dai vincitori. Si stima che fossero caduti almeno 300 Americani e che oltre 500 fossero stati catturati. Proctor ordinò una rapida ritirata, nel caso che il Generale Harrison avesse inviato altre truppe nel luogo dove sapeva che Winchester era stato battuto. Proctor fece marciare i prigionieri sani a nord verso Fort Malden, attraverso il fiume Detroit che era ghiacciato; i prigionieri feriti impossibilitati a camminare vennero lasciati a Frenchtown. Proctor avrebbe potuto aspettare ancora un giorno l’arrivo delle slitte per trasportare i prigionieri feriti, ma temeva che altri soldati americani fossero in arrivo da sud. Il mattino del 23 gennaio i Nativi cominciarono a derubare i feriti. Ogni prigioniero in grado di camminare venne avviato verso Fort Malden; quelli più gravi vennero lasciati indietro e vennero trucidati dagli Indiani. Questi diedero anche alle fiamme le costruzioni che avevano ospitato i feriti. Quelli che riuscirono a fuggire dalle costruzioni in fiamme furono uccisi, gli altri perirono tra le fiamme. Mentre i prigionieri marciavano a nord verso Detroit, gli Indiani uccisero tutti quelli che non potevano tenere il passo degli altri. Secondo il racconto di un sopravvissuto, “la strada era disseminata per miglia di corpi maciullati”. Si stima comunque, tra quelli che erano feriti, un numero di uccisi variabile da 30 a 100.
La strage degli Americani feriti passò alla storia come “Massacro del fiume Raisin”. In ogni caso la strage venne perpetrata dagli Indiani approfittando dell’assenza di Tecumseh, che non l’avrebbe permessa.
Più tardi, il Generale Proctor, che era succeduto al Generale Brock al comando delle forze inglesi a Detroit, strinse d’assedio Fort Maigs. Tecumseh, che prendeva parte all’azione, era ansioso di affrontare il nemico in campo aperto. Egli mandò il seguente messaggio informale alla sua vecchia conoscenza:
“Generale Harrison, io ho con me ottocento guerrieri. Voi ne avete altrettanti nel vostro nascondiglio. Uscite con loro a darmi battaglia. Quando ci incontrammo a Vincennes voi parlaste come un guerriero e io vi rispetto; ma ora vi nascondete dietro le capanne e nella terra, come un cane della prateria. Datemi una risposta. Tecumseh”. Quando Harrison si arrischiò a far uscire un distaccamento, questo venne sconfitto dagli Indiani e molti Americani furono fatti prigionieri. Nonostante l’opposizione del Generale Proctor, a questa vittoria sarebbe potuto seguire un terribile massacro. Appena gli Indiani avevano cominciato a trucidare i prigionieri, Tecumseh fece irruzione sulla scena del massacro. Quando vide ciò che stava succedendo proruppe in un moto di sdegno e indignazione: «Oh, cosa ne sarà dei miei Indiani!» Si buttò in mezzo all’orda dei Nativi, salvo l’uomo che essi avevano cominciato a torturare e, con il tomahawk alzato, sfidò l’intera folla a toccare un altro prigioniero. Tutti indietreggiarono di fronte a lui, vergognandosi profondamente del proprio comportamento. Quando si accorse che il Generale Proctor era presente, Tecumseh domandò con stizza perché non fosse intervenuto per impedire il massacro. Il Generale rispose che gli Indiani di Tecumseh non potevano essere controllati. A questo Tecumseh rispose, con disprezzo: «Dite piuttosto che voi non siete capace di comandare. Andate a mettervi la sottoveste.»


Massacro dei prigionieri americani a Frenchtown

Nel mese di settembre del 1813 le splendide vittorie del Commodoro Perry sul Lago Erie avevano dato agli Americani il controllo dei Laghi, e questo rese impossibile agli Inglesi mantenere il possesso di Detroit e Malden. Harrison avanzava sul terreno con un esercito per conquistare quelle città e il Generale Proctor era impaziente di togliersi dal suo percorso. Cominciò a fare preparativi per la ritirata, ma tentò di mantenere segreto a Tecumseh il suo proposito. Questi, comunque, cominciò a sospettare qualcosa e richiese una riunione, nella quale tenne il suo ultimo discorso ufficiale. Parlò con coraggio e amarezza contro il piano del generale Proctor, dicendo:
«Tu ci hai sempre detto che non avresti mai allontanato il tuo piede dal suolo britannico; ma ora, padre, vediamo che ti stai ritirando e noi ci rammarichiamo di vedere il nostro padre comportarsi così senza aver visto il nemico. Noi possiamo paragonare la condotta di nostro padre a un cane grasso che porta la sua coda alta sul dorso, ma che quando è spaventato la abbassa fra le zampe e scappa via. Padre, ascolta! Gli Americani non ci hanno ancora sconfitto sul terreno; e non siamo nemmeno sicuri che lo abbiano fatto sull’acqua; quindi noi desideriamo rimanere qui e combattere i nostri nemici, appena dovessero apparire. Se ci sconfiggeranno, noi ci ritireremo col nostro padre…Ora noi vediamo il nostro padre inglese che si prepara ad uscire allo scoperto dalla sua fortezza. Padre, tu hai le armi e le munizioni che il Grande Padre ha inviato ai suoi figli rossi. Se hai idea di andare via, dalle a noi e te ne potrai andare a buon diritto. Per noi, le nostre vite sono nelle mani del Grande Spirito. Siamo determinati a difendere le nostre terre, se questa sarà la Sua volontà, lasceremo le nostre ossa sopra di esse.»
Nonostante il desiderio di Tecumseh, Proctor restò fermo nel proposito di ritirarsi. Comunque promise che, se gli Indiani fossero stati inseguiti dagli Americani, egli sarebbe tornato indietro a dar battaglia nel primo posto favorevole. La ritirata inglese fu condotta malamente e le razioni dei soldati erano state ridotte a metà. Proctor venne sospettato di aver lasciato il corpo principale della sua armata sotto il suo secondo, colonnello Augustus Warburton, del 41° Reggimento, senza ordini, mentre egli conduceva la ritirata accompagnato dalla moglie e dalla famiglia, dalla servitù e dal suo bagaglio personale. I
soldati inglesi erano sempre più demoralizzati e i guerrieri di Tecumseh diventavano sempre più impazienti verso Proctor per la sua riluttanza a fermarsi e combattere, facendogli temere una ribellione dei guerrieri. Non ci fu nulla da fare, e di conseguenza Tecumseh accompagnò il Generale nella sua ritirata. Ripetutamente fece invano pressione a Proctor perché mantenesse la sua promessa e fronteggiasse il nemico. Gli Americani lasciarono di guarnigione a Detroit una brigata comandata da Duncan McArthur e a Sadwich, Ontario, un drappello agli ordini di Lewis Cass. Il 2 ottobre Harrison condusse da Sandwich il corpo principale dell’armata all’inseguimento di Proctor.


Tecumseh difende i prigionieri – stampa

Nell’avanzata gli uomini di Harrison videro le tracce consistenti degli Inglesi in ritirata e catturarono parecchie imbarcazioni abbandonate. Nel pomeriggio del 5 ottobre agganciarono la retroguardia degli Inglesi e degli Indiani. Tecumseh ingaggiò una scaramuccia con gli Americani vicino a Chatham per rallentare l’avanzata del nemico, ma i guerrieri furono rapidamente sopraffatti. Il battello che trasportava la riserva di munizioni di Warburton e le restanti riserve di cibo si era arenato ed era stato lasciato indietro, per essere catturato dagli Americani con un’incursione.
L’esercito di William Henry Harrison constava di almeno 3500 uomini tra fanteria e cavalleria. Aveva con sé un distaccamento di regolari del 27° Fanteria e cinque brigate della Milizia del Kentucky condotte da Isaac Shelby. C’erano anche 1000 volontari di cavalleria guidati dal Colonnello Richard M. Johnson. La maggior parte era originaria del Kentucky, ma alcuni provenivano dall’area del fiume Raisin, spronati dal grido “ricordatevi del fiume Raisin!”
Proctor aveva circa 800 soldati, principalmente del 41° Reggimento. I veterani del 1° Battaglione del Reggimento avevano servito in Canada fin dall’inizio della guerra e avevano subito pesanti perdite in molti combattimenti nell’anno 1813. Erano stati rinforzati con i giovani soldati del 2° Battaglione. La maggior parte degli ufficiali del Reggimento erano insoddisfatti della guida di Proctor, ma il suo secondo, Colonnello Warburton, si era rifiutato di consentire ogni mossa che potesse privare Proctor del comando. Tecumseh conduceva circa 500 guerrieri nativi. A quel punto aver coraggio sembrava la risoluzione migliore e, poco dopo l’alba del 5 ottobre, dopo aver ordinato alle truppe di interrompere la colazione e di ritirarsi per altre due miglia, su un crinale tra il fiume Thames e una palude, nei pressi di Moraviantown, al riparo da eventuali manovre di aggiramento dall’acqua, Proctor schierò i regolari inglesi in linea di battaglia. Egli aveva progettato di intrappolare Harrison tra le rive del fiume Thames, scompigliando gli Americani col fuoco del cannone in dotazione. Comunque non prese alcun provvedimento per fortificare la posizione (con tronchi di legno appuntiti o erigendo terrapieni), così non vi fu nessun ostacolo per le truppe americane a cavallo mentre gli Inglesi facevano fuoco al riparo di pochi alberi sparsi. I guerrieri di Tecumseh presero posizione in una palude di tronchi carbonizzati alla destra degli Inglesi, in modo da prendere gli Americani di fianco. Tecumseh cavalcò lungo la linea inglese, stringendo la mano a tutti gli ufficiali, prima di ricongiungersi ai suoi guerrieri.
Il generale Harrison ispezionò il luogo dove si sarebbe svolta la battaglia e ordinò a James Johnson, fratello del Colonnello Richard Johnson, di condurre un attacco frontale contro i regolari inglesi con i suoi fucilieri a cavallo del Kentucky. Nonostante il fuoco laterale degli Indiani, Johson sfondò le linee inglesi, anche perché il cannone inglese si era inceppato. Le esauste, avvilite e mezzo morte di fame truppe inglesi spararono una fiacca scarica di fucileria, prima di lasciar campo al nemico. Proctor e 250 dei suoi uomini fuggirono dal luogo del combattimento. Gli altri si arresero.

Tecumseh e i suoi restarono sul campo e continuarono la battaglia. Richard Johnson caricò le postazioni dei Nativi alla testa di circa 20 cavalieri, per distogliere l’attenzione dal nucleo principale dell’armata americana, ma i guerrieri risposero con una scarica di fucileria che fermò l’avanzata della cavalleria. Quindici degli uomini di Johnson caddero uccisi o feriti, ed egli stesso riportò cinque ferite. Il corpo principale delle forze di Johnson rimase bloccato nel fango della palude. Si ritiene che Tecumseh cadde ucciso nel corso di questo combattimento. Infine gli Americani riuscirono ad uscire dalla palude e si ricongiunsero alle truppe di James Johnson. Con le forze americane che si erano riunite e la notizia della morte di Tecumseh che si era sparsa rapidamente, ben presto la resistenza degli Indiani si dissolse.
La guerra nel Nord Ovest ormai era finita. Gli Americani avevano riguadagnato le posizioni prese dagli Inglesi; avevano sottomesso gli Indiani e si erano assicurati il possesso del territorio della valle del Wabash. Il potere del Profeta era annientato e Tecumseh era morto. I Lunghi Coltelli avevano stroncato per sempre la Confederazione di Tecumseh, ma ciò era loro costato la spesa di oltre cinque milioni di dollari e aveva impegnato un esercito di complessivi 20.000 uomini.


La morte di Tecumseh

La morte di Tecumseh fu un colpo tremendo per l’alleanza indiana che egli aveva creato e che infatti si dissolse subito dopo la battaglia. Poco dopo questo avvenimento, Harrison firmò un armistizio a Detroit con i capi o i rappresentanti di alcune tribù, sebbene altre continuassero a combattere fino alla fine della guerra anglo-americana e anche dopo.

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